"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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sabato 20 ottobre 2018

Biomasse, una coltre nera nei polmoni


I tagli dissennati sul nostro appennino si susseguono.
Taglio raso di un'abetaia di 20 ettari nel reggiano a Succiso. Taglio sul Lavecchio e sul Fuso, su pendii ripidi attorno e sopra i 45° di pendenza, tali da provocare frane di scorrimento di un suolo strutturalmente sottile per le caratteristiche di impermeabilità del flysch omonimo.


Tutta la nostra montagna è soggetta a tagli sconsiderati di boschi. Motoseghe in mano a operatori dell'Est che lavorano in nero e che utilizzano attrezzature industriali per tagliare, cippare, trasportare, trasformando sentieri in carraie e mettendo a rischio interi pendii alle prime forti piogge.
Se qualcuno pensa ancora che l'energia da biomasse sia stata concepita per nobili fini ambientali si sbaglia di grosso.
Gli “scarti” legnosi sono ormai tutti diretti alle centrali a biomassa con grave danno anche all'industria del mobile che da questi scarti ricavava pannelli multistrato.
E' l'import, quindi, che sostiene la speculazione.
Alla scusa della pulizia dei boschi non crede più nessuno.
Pellet dalla Germania che utilizza legname bielorusso, pellet che viaggia per centinaia di km per tutta Europa. O cippato e ramaglie dall'Austria, dalla Croazia. Ma ci sono anche navi che portano in Europa materiale legnoso dall’Estremo Oriente e dalle Americhe, dove si tagliano foreste naturali. O cippato da piantagioni a rapida crescita (con uso di ogm e pesticidi) lungo il corso del Po.
L'uso di energia da biomasse non provoca solo aumento di polveri sottili ma anche di pericolosi microinquinanti. Nei fumi che si crerano con la combustione del legno sono presenti sostanze tossiche e cancerogene quali benzene, formaldeide, idrocarburi policiclici aromatici (IPA), diossine, polveri fini ed ultrafini.
Un preciso marker è il benzopirene, una molecola da tempo classificata come cancerogena: dove si brucia legna la presenza di benzopirene aumenta nettamente. Eppure anche in aree critiche come la Pianura Padana, dove la soglia massima di benzopirene di 1 nanogrammo (milionesimo di grammo) fissata dalla Ue è già superata, si autorizzano centrali a cippato e a scarti legnosi da diversi megawatt termici se non decine e decine come in Trentino-Alto Adige o in Puglia e Calabria.
Mentre una centrale termoelettrica con caldaia e turbina alimentata a cippato ha una efficienza elettrica del 15%, una centrale termoelettrica moderna a gas naturale “turbo-gas” ha efficienze elettriche del 60%. Unita alla grande differenza nelle emissioni. Una centrale a biomasse legnose dovrebbe rispettare limiti di 20-30 mg/Nmc (metro cubo normalizzato alla pressione atmosferica e alla temperatura di 0°C.) di polveri totali. Una centrale a gas naturale emette polveri totali in misura inferiore a 1 mg/Nmc.
Enel, però, sottoutilizza le centrali a turbo-gas per obbedire al diktat dell'immissione prioritaria in rete di energia elettrica da biomasse. In Pianura Padana è un attentato alla salute, la scelta consapevole di far morire delle persone in più per favorire una pura speculazione finanziaria.
Studi epidemiologici sperimentali evidenziano una possibile correlazione tra esposizione a fumo di legna e effetti sulla salute.
Diminuita funzionalità polmonare, ridotta resistenza alle infezioni, aumento dell'incidenza e della gravità dell'asma. L'esposizione a fumo di legna produce effetti simili a quelli dell'inalazione di particelle da combustione di combustibili fossili. Forse peggio, come evidenziano statistiche che calcolano 480.000 morti in Europa per particolato e fumi.
Ci stiamo annerendo tutti quanti.
E solo per una questione di business.

Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

lunedì 8 ottobre 2018

Energia, ambiente, sostenibilità


L'economia liberista e la finanza internazionale che la governa non trovano ostacoli alla loro espansione energivora.
Il consumo non riguarda però soltanto l’energia, ma soprattutto l'ambiente naturale dal quale essa viene estratta.
Tutte le amministrazioni locali cercano di contemperare, a parole, l'uso paesaggistico e turistico del bosco con "la sua valorizzazione economica".
E’ il mantra di oggi.
Sono consapevoli che i loro progetti di valorizzazione turistica dell'Appennino sono del tutto falliti. Parlano di coesistenza dei due aspetti, quando invece ormai puntano principalmente alla liberalizzazione del taglio boschivo.
L'ultimo fatto è la vendita all'impiedi di un'abetaia di 20 ettari nella zona di Succiso per 0.80 euro a quintale per 4.500 quintali complessivi.
L'ha venduta il Consorzio omonimo ad una ditta austriaca e ne ricaverà la miseria di neanche 40.000 euro.
Non è un caso isolato. La regione ha fatto nascere consorzi forestali per organizzare minutamente tale spoliazione dei boschi, in modo da non comparire direttamente.
I consorzi raggruppano proprietari privati e proprietà pubbliche indivise, le comunalie. Ci sono sempre meno cooperative di taglio locali. I consorzi vendono ettari di bosco a ditte che sfruttano il
lavoro nero di extracomunitari. Questo avviene soprattutto perché si è sviluppata enormemente la produzione di stufe a pellet, oltre che quella di centrali a biomassa.
La domanda di legna da ardere dipende quindi dallo sviluppo del settore industriale della combustione, che ha sostituto completamente il gpl in montagna.
I bomboloni del gpl, quando non dismessi, servono solo a cucinare. A riscaldare si è tornati ad usare la legna.
Nei nostri monti, la green economy ha prodotto solo combustione di biomasse di legna. Con uno sviluppo abnorme di emissioni di polveri sottili e sostanze cancerogene, come il benzopirene. Ma la combustione di pellet si è sviluppata soprattutto nell'alta pianura. I cilindretti di pellet derivano dalla lavorazione ad alta temperatura e pressione della legna sminuzzata.
Siamo arrivati al punto che le autorità che favoriscono i tagli boschivi sono le stesse che dal 1° ottobre 2018 impongono di non accendere le stufe a pellet sotto i 350 metri di altitudine, nella fascia di alta pianura dove è massima la loro diffusione e dove costante è la nube di polveri gravemente nocive alla salute.
Sono temi con cui occorre confrontarsi da subito.
Si tende a credere che tecnologie innovative risolveranno qualsiasi problema, ma non è ciò che sta avvenendo. Le innovazioni tecnologiche nella combustione di biomasse non riescono a garantire filtri sufficienti a fermare l'emissione di polveri, come il gravissimo dato di emissione di benzopirene in Trentino Alto Adige conferma, e quindi portano all'abnorme sviluppo di sostanze nocive nella pianura Padana, già congestionata dai fumi industriali.
Al punto che dopo aver venduto centinaia di migliaia di stufe si è arrivate al paradosso di vietarne l'accensione.
Non occorrono tanto tecnologie, quanto strategie per affrontare la questione delle risorse naturali con una popolazione che cresce esponenzialmente.
Per affrontare i temi ecologici impellenti, l'enorme espandersi dell'urbanizzazione nel pianeta, le migrazioni che non cesseranno perché spinte sempre più dall'impoverimento dei più e dal vorticoso circolare di immagini di ricchezza del primo mondo.
L'immaginario attuale ci ripropone di continuo una soluzione globalista dei problemi, intesa come sviluppo economico-finanziario incessante. Ma è pura mitologia. Occorre pensare invece a soluzioni per il piccolo, per micro comunità immerse nella natura, opposte a metropoli senza fine come suggerisce l'attuale economia di scala. Architetture semplici, integrate nella natura, invece di grattacieli che superino le nuvole come nelle metropoli.
Occorre pensare alla montagna e ai boschi come ad un bene da conservare ed accrescere non solo per lo sviluppo turistico, ma soprattutto per piccoli insediamenti produttivi agricoli e di allevamento animale. Non ha senso che non ci siano mucche al pascolo in montagna e che siano costrette in allevamenti industriali in cui non vedono mai il cielo e l'erba, come a Selvanizza, Monchio e Tizzano.
Il progresso non è tanto nell'evoluzione tecnologica quanto in quella morale, in cui inquadrare lo sviluppo industriale medesimo.
La produzione di merci non deve essere fine a se stessa, cioè tesa alla massimizzazione del profitto e alla distruzione di risorse, ma contemperare la conservazione delle stesse. Anche perché una produzione di merci sempre più massiccia ci porterà presto alla loro invendibilità, ad una crisi di sovraproduzione che creerà un'ennesima crisi finanziaria, come le attuali bolle del debito preconizzano.
Occorre pensare il futuro come liberazione da ogni forma di prevaricazione, liberazione da ogni domesticazione dell'uomo attraverso immagini di potere e ricchezza. Occorre fermare tutto questo, investire più sull'innovazione sociale che tecnica.
Occorre un'innovazione che scardini il principio della proprietà e della divisione del lavoro che la società automatizzata dovrebbe addirittura amplificare.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

venerdì 2 marzo 2018

Distruggere il bosco, per legge


E' alla firma del presidente Mattarella il decreto legislativo n° 154 "recante disposizioni concernenti la revisione e l'armonizzazione della normativa nazionale in materia di foreste e filiere forestali". Una legge forestale che punta a "valorizzare il nostro enorme patrimonio boschivo".
Una valorizzazione economica, ovviamente, per "togliere i boschi dall'abbandono", come dicono politici, stampa e addetti del settore biomasse e combustione.


In pratica, per salvarli e toglierli dall'abbandono bisognerebbe tagliarli e farne legna e cippato. Tagliarli a livello industriale, si intende, cioè taglio massivo ed estensivo, non certo un diradamento controllato per scegliere le piante più vecchie e mature. Con un corredo di nuove strade forestali onde permettere il passaggio lungo i versanti di trattori, caterpillar ed altri macchinari industriali.
Sono le industrie della filiera del legno a pretendere questo, quelle, per intenderci, che producono stufe a pellet, centrali a cippato e camini, oltre a quelle che producono arnesi industriali di taglio e trattori.
E' tutto un mondo economico cresciuto con la green economy che spintona politici e giornali affinchè mettano i boschi a loro disposizione. E' dal 2010 che la Bresso, presidente della Regione Piemonte di allora, prevedeva un taglio più massiccio per produrre energia elettrica dalla legna. Ma anche l'attuale presidente della Regione Toscana, Rossi (di LEU), ha proposto la stessa cosa per la sua Regione.
Mentre in tutta Europa i boschi sono protetti e diventano foreste, da noi impera il liberismo. Regioni e sindaci vogliono trasformare i cedui invecchiati, che stanno trasformandosi in alto fusto per processo naturale, in cedui normali da tagliare lasciando qua e là qualche matricina.
Come dice il presidente della Federlegno Arredo, un'industria dello sfruttamento forestale, "se facesse manutenzione dei suoi boschi( sottinde l'Italia), l'industria del settore avrebbe materia prima da utilizzare e allo stesso tempo l'ambiente verrebbe protetto."
E' un’iperbole che ancora non si era sentita: tagliare di più i boschi per proteggere l'ambiente!
Come se il manto boschivo non proteggesse dalle piogge e dalle piene dei torrenti, come se le radici delle piante non trattenessero i versanti Appenninici soggetti a frane.
Ma sull'onda liberista ci si mettono anche giornali come La Stampa, "basta col bosco-museo, intoccabile, lasciato in completo abbandono, esposto a fenomeni di dissesto idrogeologico. Col nuovo testo unico si punta ad una gestione sostenibile del bosco, dice il viceministro dell’agricoltura".
Ma c'è anche la voce del presidente dell'Unione dei Comuni, "ora il bosco non è più un patrimonio solo da contemplare, bensì da gestire per evitare desertificazione, crisi idriche e dissesto idrogeologico".
Questi signori degli enti locali e dei giornali hanno mai visto un bosco messo in mano ad una ditta di taglio? Dopo che ci è passata sembra proprio un deserto.
Hanno idea di quanta acqua trattiene una foresta o anche solo un bosco d'alto fusto? Evidentemente no. Ma a loro non interessa davvero il dissesto e la crisi idrica.
A questi signori interessa solo dare una spinta all'industria del legno e della filiera della combustione.

