"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
Visualizzazione post con etichetta deforestazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta deforestazione. Mostra tutti i post

sabato 20 ottobre 2018

Biomasse, una coltre nera nei polmoni


I tagli dissennati sul nostro appennino si susseguono.
Taglio raso di un'abetaia di 20 ettari nel reggiano a Succiso. Taglio sul Lavecchio e sul Fuso, su pendii ripidi attorno e sopra i 45° di pendenza, tali da provocare frane di scorrimento di un suolo strutturalmente sottile per le caratteristiche di impermeabilità del flysch omonimo.


Tutta la nostra montagna è soggetta a tagli sconsiderati di boschi. Motoseghe in mano a operatori dell'Est che lavorano in nero e che utilizzano attrezzature industriali per tagliare, cippare, trasportare, trasformando sentieri in carraie e mettendo a rischio interi pendii alle prime forti piogge.
Se qualcuno pensa ancora che l'energia da biomasse sia stata concepita per nobili fini ambientali si sbaglia di grosso.
Gli “scarti” legnosi sono ormai tutti diretti alle centrali a biomassa con grave danno anche all'industria del mobile che da questi scarti ricavava pannelli multistrato.
E' l'import, quindi, che sostiene la speculazione.
Alla scusa della pulizia dei boschi non crede più nessuno.
Pellet dalla Germania che utilizza legname bielorusso, pellet che viaggia per centinaia di km per tutta Europa. O cippato e ramaglie dall'Austria, dalla Croazia. Ma ci sono anche navi che portano in Europa materiale legnoso dall’Estremo Oriente e dalle Americhe, dove si tagliano foreste naturali. O cippato da piantagioni a rapida crescita (con uso di ogm e pesticidi) lungo il corso del Po.
L'uso di energia da biomasse non provoca solo aumento di polveri sottili ma anche di pericolosi microinquinanti. Nei fumi che si crerano con la combustione del legno sono presenti sostanze tossiche e cancerogene quali benzene, formaldeide, idrocarburi policiclici aromatici (IPA), diossine, polveri fini ed ultrafini.
Un preciso marker è il benzopirene, una molecola da tempo classificata come cancerogena: dove si brucia legna la presenza di benzopirene aumenta nettamente. Eppure anche in aree critiche come la Pianura Padana, dove la soglia massima di benzopirene di 1 nanogrammo (milionesimo di grammo) fissata dalla Ue è già superata, si autorizzano centrali a cippato e a scarti legnosi da diversi megawatt termici se non decine e decine come in Trentino-Alto Adige o in Puglia e Calabria.
Mentre una centrale termoelettrica con caldaia e turbina alimentata a cippato ha una efficienza elettrica del 15%, una centrale termoelettrica moderna a gas naturale “turbo-gas” ha efficienze elettriche del 60%. Unita alla grande differenza nelle emissioni. Una centrale a biomasse legnose dovrebbe rispettare limiti di 20-30 mg/Nmc (metro cubo normalizzato alla pressione atmosferica e alla temperatura di 0°C.) di polveri totali. Una centrale a gas naturale emette polveri totali in misura inferiore a 1 mg/Nmc.
Enel, però, sottoutilizza le centrali a turbo-gas per obbedire al diktat dell'immissione prioritaria in rete di energia elettrica da biomasse. In Pianura Padana è un attentato alla salute, la scelta consapevole di far morire delle persone in più per favorire una pura speculazione finanziaria.
Studi epidemiologici sperimentali evidenziano una possibile correlazione tra esposizione a fumo di legna e effetti sulla salute.
Diminuita funzionalità polmonare, ridotta resistenza alle infezioni, aumento dell'incidenza e della gravità dell'asma. L'esposizione a fumo di legna produce effetti simili a quelli dell'inalazione di particelle da combustione di combustibili fossili. Forse peggio, come evidenziano statistiche che calcolano 480.000 morti in Europa per particolato e fumi.
Ci stiamo annerendo tutti quanti.
E solo per una questione di business.

Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

domenica 22 aprile 2018

Che senso ha

Globalizzazione, finanziarizzazione dell'economia, sviluppo industriale e commerciale senza limiti, il mondo corre vero un disastro devastante.
Tutto ciò che è deleterio per la salute deriva dall’intervento dell’uomo sulla natura.
Dall'aria che respiriamo, ai boschi, alle campagne, ai coltivi, al paesaggio che dovrebbe riempirci gli occhi, non vi è luogo dove l’uomo abbia messo le mani, inaridendo il pianeta.


E' consumo di suolo la Tibre (Tirreno Brennero) che si attorciglia all'alveo del Taro, cementificando ed asfaltando senza sapere a cosa serva, per la collettività, quel troncone monco.
E' consumo di suolo la cassa d'espansione sul Baganza, che presto vedrà nascere il cantiere al Casale di Felino. Campagna cementificata per ottocento ettari, quando sono state delineate valide alternative per mettere in sicurezza il territorio dalle esonsdazioni del torrente.
E' consumo di suolo la costruzione incessante di supermercati ed ipermercati attorno alla città, cui si sommano magazzini e megastalle in aperta campagna, senza che l'idea di edificare "al netto del consumo di suolo" sia minimamente applicata perchè totalmente assente dalla logica delle amministrazioni, nonché dalla legislazione vigente.
Non è considerato consumo di suolo, però, il taglio ceduo dei boschi in montagna, in quanto si intende che il bosco ricrescerà, rinnovandosi.
Ma è solo astratta teoria.
Nella pratica invece il suolo si degrada e si consuma.
Il taglio raso matricinato lascia un soprasuolo indifeso ai picchi sempre più acuti delle intemperie e le gemme delle matricine come bocconi per gli ungulati.
Il taglio generalizzato del ceduo invecchiato, cui stiamo assistendo da tempo, sta letteralmente mangiando il manto boschivo di alcune zone della nostra montagna.
A nulla vale l'opinione degli stessi tecnici forestali, contraria al taglio raso del ceduo invecchiato e favorevole ad un suo diradamento solo se selettivo.
I progetti sono dettati alle amministrazioni dalle industrie dei combustori che producono stufe a pellet e centrali a cippato e rischiano di accrescere ancor più i tagli, addirittura nei parchi come quello del monte Fuso.
La perdita di manto boschivo compromette il suolo stesso di zone a forte pendenza.
Il consumo di suolo boschivo non avviene quindi solo in Amazzonia, il taglio raso matricinato nei nostri boschi ne è un esempio vicinissimo a noi.
Tagliare tutte le piante di un pendio montuoso, tranne qualche sottile matricina, significa degradarlo e condannarlo all'asportazione di humus al primo violento acquazzone.
Spesso significa sottoporlo addirittura a frane per colamento se il pendio è ripido (acclività del 100%, oltre i 45° di pendenza).
Le future bombe d'acqua in montagna troveranno sempre meno manto boschivo a frenarne la violenza e il tempo di corrivazione sarà sempre più rapido.
Dai ripidi pendii verrà giù di tutto, ad accrescere il livello dei torrenti.
Le piene diventeranno sempre più disastrose perché sarà maggiore il trasporto solido in sospensione. A simili disastri si opporranno lunghi periodi siccitosi in cui alle nostre campagne mancherà l'acqua alla cui fornitura non provvederanno certo le casse d'espansione sui torrenti, che devono sempre restare vuote, asciutte.
Una progettazione assurda quando non addirittura ridicola, fatta per compensare la cementificazione degli alvei dei torrenti, con una concezione perennemente emergenziale dell'assetto idrografico del territorio.
Di recente Legambiente ha reso noto che si è tolta da un tavolo di discussione orchestrato dalla Regione perché solo formale.
In realtà pare stia prendendo piede l’idea di un grosso bacino in montagna, la diga di Vetto.
Anche le dighe, oltre che cementificazione, sono consumo di suolo. Migliaia di ettari di superficie boschiva saranno invasi dall'acqua e si perderanno.
Acqua trattenuta in un invaso, probabilmente a scopo irriguo in pianura, senza tener conto del fatto che si blocca in tal modo la corrente di subalveo del torrente che alimenta i pozzi della conoide nell'alta pianura.
Trattenere acqua per perderne altra. Che senso ha?

