"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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mercoledì 10 luglio 2019

La diga di Ridracoli e quella di Armorano


La diga di Ridracoli e quella di Armorano: 
due realtà non confrontabili
La Gazzetta per pubblicizzare i mirabolanti benefici che la diga di Armorano porterebbe ha proposto come esempio virtuoso la diga di Ridracoli realizzata negli anni ’80 in Romagna. Tuttavia la Gazzetta dimentica e non a caso alcuni particolari che rendono il paragone alquanto improponibile. Cerchiamo dunque di comprenderne le ragioni.
La diga di Ridracoli si trova a ridosso del crinale appenninico (circa 4 km, nella testata del fiume Bidente) in un luogo completamente disabitato; in questo modo non disturba nessuno ma soprattutto viene alimentata da un breve tratto fluviale, con un minimo trasporto di detriti al bacino.
La diga di Armorano si troverebbe invece nel bel mezzo della val Baganza a più di 25 km dal crinale tra i centri abitati di Calestano e Ravarano e farebbe completamente sparire il borgo di Tavolana con le relative attività agricole. Ma c’è un’altra questione molto importante. Dal tratto di valle che alimenta il bacino scendono diversi rii in prevalenza dal crinale della sponda destra (Montagnana, Cavalcalupo, Cervellino, ecc.). “Bene!”, dirà qualcuno “così avremo più acqua”. Beh … non è proprio così. In realtà questi rii, molto ripidi, precipitano a valle in pochissimi chilometri da quote superiori ai 1.300 metri e hanno comportamenti piuttosto bizzarri: per gran parte dell’anno sono ridotti a miseri rigagnoli spesso completamente asciutti mentre nei periodi di forti piogge diventano molto violenti e trascinano a valle enormi quantità di detriti. Tanto per fare un esempio gli abitanti di Ravarano hanno visto con i loro occhi i disastri causati da rio D’Arso durante l’alluvione del 2014 che addirittura mise in pericolo le prime case del Borello e tutti gli abitanti della val Baganza hanno avuto modo di constatare l’enorme quantità di materiale che scese rovinosamente dalle nostre fragili montagne.
Ma non ci sono soltanto i rii; la fragilità delle nostre montagne causa moltissime frane e fra tutte queste ve ne sono tre particolarmente insidiose. Quelle di Chiastre, Casaselvatica e Cervellino sono delle enormi lingue di fango simili a colate laviche che scendono nel Baganza vomitando anch’esse enormi quantità di melma e detriti. Il torrente da innumerevoli millenni è abituato a portare a valle tutto questo materiale senza particolari problemi e chi frequenta il Baganza vede, dopo ogni piena, il letto completamente modificato con enormi spostamenti da un punto all’altro di grandi quantità di materiali. Se si costruisse uno sbarramento questo flusso si arresterebbe e in poco tempo riempirebbe il bacino.
Tralasciamo, per il momento, le questioni non secondarie della sicurezza idrogeologica e dei flussi idrometrici e cerchiamo di comprendere le conseguenze di questa situazione: la diga avrebbe dunque una vita operativa piuttosto breve (pochi decenni a fronte di investimenti faraonici) e per mantenerla efficiente occorrerebbe eseguire costantemente costosissimi e invasivi interventi di manutenzione che nel caso migliore, si trasformerebbero in un debito per le future generazioni ma che, più comunemente, nessuno realizza! Del resto, dove mai si potrebbero stoccare i milioni di mc di detrito intrappolati da un invaso realizzato nel bel mezzo della valle?
Ma perché in questi mesi è stato proposto un progetto così folle???
Le vere ragioni sono piuttosto subdole: se alcuni influenti personaggi non avessero la casa e i capannoni nei pressi dell’area destinata alla cassa di espansione non si sarebbe mai sentito parlare della diga di Armorano; qualcun altro ha colto l’occasione proponendo un’opera la cui realizzazione creerebbero ottime occasioni business.
E’ incredibile vedere come l’Unione Industriali che ha proposto un progetto così invasivo sull’ambiente e sulla vita delle persone vi abitano non abbia fatto nessuna studio di impatto ambientale. Legittimamente essa è tenuta a tutelare l’interesse dei suoi associati mentre è compito e responsabilità della politica valutare le scelte che impattano sul territorio. La sola costruzione della diga porterebbe lauti guadagni alle imprese coinvolte e se poi le cose andassero diversamente da come previsto non è più un loro problema. Il problema resterà sulle spalle dei cittadini e della comunità che ne ha sostenuto il costo come troppo spesso succede nel nostro paese.
La diga di Ridracoli in Romagna si trova a solo quattro chilometri dal crinale in un luogo completamente disabitato a solo 4 km dal crinale.
 
La diga di Armorano si troverebbe nel centro di una valle abitata in un perenne stato di emergenza idrogeologica (in rosso sono state evidenziate le grandi frane di Chiastre, Casaelvatica e Cervellino).

sabato 16 marzo 2019

DIGHE,CASSE, TRACIMAZIONI CONTROLLATE


Si fa un gran parlare di dighe nel nostro Appennino. Quella di Armorano
come alternativa alla cassa d'espansione sul Baganza, quella di Vetto soprattutto come
scorta di acqua per i periodi siccitosi. Le dighe nella nostra montagna sono minime ed in alto,
Verde, Ballano,lagastrello.



Ci sarà un motivo!
Le formazioni rocciose,prevalentemente argillitiche e marnose, fanno si che
i torrenti scavino a più non posso quella roccia friabile producendo un elevato trasporto solido a valle.
Un esempio è la diga del Piacentino sul Trebbia, degli anni ’30, che ha creato un lago grigiastro per l’apporto di sedimenti e che tende ad interrarsi sempre più.
Poi l'abbiamo già detto, le fondamenta di una diga bloccherebbero la corrente di subalveo
del torrente e la conoide dell'alta pianura resterebbe asciutta.
Che senso ha costruire un manufatto da cui far scendere l'acqua che verrebbe a mancare
in pianura proprio a causa della diga stessa?
Una cosa da Sisifo e Tantalo.
Si dice, inoltre, che si avrebbe da esse energia elettrica, ma nel caso ci vorrebbe un salto notevole
per produrla, cioè il livello dell'acqua dentro la diga dovrebbe essere sufficientemente elevato.
Quindi pericoloso, in caso di piogge concentrate in breve tempo ed improvvise, cui il cambiamento climatico ci ha già ampiamente dato prova con la piena del Baganza dell’ottobre 2014.
Si parla anche di uso plurimo delle stesse, cioè di trattenere acqua, produrre energia e fare in qualche
modo anche da cassa d’espansione per eventuali copiose ed improvvise precipitazioni.
Siamo davvero convinti che una cosa così complessa come un uso plurimo sia adatto a piccoli invasi
su una montagna come la nostra che, per sua struttura, provoca grandi piene improvvise?
E poi un altro manufatto, un'altra cementificazione costosa ad imbrigliare
il torrente.
E la zona SIC? Andrà a farsi benedire, così come migliaia di piante della valle.
Un non senso. Quando c'è una vera alternativa :

TRACIMAZIONI CONTROLLATE E RICARICA NATURALE DELLE FALDE

Un modo economico ed efficace di ricarica naturale delle falde acquifere è l'inondazione
di aree estese in occasione delle piene.
Alle falde acquifere delle conoidi dei torrenti appenninici non manca l'acqua solo
nelle estati siccitose, manca già in piena primavera quando i coltivi ne abbisognano.
Per trovarla si arriva a pescare nei pozzi fino a 100 metri di profondità.
La logica suggerirebbe di ricaricare tali falde sotterranee durante le
piene autunnali,allagando le campagne con esondazioni controllate e sfioratoi
appositamente dedicati lungo le aste dei torrenti.
Servirebbero anche traverse per convogliare parte dell'acqua torrentizia
in vasche di sedimentazione e di ricarica, usando cave estinte.
Ma il principio da utilizzare è di conservare l'acqua di alluvioni
controllate per ricaricare con la stessa le falde sotterranee.
Si eviterebbe così la necessità di manufatti costosi ed insufficienti,
come dighe montane e casse d'espansione in pianura,
che porterebbero ad una ulteriore, nefasta cementificazione del regime
acquifero e del nostro territorio.


In più l'estensione della falda sotterranea potrebbe essere rimpinguata da pozzi
a dispersione e da gallerie di infiltrazione a fianco dell'asta torrentizia.
In pratica, c’è da aver chiaro che una cassa d'espansione non è altro che un innalzamento
abnorme degli argini di un torrente in un determinato sito.
Quello dell'innalzamento degli argini è una via senza sbocco per diversi
fiumi già troppo antropizzati.
Alcuni tecnici, come Berselli, dicono che una cassa d'espansione è necessaria ma non
sufficiente.
E' un'affermazione che ha poco senso : se non è sufficiente, una spesa così gravosa
come quella di una cassa d’espansione non è neanche necessaria.
E l'alternativa esiste : AREE ALLUVIONABILI.
Di fatto, esistono zone allagabili nelle nostre campagne e il periodo stesso
autunnale delle piene corrisponde alla messa a riposo della terra dopo i raccolti.
Eventuali danni ai coltivi ed alle case isolate di agricoltori sono molto meno gravosi
di quelli di interi paesi sott'acqua o addirittura di quartieri della città e sicuramente
più facilmente e rapidamente rifondibili.
Si tratta in molti casi di vecchie golene strappate ai corsi d'acqua che
potrebbero gradualmente tornare al loro antico ruolo.
Di fatto, sono casse d'espansione naturali,
le antiche aree golenali fa ripristinare in parte.

Serioli Giuliano

ReteambienteParma




venerdì 1 febbraio 2019

AUTORITA' DI BACINO E DIGA DI VETTO

L'Autorità di bacino del Po è stata investita dalla Regione Emilia del 
ruolo di decisore della fattibilità tecnica di un invaso a Vetto.
Dopo l'alluvione a Lentigione il problema è anche di sicurezza nei 
confronti della popolazioni della bassa, ma il problema principale è 
irriguo :
manca l'acqua nella Pedemontana, sia Reggiana che Parmigiana.
La temperatura degli ultimi anni tende a crescere e nel contempo le 
piogge tendono a diminuire nella media annuale.


Di più, le piogge durano poco ma con una intensità mai vista prima. 
Arrivano prevalentemente in autunno, dopo la siccità estiva, e trovano 
una terra indurita
per cui scivolano via verso il torrente Enza ingrossandolo a dismisura. 
Di quell'acqua non filtra niente nel suolo, va direttamente in Po, 
magari facendo
danni, come a Lentigione o come nel quartiere Montanara a Parma nel 2014 
ad opera del torrente Baganza.
I coltivi di pianura hanno bisogno d'acqua soprattutto d'estate ma la 
falda ne ha sempre meno e i pozzi nella pedemontana arrivano a pescare 
fino a 100
metri di profondità. Siamo alla frutta, manca l'acqua nella zona del 
parmigiano reggiano. Occorre trovare una soluzione in fretta.
L'annoso e sterile dibattito sulla diga di Vetto torna improvvisamente 
di attualità.
Ma non i 120 milioni di m3 di invaso del vecchio progetto caldeggiato 
dal povero Lino Franzini, sindaco di Palanzano, lasciato solo a parlare 
al vento  sognando
uno sviluppo turistico della montagna legato al lago. Un sogno folle e 
sterile come l'invaso di acque grigiastre sul torrente Arda testimonia 
da tempo.
No, uno di dimensioni molto più contenute, pare di 40 milioni di m3, 
utile alla bisogna, ma senza essere troppo invasivo, che metta d'accordo 
tutti, ambientalisti ed agricoltori e senza, soprattutto, scontri 
ideologici tra fautori delle dighe e loro detrattori.
Ma come faranno i nostri tecnici a fare i conti coi problemi che una 
diga comporta nel nostro territorio montano?
Con l'interruzione del deflusso di subalveo del torrente, quello che 
alimenta la falda sotterranea della conoide pedemontana?
Dove pescheranno l'acqua i pozzi degli agricoltori se già ora non la 
trovano a 100 metri di profondità?
Ma soprattutto, come farà il lago che si creerà a monte della diga a non 
riempirsi di sedimenti per l'enorme trasporto solido delle acque di piena?
Occorre, infatti, considerare la struttura flyschoide-argillitica delle 
rocce della valle che le piogge battenti eroderanno in gran quantità 
convogliandole
all'interno dell'invaso.
Come si farà, in tal modo, a produrre energia elettrica? Fatale sarà 
ogni 2 o 3 anni svuotare il lago e togliere i sedimenti che havranno 
preso il posto dell'acqua.
Non è più ragionevole, come afferma il professor Valloni, dotare l'asta 
del torrente di laghetti di cava o artificiali nella conoide in modo 
che  si allarghi la
falda sotterranea alimentata dalle piogge primaverili ed invernali?
Non è più logico dotare il torrente di traverse che portino l'acqua a 
tale sistema di laghetti quando le piene autunnali rovescieranno il loro 
carico abnorme?
Trattenedone una parte consistente in modo che la bassa non vada sotto?
Molto meglio un progetto di fiume che non una diga, o che una cassa 
d'espansione.
Si, meglio anche di una cassa d'espansione. Perchè se il futuro ci 
riserva le sorprese sgradevoli di un cambiamento climatico è chiaro che 
neanche una cassa d'espansione di capacità millenaria sarà in grado di 
far fronte alle masse d'acqua che tali eventi produrranno. Mentre 
tracimazioni controllate in terreni agricoli
riusciranno a sfogarle senza arrivare nei centri abitati.
La rifusione dei danni sarà molto meno costosa di dighe o casse 
d'espansione, per le quali si parla di diverse decine di milioni di euro.


Vetto d'Enza 31-01- 2019

Serioli Giuliano

ReteambienteParma

venerdì 28 dicembre 2018

DIGHE,CASSE E PERICOLO ALLUVIONI

Si fa un gran parlare di dighe e casse d'espansione quali soluzioni definitive ai problemi posti dalle ultime alluvioni.

Il tempo di ritorno di un evento meteo, come una forte pioggia, o addirittura un'alluvione, è T= 1/p. In cui p è la probabilità.

Quando T =1/100 vuol dire che la probabilità che un evento capiti negli anni a venire è dell'1%. Quando T =1/1000 e dell'uno per mille.

L'alluvione che ha colpito la città nell'ottobre 2014 ha avuto un tempo di ritorno duecentennale, T=1/200.

Cioè la probabilità che si verifichi altre volte è molto bassa statisticamente.

Ma la statistica riguarda lo storico delle alluvioni già avvenute, non contempera variabili nuove come il cambiamento climatico in atto.

Peraltro, come riportato in studi del prof. Valloni, già in passato il livello di piogge che ha colpito il nostro Appennino era incredibilmente predittivo di ciò che sarebbe successo dopo : nel 1970 il livello di piogge a Marra aveva un tempo di ritorno addirittura millenario dopo 9 ore di pioggia. L'Appennino settentrionale, come ci testimonia la Liguria, non è solo colpito da nord ma è barriera perpendicolare ad ogni sistema di nubi che arrivi da sud.

Col cambiamento climatico in atto non è solo in grave pericolo alluvioni la Liguria, ma anche l'alta pianura dell'Emilia, l'altro versante del Nord Appennino.

Le dighe in montagna per prevenire le alluvioni in pianura sono pura follia.

Quella di Vetto di cui si parla, ma anche quella ipotizzata ad Armorano in val Baganza, finirebbero con l'essere una enorme occupazione di suolo montano e soprattutto distruzione di boschi con una misera produzione di energia eletterica a meno che non si voglia che il salto sia massimo e l'acqua raggiunga il colmo stagionale.

Cosa estremamente pericolosa. Infatti, in caso di forti piogge a monte, l'acqua tracimerebbe dalle dighe provocando un disastro peggiore dell'alluvione medesima.

In più, le fondamenta necessarie alla costruzione di una diga bloccherebbero del tutto la corrente di subalveo che alimenta le conoidi di sbocco dei torrenti nell'alta pianura, il cui spessore arriva anche a 100 metri, togliendo acqua ai pozzi che servono ad irrigare i coltivi, già di loro non sufficienti alla bisogna.

Quindi anche la funzione irrigua, tramite canalizzazioni, delle dighe stesse sarebbe vanificata dall'interruzione della corrente di subalveo.

Da una parte si darebbe acqua e dall'altra la si toglierebbe.

Un non senso logico ed uno sperpero di soldi pubblici.


La ipotizzata diga di Vetto, di cui si è tornato a parlare in alto loco, fa male alla montagna.

L'invaso così creato si riempirebbe rapidamente di sedimenti apportati dall'Enza e dal Cedra, data la litologia prevalentemente argillitica del substrato roccioso.

Quella massa d'acqua dell'invaso che si produrrebbe avrebbe un effetto anche sui versanti montani, creando frane e dissesti.

Quanto al preconizzato vantaggio turistico occorre pensare all'effetto che i sedimenti argillitici avranno sulla colorazione del lago, non dissimile dalle acque grigiastre dell'invaso di Mignano nel Piacentino in cui, per di più, circa il 20% del volume invasato viene a disperdersi per percolazione, infiltrazione ed evaporazione prima che l’acqua giunga alla bocca di presa dell’agricoltore.

Lo stesso direttore dell'Agenzia di bacino del Po ammette che la cassa d'espansione del Casale di Felino non è sufficiente a fermare le piene che arriveranno col cambiamento climatico. Che occorreranno anche tracimazioni controllate.

Ma è ciò che sosteniamo noi!

Perchè allora spendere 1,7 milioni per un studio esecutivo della cassa della durata di un anno se non risolve il problema alluvioni?

Perchè soprattutto spendere 61 milioni per costruirla che diventeranno sicuramente 80 a lavori ultimati?

Perchè costruire una cassa al Casale che non garantisce da alluvioni nemmeno Colorno?

Quando la soluzione c'è e costa molto meno.

Quando la soluzione delle tracimazioni controllate permette di modulare gli interventi a seconda dei cambiamenti in atto, allagando parti di campagna nei mesi di fine ottobre/novembre quando i coltivi sono stati già raccolti, attraverso sfioratoi negli argini direttamente collegati al monitoraggio delle piagge in alta montagna?

Risarcendo direttamente gli agricoltori, coivolti in tal modo in una DIFESA ATTIVA, con costi molto inferiori a quelli della cassa?

la gente ormai ha capito, le grandi opere servono solo a chi le costruisce per far soldi.

domenica 22 aprile 2018

Che senso ha

Globalizzazione, finanziarizzazione dell'economia, sviluppo industriale e commerciale senza limiti, il mondo corre vero un disastro devastante.
Tutto ciò che è deleterio per la salute deriva dall’intervento dell’uomo sulla natura.
Dall'aria che respiriamo, ai boschi, alle campagne, ai coltivi, al paesaggio che dovrebbe riempirci gli occhi, non vi è luogo dove l’uomo abbia messo le mani, inaridendo il pianeta.


E' consumo di suolo la Tibre (Tirreno Brennero) che si attorciglia all'alveo del Taro, cementificando ed asfaltando senza sapere a cosa serva, per la collettività, quel troncone monco.
E' consumo di suolo la cassa d'espansione sul Baganza, che presto vedrà nascere il cantiere al Casale di Felino. Campagna cementificata per ottocento ettari, quando sono state delineate valide alternative per mettere in sicurezza il territorio dalle esonsdazioni del torrente.
E' consumo di suolo la costruzione incessante di supermercati ed ipermercati attorno alla città, cui si sommano magazzini e megastalle in aperta campagna, senza che l'idea di edificare "al netto del consumo di suolo" sia minimamente applicata perchè totalmente assente dalla logica delle amministrazioni, nonché dalla legislazione vigente.
Non è considerato consumo di suolo, però, il taglio ceduo dei boschi in montagna, in quanto si intende che il bosco ricrescerà, rinnovandosi.
Ma è solo astratta teoria.
Nella pratica invece il suolo si degrada e si consuma.
Il taglio raso matricinato lascia un soprasuolo indifeso ai picchi sempre più acuti delle intemperie e le gemme delle matricine come bocconi per gli ungulati.
Il taglio generalizzato del ceduo invecchiato, cui stiamo assistendo da tempo, sta letteralmente mangiando il manto boschivo di alcune zone della nostra montagna.
A nulla vale l'opinione degli stessi tecnici forestali, contraria al taglio raso del ceduo invecchiato e favorevole ad un suo diradamento solo se selettivo.
I progetti sono dettati alle amministrazioni dalle industrie dei combustori che producono stufe a pellet e centrali a cippato e rischiano di accrescere ancor più i tagli, addirittura nei parchi come quello del monte Fuso.
La perdita di manto boschivo compromette il suolo stesso di zone a forte pendenza.
Il consumo di suolo boschivo non avviene quindi solo in Amazzonia, il taglio raso matricinato nei nostri boschi ne è un esempio vicinissimo a noi.
Tagliare tutte le piante di un pendio montuoso, tranne qualche sottile matricina, significa degradarlo e condannarlo all'asportazione di humus al primo violento acquazzone.
Spesso significa sottoporlo addirittura a frane per colamento se il pendio è ripido (acclività del 100%, oltre i 45° di pendenza).
Le future bombe d'acqua in montagna troveranno sempre meno manto boschivo a frenarne la violenza e il tempo di corrivazione sarà sempre più rapido.
Dai ripidi pendii verrà giù di tutto, ad accrescere il livello dei torrenti.
Le piene diventeranno sempre più disastrose perché sarà maggiore il trasporto solido in sospensione. A simili disastri si opporranno lunghi periodi siccitosi in cui alle nostre campagne mancherà l'acqua alla cui fornitura non provvederanno certo le casse d'espansione sui torrenti, che devono sempre restare vuote, asciutte.
Una progettazione assurda quando non addirittura ridicola, fatta per compensare la cementificazione degli alvei dei torrenti, con una concezione perennemente emergenziale dell'assetto idrografico del territorio.
Di recente Legambiente ha reso noto che si è tolta da un tavolo di discussione orchestrato dalla Regione perché solo formale.
In realtà pare stia prendendo piede l’idea di un grosso bacino in montagna, la diga di Vetto.
Anche le dighe, oltre che cementificazione, sono consumo di suolo. Migliaia di ettari di superficie boschiva saranno invasi dall'acqua e si perderanno.
Acqua trattenuta in un invaso, probabilmente a scopo irriguo in pianura, senza tener conto del fatto che si blocca in tal modo la corrente di subalveo del torrente che alimenta i pozzi della conoide nell'alta pianura.
Trattenere acqua per perderne altra. Che senso ha?

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

domenica 11 febbraio 2018

Dighe e casse, il disastro è servito

Esporre con competenza e chiarezza le proprie idee.
Per favorire un’opposizione convinta e informata alle decisioni imposte dal potere amministrativo e politico.
La sicurezza della pianura si determina in montagna, mantenendo l'effetto spugna del manto boschivo.


La realtà attuale vede invece un disboscamento dissennato con tagli a raso.
Una sicurezza che non si costruisce attraverso dighe in montagna, la cui acqua trattenuta è la stessa che verrebbe a mancare nelle conoidi dei torrenti al loro sbocco nell'alta pianura.
Reteambiente ha già spiegato come impedire le alluvioni attraverso invasi a lato dei torrenti in cui sversare le piene e se necessario col rialzo degli argini e l'introduzione di fioratoi con cui allagare tratti di campagna a cui poi rifondere i danni. Un concetto di difesa attiva, già in parte delineato dal Consorzio di bonifica.
La spesa sarebbe molto inferiore a quella della grande opera, diga o cassa che sia.
Il problema di Colorno che va sott’acqua è causato, oltre che dall'imperizia nel far funzionare la cassa sul Parma, soprattutto dal fatto che il torrente si restringe molto nella bassa e l'acqua si innalza in proporzione. Per risolvere il problema di Colorno dovrebbe essere costruita una piccola cassa in golena prima dell'abitato, che metta definitivamente in sicurezza il paese.
I sindaci dicono che in montagna, in alcune decine di anni, il bosco ha preso il posto dei prati. Altrettanto vero è che da una decina di anni il taglio del bosco è invasivo, speculativo, industriale. Taglio raso con rilascio di matricine.
Piante sottolissime sempre sotto la norma (che prevede almeno 10 cm. di diametro delle stesse) che vengono spezzate regolarmente dalla neve e scalzate dall'acqua dei temporali. Quello che resta è un terreno fortemente acclive, privo di piante le cui radici siano in grado di trattenere il suolo, e costellato di cespuglieti per almeno dieci anni. Un bosco che tornerà a svolgere la sua funzione solo dopo venti o trent'anni.
Un cespuglietto in terreno fortemente acclive non trattiene il suolo come fanno le radici di un bosco. Questi versanti devastati con piogge forti franano a valle.
E' già successo a Pietta, a Marra, a Boschetto, ovunque i tagli si siano combinati con le frane.
Altro problema la scorta d'acqua per usi molteplici, che le casse d'espansione non affrontano nemmeno (devono sempre rimanere vuote). Qualcuno pensa di risolvere con dighe in montagna come la proposta di Franzini a Vetto.
Meglio sarebbe trattenere l'acqua delle piene in invasi lungo l'asta dei torrenti e usarla per innaffiare nella stagione secca. E' un'estensione della difesa attiva della Bonifica.
Il rilascio vitale minimo a valle di una diga, cui accennano i propugnatori delle dighe, quali falde rimpingua? Quelle di montagna? Ma lì la falda è già a livello superficiale. Mentre l'interruzione della corrente di subalveo che la diga comporta fa mancare l'acqua proprio dove è carente d'estate, in pianura, nelle conoidi alluvionali di sbocco dei torrenti.
In altre parole, che senso ha trattenere l'acqua in montagna con una diga, se la stessa fa mancare l'acqua in pianura?
E' assurdo.
Una diga in montagna, poi, per ripagare la spesa della cementificazione, dovrebbe produrre energia elettrica. Ma per produrla occorre che l'acqua nella diga sia al colmo o quasi perchè ci sia un salto sufficiente a mettere in moto la turbina. Ma allora quell'acqua non può andare da nessuna parte, non può essere portata giù per uso irriguo.
Inoltre, una diga crea un lago, cioè un consumo di suolo e di bosco. Quella massa d'acqua importante tende a basculare sui versanti, costituisce un fattore di pressione e di erosione sugli stessi, già portati di loro, per struttura sedimentaria, ad essere franosi.
Il lago sarò fonte di ulteriori condizioni di instabilità dei versanti.
Sono soluzioni senza vantaggi, ma con disastri assicurati.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

mercoledì 25 ottobre 2017

Sole nudo di pianura

Splende il sole sulla Pianura Padana.
Un vento provvido ha scacciato il manto grigio delle polveri sottili.
Un fenomeno raro e momentaneo, presto PM10, polveri ultrasottili e benzopirene torneranno ad accumularsi e a soffocarci.
Auto, impianti industriali, allevamenti intensivi e centrali a biogas saranno di nuovo padroni dell'aria che respiriamo, cui si aggiungerà con l'inverno il riscaldamento domestico, i caminetti a legna, le stufe a pellets.


La meraviglia della nebbia in val Padana, una volta consueta, trasformata in una cappa di smog giallo scura, un mix di veleni che fa del nostro territorio il più pericoloso al mondo per la salute.
Il problema è la contemporaneità con cui si sta verificando questo accumulo con altre crisi: i cambiamenti climatici, la perdita di suolo e di habitat, l’alterazione dei cicli dei nutrienti, la sovrappopolazione, la mancanza di acqua dolce, le risorse rinnovabili in rapido degrado.
La nostra società considera gratuite le risorse naturali.
La speculazione non investe nulla per il loro riuso e rinnovo, le consuma e basta.
Assieme all'aria, anche suolo ed acqua sono gravemente minacciati.
Nei centri storici delle nostre città solo vetrine del lusso.
La spesa ormai solo nei supermercati cresciuti come funghi a fianco dei precedenti e di magazzini abbandonati per la crisi. Ma, paradossalmente, il traffico auto anche nel centro è sempre più intenso.
Sciami di auto lungo i viali contendono la strada ad autobus sempre più giganteschi ed inquinanti.
Forse è il momento di ripensare il tutto.
Pedonalizzare tutto il centro entro i viali, con le eccezioni ai mezzi che riforniscono e agli autobus, piccoli ed elettrici.
I parcheggi a pagamento in centro usarli gratuitamente per i residenti.
Attivare seriamente i parcheggi scambiatori per chi arriva da fuori, fornendo un servizio autobus rapido che porti ai viali.
I viali percorsi in continuazione da un servizio autobus che permetta di arrivare ovunque velocemenete, anche in centro.
Eliminare gli autobus a gasolio, quelli troppo ingombranti e arrivare in pochi anni a mezzi solo elettrici.
Il consumo di suolo e la sua copertura avanzano a macchia d'olio oltre le periferie.
Il pericolo del ruscellamento rapido dell'acqua piovana dalla città verso la bassa è sempre maggiore e provocherà allagamenti sempre più frequenti in ragione delle bombe d'acqua previste. Le piccole casse d'espansione sui canali collettori non basteranno ad impedirlo.
Campagne sempre più siccitose e bisognose d'acqua per il cambiamento climatico, ma anche per la mancata conservazione dell'acqua piovana.
Autorità senza alcun progetto integrato per la difesa dalle alluvioni ed il riuso dell'acqua da stoccare. Sanno solo progettare altro consumo di suolo (casse d'espansione) e dighe in montagna che provocheranno ulteriore carenza d'acqua nelle conoidi dell'alta pianura per il blocco delle correnti di subalveo che alimentano quest'ultime.
Senza considerare la perdita di suprficie boschiva per il laghi creati.
La sicurezza della città dalle alluvioni dei torrenti in piena sta nell'effetto spugna dei boschi, nella manutenzione dell'alveo, in un contratto di difesa attiva coi contadini dell'alta pianura per la manutenzione degli argini e lo sfioramento delle piene nelle cave in disuso e in invasi
in cui conservare l'acqua per l'irrigazione estiva.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

lunedì 25 luglio 2011

Montagna, la meraviglia e il disastro

Ad un turista o ad un camminatore la nostra montagna appare come un regalo meraviglioso della natura. Il manto verde dei boschi risale compatto lungo i suoi versanti, occupando quelli che fino a quarant'anni fa erano solo dirupi e prati.
Il verde si insinua in frane antiche, rassodandole, si inerpica per pendii rocciosi colonizzandoli, arriva ormai fin sopra gli alpeggi e oltre i laghi glaciali, conquistando nuovi spazi in altitudine.
Tutto quel verde, agli occhi di chi è preoccupato per l’ambiente, appare come una benedizione.
Una maggior massa traspirante di piante significa aria più pulita.
Una maggior produzione di ossigeno si traduce in maggior contrasto ai veleni che risalgono dalla
pianura. Vuol dire maggior sequestro di CO2, in contrasto all’effetto serra.
E significa anche maggior contenimento delle polveri sottili, che fumi di industrie e inceneritori producono sempre più, unitamente alla crescita tentacolare di autostrade, l'incremento delle auto circolanti con i loro mefitici scarichi.
Ma ad un montanaro che abita e vive ancora in uno di quei borghi di alta quota, tutto quel verde, cresciuto oltre ogni immaginazione, gli rammenta il sempre maggior abbandono in cui versa la sua terra.
La popolazione è sempre più composta di anziani, il lavoro è quasi scomparso e i pochi giovani, già attratti dalle luccicanti illusioni delle città, se lo vanno a cercare là.
Il turismo invernale si è rivelato un miraggio.
Non c’è neve per tutto l’inverno e non c’è abbastanza freddo perché duri quella artificiale sparata con i cannoni. Le piste sono quasi sempre inutilizzate e tanti soldi pubblici sono stati sprecati inutilmente per spianare interi versanti dei crinali, abbattendo le foreste.
La gente che scia, poi, scavalca i borghi, senza lasciar cadere nemmeno la mancia.
Ma è il turismo complessivo che è in ritirata.
In montagna va sempre meno gente. I fine settimana e il mese di agosto non bastano a sostenere le attività commerciali, ogni anno qualche altro negozio chiude. Le scuole di certi borghi sono già a rischio chiusura e nei prossimi anni verranno trasferite altrove.
Ogni posto o servizio che chiude è percepito dai montanari come un disastro, a cui non sanno opporsi.
Le proposte di sviluppo che puntano ad ambiente e natura sono viste dai montanari come fumo negli occhi, non si vede infatti in esse uno sbarramento al disastro.
I montanari invece sono pronti ad osannare chiunque proponga qualcosa di concreto, fosse pure un progetto speculativo, purché dia loro qualcosa, anche solo l’illusione di una possibilità di vantaggio economico seppur minimo.
Sono disperati e diventano facile preda della speculazione.
E la speculazione è sempre al lavoro, non dorme mai.
Magari ripropone vent’anni dopo la diga di Vetto, o un suo surrogato minore, approfittando del fatto che produrre energia da fonti rinnovabili è un mantra in grado, oggi, di aprire tutte le porte e di coprire qualsiasi malefatta.
E’ risaputo, ormai, che ogni diga al mondo accresce l’erosione a monte e sottrae acqua a valle, invece di conservarla. Le perdite di acqua causate dalle centrali Enel in val Cedra sono del 50%, secondo una stima Iren. Una diga sottrae territorio: boschi e pascoli, invasi dall’acqua. Una diga non serve a limare le piene, perché stante l’altezza dell’acqua che deve restare costante per la produzione di energia elettrica, quando l’acqua sale velocemente per le piogge, la diga deve scolmarla subito per evitare che tracimi e che ne sia travolta.
L’erosione, accresciuta a dismisura, riempirà velocemente di argille rosse, tipiche della val d’Enza, il bacino che si formerà, interrandolo. Si ridurrà così progressivamente sia la produzione di energia che di acqua pulita, a causa dell’accresciuta mole della depurazione. I soldi ricavati caleranno e quelli promessi alla montagna come compensazione si ridurranno da bricole a niente.
Il lago che si creerà sarà di color rosso, intonato alle argille, che significa che spazzerà via ogni illusione di ipotetico sviluppo turistico.
Oppure la speculazione si getterà sulla legna da ardere, come già sta avvenendo.
Interi ripidi versanti sono diventati desolatamente nudi, presto saranno preda dell’opera dilavante dell’acqua, senza più il freno della massa compatta degli alberi. Altre frane e collegamenti stradali interrotti ne saranno la logica conseguenza.
Strade che sono già seriamente logorate per il continuo via vai di mezzi pesanti e autocarri che portano altrove la legna.
Il prezzo della legna sta addirittura calando, è oggi a 6 euro al quintale, che significa che l’offerta ha già superato la pur consistente domanda. La speculazione in questo caso ha messo radici più degli alberi e si taglieranno sempre più piante, per sempre meno soldi. La sostenibilità dei tagli, dicono i dati della comunità montana Parma est, è già fuori controllo ed è a rischio la stessa rinnovabilità dei boschi.
Così la tendenza attuale verrà invertita e tutto quel verde comincerà a diminuire.
Anche alla faccia di quel funzionario della Provincia che in un’assemblea pubblica a Langhirano affermava che “siamo seduti sul petrolio senza saperlo: la legna”.
Il picco della legna lo si raggiungerà, di certo, molto prima di quello del petrolio, che pure è già al limite.
La speculazione punta soprattutto sulle energie rinnovabili.
In montagna, tranne eccezioni come il municipio di Monchio, i comuni sono in bolletta, quando non addirittura indebitati, e la speculazione ha gioco facile ad impiantare parchi fotovoltaici, facendo man bassa degli incentivi, lasciando ai comuni solo i soldi dell’affitto dei terreni.
Si può fare anche peggio, come i progetti di parchi eolici di cui si sente parlare sempre più spesso.
I massicci investimenti necessari escluderanno ancor di più gli enti locali, a tutto vantaggio delle finanziarie e delle aziende costruttrici, golose di certificati verdi. La poca energia che produrranno non compenserà i danni ai crinali e alle cime, con disboscamenti ulteriori per le strade e cementificazioni imponenti per i basamenti delle torri eoliche.
E siamo arrivati alla ciliegina sulla torta.
In Regione e in Provincia si annuncia l'intento di impiantare nella nostra montagna decine di centrali termiche a cippato di legna, prodotto col taglio industriale dei boschi, soprattutto di castagno.
A sentir loro c’è un’enorme serbatoio di legna disponibile ogni anno, qualcosa come 393 mila tonnellate. Ma i conti sono sballati e fasulli. I tagli si sommerebbero a quelli della speculazione della legna da ardere, già eccedenti la sostenibilità ambientale dei nostri boschi.
Ogni borgo dovrebbe così avere la sua centrale a biomassa, che emetterà fumi e polveri sottili in quantità industriali, visto che il filtro a ciclone previsto non abbatterà gli inquinanti se non in minima parte.
Le centrali dovrebbero sostituire col teleriscaldamento le stufe a legna dei privati cittadini e le loro ben più nocive emissioni. Nella realtà, la maggior parte delle abitazioni riscaldano già con moderne stufe a pellet le cui emissioni sono di circa 5 mg/m3, mentre quelle delle centrali sono di 50 mg/m3 dieci volte in più, sempre a patto che l’umidità del cippato non superi il 20%.
Eventualità molto difficile: occorrerebbe che fosse sempre secco.
Il progetto è comunque antieconomico. A fronte di un costo elevato della centrale e del tracciato del teleriscaldamento, centinaia di migliaia di euro, che graverebbe sulle casse del comune, sarebbe molto meglio sovvenzionare con un sostegno finanziario piccole e moderne stufe a pellet per le private abitazioni, che tra l'altro otterrebbero dallo Stato il contributo del 55%, detraibile in 3 anni dalle tasse.
In sostanza le grandi centrali a legna sono inquinanti ed antieconomiche, ma soprattutto accrescono il disboscamento, riducendo di fatto il sequestro di CO2.
E' giunto il tempo di sfatare la convinzione che l’incenerimento di biomasse legnose sia a somma zero di CO2. Un versante denudato col taglio raso, con quelle sottili e rade matricine rimaste, impiegherà anni perché abbia una massa traspirante sufficiente a catturare la stessa CO2 di quando il bosco era in piedi, mentre la legna prodotta dal taglio e bruciata in poco tempo, immetterà in ambiente, e subito, una grossa quantità di anidride carbonica.
Affermare che bisogna accrescere le superfici boschive e nello stesso tempo considerare le biomasse legnose parte integrante delle foti rinnovabili è una contraddizione che non sta né in cielo né in terra e che l’Europa deve risolvere.
L’unico patrimonio che ha la montagna è dato dai boschi, dall’aria pura e dall’acqua pulita.
Se un ambientalista cerca di condividere questo pensiero con i montanari, loro sbuffano e si spazientiscono.
Non gli basta.
Vogliono che i borghi tornino a vivere.
E hanno ragione.
Questo però non succederà, se rinunciano anche ad una sola di queste risorse.
Chiunque proponga progetti insostenibili sbandierando compensazioni in soldi o posti di lavoro (poche briciole, poche unità), in realtà ha in mente di portarsi via ben di più, a favore del proprio portafoglio, a scapito dei territori.
Sia esso un amministratore, un politico o un’impresa, di speculazione stiamo parlando.
Una delle strade da percorrere per aiutare la montagna a crescere è usare il fotovoltaico per raggiungere l'indipendenza energetica e per finanziarsi.
Fondare ad esempio una Esco, capitalizzarla per ottenere il mutuo e diventare proprietari dell’impianto, coinvolgendo i tetti e gli artigiani del paese.
I soldi ricavati posso avviare la ristrutturazione dei borghi orientata al risparmio energetico.
Defiscalizzare completamente, e per un considerevole numero di anni, chiunque voglia stabilirsi in montagna ad avviare un’attività artigianale, mettendogli a disposizione la possibilità di prestiti a la disponibilità gratuita di uno stabile abbandonato da ristrutturare.
Applicare norme per le produzioni alimentari artigiane diverse dall’industria, in modo da non impedire lo sviluppo di piccole attività richiedendo tecnologie ed impianti sovradimensionati.
Accordarsi a livello intercomunale per un sito comune di macellazione carni e conservazione refrigerata degli alimenti.
Proporre all’università la creazione di laboratori post laurea nei borghi, per l’avviamento al lavoro e alla ricerca su committenza sociale dei neolaureati. Laboratori che, con l’appoggio finanziario delle fondazioni bancarie, siano in grado di operare direttamente sui problemi della montagna: frane, strade, alvei dei fiumi, zootecnia, forestazione ed energia.
Legare lo sviluppo turistico allo sviluppo dei parchi, privilegiando un turismo consapevole dell’ambiente e legato ad una ricezione sia agrituristica effettiva che ad una ristrutturazione e crescita della ricezione delle alte vie, tipo Lagdei, Lagoni, rifugio Lago Santo.
Un turismo minuto ma attivo, capace di trovare da sé i canali logistici e culturali della propria diffusione, a tutto vantaggio della rivitalizzazione dei borghi.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
Aria Acqua Suolo Risorse Energie
Comitati Uniti per la Salvaguardia del Territorio Parmense

comitato pro valparma - circolo valbaganza - comitato ecologicamente - comitato rubbiano per la vita - comitato cave all’amianto no grazie - associazione gestione corretta rifiuti e risorse – no cava le predelle

mercoledì 15 giugno 2011

Selvanizza: la guerra delle due dighe

Venerdì 10 giugno a Selvanizza affollata assemblea pubblica su 'montagna e rinnovabili'. Lo studio ing. Lariucci ha presentato per conto del Pd un progetto di bacino in località La Mora, presso Selvanizza, in grado
di raccogliere sia le acque del Cedra che dell'Enza. La diga in cemento armato, alta 55m con pelo libero dell'acqua fino a 40m, creerebbe un invaso di circa 7 milioni di m3, neanche un decimo dei 90 milioni di m3
pensati per la diga di Vetto. Un piccolo bacino molto meno invasivo del precedente progetto, è stato detto, e tuttavia in grado di alimentare tre centrali idroelettriche a scalare con le condotte forzate fino a Cerezzola, capaci di produrre circa la metà dell'energia elettrica che avrebbe prodotto quella di Vetto. In più, un sistema di filtraggio a vasca di decantazione a gravità, a valle della diga, in grado di rifornire di acqua potabile incontaminata la grande sete della pianura. La spesa per realizzarla : circa 60 milioni di euro. Recuperabili rapidamente, a detta del sindaco Moretti di Monchio, con i proventi annui dell'elettricità e degli incentivi verdi ( 6 milioni) e con lavendita annua dell'acqua ( 8 milioni).
A rompere l'incantesimo di tutto quell'oro colato gli interventi rabbiosi dei promotori della diga di Vetto, sentitisi abbandonati dopo tante assemblee in montagna in cui quegli stessi amministratori si erano detti antusiasti del loro progetto. Il bacino troppo piccolo. La fame d'acqua degli agricoltori della bassa non soddisfatta. Perfino il pericolo che quella massa d'acqua, col suo peso, facesse franare i versanti già di di per sè instabili. Insomma non gli andava bene niente.
Imbarazzo. Rabbia. Interventi tesi ed obliqui. Discorsi che rivelavano che era già da un pò che i due contendenti si facevano sgarbi e si accusavano di scorrettezze.
Era di scena la guerra delle due dighe.
Paradossalmente, a stemperare gli animi e a concentrare di nuovo l'attenzione di tutti, proprio l'intervento di reteambiente. Certo, un bacino piccolo era meno invasivo per l'ambiente. I numeri economici parevano allettanti. Lo stesso assessore provinciale alle attività produttive, Danni, aveva però ammesso che l'assetto intero della valle ne sarebbe stato alterato e che forse c'era anche da pensare a soluzioni
alternative come l'eolico.
Insomma si era davvero sicuri che sia l'una che l'altra diga non creassero più problemi di quanti ne risolvano? Si era a conoscenza che il lago artificiale creato anni fa nel piacentino, a Lugagnano, ha attorno il deserto e non certo un eldorado turistico? Che produce sempre meno elettricità perchè tende sempre più a interrarsi? Che il suo colore non è azzurro ma grigio, per la sedimentazione delle argille che la presenza stessa dell'invaso ha contribuito ad erodere ancor più massicciamente nell'alta valle?
La stessa situazione si creerebbe in val d'Enza. Qualsiasi diga farebbe retrocedere l'erosione a monte accrescendola e scavando in alto le argille rosse la cui sedimentazione non potendo sfogarsi più giù si
fermerebbe tutta nel lago, riempiendolo in pochi anni. Il che vuol dire che ci si ritroverebbe con un lago torbido e di colore rosso che significherà zero attrattiva turistica. Un lago che si riempie in fretta
vuol dire aempre meno produzione di energia elettrica. Un lago torbido e un'acqua carica di sedimenti in soluzione significa una spesa molto più massiccia per la sua depurazione e addio ai soldi facili della sua vendita.
Sia nell'uno che nell'altro caso gli scenari e i numeri economici prefigurati sarebbero stati da correggere o addirittura da cancellare.
Da ultimo, il peso della massa d'acqua avrebbe avuto un pesante effetto sulla stabilità dei versanti argilloso-calcarei, facendoli franare e con essi i boschi.
Una valle disastrata, ecco cosa ci si sarebbe dovuti aspettare.
Molto meglio puntare sul fotovoltaico. Meglio le Esco municipali, capitalizzandole con quello che c'è : scuole, immobili pubblici, terreni e ottenere mutui con cui intestarsi la proprietà degli impianti. Con gli incentivi pubblici investire sull'economia locale creando posti di lavoro. Non altro.
Anche i comuni indebitati, in questo modo, potrebbero seguire l'esempio di Monchio e investire nella ristrutturazione delle case del borgo. Non è il progetto della Provincia, quello del fotovoltaico insieme, che ha
seminato solo briciole ai comuni dando la gran parte dei soldi degli incentivi alle aziende e alle finanziarie.
E anche l'assessore Danni, poi, si era detto d'accordo con le Esco comunali.
Gli applausi e le strette di mano dei montanari per il forestiero e il suo discorso fuori dalle righe.
Poi la fine e i conciliaboli tra i guerreggianti in provvisorio armistizio.

Parma 13- 6 - 2011
Serioli Giuliano