L’appello lanciato dall’Isde
https://goo.gl/njVeJs

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

sabato 11 marzo 2017

Dissesto, curare o prevenire?

Clima impazzito o stoltezza dell'uomo?

L'immagine riporta un tipico taglio raso effettuato nel nostro Appennino.
Come si può facilmente notare, è stato fatto su un versante che supera il 100% di acclività.



Un taglio sconsigliato perché denuda un versante ripido, soggetto a forte corrivazione in caso di piogge intense e quindi soggetto ad asportazione del suolo e denudamento del substrato roccioso. Lì il bosco ha smesso la sua funzione di spugna rispetto all'acqua piovana che scorrerà ancora più velocemente a valle. Se il suolo viene in gran parte asportato dalle piogge è impossibile che il bosco ricresca come prima. Sarà più rado e stentato.
La realtà dei tagli dissennati e dell'asportazione di soprasuolo boschivo è una amara realtà dn tutti i bacini imbriferi della nostra provincia. La Regione nega che, dal punto di vista quantitativo, questo sia un problema, affermando che rispetto ai due milioni di metri cubi di accrescimento annuo dei boschi il mezzo milione di metri cubi prelevato coi tagli sia poca cosa.
Anzi, si deve prelevare di più. Ma considera che non tutto è ceduo? Che l'acclività e la difficoltà di arrivare a strade in molte zone rende impossibili i tagli? Che quindi questi avvengono quasi sempre nelle zone boschive più accessibili e più vicine alle strade rotabili?
Che quindi si corre il rischio di denudare in modo massiccio una fascia boschiva ristretta?
La Regione dice che è “necessario attribuire un valore economico ai servizi ecosistemici prodotti dal patrimonio forestale a favore della intera società, a cominciare dalla sua capacità di regolazione del deflusso idrico in funzione dell’immagazzinamento della risorsa per scopi idropotabili, della tenuta dei versanti, ma soprattutto dalla sua funzione di assorbimento della CO2”.
Quello cui assistiamo, invece, è la sempre maggior monetizzazione della legna da ardere e dei suoi derivati, pellet e cippato. Il bosco vede una sola valorizzazzione, quella del mercato della legna da ardere. Con tutte le conseguenze che la combustione della biomassa comporta, non solo per l'incremento della CO2 in atmosfera, ma soprattutto per l'inquinamento da polveri altamente tossiche e cangerogene.
La recente iniziativa della Regione di concedere 420 mila euro a fondo perduto per diradare le pinete della nostra Provincia serve solo ad approvvigionare di cippato le centrali a legna di montagna, che visto che il prezzo della legna da ardere è più del doppio di quello del cippato, sono in seria difficoltà.
Altra spugna che se ne va per esigenze di bottega.
Il problema, col cambiamento climatico in atto e coi 200 mm di pioggia in poche ore dell'ultima alluvione del Baganza, è proprio la montagna che con i suoi boschi smette di trattenere l'acqua.
La cassa di espansione potrebbe servire a contenere gli effetti ma non sana le cause, che sono appunto il calo della capacità di assorbimento dei nostri boschi.
Regione, AIPO ed altre istituzioni pensano che per mettere in sicurezza il territorio la soluzione sia ingegneristica, appunto costruire una cassa d'espansione.


Un buco di 600 metri x 1000 e profondo 15 che trattenga la piena quando arriverà.
Ammesso che sia la soluzione e non lo crediamo, il problema è a monte, lungo l'alveo del torrente, nella cementificazione, nei boschi tagliati, nei versanti denudati.
Il problema è che senza una difesa attiva del territorio la cassa da sola non sarà sufficiente.
E veniamo al dunque della cassa d'espansione.
Basterebbe un progetto di difesa attiva per preservare dalle piene il territorio.
Ad esempio rialzare gli argini a valle di Sala Baganza con sfioratoi in grado di riversare l'acqua in eccesso nella campagna attorno.
Questo previo accordo coi contadini della zona, remunerandoli dei danni alle colture.
Niente scavo e cemento, che abbasserebbe ulteriormente la falda acquifera che provoca mancanza
d'acqua nell'alta pianura.
Ma coinvolgimento dei contadini e delle piccole aziende edili della zona agli argini e ad eventuali laghetti in cui contenere l'acqua in eccesso delle piene primaverili.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

giovedì 9 giugno 2016

Pedemontana, urge un progetto economico

In un recente video, Luca Mercalli, meteorologo e conduttore di Rai 3, tenendo fra le mani un pezzo di terra della bassa padana, afferma quanto sia grassa, corposa, la migliore che ci sia.
Viene subito in mente come la terra della nostra Pedemontana sia fin meglio, vista la ricchezza di sali minerali apportati dai torrenti di montagna.
Così ricca da produrre abbondanza: dal pomodoro al frumento, dal mais all'erba medica, base produttiva su cui si fonda l'intera economia del prosciutto e del parmigiano.


