"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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sabato 20 ottobre 2018

Biomasse, una coltre nera nei polmoni


I tagli dissennati sul nostro appennino si susseguono.
Taglio raso di un'abetaia di 20 ettari nel reggiano a Succiso. Taglio sul Lavecchio e sul Fuso, su pendii ripidi attorno e sopra i 45° di pendenza, tali da provocare frane di scorrimento di un suolo strutturalmente sottile per le caratteristiche di impermeabilità del flysch omonimo.


Tutta la nostra montagna è soggetta a tagli sconsiderati di boschi. Motoseghe in mano a operatori dell'Est che lavorano in nero e che utilizzano attrezzature industriali per tagliare, cippare, trasportare, trasformando sentieri in carraie e mettendo a rischio interi pendii alle prime forti piogge.
Se qualcuno pensa ancora che l'energia da biomasse sia stata concepita per nobili fini ambientali si sbaglia di grosso.
Gli “scarti” legnosi sono ormai tutti diretti alle centrali a biomassa con grave danno anche all'industria del mobile che da questi scarti ricavava pannelli multistrato.
E' l'import, quindi, che sostiene la speculazione.
Alla scusa della pulizia dei boschi non crede più nessuno.
Pellet dalla Germania che utilizza legname bielorusso, pellet che viaggia per centinaia di km per tutta Europa. O cippato e ramaglie dall'Austria, dalla Croazia. Ma ci sono anche navi che portano in Europa materiale legnoso dall’Estremo Oriente e dalle Americhe, dove si tagliano foreste naturali. O cippato da piantagioni a rapida crescita (con uso di ogm e pesticidi) lungo il corso del Po.
L'uso di energia da biomasse non provoca solo aumento di polveri sottili ma anche di pericolosi microinquinanti. Nei fumi che si crerano con la combustione del legno sono presenti sostanze tossiche e cancerogene quali benzene, formaldeide, idrocarburi policiclici aromatici (IPA), diossine, polveri fini ed ultrafini.
Un preciso marker è il benzopirene, una molecola da tempo classificata come cancerogena: dove si brucia legna la presenza di benzopirene aumenta nettamente. Eppure anche in aree critiche come la Pianura Padana, dove la soglia massima di benzopirene di 1 nanogrammo (milionesimo di grammo) fissata dalla Ue è già superata, si autorizzano centrali a cippato e a scarti legnosi da diversi megawatt termici se non decine e decine come in Trentino-Alto Adige o in Puglia e Calabria.
Mentre una centrale termoelettrica con caldaia e turbina alimentata a cippato ha una efficienza elettrica del 15%, una centrale termoelettrica moderna a gas naturale “turbo-gas” ha efficienze elettriche del 60%. Unita alla grande differenza nelle emissioni. Una centrale a biomasse legnose dovrebbe rispettare limiti di 20-30 mg/Nmc (metro cubo normalizzato alla pressione atmosferica e alla temperatura di 0°C.) di polveri totali. Una centrale a gas naturale emette polveri totali in misura inferiore a 1 mg/Nmc.
Enel, però, sottoutilizza le centrali a turbo-gas per obbedire al diktat dell'immissione prioritaria in rete di energia elettrica da biomasse. In Pianura Padana è un attentato alla salute, la scelta consapevole di far morire delle persone in più per favorire una pura speculazione finanziaria.
Studi epidemiologici sperimentali evidenziano una possibile correlazione tra esposizione a fumo di legna e effetti sulla salute.
Diminuita funzionalità polmonare, ridotta resistenza alle infezioni, aumento dell'incidenza e della gravità dell'asma. L'esposizione a fumo di legna produce effetti simili a quelli dell'inalazione di particelle da combustione di combustibili fossili. Forse peggio, come evidenziano statistiche che calcolano 480.000 morti in Europa per particolato e fumi.
Ci stiamo annerendo tutti quanti.
E solo per una questione di business.

Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

martedì 28 agosto 2018

Inceneritore di Parma e prospettive per un futuro sostenibile

Lettera aperta
al Sindaco di Parma Federico Pizzarotti
all’Assessore all’Ambiente Tiziana Benassi

Parma, 28 agosto 2018

Come tutti i cittadini abbiamo avuto modo di seguire le ultime vicende relative all’impianto di incenerimento di Iren, situato ad Ugozzolo, ed in particolare la richiesta di incremento della capacità autorizzata di combustione (da 130.000 t/a al “carico termico” ovvero circa 190/195.000 t/a) inoltrata dallo stesso gestore.


Abbiamo letto l’accordo sottoscritto il 30 luglio tra Regione, Comune ed Iren, in cui quest’ultima “autolimita” la quantità di rifiuti all’inceneritore a 130.000 t/a, estendendo il territorio di conferimento oltre alle Province di Parma e Reggio Emilia (aggiunta nel 2016) alla Provincia di Piacenza.
Lo stop all’incremento è un passo in avanti ma è solo momentaneo e non del tutto rassicurante.
Da quel che si è capito il contenuto dell’accordo andava trasferito nella modifica autorizzativa, precisando che l’accordo cessa di efficacia al 31.12.2020, ovvero in corrispondenza al termine di validità del Piano regionale rifiuti che individua i flussi di rifiuti urbani da inviare anche all’impianto di Parma, “senza che ciò comporti la necessità di modifica dell’autorizzazione integrata ambientale” e comunque nel “rispetto della normativa nazionale e della pianificazione regionale”.
Dal sito regionale abbiamo scaricato il nuovo atto autorizzativo (determina ARPAE 3992 del 2 agosto 2018) nel quale ci sembra vi sia un passaggio stonato.
In tale atto, dopo aver richiamato l’accordo citato, si afferma che “a far data dal 1 gennaio 2021” la quantità di rifiuti (di ogni genere) in ingresso all’inceneritore sarà di 195.000 t/a.
Tale previsione stupisce e preoccupa in quanto ci saremmo aspettati che alla data di scadenza del 31.12.2020 la quantità autorizzata rimanesse vincolata alla (nuova) pianificazione regionale e che comunque, fino alla definizione della stessa, rimanesse la quota di 130.000 t/a.
Invece, da quanto indicato nella nuova autorizzazione, l’incremento a 195.000 t/a appare “automatico”, svincolato da qualunque atto programmatorio, come se la limitazione attuale fosse solo un preludio al via libera totale del gennaio 2021.
Non siamo affatto convinti, dalla lettura del provvedimento di VIA e di AIA del 2016, che vi sia un obbligo “automatico” di incremento nella quantità dei rifiuti e quindi qualunque modifica all’autorizzazione crediamo debba essere discussa tra gli enti (in questo caso in prosecuzione della conferenza dei servizi del 29.06.2018, come pure delle note inviate dal Comune, come ricordato in premessa nella nuova autorizzazione).
Ci chiediamo allora se l’accordo del 30 luglio scorso avesse come obiettivo semplicemente una dilazione temporale dell’incremento della quantità di rifiuti autorizzata all’inceneritore di Parma piuttosto che un serio ripensamento da parte di Iren sulla richiesta di aumentare i rifiuti inceneriti, una decisione questa che aveva visto l’opposizione di molti soggetti, anche di importanti realtà economiche locali, tutti compatti a dire no ad ogni possibile incremento.
Un netto no che non prevedeva un termine temporale o una momentanea e breve sospensione dell’incremento ma definiva una visione strategica del territorio per andare verso l’economia circolare, concetto che oggi l’Unione Europea spende come percorso ineluttabile.
Un percorso dove l’incenerimento deve diventare un fatto residuale in attesa di uno stop definitivo, come già deciso dalla regione Marche.
Ora le domande.
Il contenuto della nuova autorizzazione è stato approvato dall’amministrazione comunale di Parma? Oppure Arpae è andata oltre alla trasposizione dell’accordo nell’atto?
Se così fosse l’amministrazione intende intervenire e chiedere una modifica dell’atto del 2.08.2018 per la parte qui messa in evidenza?

Rete Ambiente Parma
Farmacia Annunziata Parma

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

martedì 1 maggio 2018

Lo scempio del monte Fuso


Regione Emilia Romagna - servizio Ambiente, viale della Fiera 8 – 40127 Bologna 
Comandante Gruppo Carabinieri Forestali Parma, Via Macedonio Melloni 4 – 43121 Parma
Unione Montana Appennino Parma Est, Piazza Ferrari 5 – 43013 Langhirano
Sindaco di Neviano Degli Arduini, P.zza IV Novembre 1 – 43024 Neviano degli Arduini
Sindaco di Palanzano, Piazza Cardinal Ferrari 1 – 43025 Palanzano
Sindaco di Tizzano Val Parma, Piazza Roma 1 – 43028 Tizzano Val Parma
Oggetto: Monte Fuso e zone limitrofe – Segnalazioni varie.
La presente, in qualità Coordinatore dell’Associazione Rete Ambiente Parma. L’associazione, nella sua attività di salvaguardia del territorio, ha raccolto tra i cittadini segnalazioni relative alla zona del Monte Fuso ingeneranti dubbi e preoccupazioni tra i cittadini riguardo i tagli boschivi.



