"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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lunedì 8 ottobre 2018

Energia, ambiente, sostenibilità


L'economia liberista e la finanza internazionale che la governa non trovano ostacoli alla loro espansione energivora.
Il consumo non riguarda però soltanto l’energia, ma soprattutto l'ambiente naturale dal quale essa viene estratta.
Tutte le amministrazioni locali cercano di contemperare, a parole, l'uso paesaggistico e turistico del bosco con "la sua valorizzazione economica".
E’ il mantra di oggi.
Sono consapevoli che i loro progetti di valorizzazione turistica dell'Appennino sono del tutto falliti. Parlano di coesistenza dei due aspetti, quando invece ormai puntano principalmente alla liberalizzazione del taglio boschivo.
L'ultimo fatto è la vendita all'impiedi di un'abetaia di 20 ettari nella zona di Succiso per 0.80 euro a quintale per 4.500 quintali complessivi.
L'ha venduta il Consorzio omonimo ad una ditta austriaca e ne ricaverà la miseria di neanche 40.000 euro.
Non è un caso isolato. La regione ha fatto nascere consorzi forestali per organizzare minutamente tale spoliazione dei boschi, in modo da non comparire direttamente.
I consorzi raggruppano proprietari privati e proprietà pubbliche indivise, le comunalie. Ci sono sempre meno cooperative di taglio locali. I consorzi vendono ettari di bosco a ditte che sfruttano il
lavoro nero di extracomunitari. Questo avviene soprattutto perché si è sviluppata enormemente la produzione di stufe a pellet, oltre che quella di centrali a biomassa.
La domanda di legna da ardere dipende quindi dallo sviluppo del settore industriale della combustione, che ha sostituto completamente il gpl in montagna.
I bomboloni del gpl, quando non dismessi, servono solo a cucinare. A riscaldare si è tornati ad usare la legna.
Nei nostri monti, la green economy ha prodotto solo combustione di biomasse di legna. Con uno sviluppo abnorme di emissioni di polveri sottili e sostanze cancerogene, come il benzopirene. Ma la combustione di pellet si è sviluppata soprattutto nell'alta pianura. I cilindretti di pellet derivano dalla lavorazione ad alta temperatura e pressione della legna sminuzzata.
Siamo arrivati al punto che le autorità che favoriscono i tagli boschivi sono le stesse che dal 1° ottobre 2018 impongono di non accendere le stufe a pellet sotto i 350 metri di altitudine, nella fascia di alta pianura dove è massima la loro diffusione e dove costante è la nube di polveri gravemente nocive alla salute.
Sono temi con cui occorre confrontarsi da subito.
Si tende a credere che tecnologie innovative risolveranno qualsiasi problema, ma non è ciò che sta avvenendo. Le innovazioni tecnologiche nella combustione di biomasse non riescono a garantire filtri sufficienti a fermare l'emissione di polveri, come il gravissimo dato di emissione di benzopirene in Trentino Alto Adige conferma, e quindi portano all'abnorme sviluppo di sostanze nocive nella pianura Padana, già congestionata dai fumi industriali.
Al punto che dopo aver venduto centinaia di migliaia di stufe si è arrivate al paradosso di vietarne l'accensione.
Non occorrono tanto tecnologie, quanto strategie per affrontare la questione delle risorse naturali con una popolazione che cresce esponenzialmente.
Per affrontare i temi ecologici impellenti, l'enorme espandersi dell'urbanizzazione nel pianeta, le migrazioni che non cesseranno perché spinte sempre più dall'impoverimento dei più e dal vorticoso circolare di immagini di ricchezza del primo mondo.
L'immaginario attuale ci ripropone di continuo una soluzione globalista dei problemi, intesa come sviluppo economico-finanziario incessante. Ma è pura mitologia. Occorre pensare invece a soluzioni per il piccolo, per micro comunità immerse nella natura, opposte a metropoli senza fine come suggerisce l'attuale economia di scala. Architetture semplici, integrate nella natura, invece di grattacieli che superino le nuvole come nelle metropoli.
Occorre pensare alla montagna e ai boschi come ad un bene da conservare ed accrescere non solo per lo sviluppo turistico, ma soprattutto per piccoli insediamenti produttivi agricoli e di allevamento animale. Non ha senso che non ci siano mucche al pascolo in montagna e che siano costrette in allevamenti industriali in cui non vedono mai il cielo e l'erba, come a Selvanizza, Monchio e Tizzano.
Il progresso non è tanto nell'evoluzione tecnologica quanto in quella morale, in cui inquadrare lo sviluppo industriale medesimo.
La produzione di merci non deve essere fine a se stessa, cioè tesa alla massimizzazione del profitto e alla distruzione di risorse, ma contemperare la conservazione delle stesse. Anche perché una produzione di merci sempre più massiccia ci porterà presto alla loro invendibilità, ad una crisi di sovraproduzione che creerà un'ennesima crisi finanziaria, come le attuali bolle del debito preconizzano.
Occorre pensare il futuro come liberazione da ogni forma di prevaricazione, liberazione da ogni domesticazione dell'uomo attraverso immagini di potere e ricchezza. Occorre fermare tutto questo, investire più sull'innovazione sociale che tecnica.
Occorre un'innovazione che scardini il principio della proprietà e della divisione del lavoro che la società automatizzata dovrebbe addirittura amplificare.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