A vigilare sulla qualità dei prodotti ci sono i relativi consorzi.
Il primo prescrive come le cosce di maiale debbano necessariamente evere una età di 11 mesi ed essere italiane, anche se spesso poi sono invece solo di 8 mesi, gonfiate con antibiotici e di provenienza estera.
Il secondo bada che le aflatossine non finiscano nel mais e poi nel latte inquinando il grana e che lo spandimento di letame in aree sensibili non superi i 170 kg di azoto, anche se gli allevamenti industriali non sono mai sostenibili, visto il particolato che producono e le falde acquifere che inquinano.
Tutta questa ricchezza fatta di sapienze secolari e di microclimi ideali per le stagionature, ha sopra di sé i veleni di un'aria orribilmente inquinata.
Lo afferma la regione Emilia Romagna che definisce la nostra Pedemontana "zona rossa", dove qualsiasi nuovo impianto industriale dovrebbe essere a saldo zero di emissioni nocive, se non addirittura in grado di diminuirle.
Veleni veicolati dalle polveri sottili, che ogni anno superano i 35 sforamenti dei 50 microgrammi di PM10 consentiti dalla normativa.
Da chi sono prodotte? Dall'industria? Dal traffico veicolare? Dagli inceneritori di rifiuti?
Da tutti questi ma non solo.
Secondo Ispra per un terzo dal riscaldamento domestico da legna e pellet e per un altro terzo dalla ricombinazione secondaria dell'azoto ammoniacale degli allevamenti industriali.
Anche l'Istat non c'è andata leggera quando ha riferito del picco di mortalità, aumentato nel 2015 del 16,3% rispetto al 2014.
Un fatto accaduto solo durante le due guerre mondiali.
Un dato nazionale, spalmato su tutto il Paese, che è plausibile si riferisca principalmente al Nord Italia.
Sempre Ispra, il mese scorso, ha comunicato che il 65% delle acque superficiali sono inquinate e stessa cosa per il 32% delle acque sotterranee.
Nella pianura padana tali valori crescono rispettivamente oltre il 70% ed il 40%.
Ma quello che Istat ed Ispra non dicono è che la pianura padana è tappezzata da più di 1.000 centrali a biogas dell'ordine del MWe. Ognuna di queste produce 40 milioni di Nm3 di emissioni nocive annue, soprattutto ossidi di azoto, ma anche particolato secondario.
Moltiplicate il tutto ed otterrete un valore emissivo di 40 miliardi di Nm3, che sommato a quello delle centrali che bruciano cippato di legna, dall'Alto Adige all'Appennino, si arriva a un valore emissivo maggiore degli inceneritori del Nord Italia (una trentina).
L'inceneritore di Parma emette 144.000 Nm3/h, in un anno 1,3 miliardi di Nm3. Fate voi i conti.
Ci siamo battuti per anni contro gli inceneritori, li stiamo facendo dimagrire con la raccolta differenziata diffusa dai paesi alle città e le lobby delle biomasse ci ributtano addosso le stesse emissioni mefitiche con le centrali a biomassa.
Sulle rinnovabili si sono tuffate anche le grandi corporations dell'energia e del petrolio, trovando appetitosi gli incentivi pubblici e fregandosene dell'insostenibilità ambientale.
Comoda scusa è la direttiva Europea del saldo zero di emissioni di CO2 per le biomasse, che è già bugiarda per la legna e del tutto falsa per il grasso animale.
Scusa valida anche per istituzioni ed enti pubblici, pronti ad accettar per buone le autocertificazioni emissive delle lobby medesime.
Perché, diciamocelo, sono le industrie stesse a suggerire i limiti normativi, non certo le Ausl.
E' ora di chiedersi, infatti, perché le nostre normative sono cinque volte meno restrittive di quelle tedesche.
E la salute dei cittadini? E l'inquinamento della base agroalimentare da cui dipendono le nostre eccellenze?
Le normative igienico sanitarie europee sulla produzione del latte sembrano ritagliate sulle grandi stalle. Solo gli allevamenti industriali sono in grado di rispettare quella pletora incredibile di
norme burocratiche, le piccole stalle no, non ce la fanno.
E così devono chiudere proprio le stalle di montagna, quelle che lasciano ancora le vacche libere al pascolo.
Notare che è proprio l'azoto ammoniacale degli allevamenti industriali quello che emette il particolato secondario che grava sulla pianura padana.
Dovrebbero essere la Ue e l'Efsa a imporre lo strippaggio dell'ammoniaca anche per impedire che la sua lisciviazione finisca in falda, inquinandola come capita oggi.
Anche nei prosciuttifici, le normative igienico sanitarie e le norme sulla sicurezza del lavoro sembrano ritagliate sulle grandi aziende. Al punto che i piccoli, gli artigianali, sono proprio quelli maggiormente colpiti dai controlli e multati. Solo che una multa per una grande azienda è poca cosa e viceversa per una piccola.
Le grandi aziende hanno compresso i salari attraverso la robotica, espellendo manodopera specializzata ed attingendo alla manovalanza generica delle cooperative.
Tutto questo per produrre di più, a detrimento, però, della qualità del prodotto. Che, viceversa, i prosciuttifici artigiani hanno mantenuto alta, proprio attraverso manodopera qualificata.
In sostanza, sono i piccoli che mantengono e sviluppano la qualità.
Sono loro che continuano a valorizzare i marchi d'eccellenza e la possibilità di commercializzarli in Italia ed all'estero.
Sta ai consorzi, ma soprattutto ai comuni, incentivare la produzione di qualità e la crescita della piccola produzione.
Sono consapevoli che più un'azienda è grande più tende a finanziarizzare la propria attività, speculando sulla materia prima. Andando ad occupare segmenti industriali speculativi che esulano completamente dal settore lavorativo che le è proprio, come produrre elettricità dalla combustione del grasso.
Le eccellenze alimentari si sviluppano solo impedendo il degrado ambientale che ogni processo industriale comporta.
Tutto queste tematiche sono state portate in assemblee pubbliche per ben due volte ad esempio a Felino, prima delle amministrative. Gli argomenti sono stati condivisi largamente dalle due liste di opposizione al Pd, sia di centro destra che di sinistra, soprattutto sul no alle biomasse.
Eppure lo spirito di bottega ha prevalso ancora una volta. Ha impedito che si formasse una lista unica no inceneritore e no biomasse in grado di mandare a casa gli amministratori attuali.
Rete Ambiente Parma rimane in prima linea per un'alternativa sostenibile, sotto tutti i punti di vista.

Giuliano Serioli
9 giugno 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

martedì 26 aprile 2016

Biomasse e comuni virtuosi

La combustione di biomasse produce emissioni nocive ed emissioni di CO2 ma, in quanto fonti rinnovabili, si dice siano a saldo zero, tali da emettere in atmosfera la stessa CO2 catturata durante la crescita.
Per la combustione di legna, cippato e pellet non è la verità.


La legna, se proviene dall'estero, è prodotta dagli scarti dei tagli della foresta pluviale che ogni anno viene rimaneggiata. Un disastro ecologico proprio dal punto di vista della mancata cattura di CO2.
Se proviene dai nostri boschi cedui, si deve considerare che se non si perde superficie boschiva, si perde quella fogliare che impiega circa 3 anni a raggiungere la stessa capacità di cattura della CO2 di prima.
Non solo, il taglio industriale meccanizzato, che ha sostituito del tutto quello artigianale dei vecchi boscaioli, smuove il terreno ed il carbonio in esso contenuto da secoli, ributtandolo in aria, nell'atmosfera.
Quantificarlo come saldo zero è assurdo oltre che ridicolo.
Per la combustione di olio di colza o olio di palma, fonti rinnovabili, c'è lo stesso problema del mancato saldo zero di emissioni di CO2.
Intere foreste vengono tagliate per far posto a tali coltivazioni, la cui superficie fogliare è nettamente inferiore alla capacità di cattura delle foreste tagliate.
Per la combustione di grasso animale che sta sostituendo la colza, diventata troppo cara per l'aumento della domanda di mercato e anch'esso fonte rinnovabile, si pone sempre il problema del mancato saldo zero.
Se dagli scarti di macellazione animale si sottrae grasso da bruciare, con emissioni di CO2, si dovrà accrescere la produzione animale o la sua importazione dall'estero per compensare il loro mancato utilizzo nell'industria del pet e della cosmetica, e quindi con ulteriore emissioni di CO2.
Le emissioni nocive della cogenerazione di biomasse sono inversamente proporzionali alla potenza degli impianti stessi. Più un impianto è piccolo, più inquina.
Non avendo gli stessi numeri e valori di spesa di quelli grandi, non ha nemmeno filtri capaci ma solo cicloni per far precipitare solo le ceneri volanti.
Il problema emissivo è già però grave per i grandi impianti, perchè il benzopirene non può essere fermato dai filtri. I suoi valori sono già oltre i massimi in Trentino ed Alto Adige. Gli amministratori che hanno promosso quegli impianti non sanno più che fare.
In sostanza le biomasse, su cui oggi il governo punta, sono si fonti rinnovabili ma per niente a saldo zero. La loro combustione in cogeneratori produce emissioni nocive.
Tali impianti sono tanto più nocivi quanto più sono piccoli e numerosi, soprattutto in una Pianura Padana già gravata da polveri sottili e che deve già sopportare l'inquinamento da ossidi di azoto di un migliaio di centrali a biogas, simili a funghi velenosi che spuntano un pò dappertutto.
In tutti i PAES dei cosiddetti "comuni virtuosi" c'è il progetto di impiantare cogeneratori condominali ed aziendali sia a cippato che a grasso animale.
Una follia dal punto di vista del saldo zero di CO2, ma soprattutto dell'inquinamento dell'atmosfera del nostro territorio.

Giuliano Serioli
26 aprile 2016

Rete Ambiente Parma
per la salvaguardia del territorio parmense

giovedì 31 marzo 2016

Stato di salute

Un Pianeta sotto tiro

Dello stato di salute del pianeta si ricordano ogni tanto le istituzioni.
Compito dei media, poi, suonare la grancassa della retorica.
Da Kyoto al Cop 21 di Parigi, un susseguirsi di proclami dei quali l'assetto industriale bellamente se ne infischia.
L'ideologia liberista che guida la finanza del mondo ha ben altro a cui pensare.


