"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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sabato 19 gennaio 2019

Impianto a SYNGAS nel Campus, inquinante


All'interno del campus dell'Università di Parma è stato inaugurato nel dicembre scorso un gassificatore di 200 Kw di potenza termica ( in grado di
produrre circa 1.500 Mw annui di calore) e di 20 Kw di potenza elettrica ( in grado di produrre circa 150 Mw annui di elettricità)
Viene affermato che bruciare legna al posto di metano riduce le emissioni di CO2 nell'aria e quindi si tratta di un impianto sostenibile dal punto
di vista energetico.
Ma bruciare legna immette in aria polveri, ossidi di azoto (NOx) e monossido di carbonio (CO) ben più di quanto risultava dalla
combustione del metamo.
Non a caso, a compensazione di queste maggiori emissioni, l'università ha stabilito che le auto a gasolio fino E3  e quelle a benzina E1
non possono entrare. Ridicolo! C'è anche la tangenziale per tutta la lunghezza del campus.

Ma vediamo l'impianto.



Considerazioni specifiche sulle caratteristiche dell'impianto UNIPR


1-Nel reattore viene immesso cippato vergine che verrà essiccato solo
ricevendo calore dalla zona di combustione, quindi si presume che abbia
elevata umidità e quindi il vapore acqueo che ne deriverà aumenterà
notevolmente il calore di processo della pirolisi. Non si capisce come
possano parlare di cippato in arrivo con umidità al 10%. E' una bufala
totale, il più secco ha umidità del 30%. Di più, questa maggior quantità
d'acqua, se realizza una migliore combustione determina un volume
maggiore di fumi con una minore efficacia dei cicloni, cioè più polveri
di quelle previste.

2- Il cogeneratore, avendo potenza di 200 Kw termici e quindi inferiore ai
250, non è tenuto ad alcun rispetto delle pur minime normative
riguardo le emissioni.
      Perchè?
Pensano che la diluizione degli inquinanti in atmosfera ne
diminuisca la concentrazione al di sotto delle soglie di attenzione,
come se l'esposizione agli inquinanti fosse risibile.
Quale sarà allora
l'effettiva efficacia del sistema di filtraggio?
Risibile!

3- Il ciclone serve solo a raccogliere le ceneri volanti, quelle che
non cadono sotto griglia. Tutte le altre polveri passano comunque e sono
sostanze gassose ed
      aerosol ben più difficili da filtrare e ben più  pericolose per
l'ambiente e la salute.

4- Lo scrubber dovrebbe eliminare i catrami. Sono torri di lavaggio
ad H2O a pressione che dovrebbero eliminare anche le polveri di carbone.
Il saturatore dovrebbe   eliminare l'acqua in eccesso dello scrubber e
far si che l'aria di flusso saturata, piena di COV(composti organici
volatili), arrivi allo scarico del motore del cogeneratore per essere a
sua volta poi filtrata nel DeNOx. Come è possibile che tutte quelle
particelle di carbone e di catrame vengano eliminate per decantazione a
gravità? Fatale che il Syngas che esce dallo scrubber ne contenga
ancora e crei malfunzionamento del motore a 8. Gli scrubber dovrebbero
rompere l'aerosol, la  massa gassosa in goccioline con acqua in
pressione. Ma l'acqua spesso non basta a creare tale coalescenza tra le
goccioline. Parte dei catrami restano in sospensione.

5- Si dice che la pulitura totale del syngas avviene col filtro
elettrostatico, capace di attrarre con le cariche negative degli
elettroni ogni possibile gocciolina di catrame o polvere presente in
esso e di far colare il catrame verso il basso del sistema di filtri. Il
suo funzionamento è basato sulla presenza di un campo elettrico che
provoca la migrazione di particelle in direzione perpendicolare al
flusso della corrente gassosa, cioè funziona come un condensatore che
però, in presenza di acqua, può provocare scariche elettriche in grado
di distruggere il filtro. L'impressione,poi, è che le varie batterie di
filtri elettrostatici siano sottoposte ad un logorio e ad un intasamento
tali da dover essere pulite molto spesso e forse cambiate del tutto.
Quante volte li cambieranno?

6- Se il motore comincia a malfunzionare, a raggiungere temperature
superiori, immediatamente il DeNOx non riesce ad eliminare la maggior
quantità di ossidi di azoto che si producono. Se il motore perde
temperatura si produce molto più CO che il catalizzatore ossidante non
riesce ad eliminare, figurarsi i COV, gli idrocarburi incombusti, che
arrivano dal saturatore dello scrubber.



Un tecnico del settore afferma:

"Sfortunatamente, a tutt’oggi la completa rimozione del tar( catrame)
dal syngas da biomassa non e' possibile, se ne riesce solo a ridurre la
quantità ma insufficiente a garantire il buon funzionamento di un motore
a combustione interna.  Perché un gas possa essere utilizzato come
combustibile in una turbina o in un motore a combustione interna, esso
deve rispondere a ben determinati requisiti soprattutto per quanto
riguarda tar e particolato, responsabili rispettivamente di
incrostazioni e di fenomeni di erosione, quindi di blocco delle valvole,
di residui carbonizzati nei cilindri per via della combustione delle
incrostazioni, corrosione dei metalli a contatto con il particolato ecc.
  Queste dovrebbero essere le caratteristiche di un discreto syngas
utilizzabile sui motori (ma non tutti):
  Particolato mg/Nm3 <35
  Dimensione particelle µm <7
  Tar mg/Nm3 <60
  Metalli alcalini mg/Nm3

  Siamo arrivati a circa 80 impianti di gassificazione fermi per tutti i
problemi suddetti.
  Pertanto è indispensabile capire affinchè altri impianti non si
aggiugano agli 80 e affinchè altri utenti non buttino i loro soldi al
vento. "


sabato 11 marzo 2017

Dissesto, curare o prevenire?

Clima impazzito o stoltezza dell'uomo?

L'immagine riporta un tipico taglio raso effettuato nel nostro Appennino.
Come si può facilmente notare, è stato fatto su un versante che supera il 100% di acclività.



Un taglio sconsigliato perché denuda un versante ripido, soggetto a forte corrivazione in caso di piogge intense e quindi soggetto ad asportazione del suolo e denudamento del substrato roccioso. Lì il bosco ha smesso la sua funzione di spugna rispetto all'acqua piovana che scorrerà ancora più velocemente a valle. Se il suolo viene in gran parte asportato dalle piogge è impossibile che il bosco ricresca come prima. Sarà più rado e stentato.
La realtà dei tagli dissennati e dell'asportazione di soprasuolo boschivo è una amara realtà dn tutti i bacini imbriferi della nostra provincia. La Regione nega che, dal punto di vista quantitativo, questo sia un problema, affermando che rispetto ai due milioni di metri cubi di accrescimento annuo dei boschi il mezzo milione di metri cubi prelevato coi tagli sia poca cosa.
Anzi, si deve prelevare di più. Ma considera che non tutto è ceduo? Che l'acclività e la difficoltà di arrivare a strade in molte zone rende impossibili i tagli? Che quindi questi avvengono quasi sempre nelle zone boschive più accessibili e più vicine alle strade rotabili?
Che quindi si corre il rischio di denudare in modo massiccio una fascia boschiva ristretta?
La Regione dice che è “necessario attribuire un valore economico ai servizi ecosistemici prodotti dal patrimonio forestale a favore della intera società, a cominciare dalla sua capacità di regolazione del deflusso idrico in funzione dell’immagazzinamento della risorsa per scopi idropotabili, della tenuta dei versanti, ma soprattutto dalla sua funzione di assorbimento della CO2”.
Quello cui assistiamo, invece, è la sempre maggior monetizzazione della legna da ardere e dei suoi derivati, pellet e cippato. Il bosco vede una sola valorizzazzione, quella del mercato della legna da ardere. Con tutte le conseguenze che la combustione della biomassa comporta, non solo per l'incremento della CO2 in atmosfera, ma soprattutto per l'inquinamento da polveri altamente tossiche e cangerogene.
La recente iniziativa della Regione di concedere 420 mila euro a fondo perduto per diradare le pinete della nostra Provincia serve solo ad approvvigionare di cippato le centrali a legna di montagna, che visto che il prezzo della legna da ardere è più del doppio di quello del cippato, sono in seria difficoltà.
Altra spugna che se ne va per esigenze di bottega.
Il problema, col cambiamento climatico in atto e coi 200 mm di pioggia in poche ore dell'ultima alluvione del Baganza, è proprio la montagna che con i suoi boschi smette di trattenere l'acqua.
La cassa di espansione potrebbe servire a contenere gli effetti ma non sana le cause, che sono appunto il calo della capacità di assorbimento dei nostri boschi.
Regione, AIPO ed altre istituzioni pensano che per mettere in sicurezza il territorio la soluzione sia ingegneristica, appunto costruire una cassa d'espansione.


Un buco di 600 metri x 1000 e profondo 15 che trattenga la piena quando arriverà.
Ammesso che sia la soluzione e non lo crediamo, il problema è a monte, lungo l'alveo del torrente, nella cementificazione, nei boschi tagliati, nei versanti denudati.
Il problema è che senza una difesa attiva del territorio la cassa da sola non sarà sufficiente.
E veniamo al dunque della cassa d'espansione.
Basterebbe un progetto di difesa attiva per preservare dalle piene il territorio.
Ad esempio rialzare gli argini a valle di Sala Baganza con sfioratoi in grado di riversare l'acqua in eccesso nella campagna attorno.
Questo previo accordo coi contadini della zona, remunerandoli dei danni alle colture.
Niente scavo e cemento, che abbasserebbe ulteriormente la falda acquifera che provoca mancanza
d'acqua nell'alta pianura.
Ma coinvolgimento dei contadini e delle piccole aziende edili della zona agli argini e ad eventuali laghetti in cui contenere l'acqua in eccesso delle piene primaverili.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

giovedì 9 febbraio 2017

Purgatorio di polvere

Domenica scorsa la chiusura totale del traffico veicolare in città.
Un unico blocco , quando viaggiano pochi mezzi, in una giornata di pioggia.
Stalla chiusa, buoi già scappati.
Più di due mesi senza pioggia.
Lo sforamento dal valore massimo consentito dei PM10 non fa più notizia.
Ci si è abituati.


In realtà, si erano sforati soprattutto i valori dei PM2,5.
Il particolato più fine è composto da minuscole particelle che rimangono in sospensione nell'aria e riescono ad arrivare ai polmoni, da qui negli alveoli polmonari e quindi nel sangue stesso.
Le polveri ultrafini sono molto pericolose perché veicolano il Benzopirene (cancerogeno) direttamente nel sangue.
I PM 2,5 derivano direttamente dalle emissioni di auto, industrie e stufe, cui si somma altro particolato detto di ricombinazione, costituito da nuclei gassosi quali gli ossidi di azoto prodotti da auto e centrali a biomassa e l'ammoniaca prodotta dagli allevamenti industriali.
Proprio prima che piovesse si era coagulata velocemente sulla Pianura Padana una massa d'aria impregnata di particolato di ricombinazione, altamente tossica, che ha percorso tutta la Lombardia e l'Emilia-Romagna che, del tutto ignari, abbiamo tranquillamente respirato.
Una massa d'aria trasparente, apparentemente non dissimile da quella degli altri giorni.
Non certo quella nebbia caliginosa delle immagini dalla Cina, in cui le emissioni nocive si mescolano alla polvere che scende dal deserto dei Gobi, che trasforma l'aria in una massa grigio scuro, costringendo le persone ad uscire con la mascherina.
Niente mascherine da noi.
Respiriamo veleni senza neanche accorgercene.
Con le autorità preposte silenti, come se non fosse compito loro allertarci e provvedere.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

giovedì 9 giugno 2016

Pedemontana, urge un progetto economico

In un recente video, Luca Mercalli, meteorologo e conduttore di Rai 3, tenendo fra le mani un pezzo di terra della bassa padana, afferma quanto sia grassa, corposa, la migliore che ci sia.
Viene subito in mente come la terra della nostra Pedemontana sia fin meglio, vista la ricchezza di sali minerali apportati dai torrenti di montagna.
Così ricca da produrre abbondanza: dal pomodoro al frumento, dal mais all'erba medica, base produttiva su cui si fonda l'intera economia del prosciutto e del parmigiano.


A vigilare sulla qualità dei prodotti ci sono i relativi consorzi.
Il primo prescrive come le cosce di maiale debbano necessariamente evere una età di 11 mesi ed essere italiane, anche se spesso poi sono invece solo di 8 mesi, gonfiate con antibiotici e di provenienza estera.
Il secondo bada che le aflatossine non finiscano nel mais e poi nel latte inquinando il grana e che lo spandimento di letame in aree sensibili non superi i 170 kg di azoto, anche se gli allevamenti industriali non sono mai sostenibili, visto il particolato che producono e le falde acquifere che inquinano.
Tutta questa ricchezza fatta di sapienze secolari e di microclimi ideali per le stagionature, ha sopra di sé i veleni di un'aria orribilmente inquinata.
Lo afferma la regione Emilia Romagna che definisce la nostra Pedemontana "zona rossa", dove qualsiasi nuovo impianto industriale dovrebbe essere a saldo zero di emissioni nocive, se non addirittura in grado di diminuirle.
Veleni veicolati dalle polveri sottili, che ogni anno superano i 35 sforamenti dei 50 microgrammi di PM10 consentiti dalla normativa.
Da chi sono prodotte? Dall'industria? Dal traffico veicolare? Dagli inceneritori di rifiuti?
Da tutti questi ma non solo.
Secondo Ispra per un terzo dal riscaldamento domestico da legna e pellet e per un altro terzo dalla ricombinazione secondaria dell'azoto ammoniacale degli allevamenti industriali.
Anche l'Istat non c'è andata leggera quando ha riferito del picco di mortalità, aumentato nel 2015 del 16,3% rispetto al 2014.
Un fatto accaduto solo durante le due guerre mondiali.
Un dato nazionale, spalmato su tutto il Paese, che è plausibile si riferisca principalmente al Nord Italia.
Sempre Ispra, il mese scorso, ha comunicato che il 65% delle acque superficiali sono inquinate e stessa cosa per il 32% delle acque sotterranee.
Nella pianura padana tali valori crescono rispettivamente oltre il 70% ed il 40%.
Ma quello che Istat ed Ispra non dicono è che la pianura padana è tappezzata da più di 1.000 centrali a biogas dell'ordine del MWe. Ognuna di queste produce 40 milioni di Nm3 di emissioni nocive annue, soprattutto ossidi di azoto, ma anche particolato secondario.
Moltiplicate il tutto ed otterrete un valore emissivo di 40 miliardi di Nm3, che sommato a quello delle centrali che bruciano cippato di legna, dall'Alto Adige all'Appennino, si arriva a un valore emissivo maggiore degli inceneritori del Nord Italia (una trentina).
L'inceneritore di Parma emette 144.000 Nm3/h, in un anno 1,3 miliardi di Nm3. Fate voi i conti.
Ci siamo battuti per anni contro gli inceneritori, li stiamo facendo dimagrire con la raccolta differenziata diffusa dai paesi alle città e le lobby delle biomasse ci ributtano addosso le stesse emissioni mefitiche con le centrali a biomassa.
Sulle rinnovabili si sono tuffate anche le grandi corporations dell'energia e del petrolio, trovando appetitosi gli incentivi pubblici e fregandosene dell'insostenibilità ambientale.
Comoda scusa è la direttiva Europea del saldo zero di emissioni di CO2 per le biomasse, che è già bugiarda per la legna e del tutto falsa per il grasso animale.
Scusa valida anche per istituzioni ed enti pubblici, pronti ad accettar per buone le autocertificazioni emissive delle lobby medesime.
Perché, diciamocelo, sono le industrie stesse a suggerire i limiti normativi, non certo le Ausl.
E' ora di chiedersi, infatti, perché le nostre normative sono cinque volte meno restrittive di quelle tedesche.
E la salute dei cittadini? E l'inquinamento della base agroalimentare da cui dipendono le nostre eccellenze?
Le normative igienico sanitarie europee sulla produzione del latte sembrano ritagliate sulle grandi stalle. Solo gli allevamenti industriali sono in grado di rispettare quella pletora incredibile di
norme burocratiche, le piccole stalle no, non ce la fanno.
E così devono chiudere proprio le stalle di montagna, quelle che lasciano ancora le vacche libere al pascolo.
Notare che è proprio l'azoto ammoniacale degli allevamenti industriali quello che emette il particolato secondario che grava sulla pianura padana.
Dovrebbero essere la Ue e l'Efsa a imporre lo strippaggio dell'ammoniaca anche per impedire che la sua lisciviazione finisca in falda, inquinandola come capita oggi.
Anche nei prosciuttifici, le normative igienico sanitarie e le norme sulla sicurezza del lavoro sembrano ritagliate sulle grandi aziende. Al punto che i piccoli, gli artigianali, sono proprio quelli maggiormente colpiti dai controlli e multati. Solo che una multa per una grande azienda è poca cosa e viceversa per una piccola.
Le grandi aziende hanno compresso i salari attraverso la robotica, espellendo manodopera specializzata ed attingendo alla manovalanza generica delle cooperative.
Tutto questo per produrre di più, a detrimento, però, della qualità del prodotto. Che, viceversa, i prosciuttifici artigiani hanno mantenuto alta, proprio attraverso manodopera qualificata.
In sostanza, sono i piccoli che mantengono e sviluppano la qualità.
Sono loro che continuano a valorizzare i marchi d'eccellenza e la possibilità di commercializzarli in Italia ed all'estero.
Sta ai consorzi, ma soprattutto ai comuni, incentivare la produzione di qualità e la crescita della piccola produzione.
Sono consapevoli che più un'azienda è grande più tende a finanziarizzare la propria attività, speculando sulla materia prima. Andando ad occupare segmenti industriali speculativi che esulano completamente dal settore lavorativo che le è proprio, come produrre elettricità dalla combustione del grasso.
Le eccellenze alimentari si sviluppano solo impedendo il degrado ambientale che ogni processo industriale comporta.
Tutto queste tematiche sono state portate in assemblee pubbliche per ben due volte ad esempio a Felino, prima delle amministrative. Gli argomenti sono stati condivisi largamente dalle due liste di opposizione al Pd, sia di centro destra che di sinistra, soprattutto sul no alle biomasse.
Eppure lo spirito di bottega ha prevalso ancora una volta. Ha impedito che si formasse una lista unica no inceneritore e no biomasse in grado di mandare a casa gli amministratori attuali.
Rete Ambiente Parma rimane in prima linea per un'alternativa sostenibile, sotto tutti i punti di vista.

Giuliano Serioli
9 giugno 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

mercoledì 11 maggio 2016

Suona l'allarme, è quello di Ispra

L'ex sindaco di Felino Barbara Lori, attualmente approdata in Regione, aveva affermato che Rete Ambiente Parma (Rap) faceva solo terrorismo ambientale, seminando ingiustificato allarme tra la popolazione.
Pensando alla sua totale incompetenza sul tema, sovveniva un riso amaro, consapevoli del potere da lei rappresentato Comune e in Regione.
Rete Ambiente però oggi non è più sola.


Al suo fianco ISPRA (Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale), che conferma le tesi sovversive di Rap.
Le acque dei nostri fiumi sono impestate e quelle delle falde acquifere sotterranee anche.
Il 70% delle acque superficiali in Emilia è contaminato dal glifosato, diserbante cancerogeno, e da altre 200 sostanze nocive, la cui ricombinazione produce un mix di veleni.
Le falde acquifere sotterranee non sono solo minacciate dalla lisciviazione dell'azoto e dai nitrati, ma anche da diserbanti e pesticidi.
Lo zuccherificio Eridania di S.Quirico di Trecasali chiude perché gli agricoltori non coltivano più bietole, non più remunerative. Prezzi crollati per la concorrenza del Nord Europa.
Così tutti a coltivare mais da biodigestare nelle oltre 1.000 centrali a biogas della Pianura Padana.
Ma i milioni di tonnellate di quel biodigestato, pieno di ammoniaca, viene poi riversato nelle campagne e nei coltivi di pregio, nei prati di erba medica per la produzione di latte e formaggio grana.
Quell'azoto ce lo ritroviamo a tavola nelle insalate, verze e pomodori.
La presenza di nitrati negli ortaggi è considerato un problema di salute pubblica.
Problemi alla tiroide, scarsità di vitamina A e in certi casi, cancro allo stomaco.
Se anche la lattuga diventa pericolosa siamo veramente sull'orlo di un disastro.
Non è più il caso di parlare di diete, ma di ambiente.
Abbiamo trasformato la Pianura Padana, la terra più fertile d'Europa, in una landa grigia, priva di alberi e di filari di vite, un paesaggio nudo e tetro.
Per rincorrere le promesse dell'agricoltura industriale abbiamo imbottito la terra di veleni.
E a questi abbiamo aggiunto i prodotti delle centrali a biomassa.
Che percolano fatalmente nelle falde acquifere, sommandosi ad altri inquinanti nitrici derivati dalle migliaia di allevamenti industriali.
Ecco perché l'acqua che ci arriva in casa costa sempre di più in bolletta.
Il costo della depurazione è pari se non superiore a quello dell'acqua stessa.
Ma non c'è limite al peggio.
L'aria che respiriamo è più pericolosa del suolo agricolo e dell'acqua inquinati.
Alle emissioni industriali si sono sommate quelle degli inceneritori, quelli dei cogeneratori di biomasse, quelle del riscaldamento domestico a legna, per tacere del traffico veicolare che mangia altra pianura con nuovi tracciati di autostrade.
Ora si capiscono i dati allarmanti sul picco di mortalità nel 2015, superiore del 16,3% al 2014.
Il dato statistico era volutamente spalmato a livello nazionale, ma presumibilmente si riferiva alla zona più inquinata del paese, la Pianura Padana.

Giuliano Serioli
11 Maggio 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

giovedì 5 maggio 2016

Territorio, o salvezza o dannazione

Cosa fare e cosa non fare nel nostro ecosistema

E' ormai assodato da tempo che l'effetto serra ed il cambiamento climatico sono causati dall'emissione e dall'accumulo di CO2.
La CO2 in atmosfera è principalmente dovuta alla produzione di energia da fonti fossili.
Dal protocollo di Kyoto del 1997 fino al Cop 21 di Parigi la direzione intrapresa è stata quella di riuscire a produrre energia da fonti rinnovabili.
Impegno sottoscritto fin dal 2005 dall'associazione dei Comuni virtuosi, che fa del risparmio energetico e della partecipazione dei cittadini la sua bandiera.


Nei PAES dei "Comuni Virtuosi" della pedemontana, Felino in primis, viene ascritto e preso per buono l'elenco di tutte le fonti di energie rinnovabili, senza distinzione alcuna tra quelle che producono energia pulita: fotovoltaico, eolico, solare, geotermia e pompe di calore, e quelle che, pur derivando da fonti rinnovabili, producono energia con emissioni nocive per la salute e per l'ambiente: centrali a biogas e centrali a combustione di biomasse.
Come dire che un Comune che fa della partecipazione dei cittadini il suo stendardo non fa proprie le loro preoccupazioni per la salute.
Come se l'energia prodotta da un impianto fotovoltaico fosse uguale a quella prodotta dalla combustione di cippato di legna o da olio di grasso animale.
Felino, infatti, Comune autodefinitosi virtuoso, mette addirittura in bella mostra nel suo PAES il cogeneratore a grasso animale del Poggio di S.Ilario Baganza, quale misura di tale virtù, nonostante le proteste dei suoi cittadini per gli odori e gli inquinanti emessi.
Proteste additate come disinformazione e terrorismo mediatico.
E' vero che l'uso di biomasse, anche se con emissioni nocive, è a saldo zero di emissioni di CO2, come richiesto dal Protocollo di Kyoto?
Per la combustione di cippato di legna e pellet non è la verità.
La legna, se proviene dall'estero, è prodotta dagli scarti dei tagli della foresta pluviale che ogni anno viene rimaneggiata.
Se proviene dai nostri boschi cedui, si deve considerare che se non si perde superficie boschiva, si perde quella fogliare che impiega circa 3 anni a raggiungere la stessa capacità di cattura della CO2 di prima.
Il taglio industriale smuove il terreno ed il carbonio in esso contenuto da secoli, ributtandolo in atmosfera.
Quantificarlo come saldo zero è assurdo oltre che ridicolo.
Per la combustione di olio di colza o olio di palma, fonti rinnovabili, c'è lo stesso problema del mancato saldo zero di emissioni di CO2.
Intere foreste, infatti, vengono tagliate per far posto a tali coltivazioni, la cui superficie fogliare è nettamente inferiore alla capacità di cattura dei milioni di piante tagliate.
Per la combustione di grasso animale che sta sostituendo la colza, diventata troppo cara per l'aumento della domanda di mercato e anch'esso fonte rinnovabile, si pone sempre il problema del mancato saldo zero.
Se, infatti, dagli scarti di macellazione animale si sottrae grasso da bruciare con emissioni di CO2, si dovrà accrescere la produzione animale o la sua importazione dall'estero per compensare il loro mancato utilizzo nell'industria del pet e della cosmetica, e quindi con ulteriore emissioni di CO2.
Le emissioni nocive della cogenerazione di biomasse sono inversamente proporzionali alla potenza degli impianti stessi.
Più un impianto è piccolo, più inquina. Non avendo gli stessi numeri e valori di spesa di quelli grandi, non ha nemmeno filtri capaci ma solo cicloni per far precipitare unicamente le ceneri volanti.
Il problema emissivo, però, è già grave per i grandi impianti, perché il benzopirene non può essere fermato dai filtri. I suoi valori sono già oltre i massimi in Trentino Alto Adige.
Gli amministratori che hanno promosso quegli impianti sono in grave imbarazzo.
In tutti i PAES dei cosiddetti "comuni virtuosi" c'è il progetto di impiantare piccoli cogeneratori condominali ed aziendali sia a cippato che a grasso animale.
Una follia dal punto di vista del saldo zero di CO2, ma soprattutto dell'inquinamento dell'atmosfera del nostro territorio.
I prosciuttifici e i caseifici della pedemontana, da Traversetolo fino a Collecchio, sono i maggiori produttori di eccellenze alimentari, fonte di occupazione anche per l'indotto e di esportazione. Le materie prime che essi lavorano derivano dagli allevamenti zootecnici industriali. E gli spandimenti delle deiezioni animali che vi si creano, costituiscono il maggior problema per i suoli agricoli e le falde acquifere.
Proprio nei nostri territori vi sono aree sensibili in cui tali spandimenti non devono superare i 170 Kg di azoto per ettaro, la metà della norma, pena la compromissione di coltivi ed erba medica per vacche da latte. Conseguenza di tali spandimenti è anche la lisciviazione dell'azoto e l'arrivo di nitriti e nitrati nella falda acquifera, con grave inquinamento della stessa. Il pagamento dell'acqua in bolletta è il doppio del suo costo effettivo, proprio per la spesa di depurazione.
La soluzione di tali problemi ambientali, che tendono sempre più ad aggravarsi con la crescita dell'economia delle eccellenze alimentari, non può essere nelle centrtali a biogas che coi loro cogeneratori impestano già tutta la Pianura Padana e fermate proprio nel nostro territorio.
Ci può essere solo una soluzione alla radice del problema: eliminare l'ammoniaca dalle deiezioni con lo strippaggio e la neutralizzazione con soda caustica e formazione di solfato d'ammonio, un ammendante vendibile sul mercato. Tolta l'ammoniaca, le deiezioni animali possono essere trattate per produrre biometano da autotrazione o da mettere direttamente in rete. Un toccasana per gli stessi suoli agricoli, concimabili con sostanze naturali e non più con additivi chimici chimici.
Una soluzione del problema non più rinviabile.
Ma nei nostri territori si stanno infiltrando le mafie. Lo hanno già fatto. Si sono servite della grave crisi dell'edilizia per allettare qualcuno e servirsene.
E mettere radici. Hanno usato la necessità di finanziamenti che le banche non erogavano alle ditte per appropriarsi di queste o, peggio, per entrare a farne parte e agirvi dall'interno di nascosto, inquinando appalti pubblici, corrompendo amministratori locali, creando una ragnatela inestricabile di favori e collusioni in grado di condizionare la nostra vita pubblica e la nostra economia.
Farne piazza pulita è nostro dovere.
Attraverso la massima trasparenza nelle gare d'appalto.
Opponendo all'offerta minima il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa.
Facendo in modo che il Comune si ponga come intermediario tra aziende edili e banche come garante dei prestiti.
Altro problema che è necessario affrontare è quello della cementificazione del territorio.
L'eccesso di urbanizzazione e cementificazione produce un mancato assorbimento delle acque piovane ed uno scorrimento troppo rapido verso aree a valle con alluvioni ed allagamenti.
Al modello urbanistico basato sui grandi centri commerciali che producono la chiusura delle piccole attività commerciali e la desertificazione dei centri storici, opponiamo il ritorno ad una commercializzazione diffusa favorita economicamente dal Comune stesso.
Ogni nuovo capannone che un'azienda aggiunga per esigenze di allargamento dell'attività deve essere inteso al netto di consumo di suolo, cioè una costruzione similare e abbandonata deve essere riportata dalla stessa azienda e a sue spese alla condizione di suolo agricolo.
Si deve evitare la cementificazione delle sponde di fiumi rii e canali e soprattutto il loro disboscamento affidato dai Comuni a terzi a spesa zero. Cosa che produce un taglio generalizzato dei boschi ripariali per produrre cippato di legna da vendere sul mercato.

Giuliano Serioli
5 maggio 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense