Un
semplice elenco di cose da fare, senza contenuti che le tenessero
assieme.
Tanta
gente in un posto angusto che il sindaco di Felino Elisa Leoni voleva
trasformare in un successo della sua iniziativa burocratica, senza
riuscirvi.
I
dirigenti di Aipo e il sindaco di Felino (dagli altri paesi, nessuno)
si aspettavano quattro gatti volenterosi da piazzare ai tavoli, a cui
far vedere alcune slide e raccogliere solo piccole osservazioni su
qualche problema di strade o frane collegate al decorso del torrente
Baganza.
Ma
l'incontro come lo intendevano è saltato.
Non
era materialmente possibile dividersi in tavoli, non c'era spazio e
c'era troppa gente.
Soprattutto
si sentiva nell'aria che ci si si aspettava dell'altro.
Cesare
Azzali, presidente dell’Unione Industriali, ha posto subito la
questione di sostanza.
Non
bastava un elenco di temi generici, occorreva un'analisi, un contesto
in cui inserire i vari temi di una problematica idrogeologica lungo
l'asse del torrente. Visto che non veniva data né ce n'era
l'intenzione si è alzato per andarsene.
A
quel punto, per fermare L'Unione Industriali e cercare di salvare
l'incontro, è intervenuto Meuccio Berselli di Aipo, che ha cercato
di mediare tra l'esigenza di capire più in generale i problemi e la
necessità di Aipo di avere delle carte compilate di problemi
specifici lungo l'asse torrentizio e viario.
Mediare
tra due esigenze, un dibattito a tutto campo e un incontro solo
tecnico, ormai era impossibile.
Retetambiente
Parma ha posto lo stesso tema di Azzali: non è possibile entrare nei
dettagli se prima non viene fatta un'analisi a 360 gradi.
Il
ruolo del bosco e dei tagli boschivi nel creare punti critici in caso
di forti piogge, che porterebe a valle tutte le ramaglie abbandonate
dopo i tagli.
Il
problema del 20% di franosità del territorio montano che avrebbe
concorso in modi differenti nel creare altrettante criticità.
Infine
il vero convitato di pietra dell'incontro, la cassa d'espansione sul
Baganza, adottata da Aipo. Tema, non a caso, sollevato da Luigi
Fereoli chiedendo la possibilità di discutere eventuali alternative.
Aipo
ha ribadito che il tema cassa fosse chiuso definitivamente e non
all’ordine del giorno.
A
quel punto Meuccio Berselli ha capito la piega che stava prendendo
l’incontro e se ne è andato.
Se
ne sono andati, poi, Cesare Azzali e quelli dell'Unione Industriali,
che pochi giorni prima avevano avanzato sui giornali un progetto
alternativo alla cassa d'espansione sul Baganza a firma di Stefano
Orlandini, ordinario di costruzioni idrauliche di Unimore, che
prevede una diga di contenimento ad Armorano, sopra Calestano.
Ha
abbandonato l’incontro Reteambiente Parma e l'ingegner Roberto
Colla, del comitato di Colorno, che in alternativa propongono di
alzare gli argini del Baganza con sversamenti controllati nelle
campagne a fianco, in caso di piena, per trattenere l'acqua in
laghetti lungo l'asta del torrente in modo da usarla a livello
agricolo durante la siccità estiva.
Il
convitato di pietra si era fatto largo: si voleva ridiscutere della
Cassa sul Baganza. Aipo no. Così è finita l'assemblea ed è saltato
il Patto di fiume a Felino. Anche il Comitato contro la Cassa
d'espansione ha abbandonato.
Non
si poteva discutere di cosa fare in alto senza esser d'accordo su
cosa fare in basso.
Constatiamo che la Comunità Montana invece di mettere un freno ai tagli, continua ad autorizzarne su forti pendenze, addirittura su torrenti.
Come si può vedere dalla cartina, sono stati fatti altri nuovi tagli nella valle del "Rio del Faino" a circa quota 820 metri, come dalle foto stesse.
Hanno tagliato proprio il giorno martedì 8 maggio (il verde delle piante tagliate ne è testimonianza) che è ben oltre il limite massimo, il 15 Aprile.
Inoltre hanno tagliato, come dalle foto, su forte pendenza, ostruendo addirittura il torrente con il legname tagliato, oltre ad aver creato una strada con la ruspa proprio sul torrente del Faino per passare con mezzi pesanti (zona 1 della mappa).
Oltre a questo, hanno fatto un nuovo taglio sul sentiero Cai 761A sempre sul Faino, in quello che fino all'anno scorso era un bellissimo sentiero immerso nei boschi in cui insiste una carraia segnalata per il trekking a cavallo, proprio per la bellezza di transitare per quel (ex) verde bosco (zona 2 della mappa).
Infine, hanno fatto un altro taglio proprio a pochi metri a nord della cima del Monte Faino scendendo poi nel versante ovest non molto sopra al taglio precedente (zona 3 della mappa).
Di seguito le foto.
Rete Ambiente Parma
La carraia costruita addirittura sul torrente del Faino per poter accedere coi mezzi pesanti sull'altro versante appena disboscato
Ben visibile è il torrente completamente ostruito sia destra che a sinistra
Il disboscamento sopra alla suddetta carraia
La pendenza su cui è stato fatto l'esbosco è notevole, anche se la foto non rende molto
Evviva i tagli meccanizzati industriali...
Da come si evince dal verde delle piante tagliate in foto, i tagli sono stati appena fatti e si è andati ben oltre al limite di data consentito dalla legge
Le piante verdissime appena tagliate e quelle tagliate tempo addietro, hanno completamente ricoperto il torrente del Faino
Guardando a valle rispetto alle foto precedenti, si vede che a destra (lato ovest) sono andati a tagliare le piante fino al limite massimo, in terreno estremamente delicato a ridosso del torrente.
Il taglio prosegue poi in maniera molto più ampia verso ovest, dove nella foto non è visibile la carraia da cui sono scesi nella valle e che hanno aperto.
Qui siamo nella zona 2 della mappa, dove il sentiero Cai in oggetto era immerso in un bellissimo bosco lussureggiante...
Qui invece siamo nella zona 3 della mappa, appena sotto alla cima del monte Faino.
Il taglio prosegue poi in modo molto ampio scendendo a destra nel versante ovest (verso il Rio del Faino).
Regione
Emilia Romagna - servizio Ambiente, viale della Fiera 8 – 40127
Bologna
Comandante Gruppo Carabinieri Forestali Parma, Via
Macedonio Melloni 4 – 43121 Parma
Unione Montana Appennino
Parma Est, Piazza Ferrari 5 – 43013 Langhirano
Sindaco di
Neviano Degli Arduini, P.zza IV Novembre 1 – 43024 Neviano degli
Arduini
Sindaco di Palanzano, Piazza Cardinal Ferrari 1 –
43025 Palanzano
Sindaco di Tizzano Val Parma, Piazza Roma 1 –
43028 Tizzano Val Parma
Oggetto:
Monte Fuso e zone limitrofe – Segnalazioni varie.
La
presente, in qualità Coordinatore dell’Associazione Rete Ambiente
Parma. L’associazione, nella sua attività di salvaguardia del
territorio, ha raccolto tra i cittadini segnalazioni relative
alla zona del Monte Fuso ingeneranti dubbi e preoccupazioni tra i
cittadini riguardo i tagli boschivi.
In particolare, si vuole
portare alla attenzione delle competenti Autorità, le seguenti
situazioni anomale.
La
prima segnalazione è relativa ad irregolarità nei tagli perpetrati
nel versante nord. In primis, creazione e stato di conservazione di
recinti e carraie del versante in oggetto.
Negli anni scorsi,
al fine di valorizzare l’antica tradizione della coltivazione del
marrone, sono stati effettuati, anche con finanziamenti comunitari e
regionali, vari interventi per apportare migliorie. Gli interventi,
di fatto, si sono risolti nella costruzione di recinti a protezione
dai caprioli, nonché una fitta rette di carraie per il trasporto del
legname (…foto…). I disboscamenti paiono indiscriminati.
Addirittura risulta realizzata una strada in cemento, cui fa seguito
una ghiaiata, in apparenza al solo servizio dei due immobili posti al
loro termine (…foto…). Gli interventi di disbosco così
realizzati, a nostro parere, ingenerano un rischio idrogeologico per
la forte pendenza ed esposizione. Alcune recinzioni ed i cancelli
sono addirittura in stato di abbandono e risultano pericolosi. Si
chiede di valutarne lo smantellamento definitivo, fattore che
potrebbe risultare positivo anche per gli spostamenti della fauna
selvatica.
Si invita infine a verificare la conformità alla
normativa forestale delle vie di accesso al bosco realizzate, in
particolare per quanto riguarda le pavimentazioni e le larghezze
(…foto…).
A
questa situazione volevamo aggiungere anche alcune anomalie
riscontrate nei due immobili che si trovano poco dopo il termine
della strada cementata e a poche centinaia di metri da cui inizia
quella ghiaiata.
A detta di alcuni escursionisti che bazzicano
spesso la zona, parrebbe che l’edificio che si trova a valle di
essa e di recentissima costruzione (…foto…), in apparenza sarebbe
stato eretto con la motivazione di un “deposito attrezzi”,
mentre parrebbe eretto solo per “uso privato”, in quanto invece
che di attrezzi da lavoro, esso sembra essere fornito di una serie di
tavoli e panche per l’organizzazione di feste, insieme ad un forno
per barbecue e tanto di illuminazione notturna per l’esterno.
Inoltre, sempre a detta di alcuni escursionisti che hanno
visitato la zona durante la costruzione del fabbricato, sembrerebbe
siano state predisposte anche tubazioni idrauliche ed alcuni presidi
sanitari interni con relativo scarichi delle acque nere, che dai
progetti non sarebbero dovute esistere. Si invita quindi a verificare
la fondatezza di tali segnalazioni che ci sono state pervenute.
Per
quanto riguarda invece l’immobile che si trova a monte della strada
ghiaiata e vicinissimo al precedente (…foto…), anche in questo
caso alcuni escursionisti ci hanno riferito di aver visto una fonte
intubata 15 metri a monte dal cortile ovest della casa in oggetto,
nel cui cortile sarebbe sito anche un tombino con dei rubinetti di
recentissima costruzione.
Chiediamo quindi che venga verificata
anche la veridicità di quest’altra situazione anomala che ci è
stata comunicata.
L’ultima
grossa irregolarità riscontrata nel versante nord e più
precisamente sopra a Campora nei pressi del cippo del Monte Fuso, è
stata il consistente allargamento di una zona di crinale adibita al
decollo per alianti e deltaplani, che ha causato una frana di
dimensioni notevoli. E’ opportuno far presente che in realtà la
zona non ha mai ricevuto un reale apprezzamento per queste pratiche
sportive, dato che gli appassionati preferiscono fare i decolli dal
più comodo e altrettanto vicino Monte Caio. Infatti, è già tanto
se dal monte Fuso viene fatto un lancio all’anno. Insensato quindi
il recente allargamento di quest’area che pare solo un pretesto per
disboscare ulteriormente, senza contare che l’acclività della zona
avrebbe dovuto suggerire di evitare qualsiasi taglio boschivo.
Da
qui l’innesco di una frana lunga quasi un chilometro, danneggiando
i boschi e gli essiccatoi dei proprietari sottostanti, i quali,
quando hanno chiesto un risarcimento per il danno subito, si sono
visti chiudere la porta in faccia e pare che come unico “ripiego”
sia stato fatto il posizionamento di una rete sull’intera area allo
scopo di contenere ulteriori frane, quando però il danno era già
stato fatto (…foto…).
Come se questo non fosse bastato, è
stato deciso di aprire una nuova area per i decolli in un’altra
zona del crinale del Monte Fuso, più precisamente sopra al paese di
Vezzano nella parte nord del Fuso e di Rusino a sud. Siccome a
differenza dell’altro caso non si tratta di un allargamento ma di
una creazione, è stata disboscata una zona molto vasta, la quale è
ben visibile da Vezzano e addirittura fin dal paese di Boschetto
(…foto…).
A detta degli escursionisti che hanno bazzicato la
zona, pare che anche qui ci siano stati problemi di dissesto.
Una
seconda segnalazione, è relativa al versante nord-nord/ovest nei
pressi di Rusino. Anche qui sono stati tagliati alberi secolari, sono
state allargate carraie e aperte vie nel bosco. Per arrivare in quel
punto, si supera in auto l’abitato di Rusino e dopo qualche
centinaia di metri, andando in direzione di Scurano, si vede sulla
sinistra una carraia che sale. La carraia, inizialmente di pietrato,
diventa poi in terra battuta e coincide con quello che dovrebbe
essere il sentiero Cai 763°.
La carraia è stata oltremodo
ampliata e resa percorribile da mezzi 4x4 e, seguendone il corso
sulla sinistra, si giunge all’area disboscata. Come ben si può
vedere dalle foto, la dimensione delle carraie boschive è inusitata;
la scarsa qualità costruttiva ha lasciato un sostrato cedevole ed a
rischio frana. Anche la metodologia di esbosco è tutta da
verificare: numerosi sono i ceppi sradicati e le buche create non
ricoperte.
La
terza segnalazione è relativa al versante sud del Fuso, coincidente
col versante est del monte Faino da un lato e dal versante ovest del
monte Lavacchio dall’altra parte del torrente sottostante.
In
auto nei pressi dell’abitato di Ruzzano si sale alla chiesetta del
Querceto; da qui si prende il sentiero 761sud che arriva al “Centro
Turistico Monte Fuso” e quando si è a circa metà percorso, se
prima si era immersi in verdi boschi, ora ci si trova in una vasta
radura. Anche in questo caso, oltre ai tagli sono state aperte
carraie nel bosco per favorire il transito dei mezzi pesanti. I tagli
sono attualmente in corso e la consistenza dell’intervento è ben
visibile in lontananza ed addirittura dal satellite (---foto---).
L’apertura di nuove carraie per il transito di mezzi pesanti unito
ad un disboscamento massiccio, ha dato origine per la prima volta
all’instaurarsi di una frana proprio in quello che sarebbe il
sentiero Cai 761sud (---foto---).
Recentissimo
e dalla parte opposta della vallata in cui sono stati fatti questi
disboscamenti, ovvero sul versante occidentale del monte Lavacchio, è
stato fatto un altro grande disboscamento su un terreno in forte
pendenza e proprio a ridosso di un torrente.
In tutti questi
esboschi non si è tenuto conto del rischio di dissesto
idrogeologico, cui si aggiunge anche in questo caso la costruzione di
nuove larghe carraie laddove prima esisteva solo il bosco fitto
(---foto---).
Un
altro taglio di vaste proporzioni è stato eseguito nei pressi della
cresta che dal monte Faino porta a nord sulla strada provinciale alta
che collega Rusino a Scurano. Il taglio è proprio adiacente ad essa
(---foto---).
La
quarta segnalazione concerne invece diversi tagli boschivi
prevalentemente sempre nel versante sud del Fuso, di cui uno dei più
vistosi è quello coincidente con la parte meridionale del monte
Castellaro.
Sulla strada bassa che da Lagrimone va verso
Scurano e più precisamente poco dopo la località “La Massagna”,
sono stati fatti due grandi disboscamenti nel versante sud del monte
Castellaro, in forte pendenza, arrivando addirittura a coprire
un’area che va dalle pendici del monte alla sua cresta sommitale.
Anche in questo caso, sono state aperte e abbandonate grandi carraie
per il trasporto dei mezzi pesanti (---foto---).
Mentre
a sud di Ruzzano e precisamente alle pendici del “Monte di Ruzzano”
proprio sopra al torrente Bardea e di fronte al monte “Poggio della
Torre”, sono stati fatti due grandi tagli boschivi in zona di
calanchi e quindi a rischio frane (---foto---).
Esattamente
di fronte a questi tagli, ne sono stati fatti altri due molto
consistenti sul versante nord del monte Guido, sull’altro lato
della val Bardea (---foto---).
Poi
nell’abitato di Scurano, è ben visibile anche da grande distanza
il taglio vasto fatto su un intero versante del monte che sovrasta a
nord il lago di Scurano (---foto---).
Altre
deforestazioni sono state effettuate sui versanti ovest del monte
Faino (di cui abbiamo già parlato prima per alcuni tagli imponenti
nel lato sud) (---foto---), poi nei pressi dei paesi di Trinità e
Bottazzo vicino a Moragnano (---foto---) e nella zona adiacente al
paese di Pignone (---foto---).
Infine
sono da segnalare notevoli tagli boschivi proprio sul crinale
principale ovest-est del monte Fuso, che dal cippo va verso la Pieve
di Sasso. Tra l’altro questa zona è una delle più frequentate a
livello turistico in quanto vi transita il sentiero Cai 763° che è
uno di quelli principalmente frequentati dagli escursionisti
(---foto---).
L’ultima
segnalazione in zona riguarda invece quella del paese di Pietta, che
era agli onori della cronaca poco tempo fa proprio per un taglio
selvaggio avvenuto nei boschi che fiancheggiavano i ripidi pendii a
ovest sotto al paese stesso, i quali hanno fatto avanzare la frana
già preesistente rendendo inagibile parte del paese
(---foto---).
Nelle vicinanze di questo, sono stati effettuati
altri due nuovi e notevoli tagli boschivi (---foto---).
Siamo
convinti che danneggiare a livello idrogeologico questo territorio ed
eliminarne quasi del tutto il patrimonio boschivo non sia
“valorizzarlo”, ma solo una speculazione a danno dello
stesso.
Altresì riteniamo che per valorizzare un ambiente come
quello del Monte Fuso, sia più opportuna una politica come era in
essere negli anni ’70 e ’80 in cui invece di tagliare foreste
senza sosta, si facevano investimenti per rimboschire. Infatti si era
creata sul monte Fuso una grande zona di “Parco” che era il fiore
all’occhiello ad un passo da Parma ammirato da tutti. Non a caso
arrivavano corriere anche da lontano, ad esempio da Reggio Emilia e
da Modena, per ammirarne le bellezze naturali. Bellezza che oggi la
si sta quasi completamente annientando.
Riteniamo
necessario che l’Unione Montana Appennino Parma Est non sia sempre
così disponibile al rilascio di permessi di taglio a chiunque voglia
disboscare in questa zona.
Ci sono “imprenditori”
forestieri che vengono a prendere in affitto i boschi per poi
letteralmente ripulirli (come nel caso del versante est del monte
Faino in cui si sono originate preoccupanti frane).
Senza
contare il fatto che tutti questi permessi vengono dati senza nemmeno
assicurarsi che i terreni da disboscare siano su ripidi acclivi, in
zone calanchive o adiacenti a torrenti.
Le autorità che
dovrebbero vigilare su tutto questo, pare lo facciano un tanto al
chilo. In tal modo vengono costruite abusivamente nuove carraie ed
allargate le preesistenti con tutti i rischi idrogeologici che ne
conseguono. Per non parlare del fatto che ormai in quasi tutto il
nostro territorio, è utilizzata mano d’opera Est Europea a basso
costo ed in nero, senza alcun controllo da parte di qualsiasi
autorità.
Globalizzazione, finanziarizzazione dell'economia, sviluppo industriale e commerciale senza limiti, il mondo corre vero un disastro devastante. Tutto ciò che è deleterio per la salute deriva dall’intervento dell’uomo sulla natura. Dall'aria che respiriamo, ai boschi, alle campagne, ai coltivi, al paesaggio che dovrebbe riempirci gli occhi, non vi è luogo dove l’uomo abbia messo le mani, inaridendo il pianeta.
E' consumo di suolo la Tibre (Tirreno Brennero) che si attorciglia all'alveo del Taro, cementificando ed asfaltando senza sapere a cosa serva, per la collettività, quel troncone monco. E' consumo di suolo la cassa d'espansione sul Baganza, che presto vedrà nascere il cantiere al Casale di Felino. Campagna cementificata per ottocento ettari, quando sono state delineate valide alternative per mettere in sicurezza il territorio dalle esonsdazioni del torrente. E' consumo di suolo la costruzione incessante di supermercati ed ipermercati attorno alla città, cui si sommano magazzini e megastalle in aperta campagna, senza che l'idea di edificare "al netto del consumo di suolo" sia minimamente applicata perchè totalmente assente dalla logica delle amministrazioni, nonché dalla legislazione vigente. Non è considerato consumo di suolo, però, il taglio ceduo dei boschi in montagna, in quanto si intende che il bosco ricrescerà, rinnovandosi. Ma è solo astratta teoria. Nella pratica invece il suolo si degrada e si consuma. Il taglio raso matricinato lascia un soprasuolo indifeso ai picchi sempre più acuti delle intemperie e le gemme delle matricine come bocconi per gli ungulati. Il taglio generalizzato del ceduo invecchiato, cui stiamo assistendo da tempo, sta letteralmente mangiando il manto boschivo di alcune zone della nostra montagna. A nulla vale l'opinione degli stessi tecnici forestali, contraria al taglio raso del ceduo invecchiato e favorevole ad un suo diradamento solo se selettivo. I progetti sono dettati alle amministrazioni dalle industrie dei combustori che producono stufe a pellet e centrali a cippato e rischiano di accrescere ancor più i tagli, addirittura nei parchi come quello del monte Fuso. La perdita di manto boschivo compromette il suolo stesso di zone a forte pendenza. Il consumo di suolo boschivo non avviene quindi solo in Amazzonia, il taglio raso matricinato nei nostri boschi ne è un esempio vicinissimo a noi. Tagliare tutte le piante di un pendio montuoso, tranne qualche sottile matricina, significa degradarlo e condannarlo all'asportazione di humus al primo violento acquazzone. Spesso significa sottoporlo addirittura a frane per colamento se il pendio è ripido (acclività del 100%, oltre i 45° di pendenza). Le future bombe d'acqua in montagna troveranno sempre meno manto boschivo a frenarne la violenza e il tempo di corrivazione sarà sempre più rapido. Dai ripidi pendii verrà giù di tutto, ad accrescere il livello dei torrenti. Le piene diventeranno sempre più disastrose perché sarà maggiore il trasporto solido in sospensione. A simili disastri si opporranno lunghi periodi siccitosi in cui alle nostre campagne mancherà l'acqua alla cui fornitura non provvederanno certo le casse d'espansione sui torrenti, che devono sempre restare vuote, asciutte. Una progettazione assurda quando non addirittura ridicola, fatta per compensare la cementificazione degli alvei dei torrenti, con una concezione perennemente emergenziale dell'assetto idrografico del territorio. Di recente Legambiente ha reso noto che si è tolta da un tavolo di discussione orchestrato dalla Regione perché solo formale. In realtà pare stia prendendo piede l’idea di un grosso bacino in montagna, la diga di Vetto. Anche le dighe, oltre che cementificazione, sono consumo di suolo. Migliaia di ettari di superficie boschiva saranno invasi dall'acqua e si perderanno. Acqua trattenuta in un invaso, probabilmente a scopo irriguo in pianura, senza tener conto del fatto che si blocca in tal modo la corrente di subalveo del torrente che alimenta i pozzi della conoide nell'alta pianura. Trattenere acqua per perderne altra. Che senso ha?
Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma salvaguardia e sostenibilità del territorio
Gli
eventi disastrosi che hanno così gravemente segnato la nostra
montagna ed in particolare la Val Baganza ed il Cornigliese devono
farci riflettere.
L'evento
atmosferico che ne è stato la causa è sicuramente di carattere
eccezionale: 260 mm per m2 di acqua caduta a Bosco di Corniglio in
sole due ore corrispondono a 260 litri d'acqua su ogni m2 tutto in
una volta.
L'effetto
spugna del bosco e della lettiera non poteva sicuramente essere
sufficiente a trattenere tutta quell'acqua caduta in così poco
tempo.
Ma
col probabile perdurare di simili fenomeni atmosferici e con lo stato
già disastroso degli eventi franosi degli ultimi anni, c'è da
chiedersi come porsi nei confronti della nostra montagna e quali
misure adottare per limitare i danni.
La
ceduazione completa o con rilascio di matricine ha un effetto
immediato sul soprassuolo rimasto. L'eliminazione dell'effetto
copertura delle chiome espone il suolo all'azione diretta degli
agenti atmosferici. Il dilavamento e l'aumento del deflusso delle
acque superficiali crea un'alterazione della lettiera, aumenta
l'erosione per instabilità del suolo, contribuisce alla maggior
incidenza degli eventi atmosferici estremi ed altera le
caratteristiche dei corpi idrici forestali.
Il
taglio industriale del bosco implica, inoltre, l'apertura di piste da
esbosco con rottura della copertura del suolo in grado di innescare
movimenti franosi per il venir meno dell'effetto spugna della
lettiera stessa.
La
ceduazione con rilascio di matricine comporta spesso la caduta delle
matricine stesse a causa di eventi atmosferici violenti contro cui il
loro isolamento non può niente come ad esempio il fenomeno del vetro
ghiaccio, contro cui piccole piante estremamente rade non hanno
difesa alcuna.
In
sostanza, la ceduazione con la perdita totale della chioma ha come
conseguenza un impoverimento del suolo.
Erosione
e dilavamento ne sono una conseguenza diretta.
La
ceduazione in suoli molto acclivi può portare ad un graduale
esaurimento del terreno a causa dello squilibrio tra sostanze
asportate e quelle restituite.
La
ceduazione spinta cui stiamo assistendo nel nostro Appennino ad opera
del mercato speculativo della legna da ardere, l'indirizzo dei
finanziamenti pubblici verso il taglio industriale con movimentazione
del suolo di interi versanti, l'incentivazione pubblica di centrali
a cippato di legna per produrre calore ed energia elettrica sono
tutti fattori che contribuiranno al degrado idrogeologico della
nostra montagna e ad un ulteriore crescita della sua franosità ed
abbandono economico.
Delle
intenzioni programmatiche della Regione Toscana non ci sono più
dubbi: ha espressamente rivendicato di voler promuovere la
costruzione di centrali a cippato di legna sotto il Mw per una
potenza complessiva di 70 Mw elettrici, bruciando 700.000 tonnellate
di legna, che corrispondono a circa 7.000 ettari di boschi.
Ma
anche le intenzioni programmatiche della Regione Emilia Romagna sul
progetto di centrali elettriche da legna non sono da meno.
Al
termine di un incontro su un progetto di pala eolica presentato da un
ingegnare di Parma è emerso che la regione sosterrà e finanzierà a
breve progetti di centrali a biomassa legnosa per la produzione di
energia elettrica da dislocare in tutto il territorio dell'Emilia
Romagna.
Allora
è tutto vero quello che andiamo dicendo ormai da anni.
Per
la nostra regione l'uso della risorsa boschiva per ricavarne
elettricità è un obiettivo.
Le
centrali a cippato attuali sono solo termiche, ma rappresentano un
cavallo di Troia per cominciare un processo che porterà ad un
disboscamento industriale di cui la speculazione attuale sulla legna
da ardere è solo un pallido riflesso.
Una
montagna sempre più abbandonata e sempre meno abitata sarà predata
delle sue risorse naturali, anche se le istituzioni identificheranno
questo processo come un esempio virtuoso di economia sostenibile
Giovedì
scorso, presso il circolo Zerbini, Rete Ambiente Parma ha organizzato
un incontro con l’adesione di Lesignano Futura, Commissione Audit e
l'associazione Gestione Corretta Rifiuti.
Si
è parlato dei tagli dei boschi nel nostro appennino, del dissesto
idrogeologico e della cosiddetta green economy, tre temi molto
connessi tra loro.
A
questo appuntamento tanti amanti della natura, ma anche attivisti di
commissione Audit, Rifondazione, WWF, Slow Food, rappresentanti del
comitato Palanzano, del Comitato di Felino, di Salviamo il Paesaggio.
Il
primo intervento quello di Roberto Cavanna, Centro studi Monte
Sporno, che ha mostrato e raccontato come vengono realizzati i tagli
dei boschi, le condizioni dei sentieri e il paesaggio che si presenta
dopo l'utilizzo scriteriato di motoseghe e mezzi pesanti.
Dalle
foto del territorio della Val Baganza (è così in larga parte
dell'appennino), un'area, che dovrebbe essere sotto tutela ambientale
e con vincolo d'immutabilità, si è potuto capire quanto sia lontana
la corretta gestione del patrimonio arboreo, a causa di tagli spesso
non controllati e lasciati alla "competenza" di tagliatori
improvvisati o non rispettosi delle norme vigenti.
Ci
sono aree dove il taglio è stato realizzato lasciando una
percentuale di matricine appena sufficiente, aree invece dove si è
adottato un taglio raso, non lasciando in piedi nemmeno un albero.
Un
altro elemento la "coincidenza" di alcuni tagli con la
formazione di frane.
Esempio
tipico la frana di Pietta nel Comune di Tizzano, e altre frane minori
lungo la provinciale che da Calestano porta a Berceto.
Si
taglia ovunque, vicino a una frana o su versanti fortemente in
pendenza.
Difficile
comprendere come le autorità non vedano tali pericoli.
Roberto
Cavanna ha mostrato il taglio anche di alberi molto vecchi,
utilissimi per il sostegno del suolo, anche con un diametro di un
metro e più.
Piante
secolari perse per sempre.
Un
altro grosso problema è il dilavamento del suolo.
I
solchi formatisi nel terreno vengono scavati dall'acqua, che non
avendo più alberi che rallentano il suo deflusso, innescano una fase
erosiva che porta smottamenti a valle.
L'utilizzo
di mezzi pesanti per recuperare la legna tagliata, escavatori e
caterpillar per creare vie d'accesso a trattori e camion creano
strade che una volta terminata la missione vengono completamente
abbandonate, provocando ulteriori erosioni.
Che
peso ha la green economy sul territorio e sulle persone?
Giuliano
Serioli si è posto la domanda su quali impianti servano alla
montagna per sopravvivere, e le centrali a biomassa certo
assomigliano di più ad una mera speculazione economica.
Tagliare
migliaia di tonnellate di legna, disboscando l'appennino, bruciare e
produrre una quantità misera di corrente elettrica, con un
rendimento nell'ordine del 10%, è una follia.
Eppure
la volontà della regione è di investire in centrali a biomassa,
così come la Toscana, che intende realizzare impianti per 70 MW, che
prevedono l'utilizzo di circa 700.000 tonnellate di legna ogni anno e
un esborso di circa 42 milioni di euro, quando con una centrale a
metano, meno impattante sotto il profilo dell'inquinamento da polveri
e metalli pesanti, si spenderebbe circa la metà.
La
strada per trovare energia è quella del risparmio, investire cioè
quei 40 milioni nell'efficientamento energetico degli edifici.
La
strada intrapresa dal mercato degli elettrodomestici, che oggi sono
arrivati a rese energetiche inimmaginabili anni fa.
Gli
impianti a biomassa invece portano sempre grandi problemi.
E'
il caso del cogeneratore della Citterio a Poggio S.Ilario (Felino)
che dopo lo stop per l'eccessiva acidità del grasso da bruciare, che
potevano creare seri problemi al motore, ha risolto l'imbuto
trattando lo scarto con reagenti chimici e soda caustica, soluzione
poi sversata nel Rio S.Ilario, adiacente allo stabilimento, con
conseguente inquinamento delle acque.
E
la diffida arrivata dalla Provincia.
La
strada da seguire per trovare un economia in montagna non può
passare dal taglio indiscriminato dei boschi e dagli impianti a
biomasse, ma da un piano di sviluppo rurale, turistico ed edilizio di
recupero dei borghi ed efficientamento energetico.
Enzo
Valloni, dell'università di Parma, ha portato l'esempio degli
interventi contro l'erosione delle coste adriatiche, che avviene con
annuali scarichi di tonnellate di sabbia, senza invece pensare a
risolvere il problema a monte, cioè nei fiumi che non apportano più
al mare la parte sedimentaria, che andrebbe a fermare il fenomeno
erosivo.
Bisogna
cambiare i PAES dei piccoli comuni della val Padana, in modo che
prevedano di risolvere l’inquinamento del suolo agricolo da
sversamenti di liquami degli allevamenti industriali.
Facendo
sì che le 500 centrali a biogas esistenti, che digestano mangimi
animali da coltivazioni dedicate, passino a trattare letame e,
attraverso lo strippaggio dell’ammoniaca, producano biometano da
autotrazione e da mettere in rete.
E' una immagine d'archivio, dall'alto,
attraverso lo strumento Google Earth.
Si vede chiaramente che sotto l'abitato
di Pietta c'era un bosco, grandi alberi fitti.
Dovevano essere querce o lecci perché
la loro chioma era già verde pur essendo ad inizio primavera, e non
a caso il ceduo più sotto era in gran parte ancora grigio.
Bosco di querce che è stato sottoposto
a taglio raso nel 2012.
Anche il ceduo di sotto è stato
ampiamente tagliato e diradato.
La frana di Pietta si è sviluppata
proprio dove è stato effettuato il taglio.
E' come se, non essendoci più
copertura alla pioggia battente (l'effetto spugna della copertura
fogliare), la massa argilloso detritica del declivio, infiltrata
dall'acqua in profondità, fosse scivolata verso il basso lasciando
scoperta una nicchia di distacco calcarea, caratteristica proprio
della formazione argilloso-calcarea che qui ritroviamo.
*
Ed ecco la disastrosa immagine della
frana di Pietta in atto.
In alto è rimasta solo nuda roccia,
gli strati calcarei della formazione argilloso-calcarea.
Il bosco di querce e lecci è
scomparso, tagliato.
E' stato quel taglio a provocare la
frana?
Sicuramente il taglio ha eliminato la
copertura di argille detritiche, permettendo alle forti piogge di
andare in profondità nella massa stessa.
Si è creato così un piano di
scorrimento delle acque in profondità, che forse ha messo in
movimento la frana dell'intera massa, diventata incoerente.
Tutti i boschi del ceduo attorno
(colore grigio) risultano ugualmente ed estremamente diradati, a
testimonianza di un taglio generale e dissennato.
E, per inciso, la Forestale ha denunciato penalmente gli autori dei tagli.
La domanda sorge spontanea.
Nel disastro di Pietta c'è la mano
dell'uomo?
Sono domande che ci dobbiamo porre.
Sono dubbi che ci devono scuotere le
coscienze e impedirci di dormire la notte.
Se fosse vero che siamo stati noi ad
accendere la miccia del crollo, saremmo dei dannati.
Dei killer ambientali senza scrupoli.
Sono ipotesi, certo, ma che davanti ad
un occhio esperto si concretizzano avvicinandosi alla realtà.
Non abbiamo ancora trovato
amministratori che si pongono queste domande.
Domande ingombranti.
A proposito.
Anche la frana di Boschetto è una
frana rotazionale ed anch'essa ha avuto come concausa il taglio
di un bosco sotto la strada.
Ovviamente è la quantità di pioggia
caduta che ha innescato il movimento, ma tali precipitazioni
sarebbero state meno impattanti se a riceverle fossero state delle
fitte chiome invece che la nuda terra.