martedì 16 ottobre 2012

La montagna spogliata

La montagna sta morendo.
I primi a dirlo sono i montanari stessi
Tutti ne parlano, tutti temono che la cosa si avvererà.
Chiunque prometta soldi, non importa per cosa, è ben accetto.
I tagli fanno assomigliare i boschi alla gruviera,il formaggio coi buchi.
Ma la realtà è peggio di ciò che appare perchè molti hanno capito di  dover tagliare nei retroversanti, lontano dalla visibilità delle strade.
L'agricoltura e l'allevamento tradizionali sono spariti. L'agricoltura industriale ha sbaragliato il campo. L'artigianato è ormai del tutto soppiantato dall'industria manifatturiera.
I famosi saperi e mestieri, di cui i politici si riempiono la bocca, rischiano di finire dimenticati definitivamente in qualche museo.
La montagna ha cominciato ad essere abbandonata da tempo e non si vede uno spiraglio di attività economica che tenga su i giovani, mentre la città appare loro con tutto il luccichio delle promesse di soldi, sesso e socialità.
Un funzionario della Provincia ha detto che "siamo seduti su un altro petrolio"e il mercato della legna da ardere ha risposto aumentando la domanda, complice la crisi economica e il prezzo dei carburanti.
In montagna, molti si sentono spinti a tagliare più legna possibile, come fossero consapevoli che si stanno dividendo le spoglie di un mondo destinato a sparire.
Nell'indifferenza delle amministrazioni.
Anzi, con amministratori pronti a giustificare la cosa e a raccontare in giro che, essendoci il doppio di boschi di quarant'anni fa, si può arrivare a tagliare tutto ciò che è ricresciuto, recuperando ( udite, udite! ) la biodiversità dei prati di una volta.

Cosa dirà di ciò la Regione che afferma la rinnovabilità intoccabile e al 4% massimo del totale dei boschi ?

Gli unici dati sul taglio dei boschi forniti da Provincia e Comunità Montana sono del 2010 e si riferiscono al quinquennio precedente. Fino al 2008 gli ettari richiesti al taglio erano più o meno gli stessi. Nel 2009, di botto, quasi raddoppiano : 2.000 ettari, corrispondenti a circa 200.000 t.

Da allora più nessun dato esce dalle amministrazioni.

La percezione è che ogni anno vi sia un ulteriore incremento dei tagli.
Percezione confermata dai muri di legna tagliata ai lati delle strade, da interi versanti denudati e soggetti a futuro dissesto idrogeologico, dalla rabbia dei boscaioli per imprese di taglio che nascono da un giorno all'altro utilizzando in nero gente dell'est-europa, dalle stesse voci allarmate di alcuni sindaci.
Ma, soprattutto, confermata dall'analisi dei dati nazionali degli stessi operatori del settore.
Da Annalisa Paniz, di AIEL (Associazione Italiana Energie Agroforestali), viene la fotografia del settore che vede l’Italia prima nel mondo per importazione di legna da ardere e prima in Europa anche nella produzione e vendita delle stufe a pellet. “Le biomasse legnose consumate dagli italiani nel 2012 saranno vicine ai 20 milioni di tonnellate: per l’80% (16 milioni di t.) costituite da legna da ardere e per il 9% da pellet (2 milioni)".
" Si prevede che nel 2012 siano importati in Italia ben 3,3 milioni di tonnellate di legna da ardere", dice la Coldiretti.
La biomassa legnosa prelevabile annualmente, senza pregiudicare la rinnovabilità, è stimata nel 4% del totale del ceduo presente nel nostro paese, 3.663.000 ha circa, e pari a 14.620.000 t.
Conoscendo la stima dei consumi previsti per il 2012, circa 16.000.000 di t. e quella della legna da ardere importata, 3.300.0000 t., si può arrivare facilmente alla stima della legna effettivamente tagliata, cioè
16.000.000 - 3.300.000 = 12.700.000 t. di legna, pericolosamente vicina alla soglia di rinnovabilità ( 14,6 mln ).
Se però si aggiunge la previsione del pellet prodotto nel 2012, circa 800.000 t. si arriva a 13.500.000 t. di legna tagliata, pari al 92% dell'interesse, oltre il quale vien meno la sostenibilità e si comincia ad intaccare la
rinnovabilità.
Ma questi sono dati nazionali. Nella realtà ci sono regioni in cui si taglia di meno ed altre di più. L'Appennino Tosco-Emiliano è il fornitare più rigoglioso e vicino dell'enorme mercato della pianura padana e delle centrali a cippato impiantate nelle Alpi.
Il dissesto delle strade di montagna, lo sfondamento in certi casi del manto d'asfalto per il via e vai dei camion di legna, testimonia ampiamente quanto supposto: che la rinnovabilità dei boschi del nostro  appennino sia già intaccata.

La speculazione sulla legna e i tagli si fermeranno?

Da soli no.

La green economy applicata alle biomasse si è sommata al mercato della legna da ardere, moltiplicando la domanda. Legna portata via coi camion per essere cippata e bruciata chissà dove o trasformata in pellet. Nel
2011 sono state vendute in Italia 200.000 stufe a pellet!
I tagli si sono moltiplicati al punto che l'offerta ha superato di gran lunga la domanda, portando il prezzo di vendita dagli 8 euro al quintale iniziali, agli attuali 5,5 euro.

E'pensabile che si tagli di meno per riequilibrare il prezzo di mercato?

No, sarà il contrario!
La gente che si è abituata a quella fonte di denaro non sarà disposta a rinunciarvi, men che meno con la crisi in atto. Anzi, taglierà di più per raggiungere lo stesso gruzzolo dell'anno precedente. D'altra parte il ribasso dei prezzi di mercato della legna non farà altro che renderla sempre più conveniente rispetto a quello dei carburanti fossili e più appetibile per un sempre più vasto bacino di utenti.
Una spirale senza fine che arriverà a consumare i nostri boschi.
Cui seguirà il dissesto idrogeologico diffuso, l'inquinamento delle acque e dell'aria.
La montagna, lasciata a se stessa e alla miopia dello sfruttamento delle sue risorse, diventerà terra di conquista.
Con lo sviluppo, poi, delle centrali termiche a cippato anche nella nostra provincia, della cogenerazione per produrre energia elettrica (Monchio) e delle aziende di taglio industriale della legna (Albareto e Neviano), le amministrazioni sembrano accettare il dettato della green economy: soldi in cambio di risorse.

Cosa può salvare la montagna?

L'uso delle rinnovabili senza intaccare le risorse può far rinascere i borghi.
Le innovazioni tecnologiche possono legarsi agli antichi mestieri, farli rivivere.
Il solare fotovoltaico e il solare termico uniti alla ristrutturazione dei borghi per il risparmio energetico possono essere il volano di nuova occupazione e di autonomia energetica.
Possono costruire la base ricettiva adeguata per un turismo diverso da quello di massa.
Un turismo capace di far nascere la domanda di produzioni alimentari biologiche e artigianali di pregio. L'Alto Adige e il Trentino insegnano.
I fondi europei, quelli regionali e provinciali devono andare al risparmio energetico che vuol dire edilizia. Devono allargarsi alle produzioni alimentari di eccellenza ed alla ricezione turistica diffusa dei borghi. Solo così la montagna non perderà i suoi giovani, anzi ne attirerà altri dalla città.

Il principio deve essere che l'economia non deve consumare le risorse.

Serioli Giuliano

sabato 11 agosto 2012

5 tesi fra montagna e città


Due forme di cultura opposte
La città e la montagna rappresentano due forme di cultura molto diverse tra loro, quasi opposte.
Nella prima elaborazioni concettuali astratte possono costituire la verità.
Nella seconda, al contrario, verità sono solo i dati di fatto e le astrazioni diventano chiacchiere
inutili. Qualsiasi opinione può farsi teoria e far parte del sapere; di contro il sapere è tramandato solo oralmente ed è costituito dalle esperienze che si sono affermate con successo e quindi, per questo, divenute vere.
L'uomo di città è portato ad esprimere le proprie opinioni; il montanaro, come il servo della gleba dell'antichità, si trattiene dall'esporre ciò che pensa aspettando il momento giusto per farlo valere.
Il coraggio delle proprie opinioni da una parte, la propria ragione da imporre coi fatti, dall'altra.
Le due mentalità sembrano inconciliabili.
La città padroneggia la tecnologia che ha soppiantato i mestieri e i saperi della montagna.
Dalla città arriva la speculazione che può decidere dei destini della montagna.

La montagna sta morendo
Tutti ne parlano, tutti temono che si avveri.
L'agricoltura e l'allevamento tradizionali sono spariti. L'agricoltura industriale ha sbaragliato il campo. L'artigianato è ormai del tutto soppiantato dall'industria manifatturiera.
I famosi saperi e mestieri, di cui i politici si riempiono la bocca, rischiano di finire dimenticati definitivamente in qualche museo polveroso.
La montagna è stata abbandonata da tempo, ma non si intravedono attività economiche che possano bloccare i giovani nelle terre alte, mentre la città appare loro con tutto il luccichio delle
promesse di soldi, sesso e socialità.
Qualcuno ha detto che "siamo seduti su un altro petrolio" e il mercato della legna da ardere ha
risposto aumentando la domanda, complice la crisi economica e il prezzo dei carburanti.
In montagna, molti si sentono spinti a tagliare più legna possibile, come fossero consapevoli che si stanno dividendo le spoglie di qualcosa che presto non ci sarà più.
Nell'indifferenza delle amministrazioni. Anzi, con funzionari pronti a giustificare la cosa e a raccontare in giro che, essendoci il doppio di boschi di quarant'anni fa, si può tagliare tutto ciò che è ricresciuto, recuperando la biodiversità dei prati di una volta.

Si fermeranno la speculazione sulla legna e i tagli?
Da soli no.
La green economy applicata alle biomasse si è sommata al mercato della legna da ardere, moltiplicando la domanda. Legna portata via coi camion per essere cippata e bruciata chissà dove o trasformata in pellet. Nel 2011 sono state vendute in Italia 200 mila stufe a pellet.
I tagli si sono moltiplicati al punto che l'offerta ha superato di gran lunga la domanda, portando il prezzo di vendita dagli 8 euro al quintale iniziali, agli attuali 5,5 euro.
Pensate che si taglierà di meno per riequilibrare il prezzo di mercato?
Semmai il contrario.
La gente che si è abituata a quella fonte di denaro non sarà disposta a rinunciarvi, men che meno con la crisi in atto. Anzi, taglierà di più per raggiungere lo stesso gruzzolo dell'anno precedente.
D'altra parte il ribasso dei prezzi di mercato della legna non farà altro che renderla sempre più conveniente rispetto a quello dei carburanti fossili e più appetibile per un sempre più vasto bacino di utenti.
Una spirale senza fine che arriverà a consumare i nostri boschi.

Il riscaldamento globale colpirà duro in montagna
Molti montanari e gente di città appassionata di montagna cominciano ad intuire cosa succederà e a preoccuparsi seriamente.
Il cambiamento climatico arriverà prima in montagna. Provocherà siccità nella fascia delle sorgenti, dove la neve per diversi mesi è necessaria alla loro ricarica.
La durata dell'innevamento si accorcia sempre più, è capricciosa: di giorno il calore del sole scioglie la neve, di notte l'altitudine la fa gelare, provocando vetroghiaccio, un fenomeno disastroso per le piante, spezzate dall'aumento di volume del ghiaccio riformato.
La fascia delle sorgenti è la zona delle faggete, bisognose di umidità e di acqua.
La loro traspirazione ributta fuori quella stessa umidità di cui hanno bisogno alimentando temporali, necessari a mantenere il microclima. Ma tali temporali estivi in futuro, data la sempre maggior escursione termica, tenderanno a diventare burrasche, con enormi quantità d'acqua in poco tempo, come nelle Cinque Terre, o come in questi giorni in Alto Adige.
I versanti dei monti, denudati dal taglio spropositato, scenderanno a valle riempiendo i torrenti che, tracimando, travolgeranno ogni cosa. Le prime ad essere colpite saranno le strade.
L'acqua è ancora abbondante in montagna, ma viene rubata. 
Enel, coi suoi bacini e condotte mai ristrutturati, perde il 50% dell'acqua captata e dà ai comuni montani solo elemosine.
Aziende di imbottigliamento come la Norda-Lynx, a Ponteceno, e tante altre, portano via l'acqua per pochi spiccioli.
La maggior parte dei comuni si vantano di aver dato in gestione i propri acquedotti ad Iren, con la conseguenza che ora si trovano nell'impossibilità di turbinarli per ricavare elettricità e rimpinguare le casse pubbliche.

Cosa può salvare la montagna?
La montagna, lasciata a se stessa e alla miopia dello sfruttamento delle sue risorse, diventerà terra di conquista. Non resterà a lungo disabitata, sarà ripopolata da gente dell'est, mercenari pagati in nero al soldo della speculazione.
L'ambientalismo ideologico, quello che dice sempre no a tutto, non ci interessa. Non è credibile e non ha un progetto per la montagna.
Ma l'uso sostenibile delle energie rinnovabili non è la stessa cosa della green economy. Con lo sviluppo delle centrali termiche a cippato, della cogenerazione per produrre energia elettrica e delle aziende di taglio industriale della legna, le amministrazioni sembrano accettare il suo dettato: soldi in cambio di risorse.
Ma l'uso delle rinnovabili senza intaccare le risorse può far rinascere i borghi.
Le innovazioni tecnologiche della città possono legarsi agli antichi mestieri, farli rivivere.
Il solare fotovoltaico e il solare termico uniti alla ristrutturazione dei borghi per il risparmio energetico possono essere il volano di nuova occupazione e di autonomia energetica.
Possono costruire la base ricettiva adeguata per un turismo diverso da quello di massa.
Un turismo capace di far nascere la domanda di produzioni alimentari biologiche e artigianali di
pregio. L'Alto Adige e il Trentino insegnano.
Il principio deve essere quello che il lavoro non deve consumare le risorse.


Giuliano Serioli

lunedì 25 luglio 2011

Montagna, la meraviglia e il disastro

Ad un turista o ad un camminatore la nostra montagna appare come un regalo meraviglioso della natura. Il manto verde dei boschi risale compatto lungo i suoi versanti, occupando quelli che fino a quarant'anni fa erano solo dirupi e prati.
Il verde si insinua in frane antiche, rassodandole, si inerpica per pendii rocciosi colonizzandoli, arriva ormai fin sopra gli alpeggi e oltre i laghi glaciali, conquistando nuovi spazi in altitudine.
Tutto quel verde, agli occhi di chi è preoccupato per l’ambiente, appare come una benedizione.
Una maggior massa traspirante di piante significa aria più pulita.
Una maggior produzione di ossigeno si traduce in maggior contrasto ai veleni che risalgono dalla
pianura. Vuol dire maggior sequestro di CO2, in contrasto all’effetto serra.
E significa anche maggior contenimento delle polveri sottili, che fumi di industrie e inceneritori producono sempre più, unitamente alla crescita tentacolare di autostrade, l'incremento delle auto circolanti con i loro mefitici scarichi.
Ma ad un montanaro che abita e vive ancora in uno di quei borghi di alta quota, tutto quel verde, cresciuto oltre ogni immaginazione, gli rammenta il sempre maggior abbandono in cui versa la sua terra.
La popolazione è sempre più composta di anziani, il lavoro è quasi scomparso e i pochi giovani, già attratti dalle luccicanti illusioni delle città, se lo vanno a cercare là.
Il turismo invernale si è rivelato un miraggio.
Non c’è neve per tutto l’inverno e non c’è abbastanza freddo perché duri quella artificiale sparata con i cannoni. Le piste sono quasi sempre inutilizzate e tanti soldi pubblici sono stati sprecati inutilmente per spianare interi versanti dei crinali, abbattendo le foreste.
La gente che scia, poi, scavalca i borghi, senza lasciar cadere nemmeno la mancia.
Ma è il turismo complessivo che è in ritirata.
In montagna va sempre meno gente. I fine settimana e il mese di agosto non bastano a sostenere le attività commerciali, ogni anno qualche altro negozio chiude. Le scuole di certi borghi sono già a rischio chiusura e nei prossimi anni verranno trasferite altrove.
Ogni posto o servizio che chiude è percepito dai montanari come un disastro, a cui non sanno opporsi.
Le proposte di sviluppo che puntano ad ambiente e natura sono viste dai montanari come fumo negli occhi, non si vede infatti in esse uno sbarramento al disastro.
I montanari invece sono pronti ad osannare chiunque proponga qualcosa di concreto, fosse pure un progetto speculativo, purché dia loro qualcosa, anche solo l’illusione di una possibilità di vantaggio economico seppur minimo.
Sono disperati e diventano facile preda della speculazione.
E la speculazione è sempre al lavoro, non dorme mai.
Magari ripropone vent’anni dopo la diga di Vetto, o un suo surrogato minore, approfittando del fatto che produrre energia da fonti rinnovabili è un mantra in grado, oggi, di aprire tutte le porte e di coprire qualsiasi malefatta.
E’ risaputo, ormai, che ogni diga al mondo accresce l’erosione a monte e sottrae acqua a valle, invece di conservarla. Le perdite di acqua causate dalle centrali Enel in val Cedra sono del 50%, secondo una stima Iren. Una diga sottrae territorio: boschi e pascoli, invasi dall’acqua. Una diga non serve a limare le piene, perché stante l’altezza dell’acqua che deve restare costante per la produzione di energia elettrica, quando l’acqua sale velocemente per le piogge, la diga deve scolmarla subito per evitare che tracimi e che ne sia travolta.
L’erosione, accresciuta a dismisura, riempirà velocemente di argille rosse, tipiche della val d’Enza, il bacino che si formerà, interrandolo. Si ridurrà così progressivamente sia la produzione di energia che di acqua pulita, a causa dell’accresciuta mole della depurazione. I soldi ricavati caleranno e quelli promessi alla montagna come compensazione si ridurranno da bricole a niente.
Il lago che si creerà sarà di color rosso, intonato alle argille, che significa che spazzerà via ogni illusione di ipotetico sviluppo turistico.
Oppure la speculazione si getterà sulla legna da ardere, come già sta avvenendo.
Interi ripidi versanti sono diventati desolatamente nudi, presto saranno preda dell’opera dilavante dell’acqua, senza più il freno della massa compatta degli alberi. Altre frane e collegamenti stradali interrotti ne saranno la logica conseguenza.
Strade che sono già seriamente logorate per il continuo via vai di mezzi pesanti e autocarri che portano altrove la legna.
Il prezzo della legna sta addirittura calando, è oggi a 6 euro al quintale, che significa che l’offerta ha già superato la pur consistente domanda. La speculazione in questo caso ha messo radici più degli alberi e si taglieranno sempre più piante, per sempre meno soldi. La sostenibilità dei tagli, dicono i dati della comunità montana Parma est, è già fuori controllo ed è a rischio la stessa rinnovabilità dei boschi.
Così la tendenza attuale verrà invertita e tutto quel verde comincerà a diminuire.
Anche alla faccia di quel funzionario della Provincia che in un’assemblea pubblica a Langhirano affermava che “siamo seduti sul petrolio senza saperlo: la legna”.
Il picco della legna lo si raggiungerà, di certo, molto prima di quello del petrolio, che pure è già al limite.
La speculazione punta soprattutto sulle energie rinnovabili.
In montagna, tranne eccezioni come il municipio di Monchio, i comuni sono in bolletta, quando non addirittura indebitati, e la speculazione ha gioco facile ad impiantare parchi fotovoltaici, facendo man bassa degli incentivi, lasciando ai comuni solo i soldi dell’affitto dei terreni.
Si può fare anche peggio, come i progetti di parchi eolici di cui si sente parlare sempre più spesso.
I massicci investimenti necessari escluderanno ancor di più gli enti locali, a tutto vantaggio delle finanziarie e delle aziende costruttrici, golose di certificati verdi. La poca energia che produrranno non compenserà i danni ai crinali e alle cime, con disboscamenti ulteriori per le strade e cementificazioni imponenti per i basamenti delle torri eoliche.
E siamo arrivati alla ciliegina sulla torta.
In Regione e in Provincia si annuncia l'intento di impiantare nella nostra montagna decine di centrali termiche a cippato di legna, prodotto col taglio industriale dei boschi, soprattutto di castagno.
A sentir loro c’è un’enorme serbatoio di legna disponibile ogni anno, qualcosa come 393 mila tonnellate. Ma i conti sono sballati e fasulli. I tagli si sommerebbero a quelli della speculazione della legna da ardere, già eccedenti la sostenibilità ambientale dei nostri boschi.
Ogni borgo dovrebbe così avere la sua centrale a biomassa, che emetterà fumi e polveri sottili in quantità industriali, visto che il filtro a ciclone previsto non abbatterà gli inquinanti se non in minima parte.
Le centrali dovrebbero sostituire col teleriscaldamento le stufe a legna dei privati cittadini e le loro ben più nocive emissioni. Nella realtà, la maggior parte delle abitazioni riscaldano già con moderne stufe a pellet le cui emissioni sono di circa 5 mg/m3, mentre quelle delle centrali sono di 50 mg/m3 dieci volte in più, sempre a patto che l’umidità del cippato non superi il 20%.
Eventualità molto difficile: occorrerebbe che fosse sempre secco.
Il progetto è comunque antieconomico. A fronte di un costo elevato della centrale e del tracciato del teleriscaldamento, centinaia di migliaia di euro, che graverebbe sulle casse del comune, sarebbe molto meglio sovvenzionare con un sostegno finanziario piccole e moderne stufe a pellet per le private abitazioni, che tra l'altro otterrebbero dallo Stato il contributo del 55%, detraibile in 3 anni dalle tasse.
In sostanza le grandi centrali a legna sono inquinanti ed antieconomiche, ma soprattutto accrescono il disboscamento, riducendo di fatto il sequestro di CO2.
E' giunto il tempo di sfatare la convinzione che l’incenerimento di biomasse legnose sia a somma zero di CO2. Un versante denudato col taglio raso, con quelle sottili e rade matricine rimaste, impiegherà anni perché abbia una massa traspirante sufficiente a catturare la stessa CO2 di quando il bosco era in piedi, mentre la legna prodotta dal taglio e bruciata in poco tempo, immetterà in ambiente, e subito, una grossa quantità di anidride carbonica.
Affermare che bisogna accrescere le superfici boschive e nello stesso tempo considerare le biomasse legnose parte integrante delle foti rinnovabili è una contraddizione che non sta né in cielo né in terra e che l’Europa deve risolvere.
L’unico patrimonio che ha la montagna è dato dai boschi, dall’aria pura e dall’acqua pulita.
Se un ambientalista cerca di condividere questo pensiero con i montanari, loro sbuffano e si spazientiscono.
Non gli basta.
Vogliono che i borghi tornino a vivere.
E hanno ragione.
Questo però non succederà, se rinunciano anche ad una sola di queste risorse.
Chiunque proponga progetti insostenibili sbandierando compensazioni in soldi o posti di lavoro (poche briciole, poche unità), in realtà ha in mente di portarsi via ben di più, a favore del proprio portafoglio, a scapito dei territori.
Sia esso un amministratore, un politico o un’impresa, di speculazione stiamo parlando.
Una delle strade da percorrere per aiutare la montagna a crescere è usare il fotovoltaico per raggiungere l'indipendenza energetica e per finanziarsi.
Fondare ad esempio una Esco, capitalizzarla per ottenere il mutuo e diventare proprietari dell’impianto, coinvolgendo i tetti e gli artigiani del paese.
I soldi ricavati posso avviare la ristrutturazione dei borghi orientata al risparmio energetico.
Defiscalizzare completamente, e per un considerevole numero di anni, chiunque voglia stabilirsi in montagna ad avviare un’attività artigianale, mettendogli a disposizione la possibilità di prestiti a la disponibilità gratuita di uno stabile abbandonato da ristrutturare.
Applicare norme per le produzioni alimentari artigiane diverse dall’industria, in modo da non impedire lo sviluppo di piccole attività richiedendo tecnologie ed impianti sovradimensionati.
Accordarsi a livello intercomunale per un sito comune di macellazione carni e conservazione refrigerata degli alimenti.
Proporre all’università la creazione di laboratori post laurea nei borghi, per l’avviamento al lavoro e alla ricerca su committenza sociale dei neolaureati. Laboratori che, con l’appoggio finanziario delle fondazioni bancarie, siano in grado di operare direttamente sui problemi della montagna: frane, strade, alvei dei fiumi, zootecnia, forestazione ed energia.
Legare lo sviluppo turistico allo sviluppo dei parchi, privilegiando un turismo consapevole dell’ambiente e legato ad una ricezione sia agrituristica effettiva che ad una ristrutturazione e crescita della ricezione delle alte vie, tipo Lagdei, Lagoni, rifugio Lago Santo.
Un turismo minuto ma attivo, capace di trovare da sé i canali logistici e culturali della propria diffusione, a tutto vantaggio della rivitalizzazione dei borghi.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
Aria Acqua Suolo Risorse Energie
Comitati Uniti per la Salvaguardia del Territorio Parmense

comitato pro valparma - circolo valbaganza - comitato ecologicamente - comitato rubbiano per la vita - comitato cave all’amianto no grazie - associazione gestione corretta rifiuti e risorse – no cava le predelle