Ad esempio la bolla del debito che si sta gonfiando.
Debiti degli stati per salvare banche, cui sommare debiti delle aziende e dei consumatori.
Se i 4/5 della ricchezza vanno ad 1/5 della popolazione, tutti gli altri possono comprare solo di che sopravvivere.
Ma i soldi veri di quel quinto vanno solo al 10% della popolazione, l'altro 90% può comprare solo a rate, indebitandosi.
Mutui con cui le banche creano denaro dal denaro, ma anche insolvenze e debiti inesigibili.
Una bolla che crea deflazione, depressione e blocco degli investimenti.
Per un futuro a tinte fosche. Un futuro di guerra.
Quasi che la spada di Damocle del cambiamento climatico non sia già sufficiente preoccupazione.
Si sta incrementando follemente l'antropizzazione del pianeta, come se le risorse naturali fossero infinite.
Così le considera l'apparato industriale: risorse infinite e gratuite.
Gratis aria, acqua e suolo.
L'avvelenamento dell'aria da polveri lo paghiamo noi col costo della sanità.
Siamo sempre noi a pagare l'inquinamento dell'acqua da scarichi industriali e allevamenti.
In bolletta il costo della depurazione è ormai pari a quello dell'acqua stessa.
Il rimaneggiamento del suolo agricolo per la cementificazione ci costa alluvioni e allagamenti nelle città.
Paghiamo tutto noi, senza alcun vantaggio, solo veleni, sovraffollamento e guerra.
Dicono che l'energia da fonti rinnovabili ci salverà, ma è già diventata green economy, speculazione anche questa.
All'apparato industriale se ne aggiunto un altro, quello dei cogeneratori a biomassa che bruciano legna ed olio.
Quella biomassa proviene dal taglio delle foreste pluviali per creare piantagioni di colza e palme da cui ricavare olio.
Ma pazienza, dicono, tanto il saldo è zero. Una stupida menzogna.
Oltre a quel verde tagliato che non cattura più CO2, la deforestazione butta in aria il carbonio stivato nel suolo che è molto di più.
Quei combustori di biomassa sono qui da noi, in Europa, e le loro emissioni si sommano a quelle dell'industria.
E con quali criteri le istituzioni fissano le normative per quelle emissioni?
Saranno criteri compatibili con l'economicità del processo industriale o compatibili con la salute della gente?
La risposta è nella cappa di polveri sottili che copre le aree industriali d'Europa e della fabbrica-mondo che è ormai la Cina.
E’ nelle normative tedesche che sono 3 volte più stringenti delle nostre.
E com'è lo stato di salute del nostro cortile? Della Pianura Padana?
Ad inizio anno i giornali hanno pubblicato un dato statistico preoccupante, un picco di mortalità nel 2015 superiore dell'11,3% a quella del 2014. Una crescita paragonabile solo agli anni delle due guerre mondiali.
Il dato è nazionale, ma è altamente presumibile che si riferisca alla parte più inquinata, la Pianura Padana.
Quello che colpisce è la quantità di sforamenti dai 50 microgrammi di PM 10, di polveri sottili. Tutta la Pianura ne è costellata.
Polveri di cui 1/3 deriva dal traffico veicolare e dall'industria, 1/3 dalla combustione domestica di legna ed 1/3 dalla ricombinazione secondaria in aria dell'azoto degli allevamenti zootecnici industriali. Azoto derivato dall'ammoniaca degli spandimenti di letame.
Senza contare le emissioni nocive di circa un migliaio di centrali a biogas (500 solo in Lombardia), alimentate principalmente con mangimi vegetali da coltivazioni dedicate.
Complessivamente, la bellezza di 40 miliardi di N/m3, tra cui, oltre alle polveri, ossidi di azoto, ossidi di metalli, benzopirene, diossina.
Chi produce eccellenze alimentari in questa valle continua a far finta di niente.
Noi continuiamo nel nostro ruolo di Cassandre.
Per dire dell'urgenza di rinunciare alla combustione di biomasse, ai cogeneratori delle centrali a biogas, producendo solo biometano, proveniente dallo strippaggio dell'ammoniaca, risolvendo così l'inquinamento delle falde acquifere e la formazione di particolato secondario da azoto ammoniacale.

Giuliano Serioli
31 marzo 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

mercoledì 2 marzo 2016

Waste Land o la Terra Perduta

No, non è l'ode di Thomas Eliot, ma la Pianura Padana che rischia di diventare terra desolata.
In tante città del Nord siamo ormai ben oltre la soglia dei 35 sforamenti annui oltre i 50 microgrammi per metro cubo di polveri PM10, che è il limite massimo consentito.
In realtà si tratta di PM 2,5, il particolato fine che veicola benzopirene e diossine, sostanza ancora più pericolosa.
I blocchi del traffico in centro servono solo a battere un colpo, a dire che le istituzioni sono consapevoli della situazione.
In realtà sono colpevolmente responsabili.
La cappa di piombo che ci sovrasta è carica di innumerevoli fattori di inquinamento.