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

domenica 29 ottobre 2017

Kill the wood!

Quanto è di moda lo stronca i tronchi

Tempo fa, la regione Emilia Romagna aveva stanziato 420.000 euro per pagare il taglio dei pini seccati di Lagdei e Trefiumi, nonchè per il diradamento nella pineta del passo del Ticchiano e per
un altro diradamento nella faggeta sopra Valditacca, seguito da un tecnico forestale.


I reali motivi di tale finanziamento, e l'utilizzo della legna tagliata, erano per noi finalizzati ad aiutare il rifornimento delle centrali a biomassa esistenti in Appennino, in cui il costo del cippato (4 euro) non è compatibile con il costo della legna (12 euro).
Tuttavia ci pareva che la strada imboccata del diradamento fosse un segnale di svolta da parte dell'autorità verso i consorzi di taglio.
Invece tutto continua come prima: taglio raso matricinato, con matricine sempre più piccole e distanti l'una dall'altra.
La speculazione sulla legna continua con squadre di taglio dell'est europeo, pagati in nero e senza alcuna assicurazione.
Intere parti di montagne spogliate del loro manto boschivo: monte Fageto, monte Caio, monte Navert, monte Aguzzo, Alpe di Succiso ed ora monte Faino e monte Fuso, nell'Appenino Est.
I tagli sono fatti con criteri industriali: massima resa nel minor tempo. Per questo motivo il taglio raso è il più adatto.
Ruspe per spianare sentieri e trasformarli in carraie percorribili da macchinari e camion.
Tagli anche dove l'acclività è del 100%, pendii oltre i 45° di pendenza, dove una pioggia successiva può asportare completamente il suolo e denudare la roccia, contribuendo a creare frane e a trasformare le bombe d'acqua in alluvioni nella stessa alta montagna.
Il manto boschivo ovviamente ricresce, ma ci mette 30 anni a tornare come prima dal punto di vista paesaggistico.
Le ferite come buchi di gruviera sulla montagna.
Poca cosa, dicono le autorità, l'importante è che il bosco ricrescendo molto più in fretta catturi la stessa quantità di CO2 di prima.
Ma non è vero.
Studi recenti ci dicono che ad un bosco sottoposto a taglio raso occorrono circa 2,5 anni per arrivare al livello di prima nell'assorbimento di CO2.
Ma non basta, altri studi hanno verificato che i rami abbandonati e morti e il suolo sconvolto procurano altre emissioni di carbonio che va sottratto alla capacità di cattura del manto boschivo.
Non sono sciocchezze di ambientalisti precisini. Il manto bioschivo del nostro Appennino è l'unica forma di contenimento e di contrasto ai veleni che risalgono dalla Pianura Padana.
Dopo la denuncia fatta alla forestale dal comitato ambientale di Palanzano per i tagli sconsiderati sul Fageto ora è il turno del monte Fuso.
Con tagli che vanno da quota 600 metri fino a quota 1.000. Con nuove carraie che segnano il lato sud della montagna dove prima c'erano solo sentieri.
Un danno al suolo, visibile dalle foto, che provocherà colamenti di terra e frane con le prossime piogge.
Pare che la ditta che ha effettuato tale scempio sia la stessa che è stata multata per il danno al Fageto.

Giuliano Serioli
Dimitri Bonanni

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

giovedì 31 marzo 2016

Stato di salute

Un Pianeta sotto tiro

Dello stato di salute del pianeta si ricordano ogni tanto le istituzioni.
Compito dei media, poi, suonare la grancassa della retorica.
Da Kyoto al Cop 21 di Parigi, un susseguirsi di proclami dei quali l'assetto industriale bellamente se ne infischia.
L'ideologia liberista che guida la finanza del mondo ha ben altro a cui pensare.


Ad esempio la bolla del debito che si sta gonfiando.
Debiti degli stati per salvare banche, cui sommare debiti delle aziende e dei consumatori.
Se i 4/5 della ricchezza vanno ad 1/5 della popolazione, tutti gli altri possono comprare solo di che sopravvivere.
Ma i soldi veri di quel quinto vanno solo al 10% della popolazione, l'altro 90% può comprare solo a rate, indebitandosi.
Mutui con cui le banche creano denaro dal denaro, ma anche insolvenze e debiti inesigibili.
Una bolla che crea deflazione, depressione e blocco degli investimenti.
Per un futuro a tinte fosche. Un futuro di guerra.
Quasi che la spada di Damocle del cambiamento climatico non sia già sufficiente preoccupazione.
Si sta incrementando follemente l'antropizzazione del pianeta, come se le risorse naturali fossero infinite.
Così le considera l'apparato industriale: risorse infinite e gratuite.
Gratis aria, acqua e suolo.
L'avvelenamento dell'aria da polveri lo paghiamo noi col costo della sanità.
Siamo sempre noi a pagare l'inquinamento dell'acqua da scarichi industriali e allevamenti.
In bolletta il costo della depurazione è ormai pari a quello dell'acqua stessa.
Il rimaneggiamento del suolo agricolo per la cementificazione ci costa alluvioni e allagamenti nelle città.
Paghiamo tutto noi, senza alcun vantaggio, solo veleni, sovraffollamento e guerra.
Dicono che l'energia da fonti rinnovabili ci salverà, ma è già diventata green economy, speculazione anche questa.
All'apparato industriale se ne aggiunto un altro, quello dei cogeneratori a biomassa che bruciano legna ed olio.
Quella biomassa proviene dal taglio delle foreste pluviali per creare piantagioni di colza e palme da cui ricavare olio.
Ma pazienza, dicono, tanto il saldo è zero. Una stupida menzogna.
Oltre a quel verde tagliato che non cattura più CO2, la deforestazione butta in aria il carbonio stivato nel suolo che è molto di più.
Quei combustori di biomassa sono qui da noi, in Europa, e le loro emissioni si sommano a quelle dell'industria.
E con quali criteri le istituzioni fissano le normative per quelle emissioni?
Saranno criteri compatibili con l'economicità del processo industriale o compatibili con la salute della gente?
La risposta è nella cappa di polveri sottili che copre le aree industriali d'Europa e della fabbrica-mondo che è ormai la Cina.
E’ nelle normative tedesche che sono 3 volte più stringenti delle nostre.
E com'è lo stato di salute del nostro cortile? Della Pianura Padana?
Ad inizio anno i giornali hanno pubblicato un dato statistico preoccupante, un picco di mortalità nel 2015 superiore dell'11,3% a quella del 2014. Una crescita paragonabile solo agli anni delle due guerre mondiali.
Il dato è nazionale, ma è altamente presumibile che si riferisca alla parte più inquinata, la Pianura Padana.
Quello che colpisce è la quantità di sforamenti dai 50 microgrammi di PM 10, di polveri sottili. Tutta la Pianura ne è costellata.
Polveri di cui 1/3 deriva dal traffico veicolare e dall'industria, 1/3 dalla combustione domestica di legna ed 1/3 dalla ricombinazione secondaria in aria dell'azoto degli allevamenti zootecnici industriali. Azoto derivato dall'ammoniaca degli spandimenti di letame.
Senza contare le emissioni nocive di circa un migliaio di centrali a biogas (500 solo in Lombardia), alimentate principalmente con mangimi vegetali da coltivazioni dedicate.
Complessivamente, la bellezza di 40 miliardi di N/m3, tra cui, oltre alle polveri, ossidi di azoto, ossidi di metalli, benzopirene, diossina.
Chi produce eccellenze alimentari in questa valle continua a far finta di niente.
Noi continuiamo nel nostro ruolo di Cassandre.
Per dire dell'urgenza di rinunciare alla combustione di biomasse, ai cogeneratori delle centrali a biogas, producendo solo biometano, proveniente dallo strippaggio dell'ammoniaca, risolvendo così l'inquinamento delle falde acquifere e la formazione di particolato secondario da azoto ammoniacale.

Giuliano Serioli
31 marzo 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

domenica 24 gennaio 2016

Sostenibilità ambientale, un mantra scarico

La conferenza sul clima di Parigi ha fissato la soglia massima di aumento della temperatura a 1,5°, da non superare in alcun modo.
Da notare che il 26 novembre 2015 la CO2 ha raggiunto il valore di 400,69 ppm e secondo i climatologi è già quello il valore corrispondente all'aumento di temperatura da non superare.
Chissà come intendono fare per non farlo crescere più nemmeno di una virgola.


La decisione dovrebbe spingere l'industria a velocizzare la transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio, con una quota crescente di energie rinnovabili ed un progressivo abbandono dei combustibili fossili.
La domanda che ci si pone è con quali criteri l'industria metterà in pratica l'indirizzo.
Facile, quelli del tornaconto economico e del profitto.
Quindi energia dal vento e dal sole, ma solo con incentivi e pochi riguardi per l'ambiente.
Per pale eoliche sulle cime, nessun limite al taglio dei boschi per strade di servizio.
Il fotovoltaico, poi, quasi tutto a terra.
In Italia è costruito così per oltre il 70%, alla faccia del consumo di suolo.
Ma il peggio è ricavare energia da biomasse.
La Ue pontifica su riuso, riciclo e riutilizzo dei rifiuti, tra cui rientrano anche biomasse, ma nel contempo ne prevede la combustione: inceneritori e cogeneratori.
La combustione di biomasse, unitamente a quella del biogas da coltivi dedicati, è ora il settore industriale più incentivato anche dal nostro governo.
Si è sviluppata una vera e propria lobby europea della combustione: dagli inceneritori di rifiuti, ai pirogassificatori, ai cogeneratori a cippato di legna, ai cogeneratori a oli vegetali e a grasso animale.
Tutto è diventato biomassa combustibile, dalle coltivazioni dedicate ai boschi delle nostre montagne, addirittura i residui grassi ed ossei delle lavorazioni alimentari fin'ora impiegati nella produzione di alimenti per animali da compagnia e in quella dei cosmetici.
Questa lobby sta sperimentando sulla nostra pelle tecnologie solo in parte conosciute.
Non ha assolutamente in mente le ricadute ambientali delle emissioni, gli basta che queste siano in linea con normative solo cartacee, addirittura diverse da nazione a nazione e notoriamente più accondiscendenti in Italia.
Un esempio di tutto ciò sono le centrali a cippato del Trentino Alto Adige, che vantano la loro efficienza nel produrre elettricità e insieme calore per il teleriscaldamento dei paesi.
Ora si sono accorti che i valori del benzopirene (molecola altamente cancerogena) disperso in aria ambiente sono superiori al livello massimo consentito.
E quegli amministratori non sanno più che fare.
Che dire, poi, di un inceneritore, voluto a tutti i costi da Provincia e Pd, che per funzionare a regime vuole importare rifiuti da fuori provincia perché la raccolta differenziata è già al 70% e lo affama. Che per diventare ancora più remunerativo economicamente per Iren, già si prefigura di fargli bruciare 190.000 t. di rifiuti provenienti da chissà dove.
Alla faccia delle 130.000 t. massime previste e delle ulteriori polveri sottili per gli sforamenti già troppo numerosi dai massimi consentiti (50 microgrammi/Nm3).
Fuori città invece la novità consiste in un persistente odore di patatine fritte nel territorio del comune di Felino.
No, non si tratta di una sagra prolungata, purtroppo.
E' il frutto della combustione di scarti animali. Quell'odore non è innocuo, è causato dall'emissione di acroleina, sostanza tossica e cangerogena di cui la gente si è ben resa conto, per cui ha raccolto centinaia di firme portate all'amministrazione.
Ma la giunta di Felino mostra di non preoccuparsi della cosa.
Parla di un osservatorio da mettere in piedi ma senza tempistiche né dettagli su chi ne farà parte. E la storia si trascina da 3 anni.
Nonostante la lungaggine, la maggioranza è insofferente verso le opposizioni, che sollevano il problema. Non dialoga con loro, toglie loro la parola perché toccano un tasto dolente su cui ci sono gravi responsabilità.
Una delle conseguenze degli sforamenti ripetuti dai massimi consentiti di PM10 è la recente notizia su tutti i giornali del picco di aumento delle morti nel 2015 rispetto all'anno precedente (+11,3%). Riguarda l'intero Paese, ma crediamo sia molto maggiore nella Pianura Padana, per la cappa di piombo che la sovrasta.
Nei paesi del nostro Appennino la gente già ne parlava la scorsa estate.
Ci si era accorti della crescita di morti per tumore e malattie polmonari in diversi borghi.
Il benzopirene nell'aria per il ritorno massiccio al riscaldamento a legna?
Le centrali a cippato di legna, come in Alto Adige, ma qui addirittura senza alcun filtro?
L'unico elemento serio di contrasto a tutti questi veleni è proprio il manto boschivo del nostro Appennino.
Ma la sua capacità di captare CO2 e trasformarla in ossigeno è sempre più insidiata dai tagli generalizzati finalizzati alla vendita di legna in pianura.
Ora c'è una novità in più. La piena del Baganza del 2014 ha stimolato le amministrazioni ad occuparsi degli alvei.
Fanno tagliare le piante in alveo e le piante morte sulle sponde ripariali e le pagano con la stessa legna di risulta. Il problema è che quelle ditte tagliano tutto e soprattutto sulle sponde stesse,
dove la funzione di assestamento delle radici è fondamentale proprio durante le piene.
Sono comparse cataste di legna sia in val Parma che in val Baganza.
Da una pulizia doverosa degli alvei si è passati al taglio indiscriminato della superficie boscata che trattiene le sponde.
La stessa situazione verificatasi nel Bolognese, lungo le sponde del torrente Savena, 50 mila piante abbattute.
Evviva la biodiversità.

Giuliano Serioli
24 gennaio 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

giovedì 16 ottobre 2014

Inquinamento, la madre di tutte le alluvioni

Il disastro ha una firma umana

E' vero, come denuncia Legambiente, che la cementificazione è la causa principale del mancato assorbimento dell'acqua piovana, e di conseguenza del suo dilavamento rapido verso valle.
Anche perché, se la cementificazione è statisticamente all'8% del territorio nazionale nel suo complesso, nella realtà, contando le aree montane che lo sono molto meno, nella pianura padana si arriva al 15%.
E' vero anche che sono troppi gli enti che fanno previsioni meteo in modo separato e che monitorano per loro conto gli eventi atmosferici: Protezione Civile, Ente Bonifica, Provincia,o quello che ne rimane, Comuni.


Dovrebbe invece funzionare meglio una catena unica, come quella della protezione civile, ma certo ha sbagliato le sue previsioni.
Tutti le hanno sbagliate.
Nessuno poteva immaginare che in due ore cadessero 26 centimetri di pioggia, come a Bosco di Corniglio. Una quantità d'acqua che nessuno ha previsto, come è successo nel fine settimana a Genova, o nei mesi passati nella pedemontana veneta, a Valdobbiadene.
Il cambiamento climatico è già in atto e ci trova impreparati a riconoscerlo, interpretarlo, prevenirlo.
I giornali hanno battezzato il fenomeno come “bombe d'acqua”, indicandolo come un evento anomalo.
Ma non basta, occorre chiarirne la dinamica.
Le previsioni sulla quantità di pioggia sono tarate sugli eventi precedenti, sullo storico delle precipitazioni in determinate località e non tengono conto di fattori nuovi, come ad esempio la maggior energia in gioco.
Nel nostro Appennino, un inverno senza neve fino a mille metri ha comportato che il calore immagazzinato dalla terra nei mesi estivi non si sia disperso con il ghiaccio e il gelo.
E' rimasto quasi intatto e si è sommato a quello dell'irraggiamento solare dalla primavera in poi.
Nella nostra montagna c'è sempre stato un microclima particolarmente umido, con temporali e massimi pluviometrici, perché l'irraggiamento solare su una foresta compatta creava le condizioni di evotraspirazione che favorivano temporali frequenti.
Ma questo nuovo rapporto energetico tra terra e cielo ha creato le condizioni per una estate anomala, con piogge quasi tutti i giorni, quasi fosse la condensa dell'evaporazione che il calore, l'energia in gioco, sviluppava.
Con l'autunno arrivano fronti di correnti fredde di differente temperatura che impattano su tale sistema energetico, sulla massa di umidità in eccesso presente, svuotandola dall'acqua tutta in una volta, con le conseguenze che vediamo.
Abbiamo innescato un meccanismo che esegue semplicemente le istruzioni date.
La pressione delle attività umane ha portato al surriscaldamento terrestre.
L'ambiente, per liberarsi dell'eccesso di calore, se lo scrolla semplicemente di dosso.
E sarà sempre peggio.

Giuliano Serioli
16 ottobre 2014

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

sabato 15 marzo 2014

Foreste, De Profundis targato Emilia Romagna

Leggere gli indirizzi del piano regionale forestale è una sfida di resistenza.
Uno slalom interminabile di 23 pagine, dove è un continuo rimandare a codici, sigle, allegati, acronimi...
In sostanza il piano forestale regionale si ammanta in modo etereo e vago di principi ecologici, paesaggistici, sociali, idrogeologici, di crescita della biodiversità per puntare poi principalmente alla valorizzazione della legna da ardere, alla sua commercializzazione ed alle bioenergie, cioè alla combustione di cippato.


Nel piano regionale si possono individuare questi principi.
Il "riconoscimento dei servizi ecosistemici resi dalle foreste".
Ma se i versanti vengono denudati in tutto o in parte, alle prime forti piogge crescerà il dilavamento del suolo, diminuirà l'effetto spugna del bosco e del sottobosco e l'acqua, non più trattenuta, asporterà suolo e humus che dovrebbero permettere la ricrescita del bosco medesimo.
E' così che si intende la funzione ecosistemica del bosco?
Il "contributo delle foreste alla resilienza verso il cambiamento climatico".
Il taglio generalizzato dei boschi non fa diminuire la superficie boschiva, ma fa diminuire la superficie fogliare complessiva.
Che non può più catturare la stessa quantità di CO2 precedente.
Il taglio speculativo, poi, trasforma sentieri in carraie per fare spazio a mezzi meccanici di taglio che, movimentando il suolo, dissequestrando il carbonio ivi trattenuto.
E' questo il contributo alla resilienza che intende la Regione?
La "valorizzazione dei prodotti della foresta, legnosi e non, e loro commercializzazione".
Questo è l'unico principio che la Regione fa diventare fattivo.
Tutti i possibili fondi europei, regionali e provinciali vengono convogliati dalla Regione sul finanziamento di cooperative di taglio e sul finanziamento di centrali a cippato.
Il progetto regionale sulla foresta si va a saldare al mercato speculativo della legna da ardere.
Non c'è alcuna differenza.
Gli effetti della "valorizzazione della foresta" saranno il disvalore della stessa.
L'ecosistema bosco verrà degradato e sarà accelerato il cambiamento climatico.
Un De Profundis per le nostre (sopravvissute) foreste.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
15 marzo 2014