"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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lunedì 27 agosto 2018

Prato di Monchio, è allarme acquedotto

La rete idrica "fa acqua" e provoca smottamenti

Un appello alla Regione contro Iren e le stesse autorità comunali da parte di residenti e proprietari di seconde case.
La frazione di Prato di Monchio è sul piede di guerra per un movimento franoso che provoca colamenti di terra, fessurazioni nelle abitazioni e avvallamenti nella strada.
La frana sembra essere causata delle abbondanti perdite dell’acquedotto locale.



Il sindaco, interpellato più volte, addossa le responsabilità a Iren, che lo ha in gestione.
Me nessuno si fa carico delle proprie resposabilità, nessuno si occupa del problema.
E i cittadini si sentono abbandonati.
L'acqua sversata dall'acquedotto, che risulta essere ormai un colabrodo, le piogge frequenti dell’ultimo periodo, una miscela micidiale che sta facendo smottare il terreno verso valle, spingendolo contro le case e i muretti a secco, provocando perfino la deformazione dello stesso tracciato stradale.
A favorire il processo la roccia sottostante l’area, che fa da piano di scorrimento.
Si tratta di argilliti rosse della formazione argilloso-calcarea, dominante in zona.
L'argilla, impermeabile, impedisce all'acqua di penetrare in profondità e il suo dilavamento crea smottamenti quando non addirittura veri e propri colamenti di terra, che diventata fradicia assume un peso sproporzionato, una massa enorme che scivola a valle.
Quest'anno il movimento è più consistente e le fessuarzioni nei muri delle case più marcati.
Due case sono già state "legate" con moduli di ferro: senza interventi si sarebbero aperte e i muri sarebbero crollati.
A questo punto è urgente intervenire. Riparare l'acquedotto e riattivare ii canali di scolo, per favorire il drenaggio dei suoli.
Tutto l'assetto dei terreni a valle del passo del Ticchiano dovrebbe essere monitorato, come le frane di Ceda e di La Valle suggeriscono.
Tutta la conca che scende dal Passo è costituita da tale formazione argillitica ed evidentemente la direzione degli strati coincide col verso delle pendenze sul terreno.
La dismissione di ogni forma di agricoltura in zona ha significato l'abbandono di ogni opera di scolo delle acque, che in passato limitava il fenomeno e che ora sta letteralmente innescando un enorme movimento franoso verso valle.
Con la complicità del silenzio delle autorità locali.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

domenica 29 ottobre 2017

Kill the wood!

Quanto è di moda lo stronca i tronchi

Tempo fa, la regione Emilia Romagna aveva stanziato 420.000 euro per pagare il taglio dei pini seccati di Lagdei e Trefiumi, nonchè per il diradamento nella pineta del passo del Ticchiano e per
un altro diradamento nella faggeta sopra Valditacca, seguito da un tecnico forestale.


I reali motivi di tale finanziamento, e l'utilizzo della legna tagliata, erano per noi finalizzati ad aiutare il rifornimento delle centrali a biomassa esistenti in Appennino, in cui il costo del cippato (4 euro) non è compatibile con il costo della legna (12 euro).
Tuttavia ci pareva che la strada imboccata del diradamento fosse un segnale di svolta da parte dell'autorità verso i consorzi di taglio.
Invece tutto continua come prima: taglio raso matricinato, con matricine sempre più piccole e distanti l'una dall'altra.
La speculazione sulla legna continua con squadre di taglio dell'est europeo, pagati in nero e senza alcuna assicurazione.
Intere parti di montagne spogliate del loro manto boschivo: monte Fageto, monte Caio, monte Navert, monte Aguzzo, Alpe di Succiso ed ora monte Faino e monte Fuso, nell'Appenino Est.
I tagli sono fatti con criteri industriali: massima resa nel minor tempo. Per questo motivo il taglio raso è il più adatto.
Ruspe per spianare sentieri e trasformarli in carraie percorribili da macchinari e camion.
Tagli anche dove l'acclività è del 100%, pendii oltre i 45° di pendenza, dove una pioggia successiva può asportare completamente il suolo e denudare la roccia, contribuendo a creare frane e a trasformare le bombe d'acqua in alluvioni nella stessa alta montagna.
Il manto boschivo ovviamente ricresce, ma ci mette 30 anni a tornare come prima dal punto di vista paesaggistico.
Le ferite come buchi di gruviera sulla montagna.
Poca cosa, dicono le autorità, l'importante è che il bosco ricrescendo molto più in fretta catturi la stessa quantità di CO2 di prima.
Ma non è vero.
Studi recenti ci dicono che ad un bosco sottoposto a taglio raso occorrono circa 2,5 anni per arrivare al livello di prima nell'assorbimento di CO2.
Ma non basta, altri studi hanno verificato che i rami abbandonati e morti e il suolo sconvolto procurano altre emissioni di carbonio che va sottratto alla capacità di cattura del manto boschivo.
Non sono sciocchezze di ambientalisti precisini. Il manto bioschivo del nostro Appennino è l'unica forma di contenimento e di contrasto ai veleni che risalgono dalla Pianura Padana.
Dopo la denuncia fatta alla forestale dal comitato ambientale di Palanzano per i tagli sconsiderati sul Fageto ora è il turno del monte Fuso.
Con tagli che vanno da quota 600 metri fino a quota 1.000. Con nuove carraie che segnano il lato sud della montagna dove prima c'erano solo sentieri.
Un danno al suolo, visibile dalle foto, che provocherà colamenti di terra e frane con le prossime piogge.
Pare che la ditta che ha effettuato tale scempio sia la stessa che è stata multata per il danno al Fageto.

Giuliano Serioli
Dimitri Bonanni

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

lunedì 24 novembre 2014

Montagna, disastri e progetti

Gli eventi disastrosi che hanno così gravemente segnato la nostra montagna ed in particolare la Val Baganza ed il Cornigliese devono farci riflettere.
L'evento atmosferico che ne è stato la causa è sicuramente di carattere eccezionale: 260 mm per m2 di acqua caduta a Bosco di Corniglio in sole due ore corrispondono a 260 litri d'acqua su ogni m2 tutto in una volta.


L'effetto spugna del bosco e della lettiera non poteva sicuramente essere sufficiente a trattenere tutta quell'acqua caduta in così poco tempo.
Ma col probabile perdurare di simili fenomeni atmosferici e con lo stato già disastroso degli eventi franosi degli ultimi anni, c'è da chiedersi come porsi nei confronti della nostra montagna e quali misure adottare per limitare i danni.
La ceduazione completa o con rilascio di matricine ha un effetto immediato sul soprassuolo rimasto. L'eliminazione dell'effetto copertura delle chiome espone il suolo all'azione diretta degli agenti atmosferici. Il dilavamento e l'aumento del deflusso delle acque superficiali crea un'alterazione della lettiera, aumenta l'erosione per instabilità del suolo, contribuisce alla maggior incidenza degli eventi atmosferici estremi ed altera le caratteristiche dei corpi idrici forestali.
Il taglio industriale del bosco implica, inoltre, l'apertura di piste da esbosco con rottura della copertura del suolo in grado di innescare movimenti franosi per il venir meno dell'effetto spugna della lettiera stessa.
La ceduazione con rilascio di matricine comporta spesso la caduta delle matricine stesse a causa di eventi atmosferici violenti contro cui il loro isolamento non può niente come ad esempio il fenomeno del vetro ghiaccio, contro cui piccole piante estremamente rade non hanno difesa alcuna.
In sostanza, la ceduazione con la perdita totale della chioma ha come conseguenza un impoverimento del suolo.
Erosione e dilavamento ne sono una conseguenza diretta.
La ceduazione in suoli molto acclivi può portare ad un graduale esaurimento del terreno a causa dello squilibrio tra sostanze asportate e quelle restituite.
La ceduazione spinta cui stiamo assistendo nel nostro Appennino ad opera del mercato speculativo della legna da ardere, l'indirizzo dei finanziamenti pubblici verso il taglio industriale con movimentazione del suolo di interi versanti, l'incentivazione pubblica di centrali a cippato di legna per produrre calore ed energia elettrica sono tutti fattori che contribuiranno al degrado idrogeologico della nostra montagna e ad un ulteriore crescita della sua franosità ed abbandono economico.
Delle intenzioni programmatiche della Regione Toscana non ci sono più dubbi: ha espressamente rivendicato di voler promuovere la costruzione di centrali a cippato di legna sotto il Mw per una potenza complessiva di 70 Mw elettrici, bruciando 700.000 tonnellate di legna, che corrispondono a circa 7.000 ettari di boschi.
Ma anche le intenzioni programmatiche della Regione Emilia Romagna sul progetto di centrali elettriche da legna non sono da meno.
Al termine di un incontro su un progetto di pala eolica presentato da un ingegnare di Parma è emerso che la regione sosterrà e finanzierà a breve progetti di centrali a biomassa legnosa per la produzione di energia elettrica da dislocare in tutto il territorio dell'Emilia Romagna.
Allora è tutto vero quello che andiamo dicendo ormai da anni.
Per la nostra regione l'uso della risorsa boschiva per ricavarne elettricità è un obiettivo.
Le centrali a cippato attuali sono solo termiche, ma rappresentano un cavallo di Troia per cominciare un processo che porterà ad un disboscamento industriale di cui la speculazione attuale sulla legna da ardere è solo un pallido riflesso.
Una montagna sempre più abbandonata e sempre meno abitata sarà predata delle sue risorse naturali, anche se le istituzioni identificheranno questo processo come un esempio virtuoso di economia sostenibile

Giuliano Serioli
24 novembre 2014

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

giovedì 16 ottobre 2014

Inquinamento, la madre di tutte le alluvioni

Il disastro ha una firma umana

E' vero, come denuncia Legambiente, che la cementificazione è la causa principale del mancato assorbimento dell'acqua piovana, e di conseguenza del suo dilavamento rapido verso valle.
Anche perché, se la cementificazione è statisticamente all'8% del territorio nazionale nel suo complesso, nella realtà, contando le aree montane che lo sono molto meno, nella pianura padana si arriva al 15%.
E' vero anche che sono troppi gli enti che fanno previsioni meteo in modo separato e che monitorano per loro conto gli eventi atmosferici: Protezione Civile, Ente Bonifica, Provincia,o quello che ne rimane, Comuni.


Dovrebbe invece funzionare meglio una catena unica, come quella della protezione civile, ma certo ha sbagliato le sue previsioni.
Tutti le hanno sbagliate.
Nessuno poteva immaginare che in due ore cadessero 26 centimetri di pioggia, come a Bosco di Corniglio. Una quantità d'acqua che nessuno ha previsto, come è successo nel fine settimana a Genova, o nei mesi passati nella pedemontana veneta, a Valdobbiadene.
Il cambiamento climatico è già in atto e ci trova impreparati a riconoscerlo, interpretarlo, prevenirlo.
I giornali hanno battezzato il fenomeno come “bombe d'acqua”, indicandolo come un evento anomalo.
Ma non basta, occorre chiarirne la dinamica.
Le previsioni sulla quantità di pioggia sono tarate sugli eventi precedenti, sullo storico delle precipitazioni in determinate località e non tengono conto di fattori nuovi, come ad esempio la maggior energia in gioco.
Nel nostro Appennino, un inverno senza neve fino a mille metri ha comportato che il calore immagazzinato dalla terra nei mesi estivi non si sia disperso con il ghiaccio e il gelo.
E' rimasto quasi intatto e si è sommato a quello dell'irraggiamento solare dalla primavera in poi.
Nella nostra montagna c'è sempre stato un microclima particolarmente umido, con temporali e massimi pluviometrici, perché l'irraggiamento solare su una foresta compatta creava le condizioni di evotraspirazione che favorivano temporali frequenti.
Ma questo nuovo rapporto energetico tra terra e cielo ha creato le condizioni per una estate anomala, con piogge quasi tutti i giorni, quasi fosse la condensa dell'evaporazione che il calore, l'energia in gioco, sviluppava.
Con l'autunno arrivano fronti di correnti fredde di differente temperatura che impattano su tale sistema energetico, sulla massa di umidità in eccesso presente, svuotandola dall'acqua tutta in una volta, con le conseguenze che vediamo.
Abbiamo innescato un meccanismo che esegue semplicemente le istruzioni date.
La pressione delle attività umane ha portato al surriscaldamento terrestre.
L'ambiente, per liberarsi dell'eccesso di calore, se lo scrolla semplicemente di dosso.
E sarà sempre peggio.

Giuliano Serioli
16 ottobre 2014

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

venerdì 3 ottobre 2014

Dissest Economy

Il lato oscuro del green washing

Giovedì scorso, presso il circolo Zerbini, Rete Ambiente Parma ha organizzato un incontro con l’adesione di Lesignano Futura, Commissione Audit e l'associazione Gestione Corretta Rifiuti.
Si è parlato dei tagli dei boschi nel nostro appennino, del dissesto idrogeologico e della cosiddetta green economy, tre temi molto connessi tra loro.


A questo appuntamento tanti amanti della natura, ma anche attivisti di commissione Audit, Rifondazione, WWF, Slow Food, rappresentanti del comitato Palanzano, del Comitato di Felino, di Salviamo il Paesaggio.
Il primo intervento quello di Roberto Cavanna, Centro studi Monte Sporno, che ha mostrato e raccontato come vengono realizzati i tagli dei boschi, le condizioni dei sentieri e il paesaggio che si presenta dopo l'utilizzo scriteriato di motoseghe e mezzi pesanti.
Dalle foto del territorio della Val Baganza (è così in larga parte dell'appennino), un'area, che dovrebbe essere sotto tutela ambientale e con vincolo d'immutabilità, si è potuto capire quanto sia lontana la corretta gestione del patrimonio arboreo, a causa di tagli spesso non controllati e lasciati alla "competenza" di tagliatori improvvisati o non rispettosi delle norme vigenti.
Ci sono aree dove il taglio è stato realizzato lasciando una percentuale di matricine appena sufficiente, aree invece dove si è adottato un taglio raso, non lasciando in piedi nemmeno un albero.
Un altro elemento la "coincidenza" di alcuni tagli con la formazione di frane.
Esempio tipico la frana di Pietta nel Comune di Tizzano, e altre frane minori lungo la provinciale che da Calestano porta a Berceto.
Si taglia ovunque, vicino a una frana o su versanti fortemente in pendenza.
Difficile comprendere come le autorità non vedano tali pericoli.
Roberto Cavanna ha mostrato il taglio anche di alberi molto vecchi, utilissimi per il sostegno del suolo, anche con un diametro di un metro e più.
Piante secolari perse per sempre.
Un altro grosso problema è il dilavamento del suolo.
I solchi formatisi nel terreno vengono scavati dall'acqua, che non avendo più alberi che rallentano il suo deflusso, innescano una fase erosiva che porta smottamenti a valle.
L'utilizzo di mezzi pesanti per recuperare la legna tagliata, escavatori e caterpillar per creare vie d'accesso a trattori e camion creano strade che una volta terminata la missione vengono completamente abbandonate, provocando ulteriori erosioni.
Che peso ha la green economy sul territorio e sulle persone?
Giuliano Serioli si è posto la domanda su quali impianti servano alla montagna per sopravvivere, e le centrali a biomassa certo assomigliano di più ad una mera speculazione economica.
Tagliare migliaia di tonnellate di legna, disboscando l'appennino, bruciare e produrre una quantità misera di corrente elettrica, con un rendimento nell'ordine del 10%, è una follia.
Eppure la volontà della regione è di investire in centrali a biomassa, così come la Toscana, che intende realizzare impianti per 70 MW, che prevedono l'utilizzo di circa 700.000 tonnellate di legna ogni anno e un esborso di circa 42 milioni di euro, quando con una centrale a metano, meno impattante sotto il profilo dell'inquinamento da polveri e metalli pesanti, si spenderebbe circa la metà.
La strada per trovare energia è quella del risparmio, investire cioè quei 40 milioni nell'efficientamento energetico degli edifici.
La strada intrapresa dal mercato degli elettrodomestici, che oggi sono arrivati a rese energetiche inimmaginabili anni fa.
Gli impianti a biomassa invece portano sempre grandi problemi.
E' il caso del cogeneratore della Citterio a Poggio S.Ilario (Felino) che dopo lo stop per l'eccessiva acidità del grasso da bruciare, che potevano creare seri problemi al motore, ha risolto l'imbuto trattando lo scarto con reagenti chimici e soda caustica, soluzione poi sversata nel Rio S.Ilario, adiacente allo stabilimento, con conseguente inquinamento delle acque.
E la diffida arrivata dalla Provincia.
La strada da seguire per trovare un economia in montagna non può passare dal taglio indiscriminato dei boschi e dagli impianti a biomasse, ma da un piano di sviluppo rurale, turistico ed edilizio di recupero dei borghi ed efficientamento energetico.
Enzo Valloni, dell'università di Parma, ha portato l'esempio degli interventi contro l'erosione delle coste adriatiche, che avviene con annuali scarichi di tonnellate di sabbia, senza invece pensare a risolvere il problema a monte, cioè nei fiumi che non apportano più al mare la parte sedimentaria, che andrebbe a fermare il fenomeno erosivo.
Bisogna cambiare i PAES dei piccoli comuni della val Padana, in modo che prevedano di risolvere l’inquinamento del suolo agricolo da sversamenti di liquami degli allevamenti industriali.
Facendo sì che le 500 centrali a biogas esistenti, che digestano mangimi animali da coltivazioni dedicate, passino a trattare letame e, attraverso lo strippaggio dell’ammoniaca, producano biometano da autotrazione e da mettere in rete.

Andrea Ferrari

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

lunedì 2 giugno 2014

Il valore del bosco

Nel 2013 è stata intaccata la riserva verde nazionale

Il valore del nostro bosco non può essere circoscritto ad una mera valutazione economica, come se fossimo ancora negli anni '60, quando era fonte di legna da ardere per scaldare le case dei residenti.

Oggi, con lo spopolamento della montagna, l'autoconsumo decresce continuamente e la funzione del bosco è cambiata.


Oggi le grandi famiglie di fusti hanno un ruolo paesaggistico, ma soprattutto di presidio idrogeologico, in una montagna che strutturalmente è soggetta a frane, come gli episodi recenti non smettono di ricordarci.
Il bosco ed il sottobosco sono la spugna con cui la montagna si difende dalle calamità.
A partire dal 2009 la speculazione sulla legna da ardere ha colpito anche la nostra provincia, con evidenti denudamenti di interi versanti e, come a Pietta, diventando una concausa diretta delle frane.

Il dissesto idrogeologico, dovuto anche ai tagli, è evidente a tutti, ma dati provinciali o regionali non ce ne sono.
I numeri sono esclusivamente nazionali e provengono, guarda caso, dalle aziende che producono stufe e caldaie per la combustione della legna e che oggi vivono il loro magic moment.
Dal resoconto di un convegno promosso a Verona da AIEL (Azienda Italiana Energia dal Legno), si evince che la quantità di legna consumata nel 2013 è stata di 19,3 milioni di tonnellate. Considerando che la quantità importata è di 3,5 milioni, si deduce che la produzione nazionale sia stata di 15,8 milioni.
Una cifra che supera la sostenibilità del ceduo del nostro Paese, che arriva ad una disponibilità totale di 14,62 milioni di tonnellate.
I relatori del convegno sostengono che solo il 24% della riserva bosco è intaccata, ma il loro calcolo include tutto il patrimonio boschivo, 11 milioni di ettari, e non solo il ceduo.
Una follia, perché il patrimonio boschivo oltre il ceduo è macchia mediterranea, boschi ripariali e parchi, in cui non si può tagliare.
Se i tagli nazionali hanno superato la sostenibilità di ben 1,2 milioni di tonnellate, in provincia di Parma, dove il ceduo è l'80% dei boschi, sarà andata anche peggio, trovandoci a ridosso all'area di maggior sviluppo del mercato della legna da ardere, la pianura padana.

Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma


2 giugno 2014

lunedì 5 maggio 2014

Amministratori e disastri

La nostra montagna oggi è colma di disastri: frane, frazioni abbandonate, strade interrotte e quasi sempre sfondate.
La frana di Capriglio, di Boschetto, di Pietta, sono a suggerirci che la nostra montagna è per sua struttura molto franosa, la più franosa d'Europa insieme a quella di Lucca.
Formazioni rocciose come le argille e calcari, il flysch di monte Sporno e il flysch del monte Caio sono da noi molto diffuse e con il crioclastismo e le piogge battenti tendono inevitabilmente a
degradarsi fino a provocare gli smottamenti.
Alla franosità strutturale si deve oggi sommare il cambiamento climatico, che ad esempio alle alte quote ha provocato la sostituzione della neve con la pioggia.
La neve per la montagna è fondamentale. Con la percolazione lenta all'interno della roccia permette la ricarica delle sorgenti, nello stesso tempo, ricoprendo tutto e sciogliendosi lentamente, impedisce il dilavamento violento e massiccio causato invece delle piogge, limitando l'innesco delle frane.
Ad entrambi questi fattori, poi, con la crisi economica in atto, si va a sommare il taglio massiccio dei boschi. E' la speculazione sulla legna da ardere che determina le quantità di ettari di bosco da tagliare e non certo l'autoconsumo delle genti dei borghi.


Pesanti camion percorrono le strade delle valli per portare chissà dove la legna tagliata, contribuendo significativamente allo sfondamento delle stesse.
Una devastazione dei boschi che ricorda certe foto di inizio Novecento.
Il taglio generalizzato di interi versanti boschivi e la loro denudazione provoca un dilavamento tale da asportare anche il soprasuolo e il sottile strato di humus a contatto con la roccia, innescando frane di scivolamento e accrescendo enormemente il trasporto solido dei torrenti, capaci a loro volta di innescare altre frane.
La politica di prevenzione delle frane da parte delle amministrazioni è praticamente inesistente.
Un esempio significativo è il rifacimento della Massese da poco terminato.
Dei 20 milioni di euro spesi, la quasi totalità è andata ad opere prettamente di immagine, in vista della campagna elettorale. Di tutte le varianti e correzioni della linea di curva effettuate, la sola variante di Ranzano ha visto la sistemazione della frana dei Tre Laghi con opere di canalizzazione.
Alcune varianti costosissime come quella di Groppo con relativo viadotto, o quella di Lugagnano i cui lavori sono durati due anni, si sono rivelate totalmente inutili.
In sostanza la metà di quei 20 milioni poteva essere utilizzata per mettere in sicurezza la strada da frane storiche e da punti pericolosi come Boschetto e Antognola, evitando l'interruzione attuale della provinciale a Boschetto.
Senza un'economia è impossibile fare prevenzione.
Tutta la nostra montagna, tranne la Valtaro, non ha più un'economia.
In questi trent'anni l'industria ha distrutto l'artigianato e l'agricoltura di sussistenza, costringendo le genti a trovare lavoro altrove.
Oggi l'80% degli abitanti sono anziani e i giovani lavorano nella pedemontana.
Le amministrazioni, Comuni, Provincia e Regione, hanno commesso gravi errori nel tentativo di ricostruire un tessuto economico, ad esempio finanziando negli anni '80 cattedrali nel deserto costosissime come gli impianti di Prato Spilla e l'albergo rifugio annesso.
Soldi buttati, copiando lo sviluppo turistico dello sci del Trentino, in una montagna che non lo permette sia per le basse altitudini, sia per le temperature troppo alte che sciolgono rapidamente la neve.
Ora tutti i finanziamenti si concentrano sulla legna. Soldi per finanziare centrali a cippato, teleriscaldamento e produzione di energia elettrica e soldi per finanziare cooperative di taglio per rifornirle.
Come se la montagna non subisse già la devastazione dei propri boschi per la speculazione sulla legna da ardere.
Come se il taglio della risorsa bosco creasse un'economia, inondasse di soldi i borghi e impedisse che negozi e servizi chiudano.
Soldi che sciamano, invece, come i camion verso la pianura, nelle tasche di chi commercia la legna.
Ancor meno economia creano le centrali a cippato, né lavoro.
Sono solo soldi per la lobby degli inceneritori e i soliti interventi di immagine degli amministratori. Se si impianta una centrale nel capoluogo, che vantaggio ne avranno tutte le altre frazioni del comune?
E' un'ingiustizia bella e buona, oltre alle emissioni nocive di un impianto industriale senza alcun filtro che limiti le emissioni.
Per contrastare i disastri e fermare l'abbandono della montagna occorre creare un'economia.
Canalizzare tutti i finanziamenti nell'edilizia per il recupero dei borghi col risparmio energetico, capace di costruire una ricezione dignitosa, oggi inesistente, per un turismo diffuso.
Tramite le unioni di comuni costruire le condizioni infrastrutturali (es: macelli intercomunali), gli incentivi finanziari e locativi e la disponibilità bancarie ad iniziative per la produzione e la stagionatura artigianali di eccellenze alimentari che l'aria pulita e l'elevata umidità possono garantire con un livello superiore di qualità rispetto alla loro produzione industriale.
E' questa l'unica alternativa possibile.
Ma bisognerebbe non avere amministratori disastrosi.

Giuliano Serioli
5 maggio 2014

Rete Ambiente Parma


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lunedì 3 marzo 2014

Fedele al bosco

Martedì 11 febbraio, presso la sede del Corpo Forestale di Parma, si è svolto un incontro col comandante provinciale del Corpo Forestale dello Stato Pier Luigi Fedele, al quale ha partecipato anche Rossana Rossi di Libera.
Rete Ambiente Parma ha delineato un quadro desolante del nostro territorio montano.
Tagli massivi e distruttivi del suolo, scriteriati nelle modalità, che si saldano con la forte intensità delle piogge che hanno sostituito la neve anche in montagna.
Come conseguenza i versanti denudati, le strade sfondate, interrotte dalle frane, i borghi isolati e minacciati.
Cosa ne pensa il capo della Forestale?


Sulle modalità di taglio Fedele concorda con alcune criticità evidenziate dalla nostra analisi.
In 5 anni, dal 2009 al 2013, la Forestale ha comminato sanzioni amministrative sul vincolo idrogeologico e sui tagli dei boschi per 220 mila euro elevando circa 300 verbali. Liter amministrativo per il pagamento delle sanzioni, dopo la fase di accertamento e verbalizzazione, non è a carico del Corpo Forestale dello Stato, ma delle autorità amministrative che sono le Unioni di Comuni (Comunità montane) o la Provincia, talvolta le sanzioni di importo non elevato, possono non rappresentare una elevata deterrenza rispetto ai ricavi di un taglio boschivo scriteriato.
La Forestale segnala un incremento delle utilizzazioni boschive negli ultimi anni e in particolare che, a causa della crisi in altri settori (edilizia e movimentazione degli inerti) alcune ditte si sono spostate verso il taglio dei boschi, questo può portare ad utilizzare tecniche operative lontane dal rispetto del bosco e da un suo utilizzo razionale. Non sono le ditte che adeguano strumenti ed attrezzature al bosco e al suo fragile equilibrio, ma è il bosco che deve piegarsi rispetto a tecnologie poco rispettose funzionali solo ad un abbattimento dei costi di utilizzazione.
Spesso si creano micro dissesti idrogeologici, perdita degli orizzonti superficiali, dello strato umifero con perdita di fertilità e innesco di fenomeni erosivi.
Enecessaria una maggior attenzione da parte della pubblica amministrazione dal momento che le fasi di autorizzazione, comunicazione, verifica, controllo, rilevamento degli illeciti, verbalizzazione ed erogazione delle sanzioni sono attribuite ad enti diversi.
Il Corpo Forestale dello Stato è particolarmente attivo nella difesa del bosco e ultimamente ha segnalato alcune situazioni di utilizzo dei boschi che hanno determinato fenomeni di alterazione paesaggistica allAutorità giudiziaria.
Con riferimento ai vasti fenomeni di frane e dissesti idrogeologici attivi in provincia di Parma si è evidenziato come molte delle situazioni derivino da movimenti di grandi proporzioni con piani di scivolamento profondi, che non derivano e che non possono essere sanati dalla presenza del bosco. Evero però che il bosco con la sua azione regimante e di trattenuta e rilascio graduale delle precipitazioni contribuisce grandemente a contrastare i fenomeni di degrado più superficiali. Il bosco è il primo presidio contro il dissesto e il suo utilizzo deve essere in sintonia con il mantenimento di una buona capacità di tutela dei versanti. Non cè forse correlazione diretta, ma in qualche caso tagli boschivi eccessivi possono aver determinato alcuni fenomeni di innesco e di degrado.
Gran parte dei nostri boschi è governata a ceduo, nei decenni passati, grazie alle mancate utilizzazioni, molti si sono evoluti verso cedui invecchiati. 
Eun peccato che questi boschi stiano rapidamente tornando a cedui con ridotte masse legnose, questo determina purtroppo anche ridotte capacità di tutela idrogeologica, ridotto valore naturalistico e ricreativo, scarsità di biodiversità.
Almeno una parte di queste formazioni forestali, come peraltro previsto dalle norme forestali, andrebbe avviato alla conversione all'alto fusto, con una politica di incentivazione che si ripagherebbe nel lungo periodo con i tanti benefici forniti dal bosco daltofusto, che tra laltro fornisce assortimenti legnosi dei quali il nostro Paese è fortemente deficitario.
Insomma la situazione non è certo rosea.
E sono rimasti in pochi a difendere la nostra montagna e i nostri boschi dal profitto senza regole e dall'assalto dissennato e senza futuro. 
La Forestale è fra questi ultimi.

Giuliano Serioli.


Rete Ambiente Parma