In particolare, si vuole portare alla attenzione delle competenti Autorità, le seguenti situazioni anomale.
La prima segnalazione è relativa ad irregolarità nei tagli perpetrati nel versante nord. In primis, creazione e stato di conservazione di recinti e carraie del versante in oggetto.
Negli anni scorsi, al fine di valorizzare l’antica tradizione della coltivazione del marrone, sono stati effettuati, anche con finanziamenti comunitari e regionali, vari interventi per apportare migliorie. Gli interventi, di fatto, si sono risolti nella costruzione di recinti a protezione dai caprioli, nonché una fitta rette di carraie per il trasporto del legname (…foto…). I disboscamenti paiono indiscriminati. Addirittura risulta realizzata una strada in cemento, cui fa seguito una ghiaiata, in apparenza al solo servizio dei due immobili posti al loro termine (…foto…). Gli interventi di disbosco così realizzati, a nostro parere, ingenerano un rischio idrogeologico per la forte pendenza ed esposizione. Alcune recinzioni ed i cancelli sono addirittura in stato di abbandono e risultano pericolosi. Si chiede di valutarne lo smantellamento definitivo, fattore che potrebbe risultare positivo anche per gli spostamenti della fauna selvatica.



Si invita infine a verificare la conformità alla normativa forestale delle vie di accesso al bosco realizzate, in particolare per quanto riguarda le pavimentazioni e le larghezze (…foto…).  
A questa situazione volevamo aggiungere anche alcune anomalie riscontrate nei due immobili che si trovano poco dopo il termine della strada cementata e a poche centinaia di metri da cui inizia quella ghiaiata.
A detta di alcuni escursionisti che bazzicano spesso la zona, parrebbe che l’edificio che si trova a valle di essa e di recentissima costruzione (…foto…), in apparenza sarebbe stato eretto con la motivazione di un “deposito attrezzi”, mentre parrebbe eretto solo per “uso privato”, in quanto invece che di attrezzi da lavoro, esso sembra essere fornito di una serie di tavoli e panche per l’organizzazione di feste, insieme ad un forno per barbecue e tanto di illuminazione notturna per l’esterno.
Inoltre, sempre a detta di alcuni escursionisti che hanno visitato la zona durante la costruzione del fabbricato, sembrerebbe siano state predisposte anche tubazioni idrauliche ed alcuni presidi sanitari interni con relativo scarichi delle acque nere, che dai progetti non sarebbero dovute esistere. Si invita quindi a verificare la fondatezza di tali segnalazioni che ci sono state pervenute.



Per quanto riguarda invece l’immobile che si trova a monte della strada ghiaiata e vicinissimo al precedente (…foto…), anche in questo caso alcuni escursionisti ci hanno riferito di aver visto una fonte intubata 15 metri a monte dal cortile ovest della casa in oggetto, nel cui cortile sarebbe sito anche un tombino con dei rubinetti di recentissima costruzione.
Chiediamo quindi che venga verificata anche la veridicità di quest’altra situazione anomala che ci è stata comunicata.
L’ultima grossa irregolarità riscontrata nel versante nord e più precisamente sopra a Campora nei pressi del cippo del Monte Fuso, è stata il consistente allargamento di una zona di crinale adibita al decollo per alianti e deltaplani, che ha causato una frana di dimensioni notevoli. E’ opportuno far presente che in realtà la zona non ha mai ricevuto un reale apprezzamento per queste pratiche sportive, dato che gli appassionati preferiscono fare i decolli dal più comodo e altrettanto vicino Monte Caio. Infatti, è già tanto se dal monte Fuso viene fatto un lancio all’anno. Insensato quindi il recente allargamento di quest’area che pare solo un pretesto per disboscare ulteriormente, senza contare che l’acclività della zona avrebbe dovuto suggerire di evitare qualsiasi taglio boschivo.
Da qui l’innesco di una frana lunga quasi un chilometro, danneggiando i boschi e gli essiccatoi dei proprietari sottostanti, i quali, quando hanno chiesto un risarcimento per il danno subito, si sono visti chiudere la porta in faccia e pare che come unico “ripiego” sia stato fatto il posizionamento di una rete sull’intera area allo scopo di contenere ulteriori frane, quando però il danno era già stato fatto (…foto…).
Come se questo non fosse bastato, è stato deciso di aprire una nuova area per i decolli in un’altra zona del crinale del Monte Fuso, più precisamente sopra al paese di Vezzano nella parte nord del Fuso e di Rusino a sud. Siccome a differenza dell’altro caso non si tratta di un allargamento ma di una creazione, è stata disboscata una zona molto vasta, la quale è ben visibile da Vezzano e addirittura fin dal paese di Boschetto (…foto…).
A detta degli escursionisti che hanno bazzicato la zona, pare che anche qui ci siano stati problemi di dissesto.
Una seconda segnalazione, è relativa al versante nord-nord/ovest nei pressi di Rusino. Anche qui sono stati tagliati alberi secolari, sono state allargate carraie e aperte vie nel bosco. Per arrivare in quel punto, si supera in auto l’abitato di Rusino e dopo qualche centinaia di metri, andando in direzione di Scurano, si vede sulla sinistra una carraia che sale. La carraia, inizialmente di pietrato, diventa poi in terra battuta e coincide con quello che dovrebbe essere il sentiero Cai 763°.
La carraia è stata oltremodo ampliata e resa percorribile da mezzi 4x4 e, seguendone il corso sulla sinistra, si giunge all’area disboscata. Come ben si può vedere dalle foto, la dimensione delle carraie boschive è inusitata; la scarsa qualità costruttiva ha lasciato un sostrato cedevole ed a rischio frana. Anche la metodologia di esbosco è tutta da verificare: numerosi sono i ceppi sradicati e le buche create non ricoperte.
La terza segnalazione è relativa al versante sud del Fuso, coincidente col versante est del monte Faino da un lato e dal versante ovest del monte Lavacchio dall’altra parte del torrente sottostante.
In auto nei pressi dell’abitato di Ruzzano si sale alla chiesetta del Querceto; da qui si prende il sentiero 761sud che arriva al “Centro Turistico Monte Fuso” e quando si è a circa metà percorso, se prima si era immersi in verdi boschi, ora ci si trova in una vasta radura. Anche in questo caso, oltre ai tagli sono state aperte carraie nel bosco per favorire il transito dei mezzi pesanti. I tagli sono attualmente in corso e la consistenza dell’intervento è ben visibile in lontananza ed addirittura dal satellite (---foto---). L’apertura di nuove carraie per il transito di mezzi pesanti unito ad un disboscamento massiccio, ha dato origine per la prima volta all’instaurarsi di una frana proprio in quello che sarebbe il sentiero Cai 761sud (---foto---).
Recentissimo e dalla parte opposta della vallata in cui sono stati fatti questi disboscamenti, ovvero sul versante occidentale del monte Lavacchio, è stato fatto un altro grande disboscamento su un terreno in forte pendenza e proprio a ridosso di un torrente.
In tutti questi esboschi non si è tenuto conto del rischio di dissesto idrogeologico, cui si aggiunge anche in questo caso la costruzione di nuove larghe carraie laddove prima esisteva solo il bosco fitto (---foto---).
Un altro taglio di vaste proporzioni è stato eseguito nei pressi della cresta che dal monte Faino porta a nord sulla strada provinciale alta che collega Rusino a Scurano. Il taglio è proprio adiacente ad essa (---foto---).
La quarta segnalazione concerne invece diversi tagli boschivi prevalentemente sempre nel versante sud del Fuso, di cui uno dei più vistosi è quello coincidente con la parte meridionale del monte Castellaro.
Sulla strada bassa che da Lagrimone va verso Scurano e più precisamente poco dopo la località “La Massagna”, sono stati fatti due grandi disboscamenti nel versante sud del monte Castellaro, in forte pendenza, arrivando addirittura a coprire un’area che va dalle pendici del monte alla sua cresta sommitale. Anche in questo caso, sono state aperte e abbandonate grandi carraie per il trasporto dei mezzi pesanti (---foto---).
Mentre a sud di Ruzzano e precisamente alle pendici del “Monte di Ruzzano” proprio sopra al torrente Bardea e di fronte al monte “Poggio della Torre”, sono stati fatti due grandi tagli boschivi in zona di calanchi e quindi a rischio frane (---foto---).
Esattamente di fronte a questi tagli, ne sono stati fatti altri due molto consistenti sul versante nord del monte Guido, sull’altro lato della val Bardea (---foto---).
Poi nell’abitato di Scurano, è ben visibile anche da grande distanza il taglio vasto fatto su un intero versante del monte che sovrasta a nord il lago di Scurano (---foto---).
Altre deforestazioni sono state effettuate sui versanti ovest del monte Faino (di cui abbiamo già parlato prima per alcuni tagli imponenti nel lato sud) (---foto---), poi nei pressi dei paesi di Trinità e Bottazzo vicino a Moragnano (---foto---) e nella zona adiacente al paese di Pignone (---foto---).
Infine sono da segnalare notevoli tagli boschivi proprio sul crinale principale ovest-est del monte Fuso, che dal cippo va verso la Pieve di Sasso. Tra l’altro questa zona è una delle più frequentate a livello turistico in quanto vi transita il sentiero Cai 763° che è uno di quelli principalmente frequentati dagli escursionisti (---foto---).
L’ultima segnalazione in zona riguarda invece quella del paese di Pietta, che era agli onori della cronaca poco tempo fa proprio per un taglio selvaggio avvenuto nei boschi che fiancheggiavano i ripidi pendii a ovest sotto al paese stesso, i quali hanno fatto avanzare la frana già preesistente rendendo inagibile parte del paese (---foto---).
Nelle vicinanze di questo, sono stati effettuati altri due nuovi e notevoli tagli boschivi (---foto---).
Siamo convinti che danneggiare a livello idrogeologico questo territorio ed eliminarne quasi del tutto il patrimonio boschivo non sia “valorizzarlo”, ma solo una speculazione a danno dello stesso.
Altresì riteniamo che per valorizzare un ambiente come quello del Monte Fuso, sia più opportuna una politica come era in essere negli anni ’70 e ’80 in cui invece di tagliare foreste senza sosta, si facevano investimenti per rimboschire. Infatti si era creata sul monte Fuso una grande zona di “Parco” che era il fiore all’occhiello ad un passo da Parma ammirato da tutti. Non a caso arrivavano corriere anche da lontano, ad esempio da Reggio Emilia e da Modena, per ammirarne le bellezze naturali. Bellezza che oggi la si sta quasi completamente annientando.
Riteniamo necessario che l’Unione Montana Appennino Parma Est non sia sempre così disponibile al rilascio di permessi di taglio a chiunque voglia disboscare in questa zona.
Ci sono “imprenditori” forestieri che vengono a prendere in affitto i boschi per poi letteralmente ripulirli (come nel caso del versante est del monte Faino in cui si sono originate preoccupanti frane).
Senza contare il fatto che tutti questi permessi vengono dati senza nemmeno assicurarsi che i terreni da disboscare siano su ripidi acclivi, in zone calanchive o adiacenti a torrenti.

Le autorità che dovrebbero vigilare su tutto questo, pare lo facciano un tanto al chilo. In tal modo vengono costruite abusivamente nuove carraie ed allargate le preesistenti con tutti i rischi idrogeologici che ne conseguono. Per non parlare del fatto che ormai in quasi tutto il nostro territorio, è utilizzata mano d’opera Est Europea a basso costo ed in nero, senza alcun controllo da parte di qualsiasi autorità.

Giuliano Serioli
Dimitri Bonani

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

domenica 29 ottobre 2017

Kill the wood!

Quanto è di moda lo stronca i tronchi

Tempo fa, la regione Emilia Romagna aveva stanziato 420.000 euro per pagare il taglio dei pini seccati di Lagdei e Trefiumi, nonchè per il diradamento nella pineta del passo del Ticchiano e per
un altro diradamento nella faggeta sopra Valditacca, seguito da un tecnico forestale.


I reali motivi di tale finanziamento, e l'utilizzo della legna tagliata, erano per noi finalizzati ad aiutare il rifornimento delle centrali a biomassa esistenti in Appennino, in cui il costo del cippato (4 euro) non è compatibile con il costo della legna (12 euro).
Tuttavia ci pareva che la strada imboccata del diradamento fosse un segnale di svolta da parte dell'autorità verso i consorzi di taglio.
Invece tutto continua come prima: taglio raso matricinato, con matricine sempre più piccole e distanti l'una dall'altra.
La speculazione sulla legna continua con squadre di taglio dell'est europeo, pagati in nero e senza alcuna assicurazione.
Intere parti di montagne spogliate del loro manto boschivo: monte Fageto, monte Caio, monte Navert, monte Aguzzo, Alpe di Succiso ed ora monte Faino e monte Fuso, nell'Appenino Est.
I tagli sono fatti con criteri industriali: massima resa nel minor tempo. Per questo motivo il taglio raso è il più adatto.
Ruspe per spianare sentieri e trasformarli in carraie percorribili da macchinari e camion.
Tagli anche dove l'acclività è del 100%, pendii oltre i 45° di pendenza, dove una pioggia successiva può asportare completamente il suolo e denudare la roccia, contribuendo a creare frane e a trasformare le bombe d'acqua in alluvioni nella stessa alta montagna.
Il manto boschivo ovviamente ricresce, ma ci mette 30 anni a tornare come prima dal punto di vista paesaggistico.
Le ferite come buchi di gruviera sulla montagna.
Poca cosa, dicono le autorità, l'importante è che il bosco ricrescendo molto più in fretta catturi la stessa quantità di CO2 di prima.
Ma non è vero.
Studi recenti ci dicono che ad un bosco sottoposto a taglio raso occorrono circa 2,5 anni per arrivare al livello di prima nell'assorbimento di CO2.
Ma non basta, altri studi hanno verificato che i rami abbandonati e morti e il suolo sconvolto procurano altre emissioni di carbonio che va sottratto alla capacità di cattura del manto boschivo.
Non sono sciocchezze di ambientalisti precisini. Il manto bioschivo del nostro Appennino è l'unica forma di contenimento e di contrasto ai veleni che risalgono dalla Pianura Padana.
Dopo la denuncia fatta alla forestale dal comitato ambientale di Palanzano per i tagli sconsiderati sul Fageto ora è il turno del monte Fuso.
Con tagli che vanno da quota 600 metri fino a quota 1.000. Con nuove carraie che segnano il lato sud della montagna dove prima c'erano solo sentieri.
Un danno al suolo, visibile dalle foto, che provocherà colamenti di terra e frane con le prossime piogge.
Pare che la ditta che ha effettuato tale scempio sia la stessa che è stata multata per il danno al Fageto.

Giuliano Serioli
Dimitri Bonanni

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

mercoledì 25 ottobre 2017

Sole nudo di pianura

Splende il sole sulla Pianura Padana.
Un vento provvido ha scacciato il manto grigio delle polveri sottili.
Un fenomeno raro e momentaneo, presto PM10, polveri ultrasottili e benzopirene torneranno ad accumularsi e a soffocarci.
Auto, impianti industriali, allevamenti intensivi e centrali a biogas saranno di nuovo padroni dell'aria che respiriamo, cui si aggiungerà con l'inverno il riscaldamento domestico, i caminetti a legna, le stufe a pellets.


La meraviglia della nebbia in val Padana, una volta consueta, trasformata in una cappa di smog giallo scura, un mix di veleni che fa del nostro territorio il più pericoloso al mondo per la salute.
Il problema è la contemporaneità con cui si sta verificando questo accumulo con altre crisi: i cambiamenti climatici, la perdita di suolo e di habitat, l’alterazione dei cicli dei nutrienti, la sovrappopolazione, la mancanza di acqua dolce, le risorse rinnovabili in rapido degrado.
La nostra società considera gratuite le risorse naturali.
La speculazione non investe nulla per il loro riuso e rinnovo, le consuma e basta.
Assieme all'aria, anche suolo ed acqua sono gravemente minacciati.
Nei centri storici delle nostre città solo vetrine del lusso.
La spesa ormai solo nei supermercati cresciuti come funghi a fianco dei precedenti e di magazzini abbandonati per la crisi. Ma, paradossalmente, il traffico auto anche nel centro è sempre più intenso.
Sciami di auto lungo i viali contendono la strada ad autobus sempre più giganteschi ed inquinanti.
Forse è il momento di ripensare il tutto.
Pedonalizzare tutto il centro entro i viali, con le eccezioni ai mezzi che riforniscono e agli autobus, piccoli ed elettrici.
I parcheggi a pagamento in centro usarli gratuitamente per i residenti.
Attivare seriamente i parcheggi scambiatori per chi arriva da fuori, fornendo un servizio autobus rapido che porti ai viali.
I viali percorsi in continuazione da un servizio autobus che permetta di arrivare ovunque velocemenete, anche in centro.
Eliminare gli autobus a gasolio, quelli troppo ingombranti e arrivare in pochi anni a mezzi solo elettrici.
Il consumo di suolo e la sua copertura avanzano a macchia d'olio oltre le periferie.
Il pericolo del ruscellamento rapido dell'acqua piovana dalla città verso la bassa è sempre maggiore e provocherà allagamenti sempre più frequenti in ragione delle bombe d'acqua previste. Le piccole casse d'espansione sui canali collettori non basteranno ad impedirlo.
Campagne sempre più siccitose e bisognose d'acqua per il cambiamento climatico, ma anche per la mancata conservazione dell'acqua piovana.
Autorità senza alcun progetto integrato per la difesa dalle alluvioni ed il riuso dell'acqua da stoccare. Sanno solo progettare altro consumo di suolo (casse d'espansione) e dighe in montagna che provocheranno ulteriore carenza d'acqua nelle conoidi dell'alta pianura per il blocco delle correnti di subalveo che alimentano quest'ultime.
Senza considerare la perdita di suprficie boschiva per il laghi creati.
La sicurezza della città dalle alluvioni dei torrenti in piena sta nell'effetto spugna dei boschi, nella manutenzione dell'alveo, in un contratto di difesa attiva coi contadini dell'alta pianura per la manutenzione degli argini e lo sfioramento delle piene nelle cave in disuso e in invasi
in cui conservare l'acqua per l'irrigazione estiva.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

martedì 9 maggio 2017

Istituzioni, Tibre, Insostenibilità

Tutto è stato deciso fin dall'ottobre del 2015.
La Provincia votò a favore della Tibre, la Regione affermò che la priorità era la ferrovia, la ditta Pizzarotti si ritenne soddisfatta dell'escamotage della Regione.
Così il 1° tratto della Tibre era cosa fatta, con tanti saluti al Coordinamento dei gruppi ambientali.
Raffaele Donini, assessore regionale alle infrastrutture, ha sottolineato come la Regione abbia lavorato alla proposta “ascoltando anche i territori”, una affermazione che ha del surreale con tinte quasi comiche.


Le parole di Donnini “C’è stato un pronunciamento del Consiglio provinciale di Parma; ribadiamo che per noi la priorità è il potenziamento della linea ferroviaria Pontremolese, il secondo lotto del Ti-bre è priorità 2”.
Il primo tratto della Tibre è sottinteso che si farà, per lui e la Regione è priorità 1, col benestare di PD e destra e l'assenza del sindaco di Parma.
Il commento della Provincia: "Il Consiglio provinciale ha approvato un documento di indirizzo che recepisce l'importanza delle nuove priorità impostate dal Governo su progetti strategici e fondi correlati. Priorità pensate per spendere meglio le risorse realmente a disposizione”.
Spendere meglio i soldi? Con quei 9 chilometri che finiscono in mezzo alla campagna, dopo averla rovinata?
"Finalmente si punta sulle ferrovie" commenta il sindaco Federico Pizzarotti: “Il mio parere sulla Tirreno-Brennero l'ho già espresso ed è chiaro a tutti”.
Il Coordinamento dei comitati contro le autostrade Cr-Mn e Ti-Bre sono sconcertati per la mancata partecipazione del sindaco di Parma all'Assemblea dei sindaci in Provincia, che ha dato sponda alle forze di PD e centrodestra favorevoli all’autostrada Tibre.
Sempre in priorità 1 la Regione propone inoltre un intervento da 50 milioni per rendere funzionale il primo lotto del Ti-bre – di cui è imminente l’avvio del cantiere – collegandolo (con una strada ordinaria) alla Cispadana verso est.
La consigliera Canova sulla TiBre chiede al Governo di verificare, nelle more dell’approvazione del progetto esecutivo, se sussistono le condizioni per evitare di realizzare il primo lotto del raccordo autostradale Ti-Bre, relativo al tratto Fontevivo-San Quirico e di destinare alla Pontremolese le risorse già stanziate.
La scelta, dice, non è contro il trasporto su gomma, ma tra un’opera utile e una inutile.
Vescovi (PD) chiede al Consiglio: "Vogliamo veramente fare di Parma il luogo delle eccellenze agro-alimentari? L’autostrada aumenterà traffico e polveri sottili, aumentando il carico su questa area, Fontevivo è il Comune con meno terreno fertile della Provincia”.
Si vota sul documento della Provincia, che viene approvato. Contrari solo due: Canova e Vescovi.
Regione e Provincia hanno deciso contro i sindaci. Hanno parlato a vanvera di Pontremolese per far passare il primo tratto della Tibre. Pizzarotti, il sindaco, si è associato. Pizzarotti, il costruttore, ringrazia.
L'assemblea dei sindaci, complice l'assenza di quello di Parma, si è fatta tranquillamente beffare.
Forse alcuni volevano solo far figura, non opporsi seriamente.
Ma il territorio, che l'assessore Regionale Donini dice di aver ascoltato, è d'accordo sul disastro che gli sta rovinando addosso?
Crediamo proprio di no.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

martedì 26 agosto 2014

Tagliare e bruciare

Il piano della regione per fare cassa con il grande falò

La Regione Emilia Romagna sta redigendo il nuovo piano forestale per gli anni 2014-2020.
Dopo il solito rituale retorico, “gli interventi nel bosco devono essere all'insegna di una selvicoltura naturale, accostandosi il più possibile a come il bosco si sviluppa naturalmente per conto suo”,
si arriva al sodo: “E' in atto una forte tendenza all’abbandono delle attività gestionali del bosco... Per questo, pur riconfermando la primaria funzione protettiva e di conservazione della biodiversità svolta dalle nostre foreste, si rende necessario introdurre sul piano programmatico, alcune rilevanti novità tese a favorire la ricostruzione, in chiave di moderna imprenditoria forestale, della filiera produttiva, soprattutto a fini energetici, della risorsa boschiva”.
E' la dichiarazione formale di voler favorire tramite finanziamenti il taglio industriale del bosco.
Il fine principale è quello di costruire centrali a cippato che sfruttino la legna a fini energetici.
Saranno solo centrali termiche per il teleriscaldamento, come dichiarato finora?
No di certo.


Qui si stanno mettendo le carte in tavola come ha fatto molto più esplicitamente la Regione Toscana, che ha esplicitamente espresso la volontà di ottenere 70 Mw/h elettrici dalla legna con piccole centrali sotto il Mw. (http://www.greeneconomytoscana.it/)
La Regione Toscana vuole produrre energia elettrica, con efficienza del 10%, (è il livello dichiarato dal sindaco del comune di Monchio, per la sua caldaia a cippato). Non crediamo che le centrali toscane siano differenti, perché utilizzeranno cippatura di ramaglie, sfalci lungo le strade e scarti di disbosco e non certo legna da ardere, che ha un prezzo di vendita al dettaglio doppio rispetto al cippato: 12 euro la legna, 6 euro il cippato.
Monchio per fare funzionare la sua turbina da 100 Kwe brucia ogni anno 1.000 tonnellate di cippato. Per capire i numeri, i 70 Mw elettrici proposti dalla Toscana corrispondono a 700 volte la potenza elettrica della turbina di Monchio.
Quindi per produrre quella miseria di elettricità la Regione Toscana vuol bruciare 700.000 tonnellate di legna ogni anno.
Proprio una bella idea.
70 Mwe di potenza per 7.000 ore utili all'anno producono circa 500.000 Mwe, cioè 500 milioni di Kw/h.
Produrli con il cippato costa 42 milioni di euro (700.000 tonnellate di cippato per 60 euro).
In una moderna centrale a gas per produrre la stessa energia servono 90 milioni di metri cubi di metano che, a 30 centesimi di euro a metro cubo, fa 27 milioni di euro.
L'energia elettrica prodotta col metano costa il 35% in meno.
Ecco che però a coprire l'inefficienza entrano in gioco gli incentivi pubblici per le biomasse.
Produrremo energia elettrica come a fine '800 e la pagheremo carissima, con la scusa della riduzione di emissioni di CO2.
Ma è vero?
Dopo che si è fatto il taglio raso in un bosco ceduo, la superficie fogliare ci mette 2,5 anni per ricrescere e catturare la stessa CO2 di prima del taglio.
Dalla pubblicistica selvicolturale si sa che un albero cattura in un anno 20 Kg di CO2.
In un ettaro di bosco ceduo ci sono mediamente 400 alberi che moltiplicati per 20 kg danno 8 tonnellate di CO2.
Gli ettari da tagliare sarebbero 7.000 (700.000 t./100 tonnellate per ettaro) e quindi la CO2 che non verrebbe catturata, che resterebbe in aria, se tagliassimo tutti quegli alberi, sarebbe la modica cifra di 56.000 tonnellate.
Ma non è finita.
Occorre moltiplicare quelle 56.000 t. di CO2 per i 2,5 gli anni che impiega il bosco ad avere la superficie fogliare sufficiente a catturare la stessa quantità di CO2 di prima.
Quindi le tonnellate di CO2 diventano139.000.
Occorre tener presente che il bosco ci mette 30 anni a ricrescere, tempo in cui le sue funzioni idrogeologica e paesaggistica restano degradate e debilitate.
La nostra Regione sta seguendo le orme di quella toscana, elettricità dalla legna.
Ma non pare proprio una idea sostenibile.

Giuliano Serioli
26 agosto 2014

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense