"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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martedì 12 febbraio 2019

FALDE ACQUIFERE ED ALLUVIONI


Uno dei modi di ricarica naturale delle falde acquifere è l'inondazione
di aree estese in occasione delle piene.
Alle falde acquifere delle conoidi dei torrenti appenninici manca
l'acqua nelle estati siccitose.
Per trovarla si arriva a pescare nei pozzi fino a 100 metri di profondità.
Si fa un gran parlare di invasi di montagna con dighe per trattenere
l'acqua e rifornire così la pianura,
con gravi problemi di costi, di perdita di aree boschive SIC ( siti di
interesse comunitario) e di erosione dei sedimenti rocciosi delle nostre
montagne.
La logica suggerirebbe di ricaricare tali falde sotterranee durante le
piene autunnali,
alluvionando le campagne con esondazioni controllate e sfioratoi
appositamente dedicati.
Servirebbero anche traverse per convogliare parte dell'acqua torrentizia
in vasche di sedimentazione e di ricarica, usando cave estinte.
Ma il principio da utilizzare è di conservare l'acqua di alluvioni
controllate per ricaricare con la stessa le falde sotterranee.
Si eviterebbe così la necessità di manufatti costosi ed insufficienti,
come dighe montane e casse d'espansione in pianura,
che porterebbero ad una ulteriore, nefasta cementificazione del regime
acquifero e del nostro territorio.
A parte considerazioni ambientali e di costi, il problema generato da
tali manufatti è l'eccesso di sedimenti che in breve tempo
ne pregiudicherebbe la funzionalità, dato il carattere argillitico del
substrato roccioso del nostro Appennino.
Al contrario l'estensione della falda sotterranea potrebbe essere
rimpinguata da pozzi a dispersione e da gallerie di infiltrazione a fianco
dell'asta torrintizia.
In pratica una cassa d'espansione non è altro che un innalzamento
abnorme degli argini di un torrente in un determinato sito.
Quello dell'innalzamento degli argini è una via senza sbocco per diversi
fiumi già troppo antropizzati. E' il Caso del Po, dove da tempo si
parla di tracimazioni controllate perchè innalzare ancor più gli argini
è impossibile e pericoloso.
Alcuni tecnici dicono che una cassa d'espansione è necessaria ma non
sufficiente.
E' un'affermazione che ha poco senso : se non è sufficiente non è
neanche necessaria. E l'alternativa esiste, è un'altra, aree alluvionabili.
Di fatto le zone alluvionabili ci sono nelle nostre campagne e i danni
ai coltivi ed alle case isolate di agricoltori sono molto meno gravosi
che non quelli di interi paesi sott'acqua e sono più facilmente e
rapidamente rifondibili.
Si tratta in molti casi di vecchie golene strappate ai corsi d'acqua che
potrebbero gradualmente tornare al loro antico ruolo.
Di fatto, sono casse d'espansione naturali e l'infiltrazione dell'acqua
le renderà ancora più fertili di quanto non siano oggi perchè l'acqua
stessa, trattenuta
in cave o laghetti artificiali, sarà utilizzabile nella stagione secca.

Serioli Giuliano

ReteambienteParma

venerdì 28 dicembre 2018

DIGHE,CASSE E PERICOLO ALLUVIONI

Si fa un gran parlare di dighe e casse d'espansione quali soluzioni definitive ai problemi posti dalle ultime alluvioni.

Il tempo di ritorno di un evento meteo, come una forte pioggia, o addirittura un'alluvione, è T= 1/p. In cui p è la probabilità.

Quando T =1/100 vuol dire che la probabilità che un evento capiti negli anni a venire è dell'1%. Quando T =1/1000 e dell'uno per mille.

L'alluvione che ha colpito la città nell'ottobre 2014 ha avuto un tempo di ritorno duecentennale, T=1/200.

Cioè la probabilità che si verifichi altre volte è molto bassa statisticamente.

Ma la statistica riguarda lo storico delle alluvioni già avvenute, non contempera variabili nuove come il cambiamento climatico in atto.

Peraltro, come riportato in studi del prof. Valloni, già in passato il livello di piogge che ha colpito il nostro Appennino era incredibilmente predittivo di ciò che sarebbe successo dopo : nel 1970 il livello di piogge a Marra aveva un tempo di ritorno addirittura millenario dopo 9 ore di pioggia. L'Appennino settentrionale, come ci testimonia la Liguria, non è solo colpito da nord ma è barriera perpendicolare ad ogni sistema di nubi che arrivi da sud.

Col cambiamento climatico in atto non è solo in grave pericolo alluvioni la Liguria, ma anche l'alta pianura dell'Emilia, l'altro versante del Nord Appennino.

Le dighe in montagna per prevenire le alluvioni in pianura sono pura follia.

Quella di Vetto di cui si parla, ma anche quella ipotizzata ad Armorano in val Baganza, finirebbero con l'essere una enorme occupazione di suolo montano e soprattutto distruzione di boschi con una misera produzione di energia eletterica a meno che non si voglia che il salto sia massimo e l'acqua raggiunga il colmo stagionale.

Cosa estremamente pericolosa. Infatti, in caso di forti piogge a monte, l'acqua tracimerebbe dalle dighe provocando un disastro peggiore dell'alluvione medesima.

In più, le fondamenta necessarie alla costruzione di una diga bloccherebbero del tutto la corrente di subalveo che alimenta le conoidi di sbocco dei torrenti nell'alta pianura, il cui spessore arriva anche a 100 metri, togliendo acqua ai pozzi che servono ad irrigare i coltivi, già di loro non sufficienti alla bisogna.

Quindi anche la funzione irrigua, tramite canalizzazioni, delle dighe stesse sarebbe vanificata dall'interruzione della corrente di subalveo.

Da una parte si darebbe acqua e dall'altra la si toglierebbe.

Un non senso logico ed uno sperpero di soldi pubblici.


La ipotizzata diga di Vetto, di cui si è tornato a parlare in alto loco, fa male alla montagna.

L'invaso così creato si riempirebbe rapidamente di sedimenti apportati dall'Enza e dal Cedra, data la litologia prevalentemente argillitica del substrato roccioso.

Quella massa d'acqua dell'invaso che si produrrebbe avrebbe un effetto anche sui versanti montani, creando frane e dissesti.

Quanto al preconizzato vantaggio turistico occorre pensare all'effetto che i sedimenti argillitici avranno sulla colorazione del lago, non dissimile dalle acque grigiastre dell'invaso di Mignano nel Piacentino in cui, per di più, circa il 20% del volume invasato viene a disperdersi per percolazione, infiltrazione ed evaporazione prima che l’acqua giunga alla bocca di presa dell’agricoltore.

Lo stesso direttore dell'Agenzia di bacino del Po ammette che la cassa d'espansione del Casale di Felino non è sufficiente a fermare le piene che arriveranno col cambiamento climatico. Che occorreranno anche tracimazioni controllate.

Ma è ciò che sosteniamo noi!

Perchè allora spendere 1,7 milioni per un studio esecutivo della cassa della durata di un anno se non risolve il problema alluvioni?

Perchè soprattutto spendere 61 milioni per costruirla che diventeranno sicuramente 80 a lavori ultimati?

Perchè costruire una cassa al Casale che non garantisce da alluvioni nemmeno Colorno?

Quando la soluzione c'è e costa molto meno.

Quando la soluzione delle tracimazioni controllate permette di modulare gli interventi a seconda dei cambiamenti in atto, allagando parti di campagna nei mesi di fine ottobre/novembre quando i coltivi sono stati già raccolti, attraverso sfioratoi negli argini direttamente collegati al monitoraggio delle piagge in alta montagna?

Risarcendo direttamente gli agricoltori, coivolti in tal modo in una DIFESA ATTIVA, con costi molto inferiori a quelli della cassa?

la gente ormai ha capito, le grandi opere servono solo a chi le costruisce per far soldi.

domenica 22 aprile 2018

Che senso ha

Globalizzazione, finanziarizzazione dell'economia, sviluppo industriale e commerciale senza limiti, il mondo corre vero un disastro devastante.
Tutto ciò che è deleterio per la salute deriva dall’intervento dell’uomo sulla natura.
Dall'aria che respiriamo, ai boschi, alle campagne, ai coltivi, al paesaggio che dovrebbe riempirci gli occhi, non vi è luogo dove l’uomo abbia messo le mani, inaridendo il pianeta.


E' consumo di suolo la Tibre (Tirreno Brennero) che si attorciglia all'alveo del Taro, cementificando ed asfaltando senza sapere a cosa serva, per la collettività, quel troncone monco.
E' consumo di suolo la cassa d'espansione sul Baganza, che presto vedrà nascere il cantiere al Casale di Felino. Campagna cementificata per ottocento ettari, quando sono state delineate valide alternative per mettere in sicurezza il territorio dalle esonsdazioni del torrente.
E' consumo di suolo la costruzione incessante di supermercati ed ipermercati attorno alla città, cui si sommano magazzini e megastalle in aperta campagna, senza che l'idea di edificare "al netto del consumo di suolo" sia minimamente applicata perchè totalmente assente dalla logica delle amministrazioni, nonché dalla legislazione vigente.
Non è considerato consumo di suolo, però, il taglio ceduo dei boschi in montagna, in quanto si intende che il bosco ricrescerà, rinnovandosi.
Ma è solo astratta teoria.
Nella pratica invece il suolo si degrada e si consuma.
Il taglio raso matricinato lascia un soprasuolo indifeso ai picchi sempre più acuti delle intemperie e le gemme delle matricine come bocconi per gli ungulati.
Il taglio generalizzato del ceduo invecchiato, cui stiamo assistendo da tempo, sta letteralmente mangiando il manto boschivo di alcune zone della nostra montagna.
A nulla vale l'opinione degli stessi tecnici forestali, contraria al taglio raso del ceduo invecchiato e favorevole ad un suo diradamento solo se selettivo.
I progetti sono dettati alle amministrazioni dalle industrie dei combustori che producono stufe a pellet e centrali a cippato e rischiano di accrescere ancor più i tagli, addirittura nei parchi come quello del monte Fuso.
La perdita di manto boschivo compromette il suolo stesso di zone a forte pendenza.
Il consumo di suolo boschivo non avviene quindi solo in Amazzonia, il taglio raso matricinato nei nostri boschi ne è un esempio vicinissimo a noi.
Tagliare tutte le piante di un pendio montuoso, tranne qualche sottile matricina, significa degradarlo e condannarlo all'asportazione di humus al primo violento acquazzone.
Spesso significa sottoporlo addirittura a frane per colamento se il pendio è ripido (acclività del 100%, oltre i 45° di pendenza).
Le future bombe d'acqua in montagna troveranno sempre meno manto boschivo a frenarne la violenza e il tempo di corrivazione sarà sempre più rapido.
Dai ripidi pendii verrà giù di tutto, ad accrescere il livello dei torrenti.
Le piene diventeranno sempre più disastrose perché sarà maggiore il trasporto solido in sospensione. A simili disastri si opporranno lunghi periodi siccitosi in cui alle nostre campagne mancherà l'acqua alla cui fornitura non provvederanno certo le casse d'espansione sui torrenti, che devono sempre restare vuote, asciutte.
Una progettazione assurda quando non addirittura ridicola, fatta per compensare la cementificazione degli alvei dei torrenti, con una concezione perennemente emergenziale dell'assetto idrografico del territorio.
Di recente Legambiente ha reso noto che si è tolta da un tavolo di discussione orchestrato dalla Regione perché solo formale.
In realtà pare stia prendendo piede l’idea di un grosso bacino in montagna, la diga di Vetto.
Anche le dighe, oltre che cementificazione, sono consumo di suolo. Migliaia di ettari di superficie boschiva saranno invasi dall'acqua e si perderanno.
Acqua trattenuta in un invaso, probabilmente a scopo irriguo in pianura, senza tener conto del fatto che si blocca in tal modo la corrente di subalveo del torrente che alimenta i pozzi della conoide nell'alta pianura.
Trattenere acqua per perderne altra. Che senso ha?

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

venerdì 2 marzo 2018

Distruggere il bosco, per legge


E' alla firma del presidente Mattarella il decreto legislativo n° 154 "recante disposizioni concernenti la revisione e l'armonizzazione della normativa nazionale in materia di foreste e filiere forestali". Una legge forestale che punta a "valorizzare il nostro enorme patrimonio boschivo".
Una valorizzazione economica, ovviamente, per "togliere i boschi dall'abbandono", come dicono politici, stampa e addetti del settore biomasse e combustione.


In pratica, per salvarli e toglierli dall'abbandono bisognerebbe tagliarli e farne legna e cippato. Tagliarli a livello industriale, si intende, cioè taglio massivo ed estensivo, non certo un diradamento controllato per scegliere le piante più vecchie e mature. Con un corredo di nuove strade forestali onde permettere il passaggio lungo i versanti di trattori, caterpillar ed altri macchinari industriali.
Sono le industrie della filiera del legno a pretendere questo, quelle, per intenderci, che producono stufe a pellet, centrali a cippato e camini, oltre a quelle che producono arnesi industriali di taglio e trattori.
E' tutto un mondo economico cresciuto con la green economy che spintona politici e giornali affinchè mettano i boschi a loro disposizione. E' dal 2010 che la Bresso, presidente della Regione Piemonte di allora, prevedeva un taglio più massiccio per produrre energia elettrica dalla legna. Ma anche l'attuale presidente della Regione Toscana, Rossi (di LEU), ha proposto la stessa cosa per la sua Regione.
Mentre in tutta Europa i boschi sono protetti e diventano foreste, da noi impera il liberismo. Regioni e sindaci vogliono trasformare i cedui invecchiati, che stanno trasformandosi in alto fusto per processo naturale, in cedui normali da tagliare lasciando qua e là qualche matricina.
Come dice il presidente della Federlegno Arredo, un'industria dello sfruttamento forestale, "se facesse manutenzione dei suoi boschi( sottinde l'Italia), l'industria del settore avrebbe materia prima da utilizzare e allo stesso tempo l'ambiente verrebbe protetto."
E' un’iperbole che ancora non si era sentita: tagliare di più i boschi per proteggere l'ambiente!
Come se il manto boschivo non proteggesse dalle piogge e dalle piene dei torrenti, come se le radici delle piante non trattenessero i versanti Appenninici soggetti a frane.
Ma sull'onda liberista ci si mettono anche giornali come La Stampa, "basta col bosco-museo, intoccabile, lasciato in completo abbandono, esposto a fenomeni di dissesto idrogeologico. Col nuovo testo unico si punta ad una gestione sostenibile del bosco, dice il viceministro dell’agricoltura".
Ma c'è anche la voce del presidente dell'Unione dei Comuni, "ora il bosco non è più un patrimonio solo da contemplare, bensì da gestire per evitare desertificazione, crisi idriche e dissesto idrogeologico".
Questi signori degli enti locali e dei giornali hanno mai visto un bosco messo in mano ad una ditta di taglio? Dopo che ci è passata sembra proprio un deserto.
Hanno idea di quanta acqua trattiene una foresta o anche solo un bosco d'alto fusto? Evidentemente no. Ma a loro non interessa davvero il dissesto e la crisi idrica.
A questi signori interessa solo dare una spinta all'industria del legno e della filiera della combustione.

L’appello lanciato dall’Isde
https://goo.gl/njVeJs

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

domenica 11 febbraio 2018

Dighe e casse, il disastro è servito

Esporre con competenza e chiarezza le proprie idee.
Per favorire un’opposizione convinta e informata alle decisioni imposte dal potere amministrativo e politico.
La sicurezza della pianura si determina in montagna, mantenendo l'effetto spugna del manto boschivo.


La realtà attuale vede invece un disboscamento dissennato con tagli a raso.
Una sicurezza che non si costruisce attraverso dighe in montagna, la cui acqua trattenuta è la stessa che verrebbe a mancare nelle conoidi dei torrenti al loro sbocco nell'alta pianura.
Reteambiente ha già spiegato come impedire le alluvioni attraverso invasi a lato dei torrenti in cui sversare le piene e se necessario col rialzo degli argini e l'introduzione di fioratoi con cui allagare tratti di campagna a cui poi rifondere i danni. Un concetto di difesa attiva, già in parte delineato dal Consorzio di bonifica.
La spesa sarebbe molto inferiore a quella della grande opera, diga o cassa che sia.
Il problema di Colorno che va sott’acqua è causato, oltre che dall'imperizia nel far funzionare la cassa sul Parma, soprattutto dal fatto che il torrente si restringe molto nella bassa e l'acqua si innalza in proporzione. Per risolvere il problema di Colorno dovrebbe essere costruita una piccola cassa in golena prima dell'abitato, che metta definitivamente in sicurezza il paese.
I sindaci dicono che in montagna, in alcune decine di anni, il bosco ha preso il posto dei prati. Altrettanto vero è che da una decina di anni il taglio del bosco è invasivo, speculativo, industriale. Taglio raso con rilascio di matricine.
Piante sottolissime sempre sotto la norma (che prevede almeno 10 cm. di diametro delle stesse) che vengono spezzate regolarmente dalla neve e scalzate dall'acqua dei temporali. Quello che resta è un terreno fortemente acclive, privo di piante le cui radici siano in grado di trattenere il suolo, e costellato di cespuglieti per almeno dieci anni. Un bosco che tornerà a svolgere la sua funzione solo dopo venti o trent'anni.
Un cespuglietto in terreno fortemente acclive non trattiene il suolo come fanno le radici di un bosco. Questi versanti devastati con piogge forti franano a valle.
E' già successo a Pietta, a Marra, a Boschetto, ovunque i tagli si siano combinati con le frane.
Altro problema la scorta d'acqua per usi molteplici, che le casse d'espansione non affrontano nemmeno (devono sempre rimanere vuote). Qualcuno pensa di risolvere con dighe in montagna come la proposta di Franzini a Vetto.
Meglio sarebbe trattenere l'acqua delle piene in invasi lungo l'asta dei torrenti e usarla per innaffiare nella stagione secca. E' un'estensione della difesa attiva della Bonifica.
Il rilascio vitale minimo a valle di una diga, cui accennano i propugnatori delle dighe, quali falde rimpingua? Quelle di montagna? Ma lì la falda è già a livello superficiale. Mentre l'interruzione della corrente di subalveo che la diga comporta fa mancare l'acqua proprio dove è carente d'estate, in pianura, nelle conoidi alluvionali di sbocco dei torrenti.
In altre parole, che senso ha trattenere l'acqua in montagna con una diga, se la stessa fa mancare l'acqua in pianura?
E' assurdo.
Una diga in montagna, poi, per ripagare la spesa della cementificazione, dovrebbe produrre energia elettrica. Ma per produrla occorre che l'acqua nella diga sia al colmo o quasi perchè ci sia un salto sufficiente a mettere in moto la turbina. Ma allora quell'acqua non può andare da nessuna parte, non può essere portata giù per uso irriguo.
Inoltre, una diga crea un lago, cioè un consumo di suolo e di bosco. Quella massa d'acqua importante tende a basculare sui versanti, costituisce un fattore di pressione e di erosione sugli stessi, già portati di loro, per struttura sedimentaria, ad essere franosi.
Il lago sarò fonte di ulteriori condizioni di instabilità dei versanti.
Sono soluzioni senza vantaggi, ma con disastri assicurati.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

lunedì 15 gennaio 2018

Incubo California

L'estate 2017 ha rappresentato per la California un vero incubo: colpita da una terribile siccità, km e km quadrati di boschi hanno preso fuoco, migliaia di alberi sono andati in fumo.


Arrivato l'inverno, l'incubo continua.
Nei giorni scorsi, infatti, piogge battenti hanno letteralmente dilavato via quelle colline ormai prive di manto boschivo, determinando colate di fango che hanno distrutto case e strade.
Ma non è solo un problema americano.
Piogge mai viste hanno provocato anche nel nostro territorio diversi disastri: l'allagamento della città di Parma ad opera del Baganza nel 2014 e quella di Colorno nel 2017.
Ma anche la siccità ha colpito duramente campagne e coltivi emiliani.
Dietro la spinta delle popolazioni colpite, le autorità locali e la Regione Emilia Romagna hanno predisposto e già approvato un progetto di cassa d'espansione sul torrente Baganza per evitare future alluvioni. Per far fronte alla siccità, la Regione ha stanziato 8 milioni di euro finalizzati all’aumento della capacità di captazione della rete degli acquedotti. 
L'assessore Paola Gazzolo, inoltre, ha predisposto un tavolo in cui valutare la realizzazione di una nuova diga in montagna, forse a Vetto, come da tempo propongono gli amministratori locali.
Per affrontare siccità e inondazioni sono davvero necessarie dighe, casse e cemento con una spesa prevista  per la sola cassa di espansione di 55 milioni di euro?
Sulle dighe si è espresso con autorevolezza il geologo Luigi Vernia. “Una diga in montagna - afferma-  bloccherebbe la corrente di sub alveo del torrente, quella che alimenta le varie conoidi dell'alta pianura, dalle quali l'acqua affluisce nei pozzi per i coltivi “ .
Che senso avrebbe raccogliere acqua con una diga se poi la si perde nell'alta pianura e non la può utilizzare durante la siccità?
D'altra parte che senso ha un invaso di 4,7 milioni di metri cubi, la cassa d'espansione, che deve sempre restare vuoto per fronteggiare eventuali alluvioni future?
Va trovata una soluzione che affronti entrambi i problemi: siccità ed alluvioni.
Sarà sufficiente aumentare la capacità di captazione da nuove sorgenti per far fronte alla siccità? Forse per le esigenze degli acquedotti di alcuni comuni, ma non certo per le esigenze della campagna, per i coltivi.
Infatti, il Consorzio di Bonifica già da tempo ha individuato aree di scavo per laghetti in cui conservare l'acqua per irrigazione.
Stranamente aree troppo vicine ad insediamenti urbani, come a Medesano, che suscitano la protesta degli abitanti.
Il principio di difesa attiva, su cui si fonda l'azione del Consorzio, pare corretto.
Addirittura questa azione sembra una solida alternativa alla cassa stessa, alla cementificazione che questa comporta ed ai guai conseguenti. 
Certo è che tale pratica deve basarsi sulla partecipazione attiva dei cittadini, delle amministrazioni locali e dei contadini. Non può essere calata dall'alto come successo a Medesano, suscitando ulteriori problemi e paure nelle popolazioni.
Crediamo sia possibile affrontare le piene del Baganza con un piano di difesa attiva capace di coinvolgere popolazione e contadini in un progetto di rialzo degli argini ed in un sistema di sfioratoi che porti l'acqua di piena in una serie di cave e opere di scavo a fianco del torrente.
Acqua che nei periodi di siccità dell'alta pianura è possibile riutilizzare.
E se l'eventuale alluvione fosse maggiore delle opere di contenimento è sempre possibile aumentare lo sfioramento fino ad allagare aree di campagna di agricoltori che partecipano al progetto, a cui rifondere i danni.
L'eventuale indennizzo ai contadini coinvolti sarebbe comunque inferiore alla spesa per la cassa d'espansione. I soldi risparmiati si potrebbero impegnare in una una cassa più piccola da costruire in aree golenali della bassa pianura, per proteggere dalle piene l'abitato di Colorno.
E cosa c'entra la California?
Se la principale attività industriale del nostro Appennino diventerà il taglio raso dei boschi, le piogge battenti, che il cambiamento climatico ci sta già mandando, faranno in poco tempo colare il fango giù dai monti, spazzando via interi paesi.
L'effetto spugna del manto boschivo, che permette di fermare il diluvio d'acqua per poi rilasciarla poco alla volta, rimarrebbe solo un ricordo del passato.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

domenica 29 ottobre 2017

Kill the wood!

Quanto è di moda lo stronca i tronchi

Tempo fa, la regione Emilia Romagna aveva stanziato 420.000 euro per pagare il taglio dei pini seccati di Lagdei e Trefiumi, nonchè per il diradamento nella pineta del passo del Ticchiano e per
un altro diradamento nella faggeta sopra Valditacca, seguito da un tecnico forestale.


I reali motivi di tale finanziamento, e l'utilizzo della legna tagliata, erano per noi finalizzati ad aiutare il rifornimento delle centrali a biomassa esistenti in Appennino, in cui il costo del cippato (4 euro) non è compatibile con il costo della legna (12 euro).
Tuttavia ci pareva che la strada imboccata del diradamento fosse un segnale di svolta da parte dell'autorità verso i consorzi di taglio.
Invece tutto continua come prima: taglio raso matricinato, con matricine sempre più piccole e distanti l'una dall'altra.
La speculazione sulla legna continua con squadre di taglio dell'est europeo, pagati in nero e senza alcuna assicurazione.
Intere parti di montagne spogliate del loro manto boschivo: monte Fageto, monte Caio, monte Navert, monte Aguzzo, Alpe di Succiso ed ora monte Faino e monte Fuso, nell'Appenino Est.
I tagli sono fatti con criteri industriali: massima resa nel minor tempo. Per questo motivo il taglio raso è il più adatto.
Ruspe per spianare sentieri e trasformarli in carraie percorribili da macchinari e camion.
Tagli anche dove l'acclività è del 100%, pendii oltre i 45° di pendenza, dove una pioggia successiva può asportare completamente il suolo e denudare la roccia, contribuendo a creare frane e a trasformare le bombe d'acqua in alluvioni nella stessa alta montagna.
Il manto boschivo ovviamente ricresce, ma ci mette 30 anni a tornare come prima dal punto di vista paesaggistico.
Le ferite come buchi di gruviera sulla montagna.
Poca cosa, dicono le autorità, l'importante è che il bosco ricrescendo molto più in fretta catturi la stessa quantità di CO2 di prima.
Ma non è vero.
Studi recenti ci dicono che ad un bosco sottoposto a taglio raso occorrono circa 2,5 anni per arrivare al livello di prima nell'assorbimento di CO2.
Ma non basta, altri studi hanno verificato che i rami abbandonati e morti e il suolo sconvolto procurano altre emissioni di carbonio che va sottratto alla capacità di cattura del manto boschivo.
Non sono sciocchezze di ambientalisti precisini. Il manto bioschivo del nostro Appennino è l'unica forma di contenimento e di contrasto ai veleni che risalgono dalla Pianura Padana.
Dopo la denuncia fatta alla forestale dal comitato ambientale di Palanzano per i tagli sconsiderati sul Fageto ora è il turno del monte Fuso.
Con tagli che vanno da quota 600 metri fino a quota 1.000. Con nuove carraie che segnano il lato sud della montagna dove prima c'erano solo sentieri.
Un danno al suolo, visibile dalle foto, che provocherà colamenti di terra e frane con le prossime piogge.
Pare che la ditta che ha effettuato tale scempio sia la stessa che è stata multata per il danno al Fageto.

Giuliano Serioli
Dimitri Bonanni

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

martedì 19 settembre 2017

Casse, dighe, torrenti

Quando al cemento si vuole rimediare col cemento

L'assessore regionale all'ambiente Paola Gazzolo si è presa un mese di tempo per valutare la fattibilità del progetto di una diga a Vetto, comune montano della Val d’Enza.
La siccità di quest'anno ha fatto diventare ancora d'attualità un vecchio progetto abbandonato da tempo a causa del pericolo sismico legato ad una faglia che corre lungo l'asta del torrente.
Abbandonato per il pericolo che milioni di metri cubi d'acqua, basculando su pareti montane argilloso-flyschoidi, possano creare frane.
Abbandonato perchè il manufatto, spostando il punto neutro a monte, riempirebbe presto di sedimenti l'invaso medesimo.
Abbandonato soprattutto perché rimaneggerebbe le falde acquifere dell'alta pianura.



Nelle conoidi alluvionali, che i nostri torrenti appenninici formano entrando nell'alta pianura, si sono depositati circa 100 metri di alternanze di ghiaie, sabbie ed argille, sede fin dalla loro formazione, nell'epoca della glaciazione Wurmiana, di falde acquifere ad uso sia idropotabile che per l'irrigazione dei campi.
Tali falde acquifere non sono inesauribili. La loro continuità è garantita dalla falda sotto l'alveo stesso esistente in ogni torrente (Enza, Parma, Baganza, Taro, Ceno).
Si tratta di una corrente d'acqua che corre sotte le ghiaie dei nostri torrenti.
"Ma se l'acqua non scorre nel fiume, perchè trattenuta a monte nel bacino d'invaso (formato da una diga), il processo si arresta e noi rischiamo di perdere una risorsa la cui rialimentazione esige centinaia di anni. Insomma l'acqua che estraiamo dalle falde può essere considerata 'acqua fossile' e per riaverla occorrono tempi lunghi".
Come afferma il Luigi Vernia, docente dell’Università di Parma.
Ma il problema della siccità, di come irrigare i coltivi, si mescola a quello delle bombe d'acqua, piogge di particolare intensità che in breve tempo possono minacciare il nostro territorio, come l'alluvione di Parma ad opera della piena del Baganza nell'ottobre del 2014.
Amministratori locali e forze politiche si sono orientati su grandi opere: cassa di espansione sul Baganza per mettere in sicurezza la città da piene bicentenarie, un manufatto da 55 milioni di euro che forse non verrà mai utilizzato, e dighe in montagna per avere acqua disponibile in caso di siccità.
Ancora cemento per riparare ai danni fatti dalla cementificazione degli alvei dei torrenti che ha eliminato le golene in cui si laminavano naturalmente le piene.
E' evidente che il bisogno d'acqua in primavera-estate è collegabile alla laminazione delle piene autunnali dei nostri torrenti. Qualcuno ha suggerito che invece della cassa-monstre di Casale di Felino e della diga di Vetto, sia possibile la creazione di piccoli invasi lungo l'asta dei torrenti, laghetti da mezzo milione di metri cubi, in cui trattenere l'acqua delle piene per i mesi siccitosi.
E' altrettanto evidente che in caso di una piena massiccia come quella del Baganza del 2014 sarebbe
necessario dell'altro. Una manutenzione dell'alveo e degli argini tale da consentire, tramite sfioratoi, l'allagamento controllato e concordato di parti di campagna a lato dei torrenti, con congruo risarcimento danni alle aziende agricole che partecipano al progetto.
Chi può allestire tali piccoli invasi e gestire un piano di allagamento controllato?
Il Consorzio di Bonifica parmense.
L'ente ha già avviato una collaborazione con agricoltori ed istituzioni locali, ha già iniziato a costruire piccoli invasi ad uso irriguo.
Si tratterebbe di trasformare in progetto complessivo per il territorio la sua attività minuta.
Il tutto supervisionato e monitorato dall'Autorità di Bacino.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

mercoledì 2 agosto 2017

Grande secco, grandi alluvioni, grandi silenzi

Il rifugio Gonella sul Monte Bianco, a 3073 metri di altezza, ha chiuso per mancanza d’acqua. La ricavava dal nevaio che ogni anno calava un po’ e che quest’anno è sparito.


Un fatto preciso, non può essere interpretato.
E’ il cambiamento climatico.
Che è ormai evidente e confermato dal caldo torrido di questa estate.
Con un futuro caratterizzato da lunghe siccità e forti precipitazioni concentrate in poco tempo, capaci di creare alluvioni tipo quella che ha colpito Parma nel 2014.
Coldiretti e l’Ente di Bonifica hanno chiamato l’emergenza idrica e già quantificato i danni all’agricoltura nel territorio parmense.
Proprio quest’estate AIPO deve rispondere alle osservazioni dei cittadini e dare il suo parere definitivo sul progetto di cassa d’espansione sul Baganza, presentato in primavera. Due casse di capienza di circa 2,35 milioni di metri cubi ciascuna. La prima sotto il piano campagna, ottenuta scavando ghiaia e sabbia e la seconda sopra lo stesso, praticamente una grande vasca alta fino a 16 metri nel suo punto più elevato, a valle del Casale di Felino.
La campagna ha fame d’acqua, non basta quella delle falde. Occorrono invasi che la raccolgano quando piove e la rilascino quando ce n’è bisogno. Ma non ci sono.
Di utilizzare la cassa d’espansione presentata neanche parlarne, serve a difesa della città e per definizione deve restare sempre vuota, a disposizione di eventuali piene.
Si dice che non ci sono i soldi per la cassa, ma che salteranno fuori. Soliti discorsi.
Servono 55 milioni di euro. Altri se ne dovranno trovare per gli invasi in cui trattenere l’acqua piovana come chiesto quest’estate. Il problema siccità non è solo del territorio parmense ma di tutto il Paese, come la mancanza d’acqua a Roma testimonia chiaramente.
Quindi il problema soldi è acuto se il problema acqua è così diffuso.
Gli invasi ad uso irriguo che mancano e la costruenda cassa d’espansione sul Baganza sembrano due rette parallele che non si incontrano mai, incapaci di aiutarsi l’un l’altra.
Ma occorrerebbe proprio il contrario, la capacità di fare sistema.
Il progetto AIPO di cassa è un’enorme vasca sospesa sul territorio, costosa, che richiederà 5 o 6 anni per essere costruita. Noi riteniamo anche di più perché i 2,4 milioni di metri cubi di ghiaie e sabbie scavati dalla prima cassa dovranno essere pur piazzati da qualche parte. Se non vanno alla Tibre, come pareva, perché per il sostrato la Pizzarotti utilizza terra mista a calce, con la crisi dell’edilizia in cui versa la nostra economia, dove finirà tutta quella ghiaia? Un problema che richiede altro tempo e soldi.
Perché, per la cassa d’espansione, non utilizzare lo studio fatto da Provincia per mettere in sicurezza la città e contemporaneamente trattenere l’acqua per l’estate siccitosa.
Lo studio del 2015 prevede 3 casse lungo l’asta del Baganza, a Calestano, al Casale ed in zona Bonifacio (Collecchio). La prima deve rimanere sempre vuota per l’eventuale improvvisa portata di piena. La seconda e la terza potrebbero trattenere l’acqua delle piogge autunnali in quantità ragionevoli: metà della capacità quella del Casale, l’intera capacità di invaso quella di Collecchio. In caso di una portata di piena di 600 metri cubi al secondo, occorrerebbero 20 minuti per riempire quella di Calestano (un invaso di 600.000 metri cubi), tempo in cui quella del Casale e di Collecchio scaricherebbero i loro invasi.
Non si capisce perché AIPO non abbia preso in considerazione lo studio della Provincia.
Non si capisce perché non abbia partecipato all’assemblea organizzata a Felino il 25 maggio scorso.
Il perché è semplice.
Le autorità competenti sono autoreferenziali, non ascoltano i cittadini.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

giovedì 8 giugno 2017

Il bosco mitigatore delle piene

Per spiegare il disordine idrogeologico dovuto al disboscamento dissennato e quindi alla riduzione dell'efficienza del bosco, occorre aver presente l'azione che esercita sul ciclo dell'acqua piovana e quindi considerare il sistema integrato vegetazione-suolo.
Il bosco ha la capacità di ridurre le portate di piena nei corsi d’acqua.

Le piante intervengono per limitare l’azione della pioggia battente sia intercettando le precipitazioni coi loro apparati fogliari, sia riducendo la velocità delle gocce di acqua che penetrano attraverso esse.
Con l'intercettazione l’acqua piovana viene trattenuta dalle foglie e scorre lungo rami delle piante, per poi tornare per evaporazione nell’atmosfera.
L’entità dell’intercettazione dipende dalla quantità della pioggia, dalla densità della massa fogliare, dalla specie arborea, dall'età delle piante e dagli interventi colturali effettuati.
All’inizio di una pioggia,con le chiome asciutte, una notevole parte dell’acqua caduta può restare intercettata; col crescere della quantità di pioggia, vale a dire della sua durata o intensità l’intercettazione va attenuandosi, fino a diventare minima o nulla.
Nel caso di eventi pluviometrici eccezionali, essa diventa trascurabile.
Ma l’azione frenante dell'apparato fogliare ha il potere di ridurre la velocità e quindi la forza di penetrazione delle gocce di pioggia, impedendo che la maggior parte di esse percuota direttamente e violentemente la superficie del suolo.
In tal modo le foglie, i rami e i fusti rallentano e distribuiscono l’afflusso dell’acqua al suolo riducendo lo scorrimento superficiale, moderando le punte delle piene e contenendo l’erosione del suolo.
L’acqua trattenuta dall'apparato fogliare delle piante e quella che cade direttamente a terra viene poi ulteriormente rallentata nel suo moto dalla base dei fusti, dai cespi, da rami caduti, dalla lettiera grossolana. Per cui riesce raramente a formare rivoli di una certa consistenza.
La ritardata e impedita confluenza di questi rivoli in rigagnoli giova a prolungare i tempi di corrivazione.
Ma l’effetto regimante dell’ecosistema bosco si sviluppa soprattutto a livello del suolo, dove il deflusso superficiale e l’infiltrazione delle gocce che scivolano lungo i fusti approfittano dei piccoli vuoti ai piedi degli stessi per penetrare nel suolo favorendola ancora di più e dove avviene la ritenzione dell’acqua all’interno del suolo.
Il bosco ceduo, anche invecchiato di 30 o 40 anni, è talmente fitto ed intricato da non riuscire a sviluppare un apparato arboreo in grado di garantire una superficie fogliare consistente.
Ha difficoltà, inoltre, a trattenere il suolo in aree argilloso-calcaree o flyschoidi, come dimostrano le troppe frane del nostro territorio Appenninico.
Si presta al taglio raso matricinato, oggi sempre più diffuso e pericoloso a livello idrogeologico, in quanto accresce a dismisura il tempo di corrivazione dell'acqua piovana, favorendo le piene improvvise dei torrenti di montagna.
L'unica forma di taglio, valido anche dal punto di vista economico, è il diradamento del ceduo per l’avviamento all’alto fusto.
Lasciando circa duemila piante ogni ettaro, come suggerisce lo studio di Ricci-don Moroni, riesce a produrre circa 30 quintali di legna per ettaro, porta ad uno sviluppo omogeneo della superficie fogliare e fa si che un apparato radicale rafforzato trattenga meglio il suolo.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale