"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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lunedì 24 giugno 2019

Ancora tagli sul monte Fuso


Sul torrente “Rio del Faino” hanno fatto una cosa simile a quello che han fatto nel torrente che divide il monte Lavacchio dal Faino oggetto del primo esposto, anche seppur in misura ridotta.
Anche in questo caso hanno fatto un taglio allucinante sul bosco sopra al torrente aprendo sul letto di esso una carraia.
A distanza di un anno, c’è ancora il letto del torrente coperto di legna.

Di seguito le foto di quanto han fatto:

Parte del taglio sul lato est del torrente
La strada aperta partendo dal lato ovest portandosi sul lato est e in primo piano
c’è proprio il nuovo “ponte” creato con la ruspa sopra al torrente
Esattamente a destra della foto precedente, la nuova carraia
prosegue nell’ormai ex bosco
Il nuovo “ponte” sul torrente visto più da vicino.
Nel letto stesso del torrente sono ben evidenti i resti dei tagli
Le piante sono state tagliate dopo che avevano già le foglie e che io sappia,
in questo periodo non si possono tagliare
Esattamente a sinistra del nuovo “ponte” si vede il letto del fiume che
invaso dalle piante tagliate, è diventato ormai invisibile
Altro particolare del bosco tagliato.

lunedì 18 novembre 2013

Centrali termiche a cippato


Nella nostra montagna le centrali termiche, costruite o approvate ed in costruzione, sono ormai 8.
Milioni di euro di fondi FAS, di finanziamenti Regionali, di finanziamenti Provinciali e di debiti contratti dai comuni stessi sono andati ad alimentare l'industria dei combustori e dei cogeneratori, senza creare alcun posto di lavoro in montagna e senza contribuire a ricostruirvi un tessuto economico.
Soldi sottratti alla ristrutturazione dei borghi per il risparmio energetico, unico vero volano di lavoro per la ripresa dell'edilizia e del turismo.
Gli amministratori sostengono che una centrale termica a cippato inquina meno di tante stufe in quanto la combustione è ottimizzata e i fumi vengono trattati prima di essere emessi in atmosfera.
Non è vero.
Forse lo era per vecchie stufe e camini aperti, ma in montagna oggi si usano stufe a pellet o miste pellet-legna di moderna concezione e basse emissioni.
Una stufa a pellet da 20Kw di potenza costa 1900 euro, detraibili dalle tasse al 55% e scalda 150 m2 con poco più di 1000 euro in un anno.
Si chieda al comune di Palanzano che, dopo aver provato il cippato, nella centrale ( 700 Kw di potenza) è passato a bruciare pellet per non avere le emissioni e i quantitativi di cenere di prima.
Non si dice che, mentre il combustibile delle stufe in montagna è legna stagionata due anni, quello della centrale termica è cippato fresco di sfalci di bosco.
Il cippato, che appena tagliato ha un'umidità del 50- 60%, viene commercializzato fresco con umidità del 35-40% (potere calorifico indicativo di 2.500 kcal/kg, corrispondenti a 2 Kw/Kg, e con un elevato tenore di corteccia perchè da cippatura di ramaglie o di piante di piccola taglia. Paradossalmente dà meno cenere ed inquinanti la stufa che non la centrale, la quale arriva fino al 3% di ceneri pesanti.
Non si dice, altresì, che quel tipo di centrali termiche ( fino ad 1 Mw ) hanno come unico sistema di filtraggio il multiciclone che abbatte solo la fuliggine, cioè la cenere volante,quella più leggera,ma non gli inquinanti.
Lo stesso dott. Francescato, direttore di AIEL ( azienda italiana energia dal legno) afferma che nel caso di impiego di pellet e legna idonei, pellet di qualità certificata e legna con contenuto idrico M<20%, cioè legna stagionata due anni, l'emissione di particolato si attesta su circa 45mg/Nm3.
Mentre col solo multiciclone si hanno emissioni effettive di polveri tra i 75 e i 150 mg/Nm3.

Questo perchè, in pratica, tali centrali termiche non hanno un sistema di depurazione fumi.
Il multiciclone di cui sono dotate, per intenderci, non abbatte neanche i PM 10. Per abbatterli ci sarebbe bisogno di un filtro a maniche o ancor meglio di un filtro elettrostatico, capace di abbattere polveri fino ai PM 2,5.
Ma le PM 1 ed oltre non le abbatte nessun filtro.
Le emissioni di elevate quantità di polveri ultra sottili sono il principale problema dei biocombustibili solidi.
Ma una volta che una centrale termica sopra i 500 Kw di potenza è impiantata è difficile che un'amministrazione non le applichi una turbina per produrre elettricità ed intascare gli incentivi.
Gli incentivi sono commisurati ai kWh elettrici prodotti e questo criterio – valido per gli impianti eolici, fotovoltaici, idraulici – è inadeguato e controproducente nel caso delle biomasse. Perché le biomasse non sono solo energia grezza trasformabile in elettricità, come quella del vento, ma sono la totalità delle sostanze vegetali, con infiniti usi e funzioni, sempre con ricadute energetiche ed ambientali.
Qualche amministratore gioca sulla convinzione sballata che la combustione della legna provochi solo 'emissione di vapore acqueo e poco altro.
Sbagliato.
La combustione di biomasse legnose provoca emissioni di vapore acqueo e CO2,ma soprattutto di sostanze pericolose come monossido di carbonio (tossico), ossidi di azoto (tossici, irritanti) idrocarburi (cancerogeni), e particolato (le poveri a diversa granulometria) composto fondamentalmente da metalli e residui inorganici che adsorbono e trasportano diossine e furani.
I metalli ambientalmente più pericolosi ( Pb, Zn,Cd) finiscono nelle ceneri volanti e sono maggiori nelle ceneri di corteccia.
Per poter essere usato come fertilizzante, il contenuto di metalli pesanti non deve oltrepassare certi valori della cenere derivante dalla combustione di legna allo stato naturale. La cenere raccolta nei cicloni di impianti funzionanti con cippato di legna già supera i limiti indicati e non può essere utilizzata come ammendante.

La legna, nella categoria «biomasse», è stata inclusa nella lista Ue di energie rinnovabili a bassa emissione di Co2 presumendo che la Co2 prodotta dalla sua combustione sia compensata dalla Co2 catturata dagli alberi cresciuti al posto di quelli tagliati. In realtà, però, bruciare la legna può essere a basse emissioni di CO2 solo a certe condizioni, a seconda della velocità di crescita degli alberi. Ma la pubblicistica scientifica del settore forestale afferma che un bosco ceduo sottoposto a taglio recupera la stessa capacità di catturare CO2 precedente il taglio solo dopo circa tre anni.
Secondo l'Agenzia europea per l'ambiente, supporre «che la combustione di biomasse sarebbe intrinsecamente a emissioni zero ignora il fatto che usare il terreno per produrre piante per l'energia significa che questo 
terreno non sta producendo le piante per altri scopi, compresa la cattura di Co2».

l'Ue,con le centrali a legna, ha creato un incentivo che costa molto, probabilmente non riduce le emissioni e non stimola neppure l'adozione di nuove tecnologie energetiche.

Perchè allora nella nostra provincia ed in tutto l'Appennino Tosco-Emiliano stanno sorgendo come funghi centrali termiche a cippato ?

Il motivo è semplice : una volta impiantate le centrali, le amministrazioni si chiederanno perchè non utilizzarle anche per produrre elettricità ed intascare incentivi, come ha già fatto il comune di Monchio. Ci racconteranno che visto che ormai ci sono, varrà la pena farci un pò di soldi anche se ridicolo com'è il rendimento della combustione della legna per produrre elettricità ( a Monchio è del 10%, detto dal sindaco) , occorrerà bruciarne dieci volte tanto e tagliare ancor più i boschi, già rimaneggiati dalla speculazione sulla legna da ardere.

Questo il progetto per il futuro che ci prospettano amministrazioni e governo: produrre elettricità bruciando i boschi.

Serioli Giuliano

domenica 6 ottobre 2013

Taglio boschi

Ancora tagli. Le immagini parlano da sole.
Perché l'uomo è tanto ingordo di risorse?
Un consumo più accorto non assicurerebbe una maggiore durata dell'economia del taglio della legna?
Chi ne pagherà le conseguenze quando il limite sostenibile verrà evidentemente e decisamente sorpassato, sarà innanzitutto chi vive in questi luoghi, il turismo ne risentirà per il degrado ambientale e l'economia della legna soffrirà una drastica ma necessaria riduzione delle quantità tagliabili. Naturalmente, sempre che non si intenda tagliare fino all'ultimo albero, come gli abitanti dell'Isola di Pasqua, per poi trasferirsi tutti in città!

Bocca del lupo, Riana, Comune Monchio





Monte Matalla, Nirone, Comune Palanzano



Monte Lama, Comune di Bardi


giovedì 29 agosto 2013

In giro per la montagna





Si sale in auto per le nostre valli e ci si accorge che le strade sono rovinate. Uno pensa che la causa sia il dissesto idrogeologico, le frane che hanno colpito la nostra montagna con le piogge della primavera ed è anche vero, ma non solo. Più si prosegue e più è chiaro che le strade sono letteralmente sfondate. Il piano stradale in molti punti fa delle conche, degli avvallamenti che solo un traffico costante di mezzi pesanti ha potuto provocare, non certo delle automobili.
Poi, si sale ancora e si vedono ai lati delle strade degli slarghi, delle piazzole che prima non c'erano. Piazzole colme di legna tagliata, pile di tronchetti da un metro.
Si sale ancora e le file di tronchetti tagliati, in certi punti, contornano quasi ininterrottamente la strada. Si alzano gli occhi al bosco e si cominciano a vedere anche dalla strada grandi buchi nei boschi, dove la pendenza dei versanti sconsiglierebbe di lasciarli praticamente denudati e in balìa del dilavamento delle acque
di scorrimento quando arriveranno le piogge.
Questo è il paesaggio attuale della nostra montagna: boschi coi buchi come fossero gruviera e strade sfondate dai camion che portano via la legna dei tagli.

Qualche amministratore dice "è indubbio che l'abbandono dei boschi sia palese ed evidente per i più svariati motivi e che questo non sia poi così tanto positivo lo denunciano i roghi estivi, che spesso derivano proprio da autocombustione degli arbusti abbandonati nel sottobosco. Una politica delle comunità montane che possa permettere la nascita di qualche centrale a biomassa che permetta la produzione di elettricità e
di teleriscaldamento non farebbe male e permetterebbe di monitorare e tenere puliti i boschi, garantendo la giusta turnazione delle piante, la pulizia del sottobosco ed in ultimo ma non meno importante garantire
lavoro a territori che continuano a spopolarsi a causa di mancanza di lavoro principalmente. Poter garantire elettricità a piccole comunità montane e teleriscaldamento sarebbe un'idea ecologica e ragionevole."

Si potrebbe rispondere che i roghi estivi per autocombustione accertati in italia si possono contare sulle dita di una mano, il restante è dato da incendi dolosi dettati da interessi vari e in più dall'incuria di chi
opera pulizie del sottobosco con il fuoco che gli sfugge.
Ma sollevare il problema degli incendi boschivi nel nostro Appennino è solo un pretesto, come del resto parlare di pulizia del bosco.


Discorsi che servono solo a far passare la speculazione dei tagli boschivi senza alcuna limitazione di fatto e a far accettare l'impianto di centrali a cippato di legna nei borghi.

Quasi mai le condizioni di rinnovabilità vengono valutate e rispettate.
Si ha l'impressione che ci stiamo mangiando i boschi e se il prelievo sarà folle come per altri combustibili a chi ci segue lasceremo una copia dell' isola di Pasqua.

Sarebbe utile leggere i regolamenti forestali dove si può vedere i tempi per le turnazioni del taglio della legna nelle zone montuose. Sono tempi lunghi e lunghissimi rapportati alle aspettative del taglio economico.
Questo permette a chiunque di rendersi conto quanto sia importante la sostenibilita di un prelievo regolamentato e non dettato dalla speculazione.
Ma la speculazione sulla legna da ardere oggi la fa da padrona. Senza un piano di tagli programmati che rispetti la rinnovabilità dei boschi, la proprietà privata e una legge che non pone alcun vincolo, se non quello
dei 6 ettari massimi contigui tagliabili, porteranno al disastro nel nostro Appennino.
Una montagna non solo sempre meno abitata e senza un'economia, ma spelacchiata al punto che non si potrà nemmeno più ipotizzare una ripresa del turismo.

Vi è l’opinione diffusa che le caldaie a cippato possano essere alimentate anche solo con cippato proveniente da scarti di potatura urbana, di potatura ripariale o con le ramaglie abbandonate nei boschi dai tagli economici .
Occorre precisare che ciò non è vero: le ramaglie in generale e quindi anche gli scarti di potatura urbana composti per lo più da rami e rametti di piccole dimensioni formano un cippato troppo ricco di corteccia che poi produrrebbe nelle caldaie problemi di combustione e più ancora la produzione di un quantitativo di ceneri
troppo elevato, fino al 5%. Per questi motivi le ramaglie possono comparire nel cippato solo in percentuali non superiori al 30% rispetto alla frazione di cippato composto invece da tronchi e parti legnose di
maggiori dimensioni.
Ad un tenore di cenere così elevato corrisponde una quantità di emissioni in aria delle stesse proporzioni : ossidi di azoto, particolato, ossidi di metalli pesanti e diossina e un malfunzionamento della combustione stessa, perchè il cippato di corteccia è più umido e provoca un minor rendimento della centrale.
Il sistema più utilizzato per la depurazione fumi di una centrale a cippato è il ciclone o multiclone che funziona in questo modo: il gas di scarico viene fatto passare in un condotto conico in cui, per effetto della forza centrifuga sviluppata da aria forzata, si ha il deposito delle particelle sulle pareti del ciclone e per la forza di gravità queste precipitano sul fondo dove in seguito vengono raccolte.
Queste ceneri, a differenza di quelle sotto brace grossolane, sono ceneri polverose e contengono in maggior quantità metalli pesanti nocivi ( piombo, zinco e cadmio).
In uscita, il gas che va al camino risulta ancora inquinato da particelle di piccole dimensioni che il sistema non riesce a separare.

