"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
Visualizzazione post con etichetta biodigestori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta biodigestori. Mostra tutti i post

martedì 31 gennaio 2012

Biomasse e sostenibilità per il territorio

A) Incenerimento biomasse 
1 - biomasse da legna vergine (cippato) NO
2 - biomasse erbacee (sorgo) NO
3 - sottoprodotti di origine animale (scarti di macellazione)  NO 
B) gassificazione biomasse 
1 - agricole,da coltivazioni dedicate (insilato di mais) NO
2 - reflui zootecnici (deiezioni animali) SI
3 - sottoprodotti animali (scarti di macellazione) SI
4 - fanghi di depurazione SI
5 - frazione organica di rifiuti urbani da raccolta diff. SI
6 - siero di latte dall'industria casearia SI
SI=Sostenibile NO=Non sostenibile

A1 - inceneritori a cippato : costituiscono, ormai, la discriminante principale per individuare cosa si intenda per sostenibilità ambientale.
Non tanto quelli da 1 Mwe in su, fino a 35, 50 Mwe, per i quali è evidente il carattere speculativo, teso all'accaparramento dei certificati verdi e impiantati dai grandi gruppi finanziari ed industriali privati (Maccafarri, Marcegaglia etc.)
E neppure quelli da 10 o 20 Mw che fanno cogenerazione e teleriscaldamento in Alto Adige e Trentino. Costruiti 10 anni fa con finanziamenti europei, come quelli Austriaci e tedeschi, sono un caso a parte.
Bruciano scarti di segheria e cippato proveniente dall'estero, senza minimamente toccare l'integrità delle abetaie che costituiscono il patrimonio essenziale dell'economia turistica.
Il teleriscaldamento, inoltre, ha completamente sostituito il  gasolio da riscaldamento e la dimensione degli impianti permette sia che la produzione di energia elettrica non sia antieconomica, sia l'introduzione di costosi filtri a maniche e filtri elettrostatici, capaci di ovviare in parte alle emissioni nocive.
Paradossalmente, gli inceneritori che più preoccupano sono quelli sotto il Mw, le cosiddette centrali termiche a cippato fresco che producono calore per il teleriscaldamento.
Finanziate coi fondi FAS (fondi aree sottoutilizzate : 3/4 dalla UEe 1/4 dalla Regione), si stanno diffondendo nei paesi semiabbandonati della montagna. Sono considerate virtuose perchè non fanno cogenerazione e quindi non accedono agli incentivi per specularci e sono considerate sostenibili perchè a filiera corta (rifornite nell'ambito locale, massimo 70 Km).
Ma in realtà sono antieconomiche, inquinanti e non producono lavoro.
Ne sono una prova le 3 centrali funzionanti nella nostra montagna.
In quella di Borgotaro-ospedale (700 Kw, costo 500.000 euro) hanno dovuto smettere di bruciare cippato fresco perchè bruciava male, aveva un basso rendimento calorifico e produceva un sacco di fumo e di  ceneri.
Hanno dovuto rifornirsi di cippato di legna stagionata e ricorrere alla centrale a metano, ancora esistente nell'ospedale, per abbattere i bassi termici di quella a cippato ed evitare così di appestare l'aria di un  ospedale.
In quella di Monchio (923 Kw, costo 650.000 euro) hanno già speso altri 100.000 euro in teleriscaldamento (500 euro al m.) solo per allacciare 5 edifici comunali. Funziona solo al 20% della sua capacità e brucia il 50% in più di cippato perchè l'umidità di questo ne abbassa il rendimento e ne aumenta di molto le emissioni e le ceneri. Queste arrivano in pratica al 5% della massa bruciata ( 150 q. su 3.000 q.).
Dove smaltirle? Nei boschi, naturalmente. Ma in un ettaro di bosco ce ne può andare solo 8 o 10 q. e poi per 30 anni non se ne parla più.
Finirà che riempiranno i boschi di cenere, che non è solo composta di di K, Ca e Mg, macroelementi della fertilità, ma anche di metalli pesanti in quantità tossica che lo rendono infertile.
Nella centrale di Palanzano (700 Kw, suddivisa in 2 caldaie da 350 Kw, costo 426.000 euro) di fronte agli stessi problemi di Monchio nel bruciare cippato fresco (50% di umidità, con forti emissioni nocive e grosse quantità di ceneri) hanno pensato di bruciare pellet di provata tracciabilità (10% di umidità e dieci volte in meno di emissioni e ceneri).
A quel punto devono essersi anche detti che la centrale era inutile e costosa.
Sarebbe bastato dotare i 5 edifici di caldaie automatiche a pellet da 60 Kw di potenza, capaci di riscaldare fino ad 800 m2 di superficie e dal costo di 36.000 euro ( iva e installazione comprese), detraibili al 55%
in 10 anni. In tal modo il costo reale di ognuna di loro sarebbe stato di 16.000 euro e quello complessivo di 80.000 euro.

In conclusione.
La centrale di Borgotaro, pur inquinante e per di più fuori luogo all'interno di un ospedale, dal punto di vista della combustione del cippato costituisce un'anomalia irripetibile.
La centrale di Palanzano ha dimostrato che bruciare cippato fresco è un'assurdità in termini di rendimento e di emissioni, al punto da ridursi a bruciare pellet, combustibile costoso e tipico delle caldaie familiari.
La centrale di Monchio continuerà a bruciare cippato con quelle basse rese e quelle grosse emissioni nocive, con la tentazione continua da parte degli amministratori di fare anche cogenerazione per utilizzare in qualche modo tutta quella potenza inutilizzata e raggranellare incentivi. Ma in tal modo arriverebbero a bruciare 5 volte in più di cippato, con altrettante emissioni e ceneri in più.
Le altre 4 centrali a cippato che vogliono impiantare, oltre a quella di Vigheffio, cioè Neviano, Berceto, Calestano e Varano Melegari non potranno che seguire la sorte di quella di Monchio.
Questo è il progetto della Regione e, in base al documento della Provincia a firma Dall'olio, pare che intendano impiantarne a decine.
Molte decine in più, considerando tutto l'Appennino tosco-emiliano. Questo non sarà più un polmone verde capace di contrastare i miasmi della pianura padana, ma esso stesso parte della produzione di quei veleni.

A 2- inceneritori a sorgo tipo quello che la ECE srl vorrebbe impiantare a S.Secondo. Un impianto
da 50 Mw di potenza, di cui 25 Mw per teleriscaldamento e 12,50 per produzione di energia elettrica. Sorgo dalla coltivazione di 2500 ha.
Il sorgo in questione è una pianta erbacea che quando bruciata ha volume di emissioni e deposito di ceneri pari al 10% della massa bruciata.
Molto più inquinante, quindi, degli inceneritori a legna vergine.
C'è,poi,il VIA già concesso dalla Regione alla richiesta della Sadam Eridania per una centrale a biomasse a Trecasali da 60 Mw, di cui 15 Mwe La centrale di Trecasali brucerebbe 150.000-170.000 tonnellate annue tra cippato di legna vergine e insilato di mais. In altri termini 4.500 ha a pioppeti triennali e 400 ha a insilato di mais. Si tratta di superfici enormi, rispettivamente 45 Km2 e 4 km2, da sottrarre a produzioni agroalimentari della nostra provincia. Ma i conti non tornano comunque. Con una coltivazione di pioppi triennali significherebbe bruciare ogni anno la produzione di 1500 ha, vale a dire 1500x50 t., cioè 45.000 tonnellate, a cui sommare le 10.000 t. di insilato di mais ( 400 ha x 25t.). In tutto poco più di 50.000 tonnellate. E le altre 100.000 e più? Sarà certamente legna che verrà dal nostro appennino.

A 3- inceneritori da scarti tipo quello da 1 Mw di cui la PFP spa di Modena ha richiesto la VIA alla di macellazione Provincia a Paradigna. Brucerebbe 15.000 t. di biomassa. Gli scarti di macellazione hanno un'umidità molto più elevata del legno. Devono essere trattati meccanicamente per ridurla al punto da poter essere bruciati, ma anche così devono essere miscelati con oli. Ecco perchè la ditta richiede il trattamento anche di oli esausti.
Sono molto più inquinanti degli inceneritori a legna.

B 1 - I biodigestori anaerobici da coltivazione dedicata contro cui si è mobilitata perfino Slow Food oltre ai cittadini ed alle associazioni degli agricoltori, con cui gli speculatori pur di avere quei certificati sottraggono a colture alimentari migliaia di ettari di buona terra per produrre insilato di mais da cui ricavare gas e così produrre elettricità. Questo nel Cremonese, nel Lodigiano, in Romagna, nel Veneto, in Lombardia.
Ma se questi biodigestori, impiantati solo per ricavarne incentivi e alimentati con coltivazioni dedicate che rubano terreni all'alimentazione, sono degli ecomostri cui opporsi; tali non sono quelli che vengono alimentati con le deiezioni animali, a patto che non siano troppo grandi ed invasivi per il territorio. Ogni allevamento, anzi, dovrebbe averne uno, soprattutto per impedire che i nitrati di tutti quei liquami finiscano in falda, inquinandola. Gli incentivi che l'azienda ricaverebbe dalla produzione di gas e quindi di energia elettrica sarebbero il giusto compenso per aver reso l'allevamento sostenibile per l'ambiente. Questo vale per l'enorme quantità di allevamenti della val Padana e ancor più per quelli della nostra Food Valley, che inquinano non solo la falda acquifera ma anche gli stessi terreni da cui ricavare tutti quei pregiati coltivi.
L'unico progetto in questo senso è quello del comune di Montechiarugolo da 1 Mw che avrebbe trattato circa 100.000 t. di deiezioni animali all'anno recuperandole da un territorio fino a 30 Km di distanza, ma lasciato nel cassetto per la sua eccessiva invasività sull'ambiente, probabilmente in rapporto alla DOP del parmigiano-reggiano.

reteambienteparma
29-01-2012
Serioli Giuliano

sabato 28 gennaio 2012

Risorse naturali ed energie rinnovabili

Il capitalismo finanziario mostra una straordinaria razionalità strumentale nell'estrarre valore da ogni cosa, fregandosene delle conseguenze per la salute del lavoro umano e per il reintegro delle risorse naturali, dimostrando in tal senso una assoluta irrazionalità.
Anzi, il suo comportamento irrazionale nei confronti della natura e degli ecosistemi è addirittura maggiore dell'irrazionalità delle sue politiche del lavoro e della protezione sociale.
Per tale irrazionalità si intende la sua assoluta indisponibilità a farne oggetto di preoccupazione e di studio.
Ha applicato in tutto il mondo un unico criterio di valorizzazione delle risorse naturali. Dall'abbattimento delle foreste pluviali per trarne legname a scopi industriali agli scavi minerari e perforazioni in ecosistemi sensibili; dall'industrializzazione della pesca in mari e oceani, distruggendo sistemi tradizionali di pesca che da sempre alimentavano le popolazioni rivierasche mettendo a rischio la sopravvivenza di molte specie ittiche, all'ingabbiamento di tutti i sistemi fluviali tramite dighe che hanno modificato in modo grave gli ecosistemi.
Senza l'apporto del sistema finanziario internazionale la vertiginosa progressione della valorizzazione (distruzione) delle risorse naturali nei paesi del terzo mondo non sarebbe possibile.
Esiste una correlazione tra la crescita del PIL e del capitale azionario e la contemporanea erosione di massa vivente attraverso il degrado ambientale e la distruzione di risorse non rinnovabili.
Oltre alla distruzione delle foreste pluviali, il capitalismo finanziario sta conducendo un assalto generalizzato al sistema agro-alimentare del mondo.
Questo attraverso: 
  • Formazione di oligopoli nel mercato delle sementi, nel mercato degli alimenti di base e nel mercato della distribuzione alimentare.
  • Industrializzazione totale dell'agricoltura, tramite la contrattualizzazione degli  agricoltori nominalmente indipendenti e la trasformazione industriale degli alimenti.
  • Acquisto su vasta scala di terreni agricoli per mano di corporation collegate a quelle che controllano il mercato degli alimenti di base.
La formazione di tali monopoli ed oligopoli alimentari è avvenuta non per espansione di singole società, ma per ondate di fusioni ed acquisizioni sotto il ruolo propulsivo della finanza internazionale.
Il mercato delle sementi è controllato da 10 corporation.
Il commercio mondiale delle granaglie è controllato da 3 società.
Un quarto del mercato mondiale degli alimenti confezionati e delle bevande è controllato da 10 società.
Due terzi del pollame del mondo è lavorato e confezionato da 8 corporation.
Metà dei suini e dei bovini del mondo sono allevati e lavorati da stabilimenti industriali gestiti
da grandi corporation.
In Africa si stima siano stati acquistati 15 milioni di ettari da fondi di investimento cinesi, americani ed arabi. In argentina 2,4 milioni di ettari. In Ucraina 3 milioni di ettari.
Sui terreni acquistati vivevano popolazioni contadine che sono state espropriate con indennità irrisorie. Solo una loro frazione minima è stata reimpiegata come operai dell'agroindustria.
La gran massa è andata ad ingrossare gli slums delle metropoli del terzo mondo.
L'assalto del capitalismo finanziario al sistema agroalimentare per impiantare enormi monoculture estensive ha distrutto larga parte dell'agricoltura tradizionale, fondata sulla piccola azienda pluricolturale.
Invece di fornire tecnologie adeguate per trattenere sulla terra il maggior numero di contadini, ha
ridotto la biodiversità delle piante alimentari; ha distrutto i mercati locali ( il burro della Baviera, sussidiato alla UE, può essere venduto in Mongolia ad un prezzo inferiore di quello del posto), facendo fare il giro del mondo ai propri alimenti preconfezionati; ha sottratto decine di milioni di ettari alla catena alimentare per destinarli alla produzione di biocarburanti.
Gli USA destinano alla produzione di biocarburanti un quarto della produzione annua di mais e grano, sottratta di fatto all'alimentazione di aree del mondo sottonutrite e potenzialmente socialmente esplosive.
A partire dagli accordi di Kyoto, l'interesse del capitale finanziario per le bioenergie non si è più solo limitato allo sviluppo dei biocarburanti, ma si è buttato su quelle tipologie di energie rinnovabili diventate succulente occasioni di valorizzazione per gli incentivi di cui gli stati firmatari le hanno dotate.
