"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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sabato 7 dicembre 2019

Dissesto idrogeologico : la montagna ha bisogno di prevenzione

Clima impazzito o stoltezza dell'uomo?

L'immagine riporta un tipico taglio raso effettuato nel nostro Appennino.
Come si può facilmente notare, è stato fatto su un versante che supera il 100% di acclività, o ci è molto vicino.

Un taglio sconsigliato perché denuda un versante ripido, soggetto a forte corrivazione in caso di piogge intense e quindi soggetto ad asportazione del suolo e denudamento del substrato roccioso. Lì il bosco ha smesso la sua funzione di spugna rispetto all'acqua piovana che scorrerà ancora più velocemente a valle. Se il suolo viene in gran parte asportato dalle piogge è impossibile che il bosco ricresca come prima. Sarà più rado e stentato.
La realtà dei tagli dissennati e dell'asportazione di soprasuolo boschivo è una amara realtà di tutti i bacini imbriferi della nostra provincia. La Regione nega che, dal punto di vista quantitativo, questo sia un problema, affermando che rispetto ai due milioni di metri cubi di accrescimento annuo dei boschi il mezzo milione di metri cubi prelevato coi tagli sia poca cosa.
Anzi, si deve prelevare di più. Ma considera che non tutto è ceduo? Che l'acclività e la difficoltà di arrivare a strade in molte zone rende impossibili i tagli? Che quindi questi avvengono quasi sempre nelle zone boschive più accessibili e più vicine alle strade rotabili?
Che quindi si corre il rischio di denudare in modo massiccio una fascia boschiva ristretta?
La Regione dice che è “necessario attribuire un valore economico ai servizi eco-sistemici prodotti dal patrimonio forestale a favore della intera società, a cominciare dalla sua capacità di regolazione del deflusso idrico in funzione dell’immagazzinamento della risorsa per scopi idro-potabili, della tenuta dei versanti, ma soprattutto dalla sua funzione di assorbimento della CO2”.
Quello cui assistiamo, invece, è la sempre maggior monetizzazione della legna da ardere e dei suoi derivati, pellet e cippato. Il bosco vede una sola valorizzazione, quella del mercato della legna da ardere. Con tutte le conseguenze che la combustione della biomassa comporta, non solo per l'incremento della CO2 in atmosfera, ma soprattutto per l'inquinamento da polveri altamente tossiche e cancerogene.
La recente iniziativa della Regione di concedere 420 mila euro a fondo perduto per diradare le pinete della nostra Provincia serve solo ad approvvigionare di cippato le centrali a legna di montagna, che visto che il prezzo della legna da ardere è più del doppio di quello del cippato, sono in seria difficoltà.
Altra spugna che se ne va per esigenze di bottega.
Il problema, col cambiamento climatico in atto e coi 200 mm di pioggia in poche ore dell'ultima alluvione del Baganza, è proprio la montagna che con i suoi boschi smette di trattenere l'acqua.
La cassa di espansione potrebbe servire a contenere gli effetti ma non sana le cause, che sono appunto il calo della capacità di assorbimento dei nostri boschi.
Regione, AIPO ed altre istituzioni pensano che per mettere in sicurezza il territorio la soluzione sia ingegneristica, appunto costruire una cassa d'espansione.


Un buco di 600 metri x 1000 e profondo 15 che trattenga la piena quando arriverà.
Ammesso che sia la soluzione e non lo crediamo, il problema è a monte, lungo l'alveo del torrente, nella cementificazione, nei boschi tagliati, nei versanti denudati.
Il problema è che senza una difesa attiva del territorio la cassa da sola non sarà sufficiente.
E veniamo al dunque della cassa d'espansione.
Basterebbe un progetto di difesa attiva per preservare dalle piene il territorio.
Ad esempio rialzare gli argini a valle di Sala Baganza con sfioratoi in grado di riversare l'acqua in eccesso nella campagna attorno.
Questo previo accordo coi contadini della zona, remunerandoli dei danni alle colture.
Niente scavo e cemento, che abbasserebbe ulteriormente la falda acquifera che provoca mancanza
d'acqua nell'alta pianura.
Ma coinvolgimento dei contadini e delle piccole aziende edili della zona agli argini e ad eventuali laghetti in cui contenere l'acqua in eccesso delle piene primaverili.


Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
Salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

lunedì 24 febbraio 2014

Montagna, la tempesta perfetta

Il rifacimento della Massese, il taglio dei boschi, ora la pioggia al posto della neve

Negli anni dietro di noi la “riqualificazione” della Massese, una spesa da 20 milioni di euro.
Con dentro una variante necessaria, quella di Ranzano, (e la sistemazione della frana appena oltre il paese), ed un'altra inutile, quella di Groppo, con un costoso nuovo viadotto.
E una marea di “rettifiche stradali”, un eufemismo per semplici tagli e arrotondamenti di curve.
Sulle frane, solo qualche piccola opera qua e là, di pura evidenziazione.
Nel complesso si è trattati di un lavoro costoso, fatto principalmente di immagine, ben simbolizzato dalla variante di Ponte di Lugagnano, con uno scavo durato un anno e mezzo, costato un milione di euro, costituito principalmente dall'eliminazione dal tracciato di un'imprevista grande lente di calcare.


Nella provincia più franosa d'Europa, la nostra, non si è pensato di mettere in sicurezza il tracciato dalle frane relitte o storiche. Bastavano dieci milioni per le varianti fondamentali, e gli altri dieci si potevano spendere per lavori di assestamento dei versanti e di canalizzazione delle acque a ridosso della strada.
Ma sarebbe state opere di scarsa visibilità, e per politici ed per gli amministratori è di fondamentale importanza mostrare e mostrarsi, in vista delle urne a venire.
Un'occasione mancata.
E' in quegli stessi anni che è incominciata la speculazione sulla legna da ardere, spinta da un mercato povero, di sussistenza, originato dalla crisi, un mercato però in grado di muovere numeri notevoli in termini finanziari.
Alcune decine di milioni di euro ogni anno, solo per la nostra provincia.
Ma che produce solo briciole a chi sfacchina, mentre il malloppo andava a chi ha impiantato ditte di taglio con manovalanza non in regola, ed al grande commercio.
Quello che è visibile per le strade fa impressione: ripidi versanti denudati con poche matricine rimaste, che verranno spezzate alla la prima burrasca.
Ma il volume delle cataste di legna tagliata, allineate lungo le strade, ci suggeriscono un taglio più massiccio, che non si vede perché realizzato più in alto. Chi taglia si è fatto furbo ed evita che lo scempio sia visibile. Chi cammina invece, chi va sui crinali, osserva quello che succede, un paesaggio irrimediabilmente intaccato, compromesso.
La Guardia Forestale afferma di aver comminato ammende per 200.000 euro tra il 2009 ed il 2013, ma si dice scettica che vengano effettivamente pagate per le compensazioni attuate dalle amministrazioni.
In pratica non c'è alcun deterrente al taglio senza regole.
Altrettanto grave del taglio dei boschi è la movimentazione del suolo da parte di caterpillar, trattori e altri meccanismi industriali in possesso di aziende edili trasferitesi armi e bagagli in montagna a far man bassa del “nuovo petrolio”, la definizione data ai nostri alberi da un funzionario della Provincia.
Nel suolo dei boschi è contenuta una grande quantità di carbonio, il doppio della CO2 catturata dalla loro superficie fogliare. La movimentazione del suolo, oltre a creare carraie dove prima c'erano piccoli sentieri e vere e proprie strade carrozzabili dove prima c'erano solo carraie, produce la dispersione in aria del carbonio immagazzinato nel terreno in centinaia di anni, contribuendo all'aumento dell'effetto serra ed al cambiamento del clima della nostra montagna.
Tutti tagliano ma di soldi in montagna ne girano ben pochi.
Chi fa tagliare il suo bosco prende qualcosa, e neanche tutto.
Poi, per vent'anni, non se ne parla più.
Chi taglia, invece, prende quello che la sua fatica ha prodotto. Magari lo si vede con un trattore nuovo fiammante, con il finanziamento a fondo perduto del 60%, così i soldi non rimangono in montagna, ma finiscono alle aziende industriali del settore che producono materiali per il taglio.
Tagli massivi, distruttivi del suolo, scriteriati nelle modalità, che si saldano con la forte intensità della pioggia, che ha preso oggi il posto della neve anche in montagna.
Versanti denudati, strade sfondate, interrotte dalle frane, borghi isolati e minacciati.
E nessuno in grado di fermare questo scempio.
Se i boschi stanno diventando delle gruviere, se le strade sono sfondate dai camion che portano via la legna, Massese compresa, ora ci si è messo anche un inverno atipico a dare il colpo di grazia.
Poca neve, molta pioggia.
Si tratta delle avvisaglie di ciò che capiterà sempre più spesso, un cambiamento climatico per il quale occorre attrezzarsi.
Non è più possibile rincorrere i disastri dopo che sono capitati, senza aver fatto niente per evitarli.
Le responsabilità vanno individuate e denunciate.
La gente deve sapere.
Pietta non nasce dalla casualità, ma dalla causalità.


Giuliano Serioli

sabato 26 ottobre 2013

Montagna: tagli e centrali


Il paesaggio della nostra montagna cambia in peggio, comincia ad allarmarci.
Boschi come groviere, strade sfondate dai camion che portano via legna, frane, interruzioni di strade, sempre meno turisti e sempre meno gente nei paesi.
Non si tratta più di autoconsumo, come la burocrazia si ostina ancora a chiamare i tagli.
Che il fabbisogno della gente rimasta nei borghi è irrisorio rispetto a quanto tagliato.
E' un'altra cosa, vero e proprio taglio industriale, speculazione economica.

Soldi che restano in montagna?
Ben pochi. La gran parte vanno a chi commercia legna in pedemontana.
Altri vanno ai proprietari dei boschi, in gran parte da tempo residenti in città.
Altri ancora vanno a remunerare l'acquisto di macchinari per il taglio ed il trasporto.
Certo, tanti tagliano e qualcosa si mettono in tasca. Ma la gran massa dei tagli viene fatta da imprese nate dal nulla e che utilizzano gente dell'est europa pagandola in nero e a resa. Soldi, di cui praticamente niente resterà in montagna.
Versanti spogliati e strade sfondate, quindi, cui non corrisponde un'economia.
Nessun giovamento alla vita dei paesi, nè lavoro per trattenere i giovani.

La legge c'è, permette ai proprietari dei boschi di tagliare fino ad un massimo di 6 ettari.
Ma è una legge che non tiene conto della speculazione sulla legna da ardere.
Se il mercato inducesse la gran parte di chi possiede boschi a tagliarli per far soldi, complice una ulteriore recrudescenza della crisi economica, e tutti tagliassero, chi li potrebbe fermare? Questa legge?
Sicuramente no.
Occorre preoccuparsi di non intaccare la rinnovabilità dei boschi e di non accrescere il degrado idrogeologico.
Occorre un piano annuale dei tagli che ne tenga conto e che non possa essere eluso e superato.

Molti amministratori sostengono le tesi dei tagliatori.

“L'abbandono dei boschi è palese e non è positivo. Una politica delle comunità montane che possa permettere la nascita di qualche centrale a biomassa che permetta la produzione di elettricità e di teleriscaldamento non farebbe male e permetterebbe di monitorare e tenere puliti i boschi, garantendo la giusta turnazione delle piante, la pulizia del sottobosco ed in ultimo ma non meno importante garantire lavoro a territori che continuano a spopolarsi a causa di mancanza di lavoro”.
Finanziamenti di Regione e Provincia per la montagna sono, infatti, solo finalizzati dotare di macchinari di taglio le comunalie e soprattutto ad impiantare centrali termiche a cippato.
Non si comprende cosa voglia dire creare posti di lavoro nel taglio dei boschi. Il lavoro lo crea già il taglio speculativo e selvaggio, lo crea il mercato della legna da ardere.
Dotare di mezzi meccanici di taglio una comunalia significa dare man forte a tale mercato senza regole,
incentivare le comunalie a far parte di tale meccanismo perverso.
D'altronde, la cosa è del tutto coerente alle affermazioni di funzionari  ed amministratori :
qualcuno ha detto che 'siamo seduti su un nuovo petrolio e neanche ce ne accorgiamo';
altri dice che potremmo anche tagliare tutto quello che è ricresciuto nei boschi da quarant'anni a questa parte senza preoccupazione alcuna per la rinnovabilità.
Anche se la rinnovabilità annuale, il 4% di tutta la massa boschiva, è decretata dalla Regione come non superabile.

Ormai chi abita in montagna per riscaldarsi non usa più il gpl, nè tantomeno il gasolio, entrambi carissimi. La gente è tornata a bruciare legna nei camini, nelle stufe, dotandosi anche di moderne stufe a pellet o stufe miste pellet-legna. In montagna, da sempre, si usa legna che brucia bene, legna stagionata due anni : un anno all'aperto ed uno al chiuso, in modo che il suo tenore di umidità sia inferiore al 20% ed abbia un alto rendimento di calore.
Perchè allora impiantare centrali a cippato per produrre calore per il teleriscaldamento?
Centrali da 500 Kw a 1.000 Kw di potenza?
Dicono, per fare economia. Non ha senso, non certo rispetto alla legna e al pellet!
Dicono, per avere meno emissioni nocive rispetto alle vecchie stufe a legna.
Ma le centrali bruciano cippato fresco, con umidità elevata, basso rendimento,
senza alcun filtro per abbattere le emissioni nocive!
Dicono, il filtro c'è, è il multiciclone. Ma no, serve solo a raccogliere le ceneri volanti!
Dicono, la maggioranza della gente sono anziani che non ce la fanno più a ricaricare la stufa.
Non è vero, un anziano che non ce la fa più viene accolto nella casa protetta.
Dicono, per creare posti di lavoro. Non è vero,le centrali sono completamente automatizzate!

Parchè buttare tutti quei soldi nelle centrali termiche e non nel risparmio energetico?
Perchè non avviare la ristrutturazione dei borghi per un'accoglienza turistica diffusa che creerebbe subito posti di lavoro nell'edilizia?

Forse perchè l'intento inconfessato delle amministrazioni è di produrre poi elettricità con le centrali, come sta facendo Monchio?
Ma sarebbe una follia! La legna ha un rendimento bassissimo.
Bruciare i boschi per produrre un po di elettricità? Davvero pazzesco!
Però, badate bene, era ciò che teorizzava nel 2009 Mercedes Bresso, ex governatore Pd del Piemonte:
centrali elettriche a legna dal diradamento di tutti i boschi della regione.

Serioli Giuliano