Le emissioni con elevate quantità di polveri sottili sono il principale problema dei biocombustibili solidi, delle biomasse legnose in particolare.
Un recente studio, condotto con i criteri di analisi dei cicli di vita (LCA) ha stimato che, in un impianto di teleriscaldamento, il passaggio dal gas naturale al gas prodotto dalla combustione e gassificazione del
cippato di legna aumenterebbe di 6,2 volte l’impatto di inquinanti con significativi effetti sulla salute.

E' vero che il taglio della legna crea soldi, ma la maggior parte non restano in montagna.
Ogni ettaro sottoposto a taglio raso o con novellame ha prodotto quest'anno circa 13.000 euro.
Mille euro al proprietaio del bosco, che può essere un anziano del posto ma nei due terzi dei casi è uno che sta in città ed ha la seconda casa con terreno. Cinquemilamila euro vanno chi taglia, che può essere un boscaiolo o uno del posto ma anche uno coi soldi che fa tagliare in nero da gente dell'est.
per chi taglia ci sono da considerare,però, le spese per materiali, trattore e altri mezzi meccanici.
Il rimanente va a grossisti della pedemontana che rivendono la legna al minuto.
Più o meno, il 75% del denaro proveniente dai tagli non resta in montagna, va in pianura, in città o altrove. Va anche alle ditte che producono mezzi meccanici e di taglio.

Senza un progetto di tagli programmato, la nostra montagna sarà spelacchiata dalla speculazione, preda del dissesto idrogeologico e sempre più povera e abbandonata.

Serioli Giuliano

lunedì 27 maggio 2013

Speciale boschi



Pubblicato il sito "speciale boschi" con contenuti curati da Roberto Cavanna.

lunedì 26 novembre 2012

La Regione benedice la cogenerazione da legna

Di fronte ad un pubblico di sindaci, amministratori e funzionari, il sindaco di Monchio Moretti ha annunciato che la centrale termica a cippato, andata in funzione un anno fa, d'ora in poi farà anche cogenerazione, produrrà energia elettrica e incamererà gli incentivi pubblici.
A benedire l'iniziativa il vicepresidente della Regione, Simonetta Saliera.
"Un cerchio virtuoso si chiude, ha affermato. Dal fotovoltaico al teleriscaldamento per gli anziani,  dai nuovi posti di lavoro creati con la cooperativa di taglio al cippato fornito da questa per la produzione di energia elettrica della centrale."
Le centrali a cippato per i borghi dell'Appennino, propugnate da Dall'Olio e dalla Provincia, a sentir loro dovevano produrre solo calore e bruciare limitate quantità di legna.
Ora si apprende che il progetto prevedeva anche la cogenerazione, che Moretti fa solo l'apripista della politica della Regione, che d'ora in poi in montagna si brucerà molto di più.
Si perchè, essendo molto basso il rendimento di una centrale a legna, per produrre anche energia elettrica occorrerà 10 volte più cippato che non per produrre solo calore.
Per intenderci, la  centrale di Monchio l'anno scorso ha bruciato 3.000 quintali di cippato ma l'anno venturo, con la cogenerazione, ne brucerà 30.000 quintali, cioè 30 ettari di bosco.
A parte ogni considerazione sulle emissioni nocive che assumeranno carattere industriale, ammorbando l'aria della fascia dei crinali, si deve aver ben chiaro che ogni anno si dovrà tagliare una bella fetta di boschi.
Alla faccia della sostenibilità, considerando che tali tagli si sommeranno a quelli già in atto per la speculazione sulla legna da ardere.
Ha senso finanziare una cooperativa di taglio industriale quando  la montagna viene già predata selvaggiamente della sua risorsa legna?
Ha senso buttare più di un milione di euro di fondi europi, regionali e provinciali in un progetto che produce poca energia ad un costo altissimo di risorse naturali?
Non è forse più ragionevole investirli nel risparmio energetico, ristrutturando i borghi e creando immediato lavoro nell'edilizia, a sua volta volano dell'attività turistico-ricettiva?

Nell'assemblea questo discorso non abbiamo potuto farlo, ci è  stato impedito.
La partecipazione e la pluralità delle voci non abitano più qui.

Serioli Giuliano

martedì 16 ottobre 2012

La montagna spogliata

La montagna sta morendo.
I primi a dirlo sono i montanari stessi
Tutti ne parlano, tutti temono che la cosa si avvererà.
Chiunque prometta soldi, non importa per cosa, è ben accetto.
I tagli fanno assomigliare i boschi alla gruviera,il formaggio coi buchi.
Ma la realtà è peggio di ciò che appare perchè molti hanno capito di  dover tagliare nei retroversanti, lontano dalla visibilità delle strade.
L'agricoltura e l'allevamento tradizionali sono spariti. L'agricoltura industriale ha sbaragliato il campo. L'artigianato è ormai del tutto soppiantato dall'industria manifatturiera.
I famosi saperi e mestieri, di cui i politici si riempiono la bocca, rischiano di finire dimenticati definitivamente in qualche museo.
La montagna ha cominciato ad essere abbandonata da tempo e non si vede uno spiraglio di attività economica che tenga su i giovani, mentre la città appare loro con tutto il luccichio delle promesse di soldi, sesso e socialità.
Un funzionario della Provincia ha detto che "siamo seduti su un altro petrolio"e il mercato della legna da ardere ha risposto aumentando la domanda, complice la crisi economica e il prezzo dei carburanti.
In montagna, molti si sentono spinti a tagliare più legna possibile, come fossero consapevoli che si stanno dividendo le spoglie di un mondo destinato a sparire.
Nell'indifferenza delle amministrazioni.
Anzi, con amministratori pronti a giustificare la cosa e a raccontare in giro che, essendoci il doppio di boschi di quarant'anni fa, si può arrivare a tagliare tutto ciò che è ricresciuto, recuperando ( udite, udite! ) la biodiversità dei prati di una volta.

Cosa dirà di ciò la Regione che afferma la rinnovabilità intoccabile e al 4% massimo del totale dei boschi ?

Gli unici dati sul taglio dei boschi forniti da Provincia e Comunità Montana sono del 2010 e si riferiscono al quinquennio precedente. Fino al 2008 gli ettari richiesti al taglio erano più o meno gli stessi. Nel 2009, di botto, quasi raddoppiano : 2.000 ettari, corrispondenti a circa 200.000 t.

Da allora più nessun dato esce dalle amministrazioni.

La percezione è che ogni anno vi sia un ulteriore incremento dei tagli.
Percezione confermata dai muri di legna tagliata ai lati delle strade, da interi versanti denudati e soggetti a futuro dissesto idrogeologico, dalla rabbia dei boscaioli per imprese di taglio che nascono da un giorno all'altro utilizzando in nero gente dell'est-europa, dalle stesse voci allarmate di alcuni sindaci.
Ma, soprattutto, confermata dall'analisi dei dati nazionali degli stessi operatori del settore.
Da Annalisa Paniz, di AIEL (Associazione Italiana Energie Agroforestali), viene la fotografia del settore che vede l’Italia prima nel mondo per importazione di legna da ardere e prima in Europa anche nella produzione e vendita delle stufe a pellet. “Le biomasse legnose consumate dagli italiani nel 2012 saranno vicine ai 20 milioni di tonnellate: per l’80% (16 milioni di t.) costituite da legna da ardere e per il 9% da pellet (2 milioni)".
" Si prevede che nel 2012 siano importati in Italia ben 3,3 milioni di tonnellate di legna da ardere", dice la Coldiretti.
La biomassa legnosa prelevabile annualmente, senza pregiudicare la rinnovabilità, è stimata nel 4% del totale del ceduo presente nel nostro paese, 3.663.000 ha circa, e pari a 14.620.000 t.
Conoscendo la stima dei consumi previsti per il 2012, circa 16.000.000 di t. e quella della legna da ardere importata, 3.300.0000 t., si può arrivare facilmente alla stima della legna effettivamente tagliata, cioè
16.000.000 - 3.300.000 = 12.700.000 t. di legna, pericolosamente vicina alla soglia di rinnovabilità ( 14,6 mln ).
Se però si aggiunge la previsione del pellet prodotto nel 2012, circa 800.000 t. si arriva a 13.500.000 t. di legna tagliata, pari al 92% dell'interesse, oltre il quale vien meno la sostenibilità e si comincia ad intaccare la
rinnovabilità.
Ma questi sono dati nazionali. Nella realtà ci sono regioni in cui si taglia di meno ed altre di più. L'Appennino Tosco-Emiliano è il fornitare più rigoglioso e vicino dell'enorme mercato della pianura padana e delle centrali a cippato impiantate nelle Alpi.
Il dissesto delle strade di montagna, lo sfondamento in certi casi del manto d'asfalto per il via e vai dei camion di legna, testimonia ampiamente quanto supposto: che la rinnovabilità dei boschi del nostro  appennino sia già intaccata.

La speculazione sulla legna e i tagli si fermeranno?

Da soli no.

La green economy applicata alle biomasse si è sommata al mercato della legna da ardere, moltiplicando la domanda. Legna portata via coi camion per essere cippata e bruciata chissà dove o trasformata in pellet. Nel
2011 sono state vendute in Italia 200.000 stufe a pellet!
I tagli si sono moltiplicati al punto che l'offerta ha superato di gran lunga la domanda, portando il prezzo di vendita dagli 8 euro al quintale iniziali, agli attuali 5,5 euro.

E'pensabile che si tagli di meno per riequilibrare il prezzo di mercato?

No, sarà il contrario!
La gente che si è abituata a quella fonte di denaro non sarà disposta a rinunciarvi, men che meno con la crisi in atto. Anzi, taglierà di più per raggiungere lo stesso gruzzolo dell'anno precedente. D'altra parte il ribasso dei prezzi di mercato della legna non farà altro che renderla sempre più conveniente rispetto a quello dei carburanti fossili e più appetibile per un sempre più vasto bacino di utenti.
Una spirale senza fine che arriverà a consumare i nostri boschi.
Cui seguirà il dissesto idrogeologico diffuso, l'inquinamento delle acque e dell'aria.
La montagna, lasciata a se stessa e alla miopia dello sfruttamento delle sue risorse, diventerà terra di conquista.
Con lo sviluppo, poi, delle centrali termiche a cippato anche nella nostra provincia, della cogenerazione per produrre energia elettrica (Monchio) e delle aziende di taglio industriale della legna (Albareto e Neviano), le amministrazioni sembrano accettare il dettato della green economy: soldi in cambio di risorse.

Cosa può salvare la montagna?

L'uso delle rinnovabili senza intaccare le risorse può far rinascere i borghi.
Le innovazioni tecnologiche possono legarsi agli antichi mestieri, farli rivivere.
Il solare fotovoltaico e il solare termico uniti alla ristrutturazione dei borghi per il risparmio energetico possono essere il volano di nuova occupazione e di autonomia energetica.
Possono costruire la base ricettiva adeguata per un turismo diverso da quello di massa.
Un turismo capace di far nascere la domanda di produzioni alimentari biologiche e artigianali di pregio. L'Alto Adige e il Trentino insegnano.
I fondi europei, quelli regionali e provinciali devono andare al risparmio energetico che vuol dire edilizia. Devono allargarsi alle produzioni alimentari di eccellenza ed alla ricezione turistica diffusa dei borghi. Solo così la montagna non perderà i suoi giovani, anzi ne attirerà altri dalla città.

Il principio deve essere che l'economia non deve consumare le risorse.

Serioli Giuliano

sabato 11 agosto 2012

5 tesi fra montagna e città


Due forme di cultura opposte
La città e la montagna rappresentano due forme di cultura molto diverse tra loro, quasi opposte.
Nella prima elaborazioni concettuali astratte possono costituire la verità.
Nella seconda, al contrario, verità sono solo i dati di fatto e le astrazioni diventano chiacchiere
inutili. Qualsiasi opinione può farsi teoria e far parte del sapere; di contro il sapere è tramandato solo oralmente ed è costituito dalle esperienze che si sono affermate con successo e quindi, per questo, divenute vere.
L'uomo di città è portato ad esprimere le proprie opinioni; il montanaro, come il servo della gleba dell'antichità, si trattiene dall'esporre ciò che pensa aspettando il momento giusto per farlo valere.
Il coraggio delle proprie opinioni da una parte, la propria ragione da imporre coi fatti, dall'altra.
Le due mentalità sembrano inconciliabili.
La città padroneggia la tecnologia che ha soppiantato i mestieri e i saperi della montagna.
Dalla città arriva la speculazione che può decidere dei destini della montagna.

La montagna sta morendo
Tutti ne parlano, tutti temono che si avveri.
L'agricoltura e l'allevamento tradizionali sono spariti. L'agricoltura industriale ha sbaragliato il campo. L'artigianato è ormai del tutto soppiantato dall'industria manifatturiera.
I famosi saperi e mestieri, di cui i politici si riempiono la bocca, rischiano di finire dimenticati definitivamente in qualche museo polveroso.
La montagna è stata abbandonata da tempo, ma non si intravedono attività economiche che possano bloccare i giovani nelle terre alte, mentre la città appare loro con tutto il luccichio delle
promesse di soldi, sesso e socialità.
Qualcuno ha detto che "siamo seduti su un altro petrolio" e il mercato della legna da ardere ha
risposto aumentando la domanda, complice la crisi economica e il prezzo dei carburanti.
In montagna, molti si sentono spinti a tagliare più legna possibile, come fossero consapevoli che si stanno dividendo le spoglie di qualcosa che presto non ci sarà più.
Nell'indifferenza delle amministrazioni. Anzi, con funzionari pronti a giustificare la cosa e a raccontare in giro che, essendoci il doppio di boschi di quarant'anni fa, si può tagliare tutto ciò che è ricresciuto, recuperando la biodiversità dei prati di una volta.

Si fermeranno la speculazione sulla legna e i tagli?
Da soli no.
La green economy applicata alle biomasse si è sommata al mercato della legna da ardere, moltiplicando la domanda. Legna portata via coi camion per essere cippata e bruciata chissà dove o trasformata in pellet. Nel 2011 sono state vendute in Italia 200 mila stufe a pellet.
I tagli si sono moltiplicati al punto che l'offerta ha superato di gran lunga la domanda, portando il prezzo di vendita dagli 8 euro al quintale iniziali, agli attuali 5,5 euro.
Pensate che si taglierà di meno per riequilibrare il prezzo di mercato?
Semmai il contrario.
La gente che si è abituata a quella fonte di denaro non sarà disposta a rinunciarvi, men che meno con la crisi in atto. Anzi, taglierà di più per raggiungere lo stesso gruzzolo dell'anno precedente.
D'altra parte il ribasso dei prezzi di mercato della legna non farà altro che renderla sempre più conveniente rispetto a quello dei carburanti fossili e più appetibile per un sempre più vasto bacino di utenti.
Una spirale senza fine che arriverà a consumare i nostri boschi.

Il riscaldamento globale colpirà duro in montagna
Molti montanari e gente di città appassionata di montagna cominciano ad intuire cosa succederà e a preoccuparsi seriamente.
Il cambiamento climatico arriverà prima in montagna. Provocherà siccità nella fascia delle sorgenti, dove la neve per diversi mesi è necessaria alla loro ricarica.
La durata dell'innevamento si accorcia sempre più, è capricciosa: di giorno il calore del sole scioglie la neve, di notte l'altitudine la fa gelare, provocando vetroghiaccio, un fenomeno disastroso per le piante, spezzate dall'aumento di volume del ghiaccio riformato.
La fascia delle sorgenti è la zona delle faggete, bisognose di umidità e di acqua.
La loro traspirazione ributta fuori quella stessa umidità di cui hanno bisogno alimentando temporali, necessari a mantenere il microclima. Ma tali temporali estivi in futuro, data la sempre maggior escursione termica, tenderanno a diventare burrasche, con enormi quantità d'acqua in poco tempo, come nelle Cinque Terre, o come in questi giorni in Alto Adige.
I versanti dei monti, denudati dal taglio spropositato, scenderanno a valle riempiendo i torrenti che, tracimando, travolgeranno ogni cosa. Le prime ad essere colpite saranno le strade.
L'acqua è ancora abbondante in montagna, ma viene rubata. 
Enel, coi suoi bacini e condotte mai ristrutturati, perde il 50% dell'acqua captata e dà ai comuni montani solo elemosine.
Aziende di imbottigliamento come la Norda-Lynx, a Ponteceno, e tante altre, portano via l'acqua per pochi spiccioli.
La maggior parte dei comuni si vantano di aver dato in gestione i propri acquedotti ad Iren, con la conseguenza che ora si trovano nell'impossibilità di turbinarli per ricavare elettricità e rimpinguare le casse pubbliche.

Cosa può salvare la montagna?
La montagna, lasciata a se stessa e alla miopia dello sfruttamento delle sue risorse, diventerà terra di conquista. Non resterà a lungo disabitata, sarà ripopolata da gente dell'est, mercenari pagati in nero al soldo della speculazione.
L'ambientalismo ideologico, quello che dice sempre no a tutto, non ci interessa. Non è credibile e non ha un progetto per la montagna.
Ma l'uso sostenibile delle energie rinnovabili non è la stessa cosa della green economy. Con lo sviluppo delle centrali termiche a cippato, della cogenerazione per produrre energia elettrica e delle aziende di taglio industriale della legna, le amministrazioni sembrano accettare il suo dettato: soldi in cambio di risorse.
Ma l'uso delle rinnovabili senza intaccare le risorse può far rinascere i borghi.
Le innovazioni tecnologiche della città possono legarsi agli antichi mestieri, farli rivivere.
Il solare fotovoltaico e il solare termico uniti alla ristrutturazione dei borghi per il risparmio energetico possono essere il volano di nuova occupazione e di autonomia energetica.
Possono costruire la base ricettiva adeguata per un turismo diverso da quello di massa.
Un turismo capace di far nascere la domanda di produzioni alimentari biologiche e artigianali di
pregio. L'Alto Adige e il Trentino insegnano.
Il principio deve essere quello che il lavoro non deve consumare le risorse.


Giuliano Serioli

venerdì 10 agosto 2012

Neviano, dalle parole ai fatti.

L'assemblea di Neviano del 30 luglio avrebbe dovuto fugare ogni dubbio dei cittadini sulla sostenibilità dei progetti e delle iniziative delle amministrazioni sulla centrale a cippato e sui tagli dei boschi. Almeno di tale tenore erano le affermazioni del sindaco Garbasi e del capo del Pd Dall'Olio che accusavano sulla "Gazzetta" noi di Reteambiente di fare del terrorismo ambientale.
Ecco, però, una prima crepa alla sicumera della loro narrazione.
Una signora di Neviano, preoccupatissima, ci scrive per avere voce e sostegno contro lo scempio perpetuato  all'amministrazione direttamente sopra casa sua.
Queste le sue parole.

"Sono residente a Neviano A. e sto vivendo con angoscia la devastazione in atto sul territorio. Non ho mai visto una tale rapidità negli interventi del passato: qui procedono a tamburo battente.Abito in una casa sotto il cimitero, dove il terreno è in forte pendenza; per evitare il rischio di smottamenti più di quarant'anni fa la Forestale aveva aggiunto alle querce originarie dei pini neri, poco adatti al clima e quindi bisognosi di manutenzione, che peraltro da vent'anni il Comune si è ben guardato di fare.Ora, nel giro di pochi giorni hanno raso al suolo tutto il bosco e non mi risulta nessuna perizia geologica. E' altamente probabile che, con l'arrivo delle piogge autunnali, particolarmente violente in queste ultimi anni a causa del riscaldamento globale, riprendano i movimenti franosi che caratterizzano la zona. Il cimitero che mi sovrasta arriverà qui, a casa mia.Vi scrivo per chiedere aiuto affinchè si tenti di arrestare lo scempio in atto e si proceda al rimboschimento dei terreni messi a nudo. Ho seguito con interesse gli interventi di Giuliano Serioli sulla caldaia a cippato: quello che sta accadendo è tutto collegato.In giro c'è rassegnazione.Aspetto una vostra risposta.Grazie e distinti salutiRaffaella Sassi"
Le parole della signora non fanno che confermarlo.
E' in atto un taglio forsennato dei boschi prodotto da una domanda speculativa del mercato della legna da ardere. Tali tagli hanno ormai superato la stessa domanda e il prezzo della legna accatastata è crollato dagli 8 euro al quintale di tre anni fa agli attuali 5,5 euro.
Tutti sono convinti che tale scempio non si fermerà.
Anzi, il crollo stesso del prezzo spingerà molti a tagliare di più per intascare almeno
gli stessi soldi dell'anno prima.
Non ci stiamo riferendo ai boscaioli, che fanno correttamente il loro lavoro di sempre,  ma a tutti coloro che assoldano extracomunitari in nero per farli lavorare al posto loro e per il proprio profitto.
Ebbene, proprio la sera dell'assemblea abbiamo sentito amministratori e tecnici affermare che oggi c'è il doppio di legna rispetto a quarant'anni fa e che non sarebbe un male se la si tagliasse, recuperando i prati di una volta e
la biodiversità che questi rappresentavano.
Il recupero dei prati è incentivato con finanziamenti dalla Regione, anche se non serve a niente perchè vacche al pascolo non ce n'è più. 
Forse, però, serve a creare un do ut des in occasione delle elezioni.
Certi amministratori non si rendono conto che non si può tornare indietro, ma che soprattutto non si deve farlo per non riinnescare il degrado idrogeologico imperante in quei tempi.
Non si può creare lavoro saccheggiando le risorse naturali, mettendo a rischio frane i versanti e in forse la sicurezza della gente e delle loro case.

Noi diciamo che il lavoro lo si può creare avviando il risparmio energetico. Concentrando tutti i finanziamenti su di esso in modo da farlo diventare il volano della ristrutturazione dei borghi, a sua volta strumento efficace di una ricezione turistica accogliente e diffusa.

Serioli Giuliano

mercoledì 8 agosto 2012

Neviano, la grande stufa buona

E' solo una caldaia, ha sottolineato Dall'Olio, nient'altro che una grossa stufa, che inquinerà molto meno di sette vecchie stufe di potenza equivalente.
Il leit motiv della serata a Neviano è stato questo, tranquillizzare, sminuire, presentare la centrale a cippato come una favola a lieto fine, da replicare ovunque nelle terre alte.
Un'assemblea a senso unico, senza alcun contraddittorio, dove a parlare erano gli stessi progettisti dell'impianto, quasi fosse una serata di promozione aziendale.
La grande stufa buona. Dall'Olio, capogruppo Pd a Parma, dovrebbe sapere che la grande maggioranza dei cittadini della montagna si è già dotata di moderne stufe a pellet o miste legna-pellet, impianti automatizzati che hanno emissioni dieci volte inferiori della centrale a cippato che verrà costruita.
Un articolo sul "Sole 24 ore" conferma il boom di vendita di stufe a pellet nel nostro paese nel 2011, 200 mila unità.
Abbiamo chiesto al sindaco Garbasi perché non incentivare la sostituzione completa delle vecchie stufe, invece di impegnare mezzo milione di euro tra centrale e teleriscaldamento.
Abbiamo chiesto perché non impiegare quei finanziamenti europei per il risparmio energetico, a partire dagli edifici pubblici.
Non sarebbe meglio pensare prima a come ridurre i consumi?
Di risposte nemmeno una.
E' chiaro che la decisione è calata dall'alto e non la si discute.
Regione e Provincia hanno deliberato di sviluppare queste centrali e le finanziano.
Dall'Olio ha fatto notare l'esiguità dei consumi, solo 4 mila tonnellate di cippato.
Tra quelle già funzionanti e quelle in cantiere rispetto alla quantità di legna tagliata nel 2009, 150 mila tonnellate.
Ha anche dichiarato che nel progetto complessivo si conta di arrivare a 24 centrali.
Un consumo crescente, e se tutte seguiranno l'esempio di Monchio che vuole fare anche cogenerazione, cioè produrre energia elettrica, ancora di più, visto che gli impianto rimarrebbero accesi anche d'estate.
Il rendimento di una centrale a cippato per produrre elettricità è molto basso, tra il 12 a il 15%, per cui quelle tonnellate di cippato delle 24 centrali dovranno essere moltiplicate per 6, che vuol dire arrivare a 70, 80 mila tonnellate.
E in effetti una volta installate, gli amministratori si chiederanno per quale motivo non si dovrebbe sfruttarle appieno trasformandole in cogenerazione come Monchio.
In assemblea i tecnici chiamati dal comune, tra cui l'ingegner Francescato, direttore nazionale di AIEL (azienda italiana energia dal legno), hanno subissato la platea per due ore con relazioni e slides su come siano efficienti e non inquinanti le caldaie che le loro aziende costruiscono ed impiantano.
E' roba loro, devono venderle, cosa potevano dire di diverso?
Sulle polveri però hanno dovuto ammettere che le emissioni sono tra i 40 e i 70 mg/ Nm3, cioè da 6 a 10 volte più inquinanti delle moderne caldaie automatizzate familiari.
Certo quei valori rientrano nei 100 mg/Nm3 stabiliti dalla normativa italiana, ma l'Europa sta spingendo per portare quei limiti a 30 mg/Nm3, perché c'è grande preoccupazione per gli effetti nocivi delle polveri fini sulla salute.
Le polveri da camino, che il filtro meccanico a multiciclone non abbatte minimamente, confermato dallo stesso Francescato, contengono carboni organici volatili (COV), idrocarburi policiclici aromatici (IPA), ossidi di metalli pesanti e diossine.
Queste sostanze sono velenose e mutagene e si attaccano alle particelle di polvere che poi noi respiriamo.
Questo non è terrorismo, è sapere scientifico comprovato.
Questo è il motivo per cui a Parma i cittadini hanno votato contro l'inceneritore.
Lungo le strade di montagna, tutti possono vedere le cataste che fanno ormai da contorno all'asfalto, dappertutto.
E' in atto un taglio forsennato dei boschi prodotto da una domanda speculativa del mercato della legna da ardere. Tali tagli hanno ormai superato la stessa domanda e il prezzo dei tronchetti accatastati è crollato dagli 8 euro al quintale di tre anni fa agli attuali 5,5 euro.
Tutti sono convinti che tale scempio non si fermerà.
Anzi, il crollo stesso del prezzo spingerà molti a tagliare di più per intascare almeno gli stessi soldi dell'anno prima.
Non ci stiamo riferendo ai boscaioli, che fanno correttamente il loro lavoro di sempre, ma a tutti coloro che assoldano immigrati in nero per farli lavorare al posto loro e per il proprio profitto.
Abbiamo sentito amministratori e tecnici affermare che oggi c'è il doppio di legna rispetto a quarant'anni fa e che non sarebbe un male se la si tagliasse, recuperando i prati di una volta e la biodiversità che questi rappresentavano.
Qualcuno, Bricoli, si è permesso di usare la biodiversità contro l'ambiente nel suo complesso. Veramente il colmo.
Tecnici che non si rendono conto che non si può tornare indietro, ma che soprattutto non si deve farlo per non innescare di nuovo il degrado idrogeologico imperante in quei tempi.
Non si può creare lavoro saccheggiando le risorse naturali e mettendo in forse la salute della gente.

Giuliano Serioli

giovedì 19 luglio 2012

Gazzetta su centrale di Neviano

L'articolo odierno della "Gazzetta"  sulla centrale di Neviano, senza volere, è illuminante sui progetti che hanno le amministrazioni per la nostra montagna. 
Abbiamo letto le dichiarazioni del sindaco che tranquillizza sulle emissioni zero della costruenda centrale a legna che riscalderebbe edifici comunali. Poi il riporto delle dichiarazioni di un anno e mezzo fa  di Orlandini della Regione che, insieme a Pier Luigi Ferrari, confermava il finanziamento regionale al Consorzio volontario del monte Fuso per "sviluppare la filiera del legno", cioè dar inizio al taglio meccanizzato dei boschi.
La regione, infatti, in accordo con la provincia, a fine 2010 aveva da poco approvato lo stanziamento di 3.000.000 di euro, coperti in gran parte dal programma 
di sviluppo rurale, per finanziare due progetti : il progetto di filiera 10 nei comuni di Borgotaro, Tornolo e Albareto e il progetto di filiera 41 a ridosso del monte Fuso, nel comune di Neviano Arduini. 
I progetti, in pratica, dovevano servire ad avviare un sistema di taglio industriale dei boschi con produzione di tondame da lavoro ( tronchi da cui ricavare assi), legna da ardere e cippato.
In sostanza, la Regione finanzia cooperative di taglio per dotarle di strumenti meccanici efficienti : harwester, cippatrici, trattori cingolati.
Il taglio è un diradamento industriale del bosco, con nuove carraie di servizio e piazzole per l'accumulo di legna. Di norma il diradamento per essere economico deve essere almeno del 50%, cioè deve produrre almeno 500 quintali di legna per ettaro. 
Ecco allora che si capisce il perchè dell'allarme dei residenti di Sasso e Scurano, riportato dalla "Gazzetta" due settimane fa, "per quelle cataste di legna lungo 6 km di strada".  ( ogni catasta era lunga 20 metri, larga 4 e alta 2,5, corrispondente circa a 200 m3 steri, cioè 1.100 quintali)
La gente ha detto che c'erano 13 cataste, in pratica 15.000 quintali di legna tagliata e accatastata, che corrispondono al diradamento di 30 ettari di bosco della parte nord del  monte Fuso. 
Ma non c'è il parco al monte Fuso? 
Poi c'è il finanziamento regionale per la caldaia a cippato, altri 400.000 euro che, però, vanno a sommarsi a quelli per le caldaie a cippato di Berceto, Calestano, Varano Melegari, anch'esse approvate e finanziate da Regione e Provincia.
Il progetto è chiaro : tagliare i boschi per produrre legna da vendere e cippato per alimentare le centrali termiche.
La  prima domanda che viene da porsi è : le amministrazioni non si preoccupano del fatto che tali tagli vanno a sommarsi a quelli già devastanti della speculazione sulla legna da ardere?
La seconda domanda è : tutti quei finanziamenti, insieme a ciò che dovrà tirar fuori ciascun comune, non sono esagerati per scaldare qualche edificio comunale ? Non sono soldi buttati?
Non sarebbe meglio destinarli alla ristrutturazione dei borghi finalizzata al  risparmio energetico?
Non basterebbero delle moderne stufe a pellet, proporzionate alla superficie degli edifici?
Detraibili al 55% dalle tasse e dotate di abbattimento dei fumi 10 volte più efficienti delle centrali a biomassa che bruciano cippato fresco?
La  risposta dei sindaci è : faremo il teleriscaldamento e servirà anche ai cittadini.
Come a Monchio, che per convincerne ad ogni costo una trentina ad allacciarsi hanno proposto loro tariffe addirittura più basse di quelle stabilite per gli edifici comunali? 
Col loro progetto sono proprio alla canna del gas ?
La gente in montagna la legna ce l'ha già  di suo e si è già attrezzata con stufe automatiche miste pellet-legna, con abbattimento dei fumi.
La terza domanda è :  visto che la centrale termica di Palanzano ha smesso di bruciare cippato perchè bruciava male a causa della sua elevata umidità, producendo elevate quantità di fumi e di ceneri, intendono proseguire, come fa Monchio, a bruciare cippato fresco e ad appestare i borghi?

Nell'articolo, ha ragione Francesco Barbieri, di Reteambiente, a preoccuparsi del destino della rinomata aria di montagna. Altrettanto, dico io, ci sarà da preoccuparsi dell'erosione dei suoli per il dilavamento di quei versanti senza più copertura utile. 
Il  rischio è che, quando pioverà sul serio, verrà giù tutto come in Lunigiana, nelle Cinque Terre.

Serioli Giuliano

martedì 31 gennaio 2012

Biomasse e sostenibilità per il territorio

A) Incenerimento biomasse 
1 - biomasse da legna vergine (cippato) NO
2 - biomasse erbacee (sorgo) NO
3 - sottoprodotti di origine animale (scarti di macellazione)  NO 
B) gassificazione biomasse 
1 - agricole,da coltivazioni dedicate (insilato di mais) NO
2 - reflui zootecnici (deiezioni animali) SI
3 - sottoprodotti animali (scarti di macellazione) SI
4 - fanghi di depurazione SI
5 - frazione organica di rifiuti urbani da raccolta diff. SI
6 - siero di latte dall'industria casearia SI
SI=Sostenibile NO=Non sostenibile

A1 - inceneritori a cippato : costituiscono, ormai, la discriminante principale per individuare cosa si intenda per sostenibilità ambientale.
Non tanto quelli da 1 Mwe in su, fino a 35, 50 Mwe, per i quali è evidente il carattere speculativo, teso all'accaparramento dei certificati verdi e impiantati dai grandi gruppi finanziari ed industriali privati (Maccafarri, Marcegaglia etc.)
E neppure quelli da 10 o 20 Mw che fanno cogenerazione e teleriscaldamento in Alto Adige e Trentino. Costruiti 10 anni fa con finanziamenti europei, come quelli Austriaci e tedeschi, sono un caso a parte.
Bruciano scarti di segheria e cippato proveniente dall'estero, senza minimamente toccare l'integrità delle abetaie che costituiscono il patrimonio essenziale dell'economia turistica.
Il teleriscaldamento, inoltre, ha completamente sostituito il  gasolio da riscaldamento e la dimensione degli impianti permette sia che la produzione di energia elettrica non sia antieconomica, sia l'introduzione di costosi filtri a maniche e filtri elettrostatici, capaci di ovviare in parte alle emissioni nocive.
Paradossalmente, gli inceneritori che più preoccupano sono quelli sotto il Mw, le cosiddette centrali termiche a cippato fresco che producono calore per il teleriscaldamento.
Finanziate coi fondi FAS (fondi aree sottoutilizzate : 3/4 dalla UEe 1/4 dalla Regione), si stanno diffondendo nei paesi semiabbandonati della montagna. Sono considerate virtuose perchè non fanno cogenerazione e quindi non accedono agli incentivi per specularci e sono considerate sostenibili perchè a filiera corta (rifornite nell'ambito locale, massimo 70 Km).
Ma in realtà sono antieconomiche, inquinanti e non producono lavoro.
Ne sono una prova le 3 centrali funzionanti nella nostra montagna.
In quella di Borgotaro-ospedale (700 Kw, costo 500.000 euro) hanno dovuto smettere di bruciare cippato fresco perchè bruciava male, aveva un basso rendimento calorifico e produceva un sacco di fumo e di  ceneri.
Hanno dovuto rifornirsi di cippato di legna stagionata e ricorrere alla centrale a metano, ancora esistente nell'ospedale, per abbattere i bassi termici di quella a cippato ed evitare così di appestare l'aria di un  ospedale.
In quella di Monchio (923 Kw, costo 650.000 euro) hanno già speso altri 100.000 euro in teleriscaldamento (500 euro al m.) solo per allacciare 5 edifici comunali. Funziona solo al 20% della sua capacità e brucia il 50% in più di cippato perchè l'umidità di questo ne abbassa il rendimento e ne aumenta di molto le emissioni e le ceneri. Queste arrivano in pratica al 5% della massa bruciata ( 150 q. su 3.000 q.).
Dove smaltirle? Nei boschi, naturalmente. Ma in un ettaro di bosco ce ne può andare solo 8 o 10 q. e poi per 30 anni non se ne parla più.
Finirà che riempiranno i boschi di cenere, che non è solo composta di di K, Ca e Mg, macroelementi della fertilità, ma anche di metalli pesanti in quantità tossica che lo rendono infertile.
Nella centrale di Palanzano (700 Kw, suddivisa in 2 caldaie da 350 Kw, costo 426.000 euro) di fronte agli stessi problemi di Monchio nel bruciare cippato fresco (50% di umidità, con forti emissioni nocive e grosse quantità di ceneri) hanno pensato di bruciare pellet di provata tracciabilità (10% di umidità e dieci volte in meno di emissioni e ceneri).
A quel punto devono essersi anche detti che la centrale era inutile e costosa.
Sarebbe bastato dotare i 5 edifici di caldaie automatiche a pellet da 60 Kw di potenza, capaci di riscaldare fino ad 800 m2 di superficie e dal costo di 36.000 euro ( iva e installazione comprese), detraibili al 55%
in 10 anni. In tal modo il costo reale di ognuna di loro sarebbe stato di 16.000 euro e quello complessivo di 80.000 euro.

In conclusione.
La centrale di Borgotaro, pur inquinante e per di più fuori luogo all'interno di un ospedale, dal punto di vista della combustione del cippato costituisce un'anomalia irripetibile.
La centrale di Palanzano ha dimostrato che bruciare cippato fresco è un'assurdità in termini di rendimento e di emissioni, al punto da ridursi a bruciare pellet, combustibile costoso e tipico delle caldaie familiari.
La centrale di Monchio continuerà a bruciare cippato con quelle basse rese e quelle grosse emissioni nocive, con la tentazione continua da parte degli amministratori di fare anche cogenerazione per utilizzare in qualche modo tutta quella potenza inutilizzata e raggranellare incentivi. Ma in tal modo arriverebbero a bruciare 5 volte in più di cippato, con altrettante emissioni e ceneri in più.
Le altre 4 centrali a cippato che vogliono impiantare, oltre a quella di Vigheffio, cioè Neviano, Berceto, Calestano e Varano Melegari non potranno che seguire la sorte di quella di Monchio.
Questo è il progetto della Regione e, in base al documento della Provincia a firma Dall'olio, pare che intendano impiantarne a decine.
Molte decine in più, considerando tutto l'Appennino tosco-emiliano. Questo non sarà più un polmone verde capace di contrastare i miasmi della pianura padana, ma esso stesso parte della produzione di quei veleni.

A 2- inceneritori a sorgo tipo quello che la ECE srl vorrebbe impiantare a S.Secondo. Un impianto
da 50 Mw di potenza, di cui 25 Mw per teleriscaldamento e 12,50 per produzione di energia elettrica. Sorgo dalla coltivazione di 2500 ha.
Il sorgo in questione è una pianta erbacea che quando bruciata ha volume di emissioni e deposito di ceneri pari al 10% della massa bruciata.
Molto più inquinante, quindi, degli inceneritori a legna vergine.
C'è,poi,il VIA già concesso dalla Regione alla richiesta della Sadam Eridania per una centrale a biomasse a Trecasali da 60 Mw, di cui 15 Mwe La centrale di Trecasali brucerebbe 150.000-170.000 tonnellate annue tra cippato di legna vergine e insilato di mais. In altri termini 4.500 ha a pioppeti triennali e 400 ha a insilato di mais. Si tratta di superfici enormi, rispettivamente 45 Km2 e 4 km2, da sottrarre a produzioni agroalimentari della nostra provincia. Ma i conti non tornano comunque. Con una coltivazione di pioppi triennali significherebbe bruciare ogni anno la produzione di 1500 ha, vale a dire 1500x50 t., cioè 45.000 tonnellate, a cui sommare le 10.000 t. di insilato di mais ( 400 ha x 25t.). In tutto poco più di 50.000 tonnellate. E le altre 100.000 e più? Sarà certamente legna che verrà dal nostro appennino.

A 3- inceneritori da scarti tipo quello da 1 Mw di cui la PFP spa di Modena ha richiesto la VIA alla di macellazione Provincia a Paradigna. Brucerebbe 15.000 t. di biomassa. Gli scarti di macellazione hanno un'umidità molto più elevata del legno. Devono essere trattati meccanicamente per ridurla al punto da poter essere bruciati, ma anche così devono essere miscelati con oli. Ecco perchè la ditta richiede il trattamento anche di oli esausti.
Sono molto più inquinanti degli inceneritori a legna.

B 1 - I biodigestori anaerobici da coltivazione dedicata contro cui si è mobilitata perfino Slow Food oltre ai cittadini ed alle associazioni degli agricoltori, con cui gli speculatori pur di avere quei certificati sottraggono a colture alimentari migliaia di ettari di buona terra per produrre insilato di mais da cui ricavare gas e così produrre elettricità. Questo nel Cremonese, nel Lodigiano, in Romagna, nel Veneto, in Lombardia.
Ma se questi biodigestori, impiantati solo per ricavarne incentivi e alimentati con coltivazioni dedicate che rubano terreni all'alimentazione, sono degli ecomostri cui opporsi; tali non sono quelli che vengono alimentati con le deiezioni animali, a patto che non siano troppo grandi ed invasivi per il territorio. Ogni allevamento, anzi, dovrebbe averne uno, soprattutto per impedire che i nitrati di tutti quei liquami finiscano in falda, inquinandola. Gli incentivi che l'azienda ricaverebbe dalla produzione di gas e quindi di energia elettrica sarebbero il giusto compenso per aver reso l'allevamento sostenibile per l'ambiente. Questo vale per l'enorme quantità di allevamenti della val Padana e ancor più per quelli della nostra Food Valley, che inquinano non solo la falda acquifera ma anche gli stessi terreni da cui ricavare tutti quei pregiati coltivi.
L'unico progetto in questo senso è quello del comune di Montechiarugolo da 1 Mw che avrebbe trattato circa 100.000 t. di deiezioni animali all'anno recuperandole da un territorio fino a 30 Km di distanza, ma lasciato nel cassetto per la sua eccessiva invasività sull'ambiente, probabilmente in rapporto alla DOP del parmigiano-reggiano.

reteambienteparma
29-01-2012
Serioli Giuliano