E' cambiato forse il suo atteggiamento irrazionale nei confronti della natura?
Per niente! Ha solo attivato la sua razionalità strumentale verso queste nuove possibilità speculative.
Perchè lo sviluppo delle energie rinnovabili può essere sia una straordinaria occasione di democrazia economica, sia un'ulteriore occasione di speculazione e di predazione dell'ambiente naturale.
I dati sul solare fotovoltaico installato nel 2011 nel mondo ci dicono che il nostro paese è primo con quasi 7.000 Mw, avendo superato la stessa Germania che deteneva quel primato.
Siamo improvvisamente diventati un paese ambientalmente virtuoso? In cui singoli cittadini e piccole amministrazioni riempiono i loro tetti di pannelli fotovoltaici, come accade in Germania?
Niente di tutto questo!
Tranne rare eccezioni, si sono moltiplicati a dismisura "parchi fotovoltaici" a terra, occupando decine di migliaia di ettari di terreno. Suolo che, una volta dismessi gli impianti, avrà perso la sua fertilità.
Un esempio indicativo lo si ha proprio da noi con il "Fotovoltaico insieme" della Provincia.
L'amministrazione, forte dei suoi legami coi piccoli comuni carichi di debiti, ha pensato bene di imbastire un project financing con cui attirare i capitali delle finanziarie, invogliandole con le tariffe massime concesse dallo stato ai comuni. Ogni comune, una volta costruito il parco fotovoltaico sul suo territorio e ricevutane la titolarità dal GSE, la cede alla finanziaria che aveva messo i soldi, facendole così ottenere la tariffa massima di incentivazione per vent'anni e raddoppiare, così, il capitale investito.
E l'utile per i comuni? Niente elettricità gratuita, nè soldi da investire in opere, solo qualche decina di migliaia di euro, quale compensazione per il terreno occupato. In pratica un affitto.
E alla Provincia cosa ne viene? Un 5% per ogni impianto, che moltiplicato per 30 o 40 fa una bella sommetta. E poi un ritorno d'immagine : essersi fatta promotrice di tutta quell'energia rinnovabile.
Ma soprattutto aver procacciato commesse alle ditte del settore, tutte affiliate alle COOP, parte integrante di un nuovo sistema di potere.
Poca cosa, però, di fronte alle distese di torri eoliche del meridione del paese, magari neanche allacciate alla rete elettrica ancora insufficiente in capacità conduttrice, ma già in carico al GSE e in grado di ingrossare i capitali mafiosi con milioni di euro provenienti dalle nostre tasche.
Ma ancora peggio è la rincorsa alle biomasse.
Bruciare legna e granaglie per produrre energia elettrica è altamente inquinante ed antieconomico. Ma non importa perchè l'economicità di quegli inceneritori è data dagli incentivi pubblici.
Industriali del Nord come Marcegaglia e Maccaferri ne hanno impiantati a decine in Puglia e Calabria. Inceneritori da 30 fino a 50 Mw e più. Il combustibile arriva via nave a Taranto e Crotone. Pensate, si tratta di scarti legnosi da deforestazione delle foreste pluviali.
Far man bassa di certificati verdi, degli incentivi finanziati con le nostre bollette è un affare così ghiotto da essere diventato una vera e propria tentazione per ogni azienda e finanziaria che si rispetti.
A Trecasali come a Russi, in Romagna, è la Sadam Eridania a volerli, ricattando i sindacati per accordarsi con la Regione, alla faccia dei cittadini, dei lavoratori e della loro salute.
E pur di avere quei certificati sottraggono a colture alimentari migliaia di ettari di buona terra per produrre insilato di mais da cui ricavare gas e così produrre elettricità. Questo nel Cremonese, nel Lodigiano, in Romagna, nel Veneto, in Lombardia.
Sono i cosiddetti biodigestori anaerobici, contro cui si è mobilitata perfino Slow Food oltre ai cittadini ed alle associazioni degli agricoltori
E tutta la pianura padana ne è ormai costellata, come non bastasse l'inquinamento civile, viario ed industriale che la rendono già la macroregione più inquinata d'Europa, chiusa com'è dalla cerchia delle montagne. Nel mondo alla pari solo con il Guandong, in Cina.
L'unico contrasto ai veleni che ne promanano sono i boschi delle montagne, risorti rigogliosi dopo l'abbandono dei borghi da parte della gente e capaci di catturare CO2 e fermare il resto.
Ma quei boschi ora sono minacciati.
La speculazione si è buttata sul businness della legna da ardere falcidiando così tanto quel capitale verde da forare i boschi come fossero gruviera. Gli amministratori locali che dovrebbero fermare tale scempio sono proprio quelli che lo caldeggiano : " siamo seduti su un'altro petrolio e neanche ce ne accorgiamo", sono le parole di un funzionario all'agricoltura della Provincia.
E a chi chiede i dati di tale scempio per gli anni 2010 e 2011, gli amministratori rispondono che non sono disponibili. Ci prendono in giro.
A quei tagli si aggiungono ora anche quelli industriali a pianta intera promossi dalla Provincia stessa, coi finanziamenti della Regione, per rifornire di cippato le centrali termiche che intende impiantare in ogni borgo di montagna. E siccome tali inceneritori producono, per ora, solo calore e non elettricità vengono definiti virtuosi, ma sono pur sempre inquinanti ed antieconomici come gli altri e in montagna non c'è assolutamente bisogno del teleriscaldamento. E' uno sperpero.
Come uno sperpero sarebbe impiantare enormi torri eoliche sui crinali per produrre poca alettricità e al contrario cementificare le vette e taglieggiare ulteriormente i boschi con nuove strade di supporto. Questa l'intenzione di De Matteis, sindaco di Corniglio, al passo del Cirone e di Bodria, sindaco di Tizzano, sul monte Caio.
Ma le energie rinnovabili, se agite in modo sostenibile, possono essere davvero il futuro.
Un futuro di democrazia economica e di sviluppo della sostenibilità per l'ambiente della nostra presenza invasiva.
Le risorse e i finanziamenti pubblici dovrebbero essere indirizzati per tappezzare i nostri tetti di pannelli fotovoltaici in modo che ogni famiglia possa diventare autonoma energeticamente e invogliata a ristrutturare la propria casa per risparmiare l'energia che produce.
Tutto potrebbe iniziare dai piccoli comuni delle aree più abbandonate e meno fortunate economicamente.
Fondando una ESCO ( Energy Service company ), previste proprio dal decreto Bersani del 2007 come favorite per l'incentivazione delle energie rinnovabili, e titolandole con le proprietà municipali, come il palazzo stesso del comune, la scuola etc. riuscirebbero a capitalizzarla anche se il comune risulta indebitato e potrebbero così accedere a finanziamenti e mutui per impiantare il fotovoltaico sui tetti, previo accordo coi cittadini. Una volta intestatisi l'impianto, riscuoterebbero per 20 anni dal GSE la tariffa massima di incentivazione, la quale presso qualsiasi banca varrebbe come un titolo di garanzia con cui ottenere un ulteriore mutuo per ristrutturare il paese dal punto di vista del risparmio energetico e dare lavoro così anche all'edilizia locale.
Tale percorso energeticamente virtuoso ed economicamente vantaggioso potrebbe poi essere applicato anche a singole frazioni, ad aziende agricole, a quartieri cittadini trasformatisi in associazioni energetiche, o cooperative di produzione, etc.
Ogni singolo cittadino, invece di ottenere la sua quota di incentivi proporzionale ai pannelli sui suoi tetti, potrebbe optare per avere l'elettricità gratuita e così pure la singola scuola, l'azienda artigiana
etc.
Se i biodigestori anaerobici, impiantati solo per ricavarne incentivi e alimentati con coltivazioni dedicate che rubano terreni all'alimentazione, sono degli ecomostri cui opporsi; tali non sono quelli che vengono alimentati con le deiezioni animali, a patto che non siano troppo grandi ed invasivi per il territorio. Ogni allevamento, anzi, dovrebbe averne uno, soprattutto per impedire che i nitrati di tutti quei liquami finiscano in falda, inquinandola. Gli incentivi che l'azienda ricaverebbe dalla produzione di gas e quindi di energia elettrica sarebbero il giusto compenso per aver reso l'allevamento sostenibile per l'ambiente. Questo vale per l'enorme quantità di allevamenti della val Padana e ancor più per quelli della nostra Food Valley, che inquinano non solo la falda acquifera ma anche gli stessi terreni da cui ricavare tutti quei pregiati coltivi.
Le ESCO, oltre che uno strumento di sviluppo economico, sarebbero anche un'occasione di democrazia partecipata e di trasparenza. Non sarebbe solo l'ente locale a farne parte ma anche le aziende artigiane che monterebbero i pannelli e che farebbero manutenzione e i lavoratori edili che farebbero le necessarie ristrutturazioni dei tetti per l'impianto dei pannelli. Un modo per i cittadini
di partecipare ai progetti delle amministrazioni e di controllarne direttamente le voci di spesa e l'utilità per il bene pubblico.

Parma 15 - 01 - 2012
Reteambienteparma
Serioli Giuliano

domenica 13 novembre 2011

LA FOOD VALLEY MINACCIATA

Da più voci risulta che la food valley sia gravemente minacciata. Dalla Gazzetta dell'8 novembre si evince che Sartori, vicepresidente di Asser, associazione regionale dei suinicultori, afferma che le aziende con meno
di dieci capi chiudono perchè gli allevatori sono anziani e non c'è ricambio in famiglia e che le aziende con più di 100 capi chiudono perchè più capi vuol dire più costi a prezzi di vendita invariati. Come mai, invece, crescono le aziende con un numero di capi tra 10 e 100?
Sono più agevolate nello smaltimmento o meno sottoposte a controlli?
Non esiste una disciplinare sulle coscie che imponga la loro produzione locale, vietando l'importazione? Non esiste alcuna tracciabilità?
Le coscie di prosciutto vengono infatti ormai in gran parte importate dalla Romania perchè numerosi allevamenti suini hanno chiuso essendo troppo costosi gli impianti minimamente richiesti per lo smaltimento
delle deiezioni. Gli stessi allevamenti bovini, tutti rigorosamente industriali, stanno gravemente intasando di ammoniaca le falde e i suoli in pianura, quando non addirittura inquinando bellamente i torrenti in cui scaricano impunemente, come lungo l'Enza, il Cedra etc.
"La svolta negativa in zootecnia, afferma il dott. Cunial, è avvenuta alla fine degli anni 70 quando sono nati i mangimifici che riconvertono spesso rifiuti (vedi oli esausti e diossina nelle galline ) in alimenti zootecnici, slegando completamente la produzione animale dal suolo agricolo che prima era necessario per l'alimentazione degli animali e per lo spargimento delle deiezioni, inoltre l'inquinamento è divenuto
altissimo passando dal letame al liquame : un'autentica bomba per le falde perchè contiene azoto altamente solubile (nitrico nitroso ed ammoniacale). Il letame maturo ha tutto l'azoto in forma organica e quindi non solubile in acqua, inoltre ha un odore caratteristico non sgradevole, ma la politica soprattutto europea ha spinto verso la direzione sbagliata, inoltre posso testimoniare che si controllano le cose formali e non si vuole intervenire sull'inquinamento reale. I nitrati che si trovano nelle acque e nell'acquedotto di Parma arrivano
soprattutto dalle zone collinari ed appenniniche che alimentano le reti acquedottistiche. Mi è capitato di trovare negli acquedotti anche valori 6 volte superiori alla norma, ma se chiedi i dati ti danno dei
valori medi perodici. Per il prosciutto servirebbe il censimento dei capi così che si scoprirebbe che i suini italiani sono meno della metà ! 
Altro che trifoglio, l'importazione di balle di fieno da qualsiasi parte è ormai la norma e per ovviare alla disciplinare del parmigiano per quanto riguarda gli ettari in rapporto al numero di capi in stalla, pare si ricorra all'affitto senza il governo dei tagli, solo per essere formalmente in regola.
Tali allevamenti industriali stanno colonizzando anche la montagna, risalendo le valli fino ai crinali. Infatti dai dati del censimento bovino del 2010 risulta che le aziende con numero di capi tra 100 e 500
sono in crescita e ne sono a conferma le stalle sorte tra Selvanizza e Monchio, tra Selvanizza e Rigoso e tra Neviano e Lagrimone.
Come potranno suoli, torrenti e falde sempre più inquinati sostenere un processo industriale che sembra non porsi limiti di quantità di prodotto, mirando solo ad una speculazione forsennata e improvvida? 
Come ci si può basare solo su una tracciabilità igienica formale per produrre un alimentare che si pretende di elevata qualità e non soprattutto sull'eccellenza dei sapori che solo la qualità artigianale delle lavorazioni può garantire, insieme alla sostenibilità del tutto per l'integrità del territorio? Non è una mia affermazione, ma di Mutti dell'omonima azienda produttrice di conserve di pomodoro.
Una strada potrebbe essere quella dei biodigestori anaerobici per produrre metano dalle deiezioni e di quelli aerobici per produrre compost, fertilizzante naturale. Il comune di Montechiarugolo aveva accennato ad un progetto in tal senso, ma pareva dimensionato sullo smaltimento dell'intero comprensorio che dalla città andava fino a Neviano, con gli ovvi problemi di traffico e sostenibilità.
In ogni caso non se ne è più saputo niente.
Da ultimo ho saputo dal mio fornitore di prosciutto, cui è stato proposto, che un sacco di aziende si sono buttate sulle rinnovabili per specularci, producendo energia elettrica e incamerando incentivi dalla combustione di olio di colza importato da chissà dove. Se fosse una cosa diffusa sarebbe un'ulteriore fattore di inquinamento della valley.

Parma 10 -11 -2011
Serioli Giuliano