"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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lunedì 7 luglio 2014

Tagli suicidi

La crisi della montagna sembra non aver mai fine

L'ultima notizia è sulla bocca di tutti: la legna a tronchetti viene pagata 4,5 euro al quintale.
Questo significa che se ne è tagliata troppa rispetto alla domanda e il mercato ha fatto scendere il prezzo.
Nel 2009 era venduta a 9 euro, ma poi si è cominciato a tagliare a più non posso.
E' scesa a 5,5 euro nel 2011 per poi stabilizzarsi a 6 euro nel 2012.
Ed ora l'ulteriore sensibile calo.


Il prezzo al quintale è un indicatore infallibile di quanto si sia tagliato: più il prezzo scende, più boschi sono stati decimati.
Ma di dati provinciali non ce ne sono e nemmeno a livello regionale.
E' disponibile un dato nazionale sulla legna consumata nel 2013, elaborato da AIEL (azienda italiana energia dal legno).
In totale sono 19,3 milioni di tonnellate.
Di queste, 3,5 milioni vengono importate dall'estero, che sottratte al totale ci danno la legna prodotta in Italia, 15,8 milioni di tonnellate.
Stiamo superando la sostenibilità ed intaccando la rinnovabilità dei nostri boschi.
Infatti la superficie boschiva da cui è possibile ricavare legna è costituita dai 3.663.000 ettari di bosco ceduo che, moltiplicati per il 4% di accrescimento annuo per ettaro, danno 14,6 milioni di tonnellate.
Solo l'anno scorso, quindi, abbiamo tagliato 1,2 milioni di tonnellate di legna in più di quanto consentito dalle normative nazionali e regionali che preservano la rinnovabilità.
Le autorità, gli enti preposti, la stessa AIEL, la Coldiretti, negano che la rinnovabilità sia intaccata, anzi per loro c'è ancora tanto da tagliare. Il loro giochino è di riferire quanto si è tagliato non al bosco ceduo, ma all'intera superficie boscata nazionale che è di quasi 11 milioni di ettari.
Ma la superficie boschiva totale contiene anche boschi ripariali, macchia mediterranea, parchi.
Ettari che non possono essere tagliati per produrre legna.
Nella nostra montagna, invece, ed in tutto l'Appennino Tosco-Emiliano la situazione è ancora più grave perché il bosco ceduo rappresenta l'80% di tutta la superficie boschiva e quindi i tagli riguardano la quasi totalità dei boschi.
Da Cervarezza a Corniglio i boschi dei nostri monti: Ventasso, Alpe di Succiso, Fageto, Costa Maria Gallina, Caio, Navert ed Acuto, sono costellati di buchi come gruviere.
Si stima che in questi ultimi 5 anni sia stato tagliato il 20% della loro superficie fogliare, con gravi danni idrogeologici ai versanti (frane), danni paesaggistici e altrettanto gravi danni a tutte le strade: comunali, provinciali e statali, rese difficilmente percorribili non solo per le frane, ma anche perché il manto stradale risulta letteralmente sfondato dal peso dei camion che portano legna in pianura.
Quelli che tagliano non sono solo boscaioli del posto che hanno sempre fatto il mestiere.
Si sono messi a tagliare un po' tutti, magari pagando in nero operai dell'Est Europa, perché da soli non ce la fanno.
Tagliano anche aziende edili in crisi provenienti dalla pianura o dalla città (come sottolinea la Forestale), con tutto il loro armamentario di scavatrici e pale meccaniche cingolate che trasformano sentieri in carraie, rovinando interi versanti.
Quelli che tagliano si difendono dicendo che sia l'unico lavoro che c'è e che fa girare un po' l'economia in montagna.
E' proprio vero?
A 4,5 euro al quintale la spesa per il taglio forse supera il guadagno.
Molti di quei soldi vanno a chi effettua il taglio, altri servono a pagare il proprietario del bosco, altri ancora servono a pagare le spese e infine una grossa fetta va a coprire le rate per i trattori nuovi che si vedono ormai da ogni parte.
Il prezzo del trattore nuovo da 120 cavalli è molto scontato per gli incentivi statali.
Per i primi 3 anni di mutuo non si pagano interessi perché paga la Regione.
Ma dopo le rate arrivano tutte in una volta e sono salate.
Nei borghi non si vede un negozio che apre.
Anzi ne chiudono in continuazione perché non ce la fanno, così anche le osterie perché di turismo non ce n'è quasi più.
E quei soldi che dicono girino per la montagna dove vanno allora?
Forse proprio alle industrie che producono attrezzi di taglio e trattori, oltre che nelle tasche di qualche furbo che li mette in banca o si compra un appartamento al mare.
E' così che si crea un'economia che fa rivivere la montagna?
Crediamo proprio di no.
Così si contribuisce solo a distruggerne le risorse.
Di attenzione cosciente, per il destino delle terre alte, proprio non se ne vede.

Giuliano Serioli
7 luglio 2014

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

martedì 17 giugno 2014

Tagliare è illogico, bruciare diabolico

Dall'Olio, incubo del bosco parmense
Di fronte allo scempio della montagna oggi è il tempo di agire

Nicola Dall'Olio, candidato alle primarie Pd, candidato assessore con Bernazzoli, candidato alle europee, ma sempre trombato, nel 2010 aveva detto, in un documento a sua firma, che era possibile prelevare dai boschi del parmense 390 mila tonnellate di legna ogni anno senza intaccare la rinnovabilità.


Avevamo contestato questo dato, perché ottenuto moltiplicando l'accrescimento annuo dei faggi (notoriamente superiore a quello dei querceti) per gli ettari della totalità dei boschi.
Dall'Olio voleva giustificare la possibilità di impiantare 30, 40 centrali termiche a cippato nei borghi di montagna. Per lui un sogno, per il bosco un incubo.
Già nel 2009 i dati delle comunicazioni di taglio alle comunità montane dicevano che gli ettari di ceduo richiesti al taglio erano quasi doppi rispetto al 2008.
L'autoconsumo era in costante diminuzione e si ipotizzava che fossero state prodotte 200 mila tonnellate di legna da ardere.
Non era che l'inizio.
Ancora non si erano visti i ripidi versanti completamente denudati e le cataste ininterrotte di legna lungo le strade di montagna, pronte per essere prelevate e portate chissà dove dai camion.
Le strade non erano completamente sfondate dal passaggio dei mezzi pesanti.
Gli effetti idrogeologici di questo dissennato abbattere non si erano ancora manifestati.
Come a Pietta, dove il taglio è stato una delle cause della frana e, come tale, denunciato all'autorità giudiziaria dalla Forestale.
E' il mercato a decidere quanta legna debba essere tagliata e quale sarà l'assetto economico e paesaggistico là in alto.
Dati provinciali sul prelievo di legna non ce ne sono, se ci sono non vengono resi pubblici.
E' disponibile un dato nazionale sulla legna consumata nel 2013 elaborato da AIEL.
In totale sono 19,3 milioni di tonnellate.
Di queste, 3,5 milioni vengono importate dall'estero, che sottratte al totale ci danno la legna prodotta in Italia, 15,8 milioni di tonnellate.
Stiamo superando la sostenibilità ed intaccando la rinnovabilità dei nostri boschi.
I boschi da cui è possibile ricavare legna sono i 3.663.000 ettari di ceduo che, moltiplicati per il 4% di accrescimento annuo per ettaro, danno 14,62 milioni di tonnellate.
Solo l'anno scorso abbiamo tagliato 1,2 milioni di tonnellate di legna in più da quanto consentito dalle normative nazionali e regionali che preservano la rinnovabilità.
Ma nel nostro Appennino, in cui il ceduo è l'80% del totale dei boschi, è pensabile che la quantità tagliata sia ancora maggiore, perché più vicino al mercato padano.
Il dirigente ambientalista (?) del Pd manda avanti il progetto delle centrali a cippato, che ora sono 6 già impiantate ed una, quella di Berceto, in costruzione.
Bruciano cippato di ramaglie non stagionato, sono senza filtri, emettono polveri a livello industriale, la cenere volante dei multi cicloni, piena di particelle di metalli pesanti (rifiuto speciale che deve andare in discarica) non si sa dove vada a finire.
Il tutto senza che i finanziamenti fatti affluire per impiantarle abbiano creato un solo posto di lavoro.
Non solo, ma il loro consumo di legna si va ad assommare a quello dei tagli per la legna da ardere che viene portata in tutta la pianura padana.
Solo la centrale di Monchio brucia 1.800 tonnellate di cippato di legna ogni anno (dato dichiarato dal sindaco), una quantità forse addirittura inferiore al reale.
Riteniamo che in montagna al degrado dei boschi per l'eccesso dei tagli si cominci a sommare anche quello dell'aria causato dalle polveri di queste centrali.
Tagliare e bruciare non crea alcuna economia, solo danni all'ambiente ed al turismo.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
16 giugno 2014


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giovedì 3 aprile 2014

I fumi di marzo

Si chiude un mese da dimenticare per l'aria dell'Emilia Romagna.
Con 88 sforamenti complessivi è il peggiore dall'inizio dell'anno.
I giorni sopra la quota di precauzione (40 µg/m3) sono stati 132.
A Parma stiamo per tagliare il traguardo dei 35 giorni di sforamento consentiti in un anno intero: solo che li abbiamo consumati in 3 mesi, 32 gli sforamenti sino ad oggi oltre il limite dei 50 microgrammi per metro cubo di aria, 48 i valori oltre la soglia di attenzione.
Complessivamente, in tre mesi i valori regionali sono andati fuori limite 192 volte, mentre 314 valori hanno superato la soglia di attenzione.


Sul banco degli imputati le emissioni da traffico veicolare, su tutti i motori a gasolio, le emissioni di tipo industriale tra cui ovviamente gli inceneritori, le caldaie domestiche.
Il Nord industrializzato produce una imponente quantità di veleni che se non rimescolati in aria dalle correnti atmosferiche stazionano anche per giorni e giorni sulle città.
L'intero bacino padano si trasforma così in una enorme camera a gas molto democratica, dove tutti respirano la stessa aria, anche purtroppo gli incolpevoli come bambini e anziani.
Le polveri sottili dichiarate cancerogene di classe 1 dall'Oms lo scorso ottobre, sono responsabili di un numero sempre maggiore di decessi oltre che causare incrementi di malattie legate all'apparato respiratorio ma anche a quello cardio vascolare.
Sono 14 i morti al giorno per traffico nelle grandi città, 14 mila il totale annuo.
Un terzo delle morti tra i giovani sono causate dal fattore ambientale.
L'esposizione alle polveri sottili causa in Europa la morte di 13 mila bambini nella fascia 0-13 anni.
Sono numeri da brividi, una vera e propria ecatombe alla quale però non sembra siano in vista decisioni drastiche e risolutive.
Preso atto della causa effetto esposizione-malattia dovrebbero scattare contromisure in grado di abbassare le soglie dei veleni a cui ci esponiamo ogni giorno.
Decisioni shock per situazioni shock.
Una grande rivoluzione dovrebbe coinvolgere tutto il mondo produttivo.
La tecnologia è già di grado di affrontare e risolvere il problema dell'inquinamento.
Manca però la volontà politica e uno sguardo al futuro.
Sempre più nero.



sabato 29 marzo 2014

Bioenergie, davvero sostenibili?

