"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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sabato 20 ottobre 2018

Biomasse, una coltre nera nei polmoni


I tagli dissennati sul nostro appennino si susseguono.
Taglio raso di un'abetaia di 20 ettari nel reggiano a Succiso. Taglio sul Lavecchio e sul Fuso, su pendii ripidi attorno e sopra i 45° di pendenza, tali da provocare frane di scorrimento di un suolo strutturalmente sottile per le caratteristiche di impermeabilità del flysch omonimo.


Tutta la nostra montagna è soggetta a tagli sconsiderati di boschi. Motoseghe in mano a operatori dell'Est che lavorano in nero e che utilizzano attrezzature industriali per tagliare, cippare, trasportare, trasformando sentieri in carraie e mettendo a rischio interi pendii alle prime forti piogge.
Se qualcuno pensa ancora che l'energia da biomasse sia stata concepita per nobili fini ambientali si sbaglia di grosso.
Gli “scarti” legnosi sono ormai tutti diretti alle centrali a biomassa con grave danno anche all'industria del mobile che da questi scarti ricavava pannelli multistrato.
E' l'import, quindi, che sostiene la speculazione.
Alla scusa della pulizia dei boschi non crede più nessuno.
Pellet dalla Germania che utilizza legname bielorusso, pellet che viaggia per centinaia di km per tutta Europa. O cippato e ramaglie dall'Austria, dalla Croazia. Ma ci sono anche navi che portano in Europa materiale legnoso dall’Estremo Oriente e dalle Americhe, dove si tagliano foreste naturali. O cippato da piantagioni a rapida crescita (con uso di ogm e pesticidi) lungo il corso del Po.
L'uso di energia da biomasse non provoca solo aumento di polveri sottili ma anche di pericolosi microinquinanti. Nei fumi che si crerano con la combustione del legno sono presenti sostanze tossiche e cancerogene quali benzene, formaldeide, idrocarburi policiclici aromatici (IPA), diossine, polveri fini ed ultrafini.
Un preciso marker è il benzopirene, una molecola da tempo classificata come cancerogena: dove si brucia legna la presenza di benzopirene aumenta nettamente. Eppure anche in aree critiche come la Pianura Padana, dove la soglia massima di benzopirene di 1 nanogrammo (milionesimo di grammo) fissata dalla Ue è già superata, si autorizzano centrali a cippato e a scarti legnosi da diversi megawatt termici se non decine e decine come in Trentino-Alto Adige o in Puglia e Calabria.
Mentre una centrale termoelettrica con caldaia e turbina alimentata a cippato ha una efficienza elettrica del 15%, una centrale termoelettrica moderna a gas naturale “turbo-gas” ha efficienze elettriche del 60%. Unita alla grande differenza nelle emissioni. Una centrale a biomasse legnose dovrebbe rispettare limiti di 20-30 mg/Nmc (metro cubo normalizzato alla pressione atmosferica e alla temperatura di 0°C.) di polveri totali. Una centrale a gas naturale emette polveri totali in misura inferiore a 1 mg/Nmc.
Enel, però, sottoutilizza le centrali a turbo-gas per obbedire al diktat dell'immissione prioritaria in rete di energia elettrica da biomasse. In Pianura Padana è un attentato alla salute, la scelta consapevole di far morire delle persone in più per favorire una pura speculazione finanziaria.
Studi epidemiologici sperimentali evidenziano una possibile correlazione tra esposizione a fumo di legna e effetti sulla salute.
Diminuita funzionalità polmonare, ridotta resistenza alle infezioni, aumento dell'incidenza e della gravità dell'asma. L'esposizione a fumo di legna produce effetti simili a quelli dell'inalazione di particelle da combustione di combustibili fossili. Forse peggio, come evidenziano statistiche che calcolano 480.000 morti in Europa per particolato e fumi.
Ci stiamo annerendo tutti quanti.
E solo per una questione di business.

Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

domenica 29 maggio 2016

Cambiare il Paes di Felino. Chi ci sta?

Nell'assemblea pubblica del 26 maggio al cinema di Felino, su proposta di Rete Ambiente Parma e dei comitati della pedemontana, i candidati sindaci delle liste "Cambiamo Felino" e "Vivere il cambiamento" hanno convenuto la necessità di rigettare dal PAES comunale in 2 punti.
Azione 9 - Sviluppo di micro- teleriscaldamento tramite vettori energetici solidi.


L’attuale amministrazione intende promuovere lo sviluppo di reti di micro-teleriscaldamento (25-500 kW) alimentate attraverso l’utilizzo di circa 800 tonnellate/anno di biomasse legnose in forma di cippato o pellets.
Azione 10 - BIOGAS. Produzione di Energia elettrica da reflui e scarti zootecnici.
L'attuale amministrazione di Felino intende favorire la realizzazione di impianti a biogas a partire esclusivamente da matrici organiche di scarto già presenti sul territorio: scarti dell'agricoltura e allevamento, così come impianti a biogas che utilizzino la FORSU (Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano). Elemento importante da valutare è l'inserimento di un impianto nella nuova zona industriale dell'Apea.
Si ritiene che l'uso e la combustione di biomasse e biogas sia in conflitto con la salute dei cittadini e con la necessità di un ambiente con meno polveri sottili, in cui produrre le eccellenze alimentari tipiche dell'economia della Pedemontana.
E' necessario, altresì, rigettare la delibera dell'attuale giunta cche promuove impianti a biomassa in ogni azienda che ne faccia richiesta.
La CO2 in atmosfera è principalmente dovuta alla produzione di energia da fonti fossili.
Dal protocollo di Kyoto del 1997 fino al Cop 21 di Parigi la direzione intrapresa è stata quella di produrre energia da fonti rinnovabili.
Impegno sottoscritto fin dal 2005 dall'associazione dei Comuni virtuosi, che fa del risparmio energetico e della partecipazione dei cittadini la sua bandiera.
Nei PAES dei "Comuni Virtuosi" della pedemontana, Felino in primis, viene ascritto e preso per buono l'elenco di tutte le fonti di energie rinnovabili, senza distinzione alcuna tra quelle che producono energia pulita: fotovoltaico, eolico, solare, geotermia e pompe di calore, e quelle che, pur derivando da fonti rinnovabili, producono energia con emissioni nocive per la salute e per l'ambiente: centrali a biogas e centrali a combustione di biomasse.
Come dire che un comune che fa della partecipazione dei cittadini il suo stendardo non fa proprie le loro preoccupazioni per la salute.
Come se l'energia prodotta da un impianto fotovoltaico fosse uguale a quella prodotta dalla combustione di cippato di legna o da olio di grasso animale.
Ma è vero che l'uso di biomasse, anche se con emissioni nocive, è a saldo zero di emissioni di CO2, come richiesto dal Protocollo di Kyoto?
Per la combustione di cippato di legna e pellet non è la verità.
La legna, se proviene dall'estero, è prodotta dagli scarti dei tagli della foresta pluviale che ogni anno viene rimaneggiata.
Se proviene dai nostri boschi cedui, si deve considerare che se non si perde superficie boschiva, si perde quella fogliare che impiega circa 3 anni a raggiungere la stessa capacità di cattura della CO2 di prima.
Il taglio industriale smuove il terreno ed il carbonio in esso contenuto da secoli, ributtandolo in atmosfera.
Quantificarlo come saldo zero è assurdo oltre che ridicolo.
Per la combustione di olio di colza o olio di palma, fonti rinnovabili, c'è lo stesso problema del mancato saldo zero di emissioni di CO2.
Intere foreste, infatti, vengono tagliate per far posto a tali coltivazioni, la cui superficie fogliare è nettamente inferiore alla capacità di cattura dei milioni di piante tagliate.
Per la combustione di grasso animale che sta sostituendo la colza, diventata troppo cara per l'aumento della domanda di mercato e anch'esso fonte rinnovabile, si pone sempre il problema del mancato saldo zero.
Se, infatti, dagli scarti di macellazione animale si sottrae grasso da bruciare con emissioni di CO2, si dovrà accrescere la produzione animale o la sua importazione dall'estero per compensare il loro mancato utilizzo nell'industria del pet e della cosmetica, e quindi con ulteriore emissioni di CO2.
Le emissioni nocive della cogenerazione di biomasse sono inversamente proporzionali alla potenza degli impianti stessi.
Più un impianto è piccolo, più inquina. Non avendo gli stessi numeri e valori di spesa di quelli grandi, non ha nemmeno filtri capaci ma solo cicloni per far precipitare unicamente le ceneri volanti.
Il problema emissivo, però, è già grave per i grandi impianti, perché il benzopirene non può essere fermato dai filtri. I suoi valori sono già oltre i massimi in Trentino Alto Adige.
Gli amministratori che hanno promosso quegli impianti sono in grave imbarazzo.
In tutti i PAES dei cosiddetti "comuni virtuosi" c'è il progetto di impiantare piccoli cogeneratori condominali ed aziendali sia a cippato che a grasso animale.
Una follia dal punto di vista del saldo zero di CO2, ma soprattutto dell'inquinamento dell'atmosfera del nostro territorio.
I prosciuttifici e i caseifici della pedemontana, da Traversetolo fino a Collecchio, sono i maggiori produttori di eccellenze alimentari, fonte di occupazione anche per l'indotto e di esportazione. Le materie prime che essi lavorano derivano dagli allevamenti zootecnici industriali. E gli spandimenti delle deiezioni animali che vi si creano, costituiscono il maggior problema per i suoli agricoli e le falde acquifere.
Proprio nei nostri territori vi sono aree sensibili in cui tali spandimenti non devono superare i 170 Kg di azoto per ettaro, la metà della norma, pena la compromissione di coltivi ed erba medica per vacche da latte. Conseguenza di tali spandimenti è anche la lisciviazione dell'azoto e l'arrivo di nitriti e nitrati nella falda acquifera, con grave inquinamento della stessa. Il pagamento dell'acqua in bolletta è il doppio del suo costo effettivo, proprio per la spesa di depurazione.
La soluzione di tali problemi ambientali, che tendono sempre più ad aggravarsi con la crescita dei volumi delle eccellenze alimentari, non può essere nelle centrali a biogas che coi loro cogeneratori impestano già tutta la Pianura Padana e fermate proprio nel nostro territorio.
Ci può essere solo una soluzione alla radice del problema: eliminare l'ammoniaca dalle deiezioni con lo strippaggio e la neutralizzazione con soda caustica e formazione di solfato d'ammonio, un ammendante vendibile sul mercato. Tolta l'ammoniaca, le deiezioni animali possono essere trattate per produrre biometano da autotrazione o da mettere direttamente in rete. Un toccasana per gli stessi suoli agricoli, concimabili con sostanze naturali e non più con additivi chimici chimici.
Una soluzione del problema non più rinviabile.

Giuliano Serioli
29 maggio 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

lunedì 3 settembre 2012

Biogas e sostenibilità, moratoria indispensabile

Wikimedia 
La stragrande maggioranza delle centrali a biogas già in funzione, e anche quelle in attesa di autorizzazione, ricorrono, quasi esclusivamente, a colture dedicate (mais soprattutto) per la loro alimentazione.
Una situazione non sostenibile, né dal punto di vista energetico, né da quello ambientale.
In Emilia Romagna si prevedono 465 impianti a biogas con una potenzialità di circa 1MWe.
Così per alimentarle occorrerebbero addirittura più dei 100.000 ettari coltivati già oggi a mais, davvero un'assurdità.
Per limitare la prospettiva nel luglio 2011 la Regione ha escluso gli impianti a biogas nelle zone
Dop del Parmigiano-reggiano, su pressione del consorzio, e infine di recente la delibera “impianti a
biomasse a saldo zero”.
Che significa che nelle aree a rischio ambientale potranno essere installati nuovi impianti solo in due casi: se sostituiranno impianti preesistenti o se saranno affiancati da interventi che garantiscano la riduzione di inquinamento sul territorio (cogenerazione e trigenerazione, utilizzo del calore, teleriscaldamento, efficienza energetica, piste ciclo-pedonali, ecc.).
Per le aree dell’Emilia-Romagna in cui i parametri di qualità dell’aria sono rispettati la delibera regionale promuove un approccio di tipo cautelativo con valutazione preliminare, tesa a valutare il cumulo degli impatti generati da più impianti. Le nuove regole interessano gli impianti a biomasse per la produzione di energia elettrica di potenza termica superiore a 250 kW.
Il saldo zero riguarda le emissioni di Pm10 e di diossido di azoto, da applicare in qualsiasi zona, inquinata o meno.
Le zone “verdi” (dove l'inquinamento è meno presente) sono in pratica quelle di montagna.
Per saldo zero si intende la sostituzione delle vecchie stufe a legna con centrali termiche a biomassa che dovrebbero addirittura migliorare la qualità dell'aria. In realtà il filtro a multiciclone delle centrali a biomassa non abbatte minimamente i Pm10, ma solo la fuliggine.
Le emissioni dipendono poi dalla tipologia di cippato che viene bruciato, che se è fresco, umidità al 50%, determina emissioni superiori agli stessi standard dell'Arpa, che sono però solo indicativi, mancando ogni tipo di controllo.
Discorso diverso per le le emissioni delle moderne stufe miste pellet-legna, 7-8 volte più basse di quelle delle centrali a biomassa e già in voga in montagna presso i privati.
La compensazione per l'inquinamento superiore deriverebbe dal teleriscaldamento, che consente lo spegnimento delle singole caldaie, ma se l'emissione è comunque maggiore delle stufe a pellet non si capisce dove stia il vantaggio.
Il saldo zero è una chimera in particolare per gli impianti a biogas, visto che non esistono normative specifiche per le emissioni, e valgono quelle generiche per le biomasse, come non esistono normative per le emissioni odorigene, quel diossido di azoto pungente al naso e pericoloso per gli alveoli polmonari.
Il saldo zero è uno specchietto per le allodole nelle zone verdi, quelle a basso inquinamento, come la montagna. Figurarsi in quelle gialle, arancioni o rosse in cui si cercherà di ridurre gli impatti con piste ciclabili. Davvero curioso.
Le norme emanate dalla regione Emilia Romagna, “Criteri tecnici per la mitigazione degli impatti ambientali nella progettazione e gestione degli impianti a biogas”, non risolvono minimamente i problemi derivanti dalla cattiva progettazione e gestione degli impianti.
Da parte dei cittadini e dei comitati c'è una richiesta forte di norme che permettano lo stop a impianti già in attività, ma che stanno causando gravi disagi alla popolazione.
Anche se la combustione di biogas produce teoricamente emissioni inferiori a quelle derivanti da oli vegetali o da biomasse legnose, va sottolineato utilizzare biogas per produrre energia elettrica e calore è poco efficiente.
Considerando i rendimenti medi dei motori cogenerativi in commercio, si può assumere che meno dell’80% dell’energia termica contenuta nel biogas venga effettivamente valorizzata, circa il 36% come energia elettrica e circa il 40% come calore recuperato dai circuiti di raffreddamento.
Il resto del calore contenuto nel biogas viene disperso nell’ambiente sotto forma di calore residuo nei gas di scarico. Si calcola che un impianto da 1 Mw perda con i gas di scarico 36 tonnellate annue di metano, corrispondenti a circa 1.000 tonnellate annue di CO2.
Ovviamente questi computi non sono minimamente presi in considerazioni e spariscono dai calcoli della efficienza degli impianti, che vengono presentati all'opinione pubblica come il nuovo Eldorado per liberarsi della dipendenza dal petrolio.
Il biogas deve subire una complicata serie di depurazioni, senza le quali si ha malfunzionamento e corrosione dei motori, processi che comportano anch'essi maggiori emissioni nocive.
Il biogas che esce dal biodigestore deve essere desolforato tramite lavaggio, poi deumidificato tramite refrigerazione, quindi filtrato dalle polveri con filtri a sabbia che trattengono il particolato.
A loro volta le emissioni della cogenerazione prima di poter essere rilasciate in aria devono subire un processo di lavaggio, passare attraverso biofiltri e meglio ancora attraverso filtri a carboni attivi, senza i quali non si abbattono le emissioni odorigene.
Ma tutto questo nella realtà non succede.
Un impianto a biogas non è subordinato al rilascio di alcuna autorizzazione alle emissioni in atmosfera (ai sensi dell'art. 269, comma 14,parte V del D.Lgs. 152/2006).
Detti impianti devono solo rispettare solo i valori limite di emissione espressi come concentrazioni massime ammissibili per ciascun inquinante, vale a dire 800 mg/Nm3 di monossido di carbonio (CO), 500 mg/Nm3 di ossidi di azoto (NO2), 150 mg/Nm3 di carbonio organico totale (COT), 100 mg/nM3 di particolato (PM10-PM1), 10mg/Nm3 di composti inorganici di cloro.
E' sufficiente che le ditte produttrici dichiarino emissioni rientranti nei range perché Arpa e Ausl certifichino la loro idoneità, come accaduto per i progetti di Felino (Pr) e Palanzano (Pr). Nei progetti si parla di un controllo all'anno, massimo due, ovviamente eseguiti e certificati dalla ditta stessa.
Tenendo conto dei volumi dei prodotti utilizzati per la produzione del biogas, l’unica filiera sostenibile non può che essere quella cortissima, non superiore ad una decina di km. (o comunque molto inferiore ai 70 km. della cosiddetta filiera corta), che ridurrebbe le emissioni di migliaia di mezzi pesanti, direttamente proporzionali ai km. percorsi.
Reflui animali, scarti agricoli e rifiuti organici vengono prodotti incessantemente dagli allevamenti zootecnici, dall’agricoltura, dalle industrie agroalimentari, da tutti noi.
Tutto questo può essere utilizzato per il biogas e sarebbe logico che gli incentivi favorissero solo questo tipo di utilizzo, anziché quello dei prodotti derivanti da colture dedicate. Questo è soprattutto vero per i rifiuti organici, il cui corretto uso aumenterebbe la percentuale di raccolta differenziata effettivamente riciclata, a vantaggio di tutti.
Per il suo utilizzo ottimale, si sottopone già ora il digestato a separazione solido/liquido, ottenendo due frazioni: una solida ed una liquida, detta anche chiarificata.
La frazione solida, che è la parte meno consistente del digestato, è costituita da sostanza organica, che incorporata nel terreno ne migliora le caratteristiche, funzionando da ammendante.
La sostanza organica, inoltre, è in grado di trattenere grandi quantità di acqua, caratteristica importante considerando i cambiamenti climatici.
Nel caso di agroindustrie o di allevamenti zootecnici industriali, la quantità di digestato liquido è così grande da non essere all'oggi gestibile. Occorre ricorrere a metodi per l’estrazione dell’azoto ammoniacale (stripping dell’ammoniaca o degasazione della stessa) e la sua trasformazione in un fertilizzante più concentrato e quindi più facilmente gestibile (solfato d’ammonio), che andrà a sostituire i fertilizzanti azotati di sintesi.
La prima richiesta agli amministratori (Regione Emilia Romagna in primis) riguarda la sostenibilità sociale degli impianti a biogas già in attività, che sono causa di gravi disagi per le zone prossime alle centrali, soprattutto per l’emissione di cattivi odori per periodi prolungati.
Non è accettabile che alcuni traggano profitto da attività che danneggiano altri.
Norme chiare che consentirebbero a sindaci e enti provinciali di costringere alla sospensione di ogni attività quegli impianti che sono causa di gravi disagi per i cittadini.
Tale moratoria avrebbe come conseguenza anche la sospensione di ogni forma di incentivo fino a che si creino le condizioni per una ripresa dell’attività, che non causi più alcun disagio.
Interventi che riguardano sia impianti in fase di autorizzazione, che già autorizzati.
Si deve pure considerare lo spreco della capacità fertilizzante dei digestati e la mancata sostituzione di concimi chimici di sintesi con gli stessi digestati. Un esempio di tali sprechi è anche la pratica di ricorrere a trattamenti di nitrificazione e successiva denitrificazione (impianti SBR) che, disperdendo l’azoto, hanno come conseguenza l’impossibilità di sfruttare la capacità fertilizzante della frazione liquida dei digestati in sostituzione dei concimi chimici di sintesi.
Una conseguenza, forse inattesa, delle restrizioni all’uso dei digestati nelle zone di produzione del Parmigiano Reggiano, è stata la concentrazione delle richieste di autorizzazione alla costruzione di centrali a biogas nelle zone non interessate dal Parmigiano Reggiano, creando, in aree come la pianura bolognese e ferrarese, il rischio di una concentrazione assolutamente insostenibile di centrali.
Gli stessi comuni che si sono opposti all'installazione di impianti a biogas, come Felino (Pr) e Toano (Re), lo hanno fatto senza entrare nel merito del loro carattere speculativo e della nocività delle emissioni. Hanno usato un artificio amministrativo e legale, la modifica del piano urbanistico, per negare l'area richiesta all'uso delle rinnovabili e mettendone a disposizione un'altra.
Posizione pilatesca e pericolosa: immaginatevi se la ditta richiedente accettasse la diversa destinazione d'area per l'impianto richiesto, il comune non avrebbe più alcun motivo di opporsi alla sua realizzazione.
Per arrivare a questo, è evidente la necessità di una moratoria nella concessione delle autorizzazioni che consenta di porre un freno agli impianti a biogas, evitando così di causare danni e portando il settore verso la sostenibilità.
Moratoria già richiesta a gran voce dai comitati del Ferrarese e del Bolognese cui si associa anche Rete Ambiente Parma, a nome dei Comitati di Palanzano e Felino.

Giuliano Serioli

venerdì 20 luglio 2012

Neviano, il Sindaco, la centrale

La "Gazzetta" di oggi riporta le dichiarazioni del sindaco di Neviano, rammaricato e  dispiaciuto che qualcuno sia preoccupato degli effetti della centrale a cippato che vuol costruire in paese.
Anzi, è anche un pò incazzato che "si debbano esprimere opinioni senza conoscere ciò di cui si parla".
In sostanza, le competenze le ha solo lui. Questo vuol dire.
E infatti dimostra subito quali siano le sue.

Dice  "... una caldaia a  cippato non è altro che una stufa,  come quelle di una volta nelle scuole.."

Forse è lui che non sa che un inceneritore a biomassa per essere economico non può bruciare  legna stagionata, ma cippato di ramaglie.
Il cippato fresco ha un'umidità del 50%,  brucia male, ha un basso rendimento, cioè occorre bruciarne di più, ha notevoli emissioni da camino e produce dal 3 al 5% di ceneri della massa bruciata.
Provi a chiederlo al  sindaco di Monchio, la cui centrale  brucia già da tempo, o a quello di Palanzano che, con la sua centrale, ha pensato bene di smettere di bruciare cippato per i fumi e le ceneri e di passare al
pellet, anche se più costoso.
Forse, poi, non sa che la depurazione dei fumi della centrale è solo meccanica. Che il  multiciclone serve ad abbattere solo la fuliggine, non le polveri volanti che contengono le sostanze nocive. Forse non sa che è molto meno efficiente dell'abbatimento dei fumi di una moderna caldaia a pellet o legna di cui i suoi compaesani si sono già dotati (emissioni di 50 mg/Nm3 per la centrale, contro i 5mg/Nm3 della stufa a pellet).

Dice... "questi sistemi sono ampiamente utilizzati nei territori alpini"

Ma sicuramente non sa che le grandi centrali termiche a cippato dell'Alto Adige non solo bruciano segatura e scarti di segheria senza intaccare i loro boschi, ma possono permettersi una depurazione molto maggiore dei fumi  attraverso filtri a maniche, filtri elettrostatici, filtri a carboni attivi, perchè l'economia di scala della loro mole e
potenza installata glielo consente.

Dice..."la legna utilizzata sarà esclusivamente locale, dei nostri boschi e il quantitativo necessario solo marginale".

Lo vada a raccontare alla gente di Sasso e Scurano, preoccupata già per i tagli di inizio luglio : 13 cataste per complessive 1100 tonnellate, lungo 6 km di strada.
Forse non si rende conto che la speculazione sulla legna da ardere ha innescato da ormai 3 anni un taglio selvaggio dei nostri boschi i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti.
Una speculazione ed un taglio che le autorità non controllano più e che nemmeno multe da migliaia di euro riescono a fermare.

Dice..." anzi,  il  taglio sarà fatto in boschi cedui trasformandoli in boschi ad alto fusto"

La trasformazione del bosco ceduo in alto fusto consiste nel taglio a diradamento.
Si tratta di un taglio industriale del bosco, con nuove carraie di servizio e piazzole per l'accumulo di legna. Di norma il diradamento per essere economico deve essere almeno del 50%, cioè deve produrre almeno 500 quintali di legna per ettaro.
Lui queste cose le dovrebbe sapere, perchè il Consorzio volontario del monte Fuso ha già ricevuto finanziamenti regionali per dotarsi di macchinari per il taglio industraiale ( misura 41).
Ma forse non sa che quelli del  mestiere, i boscaioli,  hanno sempre effettuato il taglio raso matricinato e che sono contrari al diradamento, a trasformare il  bosco in alto fusto.
Sono contrari per due motivi.
Primo. Il  diradamento nei faggi, notoriamente con radici superficiali, mette a rischio  di bufere di vento e di vetroghiaccio le piante stesse, non più protette dal fitto del bosco.
Secondo. Il diradamento, in ogni tipo di bosco, impedisce la crescita del sottobosco. Sotto, il terreno rimane spoglio di ogni vegetazione arbustiva, nudo ed esposto così al dilavamento da piogge ed all'erosione.

Con le parole..." si riprende così un'antica pratica di cura del bosco", intende forse dire che il diradamento è la stessa cosa della pulizia del bosco che si faceva una volta e che ora non si fa più?

E' una falsità. I montanari lo sanno bene. Sanno che si faceva quando in montagna c'era tanta gente e poca legna.

Il suo progetto è chiaro : tagliare i boschi per produrre legna da vendere e cippato per alimentare le centrali termiche. Non l'ha deciso lui,lo hanno fatto la Regione e la Provincia.

Serioli Giuliano

domenica 17 giugno 2012

PALANZANO : LA MINACCIA ALLA FOOD VALLEY SALE IN MONTAGNA

Un non meglio definito "Consorzio val Cedra val d'Enza", composto da 8
allevatori che vanno da Albazzano a Miscoso, da Neviano Arduini a
Palanzano, da Ranzano a Ramiseto, richiede dal 2010
al comune di Palanzano di autorizzare un complesso energetico in
località Nacca di Vaestano.
Tale polo energetico dovrebbe essere costituito, stando ai proponenti,
da un gassificatore a biomassa della potenza di 999 Kw e da un impianto
a biogas da 999 Kw.
Il gassificatore si prevede venga alimentato con 85.000 quintali annui
di cippato di legna vergine e con una quantità non ben definita di
digestato prodotto dall'impianto a biogas adiacente. Una tale quantità
di legna corrisponde grosso modo ad 1 Km2 di boschi dei dintorni da
tagliare ogni anno.
L'impianto a biogas, adiacente il gassificatore e con la stessa rete
idrica di smaltimento delle  acque di prima pioggia, verrebbe alimentato
con 153 tonnellate giornaliere di letame e liquami di detti allevatori,
nonchè con insilato di mais, glicerolo e siero di  latte.
Le emissioni previste per il gassificatore sono a dir poco incredibili.
Una quantità  di fumi da cogenerazione di 32.000.000 di Nmc/annui.
Di cui 36.000 tonnellate annue di CO2, 9,3 t. di monossido di carbonio,
9,3 t. di ossidi di azoto, 6,7 t. di COV ( composti organici volatili),
1,0 t. di ossidi di zolfo, 0,5 t. di polveri sottili e
1,1 kg annui di diossine, furani e idrocarburi policiclici aromatici(
PCCD+PCDF+IPA).
Oltre a tutto ciò bisogna,poi, considerare le ceneri e il rilascio di
grandi quantità di acqua necessaria per raffreddare il syngas e ridurlo
a temperatura utile per essere bruciato nei motori a cogenerazione.
Ovviamente a tali emissioni  nocive si devono poi sommare i fumi causati
dalla cogenerazione del biogas e le ulteriori emissioni odorigene dello
stesso.
A tutto ciò si sono opposti duramente il comitato Giarola e il comitato
Vaestano, che hanno raccolto più di 1.400 firme di cittadini e che si
sono unificati da poco in associazione ambientale.
Ma il sindaco di Palanzano Maggiali,a dispetto dell'opinione dei suoi
compaesani, ha già concesso la DIA per entrambi gli impianti.
Va detto, peraltro, che quel lungo elenco di emissioni nocive sono state
considerate ammissibili dalle istituzioni preposte, sia da parte della
Ausl che da parte di Arpa.
L'associazione si è già rivolta a Provincia e Regione senza ottenere
aiuto alcuno.
Nonostante sia chiaro a tutti che i due impianti sono di fatto uno solo,
che hanno carattere  solamente speculativo, che recherebbero grave danno
al patrimonio boschivo dell'area, che procurerebbero un grave
inquinamento delle acque superficiali e delle falde,  nonchè  alla
purezza dell'aria,  nessuna istituzione sembra prendere in
considerazione la voce dei cittadini.
La zona delle due valli ha una vocazione agronomica importante. E' sede
di prosciuttifici artigianali e di caseifici dove si produce il tipico
parmigiano-reggiano di montagna.
La Food-Valley ha assoluto bisogno dell'apporto della montagna.
E' il suo serbatoio di aria buona e di acqua pura.
La  montagna costituisce addirittura la possibilità  della sua  futura
espansione nel  sempre maggior rispetto della produzione biologica.

"L'associazione Giarola-Vaestano per il territorio" chiede il sostegno
del comitato ambientale di Felino contro la  centrale a biogas, nonchè
quello del consorzio del Parmigiano-reggiano e del Consorzio del
prosciutto di Langhirano, affinchè sia dichiarata la moratoria delle DIA
del sindaco Maggiali e sia disposta una valutazione ambientale
strategica (VAS) da parte della Provincia per valutare tutte le
considerazioni della cittadinanza finora inascoltate.


Serioli Giuliano

lunedì 4 giugno 2012

Centrali a biomassa: una minaccia per l'Appennino

I cittadini di Palanzano e Vaestano, organizzatisi in associazione ambientale, si oppongono fermamente a che venga costruito un gassificatore in località Nacca di Vaestano che si alimenterebbe con 8.500 t. annue di cippato di legna e con 2.500 t. annue di digestato di letame.

Oltre per le emissioni inquinanti e le ceneri, sono preoccupati per il loro patrimonio boschivo.

Le 8.500 t. annue di cippato che finirebbero nel gassificatore corrispondono ad 1 Kmq di bosco che ogni anno sparirebbe. Al sindaco di Palanzano, Maggiali, che ha concesso da tempo la DIA senza minimamente tener conto della loro opinione, hanno intimato che se non revoca l'autorizzazione alla ditta privata che l'ha richiesta si rivolgeranno al TAR.

Il sindaco di Monchio, comune finora considerato virtuoso, ha annunciato che intende ricavare 150.000 euro di incentivi dalla produzione di energia elettrica con la centrale a cippato.

Attalmente la centrale è sottoutilizzata. Funziona al 20% e brucia circa 3.000 quintali di cippato con gravi problemi dovuti alla cattiva combustione. Funzionando in cogenerazione per produrre energia elettrica, arriverebbe a bruciare dieci volte tanto, circa 30.000 quintali di legna, tanto scarso è il suo rendimento e quello della combustione del cippato fresco. Si tratterebbe di 1/3 di kmq di boschi da tagliare ogni anno per farla funzionare.

Che aziende private mirino a speculare sulle energie rinnovabili non ci sorprende più, capita ormai dappertutto e i cittadini si costituiscono ovunque in comitati per contrastarle.

Ma che gli stessi enti pubblici locali svendano le risorse della montagna per quattro soldi ci sorprende e ci preoccupa, anche perchè temiamo che le centrali termiche che stanno sorgendo un pò dappertutto nella nostra montagna potrebbero seguirne l'esempio.

Noi di Reteambienteparma sosteniamo, infatti, che sono inquinanti ed antieconomici anche i piccoli inceneritori sorti per produrre solo energia termica. Per intenderci, quelli sotto il Mw di cui Regione e Provincia stanno finanziando l'installazione in tutto l'Appennino.

Tre sono già funzionanti, a Monchio, Palanzano e Borgotaro e 5 sono già stati finanziati.

Dall'Olio, funzionario della Provincia e candidato alle primarie del Pd, ha firmato un documento che comproverebbe la larga disponibilità di legna utilizzabile dal punto di vista energetico nonostante i massicci tagli dovuti alla speculazione sulla legna da ardere, arrivando ad affermare che di tali inceneritori a cippato se ne potrebbero installare, senza problemi, addirittura una trentina nei borghi del nostro Appennino.

Gli argomenti addotti per giustificare tale scelta sono ormai dei mantra.

Frasi fatte, ripetute ad ogni piè sospinto e ritenute certezze intoccabili.

Sarebbe il caso, invece, di sottoporli a giudizio critico.

1) il primo mantra è dato dalla certezza che la combustione delle biomasse non contribuisca all'effetto serra. Viene detto che la stessa CO2 assorbita durante la crescita viene restituita durante la combustione. Cioè sarebbero impianti a somma zero di emissioni CO2.

In astratto è vero : la CO2 emessa è quella incorporata nel legno.

Ma non si considera il fattore tempo. In natura le piante hanno una vita di molte decine di anni e ne impiegano altrettanti, una volta morte, a seccarsi, marcire, diventare humus e rilasciare CO2.

Nel concreto, dalla combustione industriale di cippato di legna viene emessa anidride carbonica in quantità tale che gli ettari di bosco, tagliati per rifornirla, impiegheranno anni prima di avere la massa arborea sufficiente a ricatturare la stessa quantità di CO2 di prima.

2) il secondo mantra è dato dalla certezza che una centrale termica a cippato, fornendo teleriscaldamento in sostituzione delle vecchie caldaie a legna delle case, abbia emissioni meno nocive di queste e che l'aria dei borghi in inverno diventi addirittura più salubre.

Sbagliato. La gente ha già provveduto in questi ultimi anni a dotarsi di moderne caldaie funzionanti sia a pellet che a legna, con abbattimento dei fumi. La caldaia è programmata per accendersi automaticamente col pellet ed è poi rifornita manualmente di legna durante la giornata. Il pellet ha un contenuto idrico dell'8%. La legna usata è secca, stagionata due anni, ha un contenuto di umidità inferiore al 20% e produce basse emissioni, ulteriormente abbattute dal filtro della caldaia. L'acquist,poi, di nuove caldaie è conveniente perchè è detraibile al 55% dalla dichiarazione dei redditi.

La centrale a biomassa, al contrario, brucia cippato fresco con umidità del 50-60%. Produce una cattiva combustione con eccesso di fumi e con residui di ceneri anche del 5%. Supera ampiamente il range massimo di 100 mg/Nm3 di polveri previsto dalla normativa nazionale. Infine, dalla combustione di sostanze vegetali ed animali, come da quella del petrolio, si generano idrocarburi ciclici aromatici, che combinandosi col cloro presente nell'aria, anche per la sola depurazione degli acquedotti, si generano diossine.

L'ingegner Saviano della SIRAM, la ditta costruttrice della centrale a cippato dentro l'ospedale di Borgotaro, ha dovuto inventarsi alchimista. Ha dovuto servirsi della caldaia a metano, già esistente, per dosare la quantità di calore di questa con quella della caldaia a cippato in modo che la stessa non si dovesse accendere e spegnere a seconda dell'input del termostato, ma rimanesse sempre accesa a circa il 70% della sua potenza e avere la minor quantità di emissioni e di ceneri possibile per un ospedale. Non solo, ha dovuto approviggionarsi di cippato di legna stagionata, per non servirsi più di cippato fresco, di così difficile combustione e così inquinante.

3) Il terzo mantra è dato dalla certezza del risparmio con la centrale a cippato.

Forse è vero rispetto al gasolio che si usava prima, ma non rispetto ad altre possibilità.

Il costo di una centrale come quella di Palanzano, con due caldaie da 350 Kw l'una, è di 426.000 euro e il costo di quella di Monchio, da 926 Kw, è di 650.000 euro. Il costo aggiuntivo della rete di teleriscaldamento è di 500 euro al metro. Monchio ha già speso 100.000 euro solo per una parte della rete di teleriscaldamento. Il comune di Palanzano, viste le conseguenze nel bruciare cippato fresco : grandi emissioni di fumi e grosse quantità di ceneri, è passato a bruciare pellet. Costa di più ma rende molto di più, ha emissioni e ceneri 10 volte inferiori al cippato fresco.

Forti di questa esperienza, avrebbero risparmiato molto di più se avessero messo piccole caldaie a pellet in ognuno dei 5 fabbricati del comune, senza bisogno dei costi del teleriscaldamento. Una caldaia automatica a pellet da 60 Kw di potenza, capace di riscaldare una superficie di 800 m2, costa 36.000 euro( iva e installazione comprese), detraibili al 55% in 10 anni. Il costo reale diventerebbe di 16.000 euro.

Con neanche 100.000 euro avrebbero risolto il problema e avrebbero potuto destinare il resto dei finanziamenti regionali ad interventi di ristrutturazione per il risparmio energetico, creando così anche lavoro.

4) il quarto mantra è che non si intacca il patrimonio forestale perchè il cippato deriva solo dalla pulizia dei boschi.

Falso.

La pulizia dei boschi la si faceva una volta quando la legna era poca e la gente tanta.

Ora non la fa più nessuno, tantomeno i boscaioli o le cooperative di taglio.

Se una cooperativa di taglio dovesse basare il suo lavoro e gli introiti dalla raccolta delle ramaglie abbandonate sul posto dai boscaioli, fallirebbe. Tale raccolta èantieconomica.

Il cippato fresco, infatti, deriva proprio dal taglio meccanizzato del bosco. Dall'esbosco a pianta intera, con cui il tronco diventa tondame da lavoro e i rami e il cimale, una volta tagliati, vengono subito cippati con foglie e tutto il resto. Per un tale taglio meccanizzato è prevista anche l'apertura di nuove strade. Si assisterebbe, quindi, ad un'ulteriore rimaneggiamento del bosco e ad una sua maggiore esposizione al taglio generalizzato in atto per la speculazione sulla legna da ardere che ha già superato la sostenibilità e che sta intaccando la rinnovabilità.

Una cooperativa di pulizia del bosco, quindi, non pulirebbe un bel niente, tagierebbe soltanto.

5) Il quinto mantra è che l'investimento strutturale nel teleriscaldamento sia necessario nei piccoli borghi perchè gli anziani non sono più in grado di essere autonomi nemmeno a casa loro.

Tutta da ridere. Lo vadano a raccontare a chi, ad 80 anni, va ancora in giro a funghi.

Per chi non ce la fa, poi, ci sono già in ogni borgo le case di riposo attrezzate.

Sono necessari, invece, investimenti strutturali per creare lavoro, cosa che le centrali a cippato non fanno minimamente. Investimenti per la ristrutturazione dei borghi finalizzata al risparmio energetico ed alla ricezione agrituristica ed ospitativa, capaci di creare lavoro nell'edilizia e nell'indotto e a seguire nel turismo, ormai moribondo.

Ma nella nostra montagna, altrettanto grave dell'abbandono dei borghi e della mancanza di lavoro è il taglio dei boschi causato dalla speculazione sulla legna da ardere. Le tonnellate di cippato che bruceranno nelle decine di future centrali termiche si andranno a sommare alle migliaia di tonnellate di legna che ogni anno vengono portate via su camion, con grave dissesto per i boschi, i versanti dei monti e le strade delle valli.

Su circa 300.000 tonnellate potenzialmente prelevabili dai boschi del nostro Appennino, stando ai dati delle comunità montane, nel 2009 ne sono state effettivamente tagliate 190.000, sotto la voce di autoconsumo.

Ma questa parola, in borghi semiabbandonati, è ormai un eufemismo.

Era valida quando le case erano tutte abitate, ma non certo ora che lo è una casa su quattro.

Tutta quella legna viene portata via dal nostro territorio e venduta a caro prezzo chissà dove.

Il prezzo di mercato della legna da ardere stagionata 3 mesi è di 11 euro al quintale, arriva anche a 18 euro se stagionata 2 anni.

Di quei soldi in montagna resta ben poco. Gli anziani dei borghi che fanno tagliare i loro boschi di proprietà incamerano solo 1.000 euro all'ettaro.

La gran parte dei soldi del taglio finisce giù in città.

A coloro che vi si sono trasferiti da tempo e che hanno conservato la proprietà della casa e di appezzamenti boschivi. Certo, qualche boscaiolo in ogni borgo mette in tasca un pò di più, 4 o 5.000 euro per ogni ettaro tagliato, ma col sudore della fronte non si arricchisce di sicuro.

Nè quel pò di euro in più che girano per i borghi ne cambiano l'assetto economico.

I soldi veri finiscono nelle tasche dei commercianti e dei grossisti della filiera della legna da ardere. Gente che non tornerà certo ad investirli lassù.

I dati degli ettari richiesti al taglio nel 2011 non sono ancora disponibili, ma non lo sono nemmeno quelli del 2010, nonostante siano stati richiesti per un anno intero.

Tutti i boscaioli dicono che si è tagliato molto di più, forse molto più del doppio e che sono nate delle aziende che hanno assunto in nero extracomunitari che tagliano a più non posso e pagati un tanto a mc.

A confermare l'enormità dei tagli e il mancato rispetto spesso delle regole minime sono le parole stesse del sindaco Bovis di Langhirano ad un'assemblea aperta del Pd sullo stato della montagna del settembre scorso : " Se dovessimo punire quest'anno chi ha sgarrato dalle regole dei tagli, dovremmo comminare ammende per alcune decine di migliaia di euro. Ma non so se è il caso di farlo : alcune aziende fallirebbero."

Ma se i tagli hanno ormai superato la sostenibilità e stanno intaccando la rinnovabilità dei nostri boschi, non si può più accettare che le autorità amministrative impongano il silenzio ai funzionari preposti. La risorsa verde dei boschi non è "il nuovo petrolio su cui siamo seduti", come affermato da un funzionario della Provincia, ma una risorsa preziosa che va salvaguardata proprio nell'interesse della montagna, di chi vi abita e del suo futuro possibile.

"Ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità
della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni
 e le sue intenzioni. Cerca di sottrarsi alla visibilità del
 pubblico, perchè questo è il modo migliore per difendersi
 dallo scrutinio critico." ( Max Weber )

Serioli Giuliano