"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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domenica 24 gennaio 2016

Sostenibilità ambientale, un mantra scarico

La conferenza sul clima di Parigi ha fissato la soglia massima di aumento della temperatura a 1,5°, da non superare in alcun modo.
Da notare che il 26 novembre 2015 la CO2 ha raggiunto il valore di 400,69 ppm e secondo i climatologi è già quello il valore corrispondente all'aumento di temperatura da non superare.
Chissà come intendono fare per non farlo crescere più nemmeno di una virgola.


La decisione dovrebbe spingere l'industria a velocizzare la transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio, con una quota crescente di energie rinnovabili ed un progressivo abbandono dei combustibili fossili.
La domanda che ci si pone è con quali criteri l'industria metterà in pratica l'indirizzo.
Facile, quelli del tornaconto economico e del profitto.
Quindi energia dal vento e dal sole, ma solo con incentivi e pochi riguardi per l'ambiente.
Per pale eoliche sulle cime, nessun limite al taglio dei boschi per strade di servizio.
Il fotovoltaico, poi, quasi tutto a terra.
In Italia è costruito così per oltre il 70%, alla faccia del consumo di suolo.
Ma il peggio è ricavare energia da biomasse.
La Ue pontifica su riuso, riciclo e riutilizzo dei rifiuti, tra cui rientrano anche biomasse, ma nel contempo ne prevede la combustione: inceneritori e cogeneratori.
La combustione di biomasse, unitamente a quella del biogas da coltivi dedicati, è ora il settore industriale più incentivato anche dal nostro governo.
Si è sviluppata una vera e propria lobby europea della combustione: dagli inceneritori di rifiuti, ai pirogassificatori, ai cogeneratori a cippato di legna, ai cogeneratori a oli vegetali e a grasso animale.
Tutto è diventato biomassa combustibile, dalle coltivazioni dedicate ai boschi delle nostre montagne, addirittura i residui grassi ed ossei delle lavorazioni alimentari fin'ora impiegati nella produzione di alimenti per animali da compagnia e in quella dei cosmetici.
Questa lobby sta sperimentando sulla nostra pelle tecnologie solo in parte conosciute.
Non ha assolutamente in mente le ricadute ambientali delle emissioni, gli basta che queste siano in linea con normative solo cartacee, addirittura diverse da nazione a nazione e notoriamente più accondiscendenti in Italia.
Un esempio di tutto ciò sono le centrali a cippato del Trentino Alto Adige, che vantano la loro efficienza nel produrre elettricità e insieme calore per il teleriscaldamento dei paesi.
Ora si sono accorti che i valori del benzopirene (molecola altamente cancerogena) disperso in aria ambiente sono superiori al livello massimo consentito.
E quegli amministratori non sanno più che fare.
Che dire, poi, di un inceneritore, voluto a tutti i costi da Provincia e Pd, che per funzionare a regime vuole importare rifiuti da fuori provincia perché la raccolta differenziata è già al 70% e lo affama. Che per diventare ancora più remunerativo economicamente per Iren, già si prefigura di fargli bruciare 190.000 t. di rifiuti provenienti da chissà dove.
Alla faccia delle 130.000 t. massime previste e delle ulteriori polveri sottili per gli sforamenti già troppo numerosi dai massimi consentiti (50 microgrammi/Nm3).
Fuori città invece la novità consiste in un persistente odore di patatine fritte nel territorio del comune di Felino.
No, non si tratta di una sagra prolungata, purtroppo.
E' il frutto della combustione di scarti animali. Quell'odore non è innocuo, è causato dall'emissione di acroleina, sostanza tossica e cangerogena di cui la gente si è ben resa conto, per cui ha raccolto centinaia di firme portate all'amministrazione.
Ma la giunta di Felino mostra di non preoccuparsi della cosa.
Parla di un osservatorio da mettere in piedi ma senza tempistiche né dettagli su chi ne farà parte. E la storia si trascina da 3 anni.
Nonostante la lungaggine, la maggioranza è insofferente verso le opposizioni, che sollevano il problema. Non dialoga con loro, toglie loro la parola perché toccano un tasto dolente su cui ci sono gravi responsabilità.
Una delle conseguenze degli sforamenti ripetuti dai massimi consentiti di PM10 è la recente notizia su tutti i giornali del picco di aumento delle morti nel 2015 rispetto all'anno precedente (+11,3%). Riguarda l'intero Paese, ma crediamo sia molto maggiore nella Pianura Padana, per la cappa di piombo che la sovrasta.
Nei paesi del nostro Appennino la gente già ne parlava la scorsa estate.
Ci si era accorti della crescita di morti per tumore e malattie polmonari in diversi borghi.
Il benzopirene nell'aria per il ritorno massiccio al riscaldamento a legna?
Le centrali a cippato di legna, come in Alto Adige, ma qui addirittura senza alcun filtro?
L'unico elemento serio di contrasto a tutti questi veleni è proprio il manto boschivo del nostro Appennino.
Ma la sua capacità di captare CO2 e trasformarla in ossigeno è sempre più insidiata dai tagli generalizzati finalizzati alla vendita di legna in pianura.
Ora c'è una novità in più. La piena del Baganza del 2014 ha stimolato le amministrazioni ad occuparsi degli alvei.
Fanno tagliare le piante in alveo e le piante morte sulle sponde ripariali e le pagano con la stessa legna di risulta. Il problema è che quelle ditte tagliano tutto e soprattutto sulle sponde stesse,
dove la funzione di assestamento delle radici è fondamentale proprio durante le piene.
Sono comparse cataste di legna sia in val Parma che in val Baganza.
Da una pulizia doverosa degli alvei si è passati al taglio indiscriminato della superficie boscata che trattiene le sponde.
La stessa situazione verificatasi nel Bolognese, lungo le sponde del torrente Savena, 50 mila piante abbattute.
Evviva la biodiversità.

Giuliano Serioli
24 gennaio 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

lunedì 30 marzo 2015

Il prodigio delle rinnovabili

Come distruggere in poche mosse una buona idea

Gli indirizzi europei
Nel 2008 l'Unione Europea emanava una direttiva finalizzata alla diminuzione progressiva delle emissioni di CO2, 20% in meno entro il 2020, con l'intento di sostituire le fonti fossili con altre fonti rinnovabili, nella produzione di energia.
Da allora, sotto la spinta degli incentivi statali, l'energia prodotta da fonti rinnovabili ha avuto uno sviluppo prodigioso.
La richiesta di potenza elettrica nel nostro Paese è stata nel 2014 di 307 Tera Watt/ora.


Quella prodotta a livello termoelettrico è stata di 160 Twh, di cui circa 10 Twh sono stati prodotti da fonti rinnovabili (biomasse).
Quella importata dall'estero è stata pari a 40 Twh.
La produzione totale di energia elettrica da fonti rinnovabili è oggi pari al 45% dell'energia prodotta.
Di questa, circa il 25% è prodotta dall'idroelettrico e fa parte dello storico della produzione, così come l'1,5% da geotermia.
Ma circa il 20% della produzione è frutto di questo incessante sviluppo.
La produzione di energia da fotovoltaico è pari a 25 Twh, l'elettricità da eolico a 15 Twh, da geotermia 5 Twh, quella idroelettrica è pari a 63 Twh.
Centrali che bruciano cippato producono energia elettrica per un ammontare di 400 Mw di potenza, pari a 3 Twh.
Da 1300 centrali a biogas si producono 7,4 Twh, pari al 2,5% dei consumi.
L'idroelettrico, il fotovoltaico, l'eolico e la geotermia sono fonti di energia pulita, senza emissioni nocive e quindi preferibili a qualsiasi altra fonte di energia.

Fotovoltaici divoratori di suoli
Occorre sottolineare come circa i 2/3 del fotovoltaico è costituito da parchi fotovoltaici a terra, costruiti col metodo del project-financing, cioè enti ed istituzioni pubbliche che hanno proposto progetti attrattivi per capitali privati.
Inizialmente i parchi fotovoltaici sono intestati ai Comuni, che poi però ne girano la titolarità alle finanziarie che hanno messo i capitali, che ottengono così anche gli incentivi pubblici maggiorati delle spettanze dei Comuni, con qualche dubbio sulla moralità dell'operazione.
Inoltre questi 2/3 dei 25 Twh corrispondono a circa 10.000 parchi fotovoltaici tra i 700 e i 1.500 Kwe di potenza, ognuno dei quali copre circa 3 ettari di suolo, per un totale, così, di circa 30.000 ettari di consumo di suolo, pari a 300 km2, cioè 1/1000 dell'intera superficie del nostro paese.
Che non è poco, sommato a tutto il resto.
Non dimentichiamo i parchi eolici in Appennino, costruiti a detrimento del paesaggio e quasi del tutto inefficienti perché la velocità media del vento non supera i 7 m/s, inferiore ai 12 m/s necessari per una produzione efficiente di elettricità.
Si tratta di pura speculazione, accaparramento di incentivi pubblici senza vantaggi reali.
Un esempio significativo è il parco eolico dei monti dell'Uccellina.

Biomasse, moderni mangia boschi
Ma l'energia da fonti rinnovabili su cui oggi si concentrano maggiormente gli incentivi pubblici è quella ricavata da biomasse.
La gran parte delle 1300 centrali a biogas (80%) è stata realizzata nella pianura padana, notoriamente una delle aree più inquinate al mondo.
Queste centrali dovrebbero provvedere a bio-digestare scarti agricoli, residuo organico della raccolta differenziata e reflui animali, ma in realtà vengono alimentate con mangimi vegetali da coltivazioni dedicate, come nel cremonese, sottraendo così terreno alle coltivazioni agricole e inquinando il mercato dell'affittanza agraria.
Il biogas per poter essere utilizzato al meglio nei motori a cogenerazione deve subire una complicata serie di depurazioni, senza le quali si ha malfunzionamento, addirittura corrosione dei motori e il tutto si riverbera in maggiori emissioni nocive.
Il biogas che esce dal digestore non è pronto all'uso.
Deve essere prima desolforato tramite lavaggio, poi deumidificato tramite refrigerazione, quindi filtrato dalle polveri con filtri a sabbia che trattengono il particolato.
A loro volta le emissioni della cogenerazione prima di poter essere rilasciate in aria devono subire un processo di lavaggio, passare attraverso biofiltri e meglio ancora attraverso filtri a carboni attivi, senza i quali non si abbattono le emissioni odorigene.
Ma tutto questo vale solo nella teoria.
Un impianto a biogas non è subordinato al rilascio di alcuna autorizzazione alle emissioni in atmosfera, ai sensi dell'art. 269, comma 14,parte V del D.Lgs. 152/2006.
Così il computo emissivo, criterio sbandierato dalla Regione Emilia Romagna, va a farsi benedire. Questo criterio limiterebbe nuove installazioni solo in due casi: in sostituzione di vecchi impianti o se l'intervento comporta una diminuzione dell'inquinamento. Cogenerazione e trigenerazione, utilizzo del calore, teleriscaldamento, efficienza energetica, piste ciclo-pedonali...
In pratica si dice che queste centrali sono ammissibili solo se c'è ricupero di calore e se questo serve per il teleriscaldamento.
Ma non avviene mai.
Una pista ciclo pedonale non può certo mitigare gli ossidi di azoto, le polveri sottili e gli ossidi di metalli pesanti. Al limite ci può distrarre dal problema, con una bella sgambata.
Non si è in una posizione di contrasto al biogas tout court.
Il biogas ha un senso solo se serve a trattare il residuo organico della differenziata e i reflui zootecnici, con la finalità di produrre biometano.
Nella pianura padana gli allevamenti zootecnici industriali sono innumerevoli.
I loro reflui, se non trattati adeguatamente, inquinano il suolo e le falde acquifere.
L'utilizzo del biogas in un cogeneratore per produrre elettricità genera emissioni nocive e polveri sottili, ma se lo si utilizza solo per produrre biometano da autotrazione o da mettere in rete allora la situazione cambia decisamente.
Con il decreto governativo del 18 dicembre 2013 il biometano può essere messo in rete e le aziende agricole che lo producono possono aprire impianti di distribuzione di metano per autotrazione.
Gli impianti che producono elettricità col biogas possono passare a produrla col biometano.
Le centrali a cippato, 400 Mw di potenza con una produzione di 3 Twh di elettricità, sono localizzate per la metà in Alto Adige e Trentino e per l'altra metà in Calabria e Puglia.
Al Sud si tratta di impianti dichiaratamente speculativi, volti solo ad accaparrare incentivi pubblici. Sono di proprietà di grandi aziende nazionali e la legna che bruciano arriva via nave.
Si tratta di scarti legnosi del taglio delle foreste equatoriali.
Le emissioni nocive sono imponenti.
In Trentino Alto Adige c'è maggiore attenzione all'ambiente.
I grandi impianti a cippato nascono per iniziativa della regione e dei comuni, fanno effettivamente cogenerazione e il calore, prodotto insieme all'elettricità, non va perduto, viene utilizzato per il teleriscaldamento delle abitazioni. Inoltre, gli incentivi pubblici incamerati vengono usati anche per dotare al meglio la depurazione dei cogeneratori e limitare il più possibile le emissioni nocive.
Tuttavia.
Dove andare a recuperare i 2 milioni di tonnellate di cippato da bruciare ogni anno?
Non certo dai boschi di abeti della valle, che fanno la fortuna turistica di queste regioni.
Il cippato arriva dal porto di Rotterdam, la stessa origine del carburante degli impianti calabresi e pugliesi. E a Rotterdam arriva dai confini del mondo.

Cippato, la versione di Parma
Arriviamo all'Appennino parmense.
Sono sostenibili le piccole centrali a cippato a Km 0 che stanno per essere impiantate nelle terre alte?
La Regione Emilia Romagna ha redatto il nuovo piano forestale per gli anni 2014-2020.
Afferma che sia in atto una forte tendenza all’abbandono delle attività gestionali del bosco e per questo, pur riconfermando la primaria funzione protettiva e di conservazione della biodiversità svolta dalle nostre foreste, crede sia necessario introdurre sul piano programmaticola moderna imprenditoria forestale, soprattutto a fini energetici, della risorsa boschiva.
Si chiama taglio industriale del bosco.
Come in Toscana, che vuole impiantare centrali a cippato per 70 Mw/h elettrici di potenza complessiva da piccole centrali sotto il Mw. per produrre 1/2 Twh di elettricità.
Non saranno nemmeno centrali di cogenerazione, perché d'inverno funzioneranno come quella di Monchio solo per scaldare edifici pubblici e famiglie collegate e d'estate solo per produrre poca elettricità con un'efficienza del 10%.
Le centrali toscane utilizzeranno cippatura di ramaglie, sfalci lungo le strade e scarti di esbosco, non certo legna da ardere che ha un prezzo di vendita al dettaglio doppio rispetto a quello del cippato, 12 euro la legna, 6 euro il cippato.
Ma le stesse centrali a cippato solo termiche, di taglia inferiore al Mw, sono sostenibili?
Molto costose, hanno bisogno di manutenzione importante, non producono posti di lavoro.
La centrale di Monchio, un piccolo paese dell'Appennino Parmense, è costata oltre 800 mila euro. Non possiede filtri per depurare le emissioni, ha un multiciclone che serve solo ad abbattere le ceneri volanti, la fuliggine.
Le centrali dovrebbero servire in teoria ad abbattere le emissioni delle vecchie stufe di paese.
Ma non è più la realtà. Nei paesi di montagna, oltre alle stufe a pellet con abbattimento delle emissioni, si vanno diffondendo soprattutto stufe a legna a riciclo di fiamma con abbattimento dei fumi, il cui costo non supera i 1.000, 1.500 euro.
Coi soldi spesi per la centrale il Comune di Monchio avrebbe potuto regalare una stufa a tutte le famiglie.
In sostanza la AIEL stessa (azienda italiana energia dal legno) che produce sia le caldaie a cippato che le stufe a pellet, ammette che le emissioni di una stufa moderna a pellet o legna arriva a 45mg per Nm3, mentre quelle teoriche di una centrale a cippato sono tra i 75 mg e i 150 mg per Nm3.
Ammette cioè che una centrale a cippato è più inquinante delle moderne stufe da casa.
Mentre la legna bruciata nelle stufe è di proprietà e ben stagionata, il cippato da ramaglie e da scarti di taglio è molto umido, brucia male ed ha emissioni che vanno ben oltre quelle dichiarate.
La centrale a cippato viene impiantata nel borgo capoluogo del Comune e del teleriscaldamento ne usufruiscono solo i residenti.
E tutti gli altri che abitano nelle frazioni?
Per loro il comune non spende un soldo.
Le centrali a cippato solo termiche sono uno specchietto per le allodole.
Come si è visto a Monchio ad esse si aggiungerà una turbina per produrre elettricità, come nei piani della Regione Toscana, assolutamente senza fare nemmeno cogenerazione.
E la scelta dell'Europa, quell'indirizzo virtuoso e denso di futuro?
Se ne andrà in fumo.
Di cippato.

Chi decide?
A determinare le decisioni delle istituzioni, UE, governi degli stati ed amministrazioni locali, sono le lobby della combustione, il settore industriale di riferimento, che per il nostro Paese è costituito dalle grandi utilities degli inceneritori, Iren, A2A, Hera, da AIEL per caldaie a cippato e stufe, da Termoindustriale per i motori lenti da cogenerazione.
Lobbies che decidono assieme alle istituzioni il livelli di emissione, magari addirittura superiori a quelle in vigore nel nord Europa se gli impianti prodotti non sono in grado di rientrarvi, se la tecnologia per abbattere le emissioni è troppo complessa e costosa.

Giuliano Serioli
30 marzo 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

lunedì 19 marzo 2012

Le opportunità di una ESCo comunale

" ..se l'iniziativa dei GAS venisse adottata da un'amministrazione locale potrebbe favorire una vera riconversione del territorio agricolo circostante. Trasferendo questo schema al settore energetico è ancora più necessario l'intervento dell'ente locale come intermediario verso il mercato dell'energia tramite una ESCo (società per la promozione dell'efficienza energetica ) che agisca per conto di tutti gli associati; e che, oltre a contrattare le forniture energetiche, intervenga nelle abitazioni e nelle imprese degli utenti associati per promuovere l'efficienza sfruttando gli incentivi, ma anche attivando i finanziamenti resi possibili dalla cessione degli incentivi del conto energia." (Guido Viale-la conversione ecologica)

Oggi, per le amministrazioni locali è sempre più imperativo produrre un risparmio energetico senza dover sostenere investimenti straordinari per ottenerlo.

Questo risparmio energetico sarebbe quindi un beneficio sia per l’ambiente che per le tasche del Cittadino.    Ebbene, questo strumento c’è e si chiama ESCo.

ESCo sta per Energy Service Company. Un esempio per vedere come funziona. 
Il comune sceglie un partner privato (azienda fornitrice di servizi energetici e di risparmio energetico) e insieme formano una società, una ESCo. La ESCo effettua un censimento energetico degli edifici comunali e ne identifica alcuni dove le potenzialità di efficientamento sono importanti, esempio una scuola.

Poniamo, per dare un’idea, un edificio comunale con:
  • bolletta riscaldamento + elettricità 60.000 €/anno prima degli interventi fatti dalla ESCo
  • costo interventi ESCo ( es. coibentazione +  fotovoltaico o gestione automatica accensione/spegnimento luci e riscaldamento) 36.000 € finanziati dal fondo kyoto a tasso o,50 % da restituire in 6 anni.
  • bolletta riscaldamento + elettricità 54.000 €/anno dopo gli interventi fatti dalla ESCo. risparmio annuale 6.000 €
  • Il comune continua a pagare la bolletta da 60.000 € per 6 anni. Con il guadagno generato di 6.000 €/anno la ESCo ripaga l’investimento da 36.000 € fatto.
Dopo 6 anni il comune si trovera’ una bolletta energetica + bassa (54 invece che 60 mila € ) con in più l’edificio riqualificato senza aver fatto spese straordinarie.

Questa opportunità è ancora più interessante in questi momenti di difficoltà nell’ottenere  finanziamenti da parte delle banche in quanto è finalmente diventato operativo il fondo Kyoto che eroga un finanziamento agevolatissimo ai soggetti, tra cui le ESCo, che investono in opere di riqualificazione o efficientamento energetico (Tasso agevolato 0,5% per 6 anni). 

Nel caso la ESCo comunale impiantasse sui tetti di propri edifici e su quelli di privati a fianco pannelli fotovoltaici, incasserebbe gli incentivi pubblici che per quest'anno sono:



Tariffe 2012 (euro/kWh)
Periodo
Potenza (kW)
Primo semestre
Secondo Semestre
1<=P<=3 
0,274
0,240
0,252
0,221
3<P<=20
0,247
0,219
0,227
0,202
20<P<=200
0,233
0,206
0,214
0,189
200<P<=1000
0,224
0,172
0,202
0,155
1000<P<=5000
0,182
0,156
0,164
0,140
P>5000
0,171
0,148
0,154
0,133

Anche se le tariffe per gli incentivi fotovoltaico 2012 sono in calo, installare un impianto fotovoltaico, rimane comunque un investimento, sicuro, rinnovabile.

Gli incentivi, come in precedenza, hanno durata di 20 anni.

In più, ad esempio, se l'energia elettrica prodotta si decidesse di consumarla non la si pagherebbe, diversamente se si decidesse di venderla ad Enel si ricaverebbe 0,08 euro per ogni Kw prodotto.
Se si impiantassero pannelli per un tot di potenza di 1 Mw si produrrebbero circa 1200 Mw all'anno di elettricità che per 200 euro al Mw fanno 240.000 euro circa per 20 anni+ 80 euro per ogni Mw di elettricità venduta, cioè altri 100.000 euro circa, per un tot di 340.000 euro

Poniamo che l'impianto fotovoltaico costi 1.500.000 euro, il comune lo pagherebbe subito col finanziamento del fondo rotativo Kyoto allo 0,50% di interesse ottenuto dalla cassa depositi e prestiti dello stato. Lo ripagherebbe in 6 anni stornando 250.000 euro dagli incentivi ottenuti.
Ma rimarrebbero sempre 90.000 euro da reinvestire ulteriormente.
E poi, per i 14 anni restanti, il comune continuerebbe ad usufruire degli incentivi prima stornati, magari per allargare lo stesso impianto fotovoltaico e la sua produzione o per qualsiasi altra iniziativa di risparmio energetico.

L'unico comune dell'Emilia che finora abbia dato vita ad una ESCo è quello di Correggio (Reggio E.)

Giuliano Serioli

mercoledì 19 ottobre 2011

Sala Baganza : altra puntata del "fotovoltaico insieme" della Provincia

E' entrato in funzione il 28 Agosto scorso ma inaugurato ieri, 15 ottobre, il parco fotovoltaico di Castellaro di Sala Baganza. L'impianto ha una potenza di 243 Kwe ed è in grado di produrre 240.000 Kw annui. La spesa è stata di 693.000 euro, a totale carico della ditta Sthrold di Reggio Emilia che incamererà anche il totale degli incentivi statali per i prossimi vent'anni. Alla tariffa di 0,263 euro per Kw prodotto ( tariffa agosto 2011) la ditta costruttrice introiterà nei vent'anni 1.302.000 euro, quasi il doppio dell'investimento effettuato. 
Al comune andranno 21.000 euro annui, in pratica i soldi che Enel pagherà alla ditta per la vendita dell'energia prodotta alla tariffa di 0,09 euro a Kw e che la ditta girerà al comune. 

La Provincia si vanta di aver portato nel nostro territorio oltre 120 milioni di euro di investimenti per costruire parchi fotovoltaici in project-financing in quasi ogni comune. Non si capisce, tuttavia, di cosa si vanti. L'energia elettrica è tutta acquistata da Enel a 0,09 euro, la metà di quanto la fa poi pagare ai cittadini. I soldi degli incentivi, versati dalle nostre bollette, finiscono tutti in tasca a finanziarie e ditte private. Ai comuni non va nè elettricità a basso costo, nè la massa dei soldi delle nostre bollette per investirli od usarli a nostro vantaggio. A loro in pratica resta solo un affitto per gli ettari occupati dai parchi fotovoltaici. Una compensazione, non altro. Hanno forse sbagliato quei piccoli comuni come Monchio, Neviano e Montechiarugolo che hanno fatto debiti per intestarseli diventandone proprietari ? Non ci pare proprio. Con gli incentivi realizzati e la vendita dell'elettricità hanno i fondi per le rate del debito e gli resta un gruzzolo consistente da investire in altre iniziative come l'avvio della ristrutturazione dei borghi per il risparmio energetico o per l'impianto di biodigestori per lo smaltimento delle deiezioni animali degli allevamenti industriali. Un'amministrazione provinciale avrebbe dovuto garantire anche che il fotovoltaico finisse sui tetti, come tutti a parole si auguravano, e invece occupa ettari su ettari di superficie agricola che dopo vent'anni di uso dei pannelli perderà del tutto la sua fertilità. Gli impianti sui tetti delle case avrebbero coinvolto anche i cittadini in cambio di un minor costo dei loro consumi di elettricità. 

Insomma, il fotovoltaico come energia rinnovabile è probabilmente la maggior occasione di rinnovamento dell'assetto energetico del territorio e la maggior occasione di democrazia energetica ed economica. Non sfruttare i soldi delle nostre bollette per questo ci pare un grave errore. 

Serioli Giuliano

sabato 6 agosto 2011

Provincia e Fotovoltaico: insieme per la speculazione?

Si chiama “Fotovoltaico insieme” il progetto della Provincia per fare in modo che in ogni comune venga allestito un campo solare che produca energia elettrica.
L'amministrazione ha dichiarato di di essere riuscita ad attirare nel nostro territorio ben 120 milioni di euro di investimenti. I parchi fotovoltaici crescono come funghi e non c'è comune che non ci stia.

Ma qualcosa non è chiaro.

Quando si vanno a leggere gli articoli della Gazzetta si vengono a sapere altri fatti, altre informazioni.
A Fidenza, a fronte di un parco fotovoltaico della potenza di 998 Kwh, costato 3,8 milioni di euro e che produrrà 1,2 milioni di Kwh, il comune incassa solo 100.000 euro, mentre il volume degli incentivi prodotto dall'impianto sarà invece di 530.000 euro.
A Varsi, a fronte di un impianto di 800 Kwh di potenza, che dovrebbe rendere circa 400.000 euro di incentivi, il comune ne introita solo 50.000.

Come mai?

La risposta è semplice. Le amministrazioni locali si occupano solo dell'affitto del terreno, e tutto il resto se lo intasca chi ha allestito il progetto.
A Roccabianca il comune incamererà solo 100.000 euro, anzi 80.000 perché 20.000, dice il scrive il giornalista della Gazzetta, li dovrà dare alla Provincia per le consulenze.
Anzi, ancora meno. Spetterà ancora al comune pagare l'affitto al proprietario del terreno, che è un privato.

Qualcosa non torna.

Tutti ormai sanno che il fotovoltaico, con gli incentivi, rende circa il 12% annuo del capitale investito. Quasi tutte le banche sono disposte a concedere mutui ai municipi per impiantare campi fotovoltaici fino ad un massimo di 5 milioni di euro.
Anche se le banche chiedono interessi del 6%, gli incentivi sono sufficienti a ripagare mutuo ed interessi e resta sempre un gruzzolo da utilizzare, soprattutto perché nel frattempo il costo dei pannelli tende continuamente a diminuire.
Perché allora ogni comune della provincia non fa in modo di dotarsi di impianti energetici propri? Perché non copiare Monchio, che utilizzerà una parte dei proventi degli incentivi per ristrutturare le case del paese ai fini del risparmio energetico?
O meglio ancora come Fornovo che, costituita una E.S.Co., coinvolge i cittadini stessi e i loro tetti nell'impianto, facendo lavorare artigiani del luogo all'installazione.
Se l'energia rinnovabile è un'occasione di diffusione di nuova impresa nel territorio, come tutti concordano, non si capisce perché ogni comune non ne possa diventare il motore.
Non si capisce perché gli incentivi, prelevati dalle nostre bollette, debbano finire nella maggior parte dei casi in tasca ad aziende già ampiamente consolidate ed estranee al mondo del lavoro locale, sia per la progettazione che per l'installazione.
Certo, si può capire che piccoli comuni di montagna o della bassa non si sentano tecnicamente attrezzati per farlo da soli. Ecco allora che si capirebbe l'intervento della Provincia per sussidiarli, integrando le loro capacità. Non certo per sostituirsi ad essi, delegando ai privati sia il lavoro che il finanziamento e gli introiti. O peggio, addirittura per chiedere quel 5% ai comuni che ha il sapore di un balzello per non dire di peggio.
I soldi degli incentivi vengono da tutti noi e devono principalmente finire in tasche pubbliche. Devono servire a finanziare opere e servizi per il bene comune e rivitalizzare quell'imprenditoria minuta che è alla base della democrazia economica.
Ma questo non sembra proprio l'intento del meccanismo messo in piedi dalla Provincia.
Un impianto fotovoltaico sui tetti riceve una tariffa di incentivazione, un impianto a terra ne ricava una inferiore.
I parchi fotovoltaici di cui stiamo parlando, quelli da 1Mwh,in gran parte vengono installati a terra. Se un'azienda o una finanziaria se li intestassero, ne fossero i proprietari, percepirebbero 0,30 euro di tariffa onnicomprensiva. Per i comuni, al contrario, sia che l'impianto sia sui tetti, sia che sia a terra la tariffa onnicomprensiva è la stessa, quella massima, cioè 0,44 euro.

Tutto questo, nelle intenzioni, è per favorire i Comuni.
Ma le cose nella pratica vanno diversamente.

Nel conto energia che fa capo al Gse è prevista la possibilità di cedere la concessione ventennale di cui si è intestatari ad altri, ad una banca, ad una finanziaria. Una volta che, con atto notarile, la concessione ventennale è passata alla finanziaria, è questa che riceve tutti i soldi della incentivazione.

Il meccanismo della Provincia funziona proprio in questo modo.

L'amministrazione, attraverso il project-financig, raccoglie investitori disposti a mettere i soldi. I comuni si intestano il parco fotovoltaico da costruire e quando arriva l'omologazione dal Gse cedono la concessione ventennale alla finanziaria, che si tiene la tariffa onnicomprensiva corrispondente all'energia prodotta, cioè tutti soldi degli incentivi.
Ma in quel modo intasca il massimo della tariffa garantita ai comuni, gli 0,44 euro a Kwh e non gli 0,30 euro che spetterebbero ad una normale azienda privata.
In tal modo, le finanziarie truffano legalmente il Gse per 0,14 euro a Kwh.
Moltiplicando gli 0,14 euro per i 30 milioni di Kwh prodotti da tutti gli impianti coinvolti, circa 24 parchi fotovoltaici come affermato dalla Provincia, si ottengono circa 4.200.000 euro che, moltiplicato 20, gli anni di concessione, fanno circa 84 milioni di euro.
Questo l'importo totale che le finanziarie agguantano al Gse e che, guarda caso, corrisponde a più dei due terzi del capitale che hanno investito.
Tutto il resto degli incentivi è quindi per loro guadagno netto, grasso che cola.
Ma andiamo avanti.

L'energia che viene prodotta e che fa scattare gli incentivi è energia elettrica, ha un valore definito, cioè 0,09 euro a Kwh, e viene venduta a quel prezzo all'Enel.
Un impianto da circa 1 Mw di potenza produce mediamente 1200 Mwh, cioè 1.200.000 Kwh.
Provate voi a fare i conti. Sono circa 108.000 euro.
Proprio quei centomila euro da cui eravamo partiti, a Fidenza: i soldi che il comune si prende da tutta la storia.
In altre parole, le finanziarie girano ai comuni solo i proventi della vendita all'Enel dell'elettricità prodotta.
Anzi, un po' meno perché c'è da dare qualcosa alla Provincia che ha organizzato il project-financing attraverso l'assessorato all'ambiente.
Pare siano 20.000 euro ad impianto.
Alle finanziarie va la massa dei soldi degli incentivi. Alla fine coi circa 30 Mw installati e i 120 milioni di euro investiti si prenderanno circa 15 milioni annui per venti anni, cioè 300 milioni.


I comuni non avranno nemmeno l'energia elettrica gratis, ma solo pochi spiccioli, chi più chi meno.
Ma soprattutto non avrranno colto l'occasione di diventare impresa, di essere in grado di produrre progetti e lavoro.

Alla Provincia andrà la sua piccola percentuale per il disturbo che, però, moltiplicata per 24,il numero degli impianti, fa una cifra niente male.
Appunto per questo si chiama "fotovoltaico insieme".
Ma insieme a chi, in realtà? Insieme alla speculazione, ci sembra di poter dire.
E questa massa di denaro che circola, a quali tasche giunge?


Giuliano Serioli

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