Il grande bluff dei Paes

I cosiddetti comuni virtuosi si ergono paladini, a parole, dello sviluppo delle energie rinnovabili.
Ma l'effettiva sostenibilità di queste per l'ambiente e per la salute dei cittadini è tutta da dimostrare.
Alcuni comuni come Montechiarugolo, Neviano e Monchio hanno effettivamente realizzato impianti fotovoltaici di cui sono proprietari e da cui ricavano incentivi pubblici da investire in opere per i cittadini.
Ma mentre Montechiarugolo ha anche investito nell'illuminazione a led per il risparmio energetico, Monchio e Neviano si sono distinti per la costruzione di centrali termiche a cippato mancanti di filtri, con emissioni nocive ed fruibili solo da pochi cittadini.


Diverse amministrazioni hanno già presentato ai cittadini il Paes (piano di azione energie sostenibili), con il sostegno di qualche professore d'università, le famose competenze.
Qualcuno di questi (Setti dell'università di Bologna) ha storto il naso venendo a sapere che il comune in cui parlava (Felino) aveva già messo in cantiere la possibilità di bruciare grasso animale o cippato di legna per produrre energia elettrica.
Poi ha glissato, progetto già scritto e tanti saluti all'amico (?) ambiente.
In realtà nei Paes è stato inserito un po' di tutto.
Sia perché sono arrivati a cose già fatte, dopo che la speculazione si era già fatta in quattro per avere permessi come a Trecasali, Palanzano, Felino, Langhirano, Lesignano e a Noveglia di Borgotaro; ma soprattutto perché quelli del Paes non sono progetti concreti, ma solo piani teorici campati per aria, che chissà se verranno mai realizzati.
Intanto però si fa bella figura e ci si mostra con il petto gonfio.
Nei Paes c'è l'energia del fotovoltaico, ma dove sono stati costruiti tali parchi spesso l'energia non viene utilizzata e, ancora peggio, non viene ricavano nulla dagli incentivi, girati alle aziende costruttrici o alle finanziarie che hanno messo i soldi.
Nei Paes c'è l'eolico, anche se di eolico nella nostra provincia non se ne farà mai.
Nei Paes c'è il risparmio energetico, anche se progetti comunali ad esempio per isolare termicamente gli edifici non se ne conoscono.
Nei Paes c'è l'energia termica dal cippato di legna, per riscaldare condomini, di cui non esiste alcun esempio,
Nei Paes c'è il biogas dalle deiezioni animali e scarti agricoli, per produrre energia e biometano, ma una sola centrale a biogas da liquami, di soli 60 Kw, è attiva a Basilicanova, e del progetto per la connessione del biometano alla rete neanche l'ombra.
Del fotovoltaico non parla più nessuno, gli incentivi ormai sono finiti.
Dell'eolico meglio non parlare più, almeno dalle nostre parti, perché la gente di montagna si è giustamente ribellata alla cementificazione delle vette e dei crinali, con le finanziarie pronte a ghermire gli incentivi.
Restano le bioenergie, di cui si è parlato sabato scorso a Traversetolo.
Sono le centrali a combustione di biomasse e centrali a biogas.
Il bacino padano sopravvive sotto una cappa di polveri e di inquinanti.
Qualsiasi processo industriale di combustione che si aggiunga a quelli già esistenti è un assurdo nei termini, perché andrebbe ad aggiungere altri inquinanti in una zona già rossa.
Lo ha detto a chiare lettere Eriberto De Munari, direttore provinciale di Arpa, riferendosi all'inceneritore a grasso animale voluto a Felino da Citterio, in realtà mai avviato, ma approvato dal comune e della Provincia.
E' la stessa Provincia che ha voluto ad ogni costo l'inceneritore di Ugozzolo, per la fortuna di Iren, che si prende la sua fetta di profitti bruciando rifiuti, oggi locali, domani da ogni parte d'Italia.
E' la stessa amministrazione provinciale che ha rinnovato a Laterlite (Fornovo), l'autorizzazione a bruciare oli esausti d'acciaieria (veleni pericolosi) al posto del metano.
Solo la determinazione del comitato Giarola-Vaestano ha finora impedito che sorga a Palanzano un gassificatore da 1 Mwe, che brucerebbe più di 10 mila tonnellate di legna ogni anno.
Solo la forza del comitato di Trecasali ha impedito ad Eridania di impiantare un inceneritore a cippato di legna da 15 Mwe, che avrebbe bruciato più di 130 mila tonnellate di legna ogni anno.
Sono numeri che parlano da sé.
Nonostante tutto ciò, Regione, Provincia e sindaci vogliono impiantare in montagna una serie di centrali a combustione di cippato (otto già funzionanti o in costruzione), senza che sia installato alcun filtro per le emissioni, spacciando il multiciclone, che raccoglie solo le ceneri volanti, come sistema filtrante.
Queste centrali bruciano cippato fresco e manifestano quindi una cattiva combustione, producendo il doppio di emissioni delle moderne stufe a legna o a pellet (fonte Aiel).
Produrre energia elettrica bruciando legna è un'assurdità energetica perché l'efficienza è ridicola: dal 10% (come Monchio) al 15%.
Anche bruciare legna a livello industriale per produrre calore è una scelta errata.
Piccoli impianti non possono sopportare il costo dei filtri delle grandi centrali, come in Alto Adige. Si va così a sporcare una delle poche risorse della montagna, l'aria pulita.
Si crea un'ingiustizia sociale: i soldi della comunità vanno a vantaggio di pochi.
Una potente lobby di industriali investe e fa ricerca solo nella combustione dei rifiuti e delle biomasse.
Hera, A2A e Iren con i loro inceneritori, Termoindustriale con i motori endotermici per i cogeneratori, Aiel con le sue caldaie industriali a cippato e poi gassificatori, pirogassificatori, una rosa di mostri ammazza ambiente.
Una scelta a senso unico, indipendente dall'opinione della gente e dall'esigenza di rispettare l'ambiente. Una lobby che indirizza le scelte del Governo del paese, delle Regioni, delle amministrazioni locali, che uniformano le normative delle emissioni nocive ai livelli tecnologici raggiunti dai loro impianti.
Esiste un'altra via.
La pianura padana ha una quantità enorme di allevamenti industriali.
Le deiezioni costituiscono un grave problema per i suoli e le falde acquifere.
Centrali a biogas che digestino liquami produrrebbero una energia rinnovabile davvero sostenibile come il biometano. Biometano da autotrazione, ma soprattutto da mettere in rete, collegata a quelle già esistenti. Centrali il cui digestato, depurato dell'ammoniaca in eccesso, costituirebbe un ammendante naturale per i suoli agricoli e potrebbe sostituire i concimi di sintesi, ricavati chimicamente dal petrolio e dai suoi derivati.

Giuliano Serioli
28 marzo 2014

Rete Ambiente Parma

sabato 15 marzo 2014

Foreste, De Profundis targato Emilia Romagna

Leggere gli indirizzi del piano regionale forestale è una sfida di resistenza.
Uno slalom interminabile di 23 pagine, dove è un continuo rimandare a codici, sigle, allegati, acronimi...
In sostanza il piano forestale regionale si ammanta in modo etereo e vago di principi ecologici, paesaggistici, sociali, idrogeologici, di crescita della biodiversità per puntare poi principalmente alla valorizzazione della legna da ardere, alla sua commercializzazione ed alle bioenergie, cioè alla combustione di cippato.


Nel piano regionale si possono individuare questi principi.
Il "riconoscimento dei servizi ecosistemici resi dalle foreste".
Ma se i versanti vengono denudati in tutto o in parte, alle prime forti piogge crescerà il dilavamento del suolo, diminuirà l'effetto spugna del bosco e del sottobosco e l'acqua, non più trattenuta, asporterà suolo e humus che dovrebbero permettere la ricrescita del bosco medesimo.
E' così che si intende la funzione ecosistemica del bosco?
Il "contributo delle foreste alla resilienza verso il cambiamento climatico".
Il taglio generalizzato dei boschi non fa diminuire la superficie boschiva, ma fa diminuire la superficie fogliare complessiva.
Che non può più catturare la stessa quantità di CO2 precedente.
Il taglio speculativo, poi, trasforma sentieri in carraie per fare spazio a mezzi meccanici di taglio che, movimentando il suolo, dissequestrando il carbonio ivi trattenuto.
E' questo il contributo alla resilienza che intende la Regione?
La "valorizzazione dei prodotti della foresta, legnosi e non, e loro commercializzazione".
Questo è l'unico principio che la Regione fa diventare fattivo.
Tutti i possibili fondi europei, regionali e provinciali vengono convogliati dalla Regione sul finanziamento di cooperative di taglio e sul finanziamento di centrali a cippato.
Il progetto regionale sulla foresta si va a saldare al mercato speculativo della legna da ardere.
Non c'è alcuna differenza.
Gli effetti della "valorizzazione della foresta" saranno il disvalore della stessa.
L'ecosistema bosco verrà degradato e sarà accelerato il cambiamento climatico.
Un De Profundis per le nostre (sopravvissute) foreste.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
15 marzo 2014

domenica 16 giugno 2013

Per un'analisi della green economy

La green economy nel nostro paese ha avuto solo uno sviluppo speculativo.
Ha lasciato analisi e dotti discorsi ad università e ad ambientalisti accademici e si è accaparrata le energie rinnovabili.

Oggi, il loro utilizzo è in mano ad investitori grandi e piccoli ed alle mafie, i quali non si preoccupano assolutamente dei danni che possono arrecare all'ambiente ed alla salute dei cittadini.
Puntualmente, infatti, la ricerca di soluzioni innovative si è concentrata sulle tecnologie della combustione: inceneritori di rifiuti, centrali a cippato di legna, centrali ad oli vegetali, ad oli animali, pirogassificatori, quando non addirittura su biocombustibili da coltivazioni dedicate il cui effetto è di sottrarre suolo all'alimentazione umana ed animale.

La crisi economica ha fatto da moltiplicatore a tale tendenza trasformandola in dinamica strutturale.

Le amministrazioni locali, dal più piccolo comune fino a Province e Regioni, quando non del tutto escluse dal processo e ridotte a mere esecutrici del dettato governativo, ricalcano tale dinamica convogliando finanziamenti anche europei solo su tagli boschivi industriali ed impianti combustori, invece di puntare ogni euro disponibile sul risparmio energetico, vero volano del coinvolgimento diretto dei cittadini e della ripresa occupazionale nell'edilizia.

Gli incentivi pubblici, erogati dalla Cassa depositi e prestiti attraverso il GSE, vanno a premiare principalmente la cosiddetta cogenerazione fatta da tali inceneritori grandi e piccoli che producono
energia elettrica fuori mercato e che il più delle volte disperdono in aria l'energia termica, cioè tanta CO2.
Altresì, premiano centinaia di centrali a biogas alimentate non con effettivi scarti agricoli o con reflui di allevamenti animali, ma principalmente con insilati di mangimi vegetali da coltivazioni dedicate il cui effetto è sia di inquinare ulteriormente la Pianura Padana, sia di inquinare il mercato dell'affittanza agraria.
Ma non si lesinano soldi nemmeno a quei 35 parchi fotovoltaici, rigorosamente a terra, voluti dalla Provincia di Parma col suo project-financing "Fotovoltaico insieme". Soldi che, curiosamente, non finiscono nelle casse dei comuni, ma in pancia a finanziarie e a ditte costruttrici.
Un fotovoltaico che, mentre in Germania è sui tetti dei cittadini remunerandoli, nella nostra provincia occupa centinaia di ettari di suolo agricolo remunerando banche e finanziarie.

Se gli incentivi sostanzialmente premiano la speculazione, le normative le spalancano la porta accontentandosi di limiti di emissioni solo formali, cartacei e per di più autocertificati, mai realmente controllati dagli organi preposti.
Ma, soprattutto, nessuna normativa vigente prevede la coagulabilità delle emissioni in essere con lo stato dell'inquinamento già esistente, quasi che nessun ente autorizzante sapesse che l'aria della Pianura Padana è
un coacervo di inquinanti, impregnata di polveri sottili e di ossidi di azoto
.

Oggi la UE arriva a bocciare i cogeneratori a biomassa nel nostro paese dove la direttiva aria risulti violata, cioè in aree che già superano i valori limite, tipo il cogeneratore Citterio nel Comune di Felino. Le
province dell'Emilia Romagna si pronunciano per una soluzione diversa dall'incenerimento dei rifiuti, tutte tranne la Provincia di Parma, tranne Bernazzoli che deve difendere il suo accordo con Iren e
l'inceneritore di Uguzzolo.
La stessa giunta comunale di Langhirano si pronuncia contro la combustione di biomasse sul suo territorio.
Mentre nel Paes approvato dal comune di Felino è dato risalto al cogeneratore a grasso animale di Citterio, nel Paes di Sala Baganza,furbescamente, non se ne fa parola, si menzionano solo impianti a biogas e la produzione di biometano.

Evidentemente, non è vero quello che affermano amministratori sia di destra che di sinistra , che le normative vanno solo applicate.
Possono, al contrario, essere valutate e, se il caso, messe in discussione.
Gli amministratori sono eletti dai cittadini, sono i loro rappresentanti nelle istituzioni. Quando dubitano dell'efficacia di una normativa debbono sottoporla al vaglio della cittadinanza, debbono opporvisi quali
interpreti del principio di precauzione.


Nella realtà, tale ruolo di opposizione, di contrasto alla speculazione lo stanno assumendo i comitati spontanei di cittadini.
Sono ormai centinaia ed è ridicolo considerarli come conseguenza dell'effetto Nimby, del fatto che i cittadini non vogliano tali impianti solo perché vicini a casa loro.
Il loro impegno e la loro dedizione li qualifica come un nuovo movimento di lotta civile per la difesa della salute e del territorio.

Perchè il vero tema in discussione, oltre alla salute dei cittadini, è quello delle risorse naturali.

La green economy, la speculazione sulle energie rinnovabili tenderà ad appropriarsi di tutte le risorse naturali consumandole : acqua, aria, suolo e patrimonio boschivo.
Nessun limite sarà rispettato.
Dalla privatizzazione dell'acqua all'inquinamento delle falde acquifere per lo spargimento selvaggio delle deiezioni animali o dei digestati.
Dall'ulteriore inquinamento dell'aria con inceneritori tipo Citterio in zone che già superano i valori limite alla risalita dell'inquinamento su per le valli montane con l'introduzione di centrali a cippato di legna.
Dalla continua distruzione di suolo agricolo con la cementificazione in atto nei paesi della pedemontana, quegli stessi che si definiscono "comuni virtuosi", all'occupazione di centinaia di ettari di suolo agricolo da parte dei parchi fotovoltaici a terra in ogni comune della provincia.
Dal taglio boschivo selvaggio ed indiscriminato dovuto alla speculazione sulla legna da ardere al taglio industriale per la cosiddetta "pulizia dei boschi", finalizzato in realtà a costruire un mercato del cippato di legna per le centrali medesime.

E' possibile uno sviluppo alternativo delle energie rinnovabili?

Certo, a patto che non consumino risorse naturali ma le valorizzino.

Impianti a biogas di piccola taglia che utilizzino effettivi scarti agricoli, deiezioni degli allevamenti e scarti dell'agroalimentare per produrre biometano.
Impianti fotovoltaici comunali sui tetti delle case coinvolgendo i cittadini.
Impianti solari termici collegati alla ristrutturazione delle case.
Sviluppo edilizio di sola ristrutturazione dell'esistente volto principalmente al risparmio energetico.
Ristrutturazione dei borghi di montagna all'insegna del risparmio energetico per lo sviluppo di una
ricezione turistica diffusa ed accogliente.




Giuliano Serioli