Quello industriale, degli inceneritori di rifiuti, della combustione di biomasse, del traffico veicolare,
della green economy e dei cogeneratori (500 centrali a biogas solo in Lombardia), del riscaldamento domestico (soprattutto da stufe a legna, a pellet e caminetti) ed infine l'inquinamento originato dalla dagli allevamenti zootecnici.
L'ammoniaca che si sprigiona dalle deiezioni animali e dai digestati sparsi sul terreno, si combina con l'azoto e lo zolfo presenti nell'aria originando particolato secondario, piccole particelle di nitrato e solfato d'ammonio. L'azoto ammoniacale, insieme al riscaldamento da legna ed al traffico veicolare, è quindi uno dei principali inquinanti dell'aria.
Ma lo è anche per i suoli e le falde acquifere.
L'eccesso di spandimenti di letame e digestati da biogas nei terreni agrari finisce per dare concentrazioni tali di ammoniaca da infertilizzare i suoli.
Tale eccesso scende poi verso la falda acquifera inquinandola attraverso la lisciviazione dei nitrati.
E' proprio la stessa green economy a riempire il vaso di Pandora degli inquinanti.
Green che diventa quasi una sottile, mortale presa in giro.
I PAES (piani attivazione energie sostenibili) sono pieni di cervellotiche applicazioni dell'energia verde, ma sono poi le lobby finanziarie a cavalcarne la concretizzazione.
Sono i cogeneratori che bruciano il biogas delle mille e più centrali, spuntate come funghi velenosi in questa nostra desolata campagna, in quelle terre alte abbandonate ai camini.
Alimentate con mais e triticale, sottraggono terreni agricoli alle coltivazioni alimentari, impestandoli con ancor più diserbanti e pesticidi.
E' la lobby dei combustori a propinarci la favola triste che bruciare è bello. A raccontarci che centrali a cippato e stufe a pellet si servono della migliore tecnologia esistente, senza aggiungere che hanno emissioni di polveri almeno 300 volte maggiori del metano e del GPL.
Mentono, approfittandosi della crisi e spingendo il governo a concedere loro incentivi.
Cosa fare allora?
Eliminare gli incentivi alla lobby dei combustori.
Limitare il taglio selvaggio della legna in montagna, demandando le quote di taglio ai consorzi di proprietari in modo che i soldi restino in montagna.
Imporre alle istituzioni di togliere gli incentivi a chi alimenta le centrali con coltivazioni dedicate.
Incentivare solo impianti alimentati da reflui zootecnici e di taglia proporzionata alle dimensioni dell'allevamento, senza alcun bruciatore o cogeneratore.
Favorire, con lo strippaggio dell'ammoniaca e la sua neutralizzazione in solfato d'ammonio, la produzione di biometano da mettere in rete o da autotrazione.
Ne guadagnerebbero in qualità e pubblicità tutte le eccellenze alimentari della Pianura Padana.
Cosa pensano di fare i consorzi delle nostre eccellenze alimentari della pedemontana?
Far finta di niente e tacere ancora?
A furia si stare tutti zitti, perderanno l'uso della parola.
E sarà troppo tardi quando ne avranno coscienza.

Giuliano Serioli
2 marzo 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

lunedì 28 dicembre 2015

Le inspiegabili morti del 2015

Nel 2015 il numero di morti nel nostro Paese è salito dell'11,3%.
Come durante la guerra.
In un anno ci sono stati 67mila decessi in più rispetto al 2014.
«Si è passati cioè da una media di meno di 50 mila al mese a una di oltre 55 mila. Il numero è impressionante. Ma ciò che lo rende del tutto anomalo è il fatto che per trovare un’analoga impennata della mortalità, con ordini di grandezza comparabili, si deve tornare indietro sino al 1943 e, prima ancora, occorre risalire agli anni tra il 1915 e il 1918», scrive il professor Blangiardo.


Nel 2013 e nel 2014, tra l’altro, il numero dei morti era calato, ma sempre di poco: mai si erano raggiunte percentuali in doppia cifra.
Pare che gli incrementi maggiori siano in gennaio-febbraio-marzo: rispettivamente 6.000-10.000-7.000 in più. Una correlazione, quindi, tra mesi freddi e crescita dei numeri. Mesi in cui ci si riscalda di più nelle abitazioni.
Qualcuno ha ipotizzato come causa l'influenza per gli anziani per il fatto che molti non si sono vaccinati causa un allarme infondato sui vaccini.
Ma tutti convengono sia impossibile che una malattia stagionale abbia prodotto quei numeri.
I dati regione per regione ci diranno di più.
Se i numeri si riferissero in gran parte al Nord Italia, sarebbe evidente l'influenza del grave inquinamento atmosferico della Pianura Padana.
Ma, anche fosse, perché quest'anno e non anche i precedenti?
Un bel mistero, ancora più fitto se i numeri fossero sparsi un po' in tutte le regioni.
Come Rete Ambiente Parma arriviamo ad ipotizzare che tra le cause ci sia l'accumulo di benzopirene ed ossidi di azoto dovuti al ritorno massiccio al riscaldamento domestico a legna a partire dal 2008, anno della crisi economico-finanziaria, ed allo sviluppo abnorme delle centrali a cippato di legna soggette a finanziamenti ed incentivi pubblici.
La scorsa estate avevamo mandato una richiesta all'Usl. Volevamo conoscere i dati delle morti per tumore o per malattie polmonari della nostra fascia montana. Ci erano arrivate, infatti, notizie di rilevanti decessi per tumore dai paesi della fascia più elevata del nostro Appennino
Il dott. Impallomeni ci aveva risposto così. "Le rispondo per dire che non abbiamo ignorato la sua sollecitazione, che contiene alcuni spunti interessanti da approfondire. Per questo stiamo controllando i dati sui consumi di combustibile disponibili nei censimenti periodici, i dati sulla qualità dell'aria disponibili (ARPA) e quelli di mortalità. Come sempre suggerisco cautela nel fare valutazioni sull'associazione tra esposizioni ambientali e dati di salute perché nascondono insidie interpretative che devono essere affrontate usando metodi di analisi dati consolidate. Ci siamo quindi presi un po' di tempo (purtroppo non ne abbiamo molto dovendolo dedicare alle attività di routine del Servizio di Igiene e Sanità Pubblica) per fornire una risposta sufficientemente corretta e completa, con l'aiuto di una collega borsa di studio, che legge per conoscenza”
L'incontro con la borsista si è rivelato una inutile formalità.
E' di questi giorni la decisione della giunta Pisapia a Milano di interdire l'uso dei caminetti a legna in città. Dichiarando che il loro effetto è di produrre il 22% del totale di polveri sottili.
Stante la situazione gravissima dell'aria nel nostro paese e gli sforamenti continui dal limite massimo di 50 milionesimi di grammo per m3, urgono provvedimenti decisi ed urgenti, simili a quelli presi a Milano da Pisapia. Sappiamo che a produrre le polveri sottili nei mesi invernali sono per 1/3 il riscaldamento delle abitazioni, per 1/3 il traffico automobilistico e per 1/3 le emissioni industriali. Sarebbe necessario un provvedimento governativo atto ad incentivare l'acquisto di auto a GAS, metano e gpL. Sarebbe urgente cambiare il parco nazionale dei mezzi pubblici, rottamando quelli a benzina e gasolio. Incentivare l'acquisto di auto elettriche è un mantra ormai rituale, trova poco riscontro negli investimenti delle case automobilistiche ed è destinato ad un futuro non immediato. Ma soprattutto si impone la disincentivazione dei cogeneratori a biomasse, cippato di legna, grasso animale e colza, che sono i maggiori produttori di particolato carbonioso e di ossidi di azoto.
Occorre ripensare quindi la sostenibilità ambientale delle fonti rinnovabili di energia, sviluppando di più le pompe di calore ed il risparmio energetico delle abitazioni che darebbe maggior impulso all'edilizia.

Giuliano Serioli
28 dicembre 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

martedì 4 agosto 2015

Centrali a biomasse, è allarme benzopirene

L'Italia, in tema di follie, primeggia

A Forno di Zoldo il sindaco ferma l'impianto a biomasse che avrebbe dovuto riscaldare la scuola. "Non sono contrario alle biomasse dice il sindaco" (forse per paura di apparire un sovversivo e dar dispiacere ai potentati) ma, in ogni caso, rendendosi conto che nel suo comune il benzopirene è oltre i limiti massimi e che la collocazione delle scuole a monte dell'abitato con scarsa circolazione d'aria è sfavorevole ha bloccato il progetto.


Ma quanti impianti a biomasse vengono fatti in Italia senza valutare la situazione dell'inquinamento locale solo perché il giro di soldi delle biomasse mette a tacere con i soliti giri di mazzette, favori gli scrupoli dei funzionari, degli amministratori, dei politici?
L'allarme arriva da Belluno, dal Corriere delle Alpi.
Ma il problema è ovviamente generalizzato.
E ovviamente nessuno degli amministratori del nostro Appennino se lo è mai posto.
Sull'argomento, Federico Valerio, noto chimico genovese che si occupa di problemi ambientali afferma: “le campagne di misura effettuate nel 2014 nel trentino hanno confermato quanto temevamo: superamento dei limiti di legge per polveri sottili e benzopirene emessi prevalentemente dalla combustione della legna sia a livello famigliare che industriale. Ora ci sono tutti i presupposti per misurare, in modo mirato, i danni alla salute che gli incentivi alle biomasse legnose hanno prodotto sulle popolazioni esposte”.
La Provincia autonoma di Trento si era opposta nel 2005 alla mega centrale a cippato di Enego, da allora però ha autorizzato decine di impianti a cippato di legna. Deve aver maturato la certezza che questi impianti non costituiscano alcun pericolo. Prova ne sia la localizzazione in Trentino Alto-Adige di un centinaio di queste centrali (con una potenza media di poco superiore al MW) senza aver mai operato analisi epidemiologiche.
A Bolzano non ne parlano perché l'ente pubblico non cerca e non trova gli inquinanti.
Anzi si tessono le lodi della settantina di impianti a biomassa altoatesini senza chiedersi come mai ne abbiano realizzati così tanti, di cui almeno il 40% si rifornisce di combustibile da fuori confine.
Quali sono i limiti del benzopirene a livello comunitario?
La normativa indica 1 nanogrammo per ogni Nm3 di emissioni.
Per il benzopirene l'allarme è a Feltre, per il quarto anno consecutivo maglia nera del Veneto.
La colpa è soprattutto delle stufe a legna, ma anche dei processi di combustione industriale.
Il benzopirene è l'elemento critico e nel Feltrino i dati emersi nel 2014 superano quelli medi dell'intero Veneto: a fronte del limite imposto per legge qui si registra una concentrazione di 1,6.
A Mezzano “la concentrazione media registrata, pari a 4,5 ng/m3, risulta superiore al valore obiettivo e pari a circa 4,5 volte il valore misurato nello stesso periodo presso la stazione di monitoraggio di Trento Parco S. Chiara”.
L’analisi di questi dati ha fatto emergere chiaramente che “la combustione della biomassa è responsabile della quasi totalità del PM10 misurato a Mezzano, e tale fonte è presente durante tutto l’anno” e che “l’impatto delle altri fonti emissive, come il traffico veicolare e l’erosione crostale, risulta quasi trascurabile rispetto al totale evidenziato”.
A Bolzano siamo attorno quota uno, ormai da 4 anni. A Laces, ad esempio, i valori medi sono compresi tra 2 e 3 nanogrammi per metro cubo. E qualche volta è stata superata quota 3.
Il ritorno massiccio alla legna è fortemente inquinante, nocivo per i nostri bronchi (ossidi di azoto e polveri sottili).
Di più, è pericoloso e cancerogeno ( benzopirene).
Bruciare legna a livello industriale in centrali a cippato è pura follia.
Ma l'Italia, in tema di follie, è al top.

Giuliano Serioli
4 agosto 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense