I
tagli dissennati sul nostro appennino si susseguono.
Taglio
raso di un'abetaia di 20 ettari nel reggiano a Succiso. Taglio sul
Lavecchio e sul Fuso, su pendii ripidi attorno e sopra i 45° di
pendenza, tali da provocare frane di scorrimento di un suolo
strutturalmente sottile per le caratteristiche di impermeabilità del
flysch omonimo.
Tutta
la nostra montagna è soggetta a tagli sconsiderati di boschi.
Motoseghe in mano a operatori dell'Est che lavorano in nero e che
utilizzano attrezzature industriali per tagliare, cippare,
trasportare, trasformando sentieri in carraie e mettendo a rischio
interi pendii alle prime forti piogge.
Se
qualcuno pensa ancora che l'energia da biomasse sia stata concepita
per nobili fini ambientali si sbaglia di grosso.
Gli
“scarti” legnosi sono ormai tutti diretti alle centrali a
biomassa con grave danno anche all'industria del mobile che da questi
scarti ricavava pannelli multistrato.
E'
l'import, quindi, che sostiene la speculazione.
Alla
scusa della pulizia dei boschi non crede più nessuno.
Pellet
dalla Germania che utilizza legname bielorusso, pellet che viaggia
per centinaia di km per tutta Europa. O cippato e ramaglie
dall'Austria, dalla Croazia. Ma ci sono anche navi che portano in
Europa materiale legnoso dall’Estremo Oriente e dalle Americhe,
dove si tagliano foreste naturali. O cippato da piantagioni a rapida
crescita (con uso di ogm e pesticidi) lungo il corso del Po.
L'uso
di energia da biomasse non provoca solo aumento di polveri sottili ma
anche di pericolosi microinquinanti. Nei fumi che si crerano con la
combustione del legno sono presenti sostanze tossiche e cancerogene
quali benzene, formaldeide, idrocarburi policiclici aromatici (IPA),
diossine, polveri fini ed ultrafini.
Un
preciso marker è il benzopirene, una molecola da tempo classificata
come cancerogena: dove si brucia legna la presenza di benzopirene
aumenta nettamente. Eppure anche in aree critiche come la Pianura
Padana, dove la soglia massima di benzopirene di 1 nanogrammo
(milionesimo di grammo) fissata dalla Ue è già superata, si
autorizzano centrali a cippato e a scarti legnosi da diversi megawatt
termici se non decine e decine come in Trentino-Alto Adige o in
Puglia e Calabria.
Mentre
una centrale termoelettrica con caldaia e turbina alimentata a
cippato ha una efficienza elettrica del 15%, una centrale
termoelettrica moderna a gas naturale “turbo-gas” ha efficienze
elettriche del 60%. Unita alla grande differenza nelle emissioni. Una
centrale a biomasse legnose dovrebbe rispettare limiti di 20-30
mg/Nmc (metro cubo normalizzato alla pressione atmosferica e alla
temperatura di 0°C.) di polveri totali. Una centrale a gas naturale
emette polveri totali in misura inferiore a 1 mg/Nmc.
Enel,
però, sottoutilizza le centrali a turbo-gas per obbedire al diktat
dell'immissione prioritaria in rete di energia elettrica da biomasse.
In Pianura Padana è un attentato alla salute, la scelta consapevole
di far morire delle persone in più per favorire una pura
speculazione finanziaria.
Studi
epidemiologici sperimentali evidenziano una possibile correlazione
tra esposizione a fumo di legna e effetti sulla salute.
Diminuita
funzionalità polmonare, ridotta resistenza alle infezioni, aumento
dell'incidenza e della gravità dell'asma. L'esposizione a fumo di
legna produce effetti simili a quelli dell'inalazione di particelle
da combustione di combustibili fossili. Forse peggio, come
evidenziano statistiche che calcolano 480.000 morti in Europa per
particolato e fumi.
Come
tutti i cittadini abbiamo avuto modo di seguire le ultime vicende
relative all’impianto di incenerimento di Iren, situato ad
Ugozzolo, ed in particolare la richiesta di incremento della capacità
autorizzata di combustione (da 130.000 t/a al “carico termico”
ovvero circa 190/195.000 t/a) inoltrata dallo stesso gestore.
Abbiamo
letto l’accordo sottoscritto il 30 luglio tra Regione, Comune ed
Iren, in cui quest’ultima “autolimita” la quantità di rifiuti
all’inceneritore a 130.000 t/a, estendendo il territorio di
conferimento oltre alle Province di Parma e Reggio Emilia (aggiunta
nel 2016) alla Provincia di Piacenza.
Lo
stop all’incremento è un passo in avanti ma è solo momentaneo e
non del tutto rassicurante.
Da
quel che si è capito il contenuto dell’accordo andava trasferito
nella modifica autorizzativa, precisando che l’accordo cessa di
efficacia al 31.12.2020, ovvero in corrispondenza al termine di
validità del Piano regionale rifiuti che individua i flussi di
rifiuti urbani da inviare anche all’impianto di Parma, “senza che
ciò comporti la necessità di modifica dell’autorizzazione
integrata ambientale” e comunque nel “rispetto della normativa
nazionale e della pianificazione regionale”.
Dal
sito regionale abbiamo scaricato il nuovo atto autorizzativo
(determina ARPAE 3992 del 2 agosto 2018) nel quale ci sembra vi sia
un passaggio stonato.
In
tale atto, dopo aver richiamato l’accordo citato, si afferma che “a
far data dal 1 gennaio 2021” la quantità di rifiuti (di ogni
genere) in ingresso all’inceneritore sarà di 195.000 t/a.
Tale
previsione stupisce e preoccupa in quanto ci saremmo aspettati che
alla data di scadenza del 31.12.2020 la quantità autorizzata
rimanesse vincolata alla (nuova) pianificazione regionale e che
comunque, fino alla definizione della stessa, rimanesse la quota di
130.000 t/a.
Invece,
da quanto indicato nella nuova autorizzazione, l’incremento a
195.000 t/a appare “automatico”, svincolato da qualunque atto
programmatorio, come se la limitazione attuale fosse solo un preludio
al via libera totale del gennaio 2021.
Non
siamo affatto convinti, dalla lettura del provvedimento di VIA e di
AIA del 2016, che vi sia un obbligo “automatico” di incremento
nella quantità dei rifiuti e quindi qualunque modifica
all’autorizzazione crediamo debba essere discussa tra gli enti (in
questo caso in prosecuzione della conferenza dei servizi del
29.06.2018, come pure delle note inviate dal Comune, come ricordato
in premessa nella nuova autorizzazione).
Ci
chiediamo allora se l’accordo del 30 luglio scorso avesse come
obiettivo semplicemente una dilazione temporale dell’incremento
della quantità di rifiuti autorizzata all’inceneritore di Parma
piuttosto che un serio ripensamento da parte di Iren sulla richiesta
di aumentare i rifiuti inceneriti, una decisione questa che aveva
visto l’opposizione di molti soggetti, anche di importanti realtà
economiche locali, tutti compatti a dire no ad ogni possibile
incremento.
Un
netto no che non prevedeva un termine temporale o una momentanea e
breve sospensione dell’incremento ma definiva una visione
strategica del territorio per andare verso l’economia circolare,
concetto che oggi l’Unione Europea spende come percorso
ineluttabile.
Un
percorso dove l’incenerimento deve diventare un fatto residuale in
attesa di uno stop definitivo, come già deciso dalla regione Marche.
Ora
le domande.
Il
contenuto della nuova autorizzazione è stato approvato
dall’amministrazione comunale di Parma? Oppure Arpae è andata
oltre alla trasposizione dell’accordo nell’atto?
Se
così fosse l’amministrazione intende intervenire e chiedere una
modifica dell’atto del 2.08.2018 per la parte qui messa in
evidenza?
Regione
Emilia Romagna - servizio Ambiente, viale della Fiera 8 – 40127
Bologna
Comandante Gruppo Carabinieri Forestali Parma, Via
Macedonio Melloni 4 – 43121 Parma
Unione Montana Appennino
Parma Est, Piazza Ferrari 5 – 43013 Langhirano
Sindaco di
Neviano Degli Arduini, P.zza IV Novembre 1 – 43024 Neviano degli
Arduini
Sindaco di Palanzano, Piazza Cardinal Ferrari 1 –
43025 Palanzano
Sindaco di Tizzano Val Parma, Piazza Roma 1 –
43028 Tizzano Val Parma
Oggetto:
Monte Fuso e zone limitrofe – Segnalazioni varie.
La
presente, in qualità Coordinatore dell’Associazione Rete Ambiente
Parma. L’associazione, nella sua attività di salvaguardia del
territorio, ha raccolto tra i cittadini segnalazioni relative
alla zona del Monte Fuso ingeneranti dubbi e preoccupazioni tra i
cittadini riguardo i tagli boschivi.
In particolare, si vuole
portare alla attenzione delle competenti Autorità, le seguenti
situazioni anomale.
La
prima segnalazione è relativa ad irregolarità nei tagli perpetrati
nel versante nord. In primis, creazione e stato di conservazione di
recinti e carraie del versante in oggetto.
Negli anni scorsi,
al fine di valorizzare l’antica tradizione della coltivazione del
marrone, sono stati effettuati, anche con finanziamenti comunitari e
regionali, vari interventi per apportare migliorie. Gli interventi,
di fatto, si sono risolti nella costruzione di recinti a protezione
dai caprioli, nonché una fitta rette di carraie per il trasporto del
legname (…foto…). I disboscamenti paiono indiscriminati.
Addirittura risulta realizzata una strada in cemento, cui fa seguito
una ghiaiata, in apparenza al solo servizio dei due immobili posti al
loro termine (…foto…). Gli interventi di disbosco così
realizzati, a nostro parere, ingenerano un rischio idrogeologico per
la forte pendenza ed esposizione. Alcune recinzioni ed i cancelli
sono addirittura in stato di abbandono e risultano pericolosi. Si
chiede di valutarne lo smantellamento definitivo, fattore che
potrebbe risultare positivo anche per gli spostamenti della fauna
selvatica.
Si invita infine a verificare la conformità alla
normativa forestale delle vie di accesso al bosco realizzate, in
particolare per quanto riguarda le pavimentazioni e le larghezze
(…foto…).
A
questa situazione volevamo aggiungere anche alcune anomalie
riscontrate nei due immobili che si trovano poco dopo il termine
della strada cementata e a poche centinaia di metri da cui inizia
quella ghiaiata.
A detta di alcuni escursionisti che bazzicano
spesso la zona, parrebbe che l’edificio che si trova a valle di
essa e di recentissima costruzione (…foto…), in apparenza sarebbe
stato eretto con la motivazione di un “deposito attrezzi”,
mentre parrebbe eretto solo per “uso privato”, in quanto invece
che di attrezzi da lavoro, esso sembra essere fornito di una serie di
tavoli e panche per l’organizzazione di feste, insieme ad un forno
per barbecue e tanto di illuminazione notturna per l’esterno.
Inoltre, sempre a detta di alcuni escursionisti che hanno
visitato la zona durante la costruzione del fabbricato, sembrerebbe
siano state predisposte anche tubazioni idrauliche ed alcuni presidi
sanitari interni con relativo scarichi delle acque nere, che dai
progetti non sarebbero dovute esistere. Si invita quindi a verificare
la fondatezza di tali segnalazioni che ci sono state pervenute.
Per
quanto riguarda invece l’immobile che si trova a monte della strada
ghiaiata e vicinissimo al precedente (…foto…), anche in questo
caso alcuni escursionisti ci hanno riferito di aver visto una fonte
intubata 15 metri a monte dal cortile ovest della casa in oggetto,
nel cui cortile sarebbe sito anche un tombino con dei rubinetti di
recentissima costruzione.
Chiediamo quindi che venga verificata
anche la veridicità di quest’altra situazione anomala che ci è
stata comunicata.
L’ultima
grossa irregolarità riscontrata nel versante nord e più
precisamente sopra a Campora nei pressi del cippo del Monte Fuso, è
stata il consistente allargamento di una zona di crinale adibita al
decollo per alianti e deltaplani, che ha causato una frana di
dimensioni notevoli. E’ opportuno far presente che in realtà la
zona non ha mai ricevuto un reale apprezzamento per queste pratiche
sportive, dato che gli appassionati preferiscono fare i decolli dal
più comodo e altrettanto vicino Monte Caio. Infatti, è già tanto
se dal monte Fuso viene fatto un lancio all’anno. Insensato quindi
il recente allargamento di quest’area che pare solo un pretesto per
disboscare ulteriormente, senza contare che l’acclività della zona
avrebbe dovuto suggerire di evitare qualsiasi taglio boschivo.
Da
qui l’innesco di una frana lunga quasi un chilometro, danneggiando
i boschi e gli essiccatoi dei proprietari sottostanti, i quali,
quando hanno chiesto un risarcimento per il danno subito, si sono
visti chiudere la porta in faccia e pare che come unico “ripiego”
sia stato fatto il posizionamento di una rete sull’intera area allo
scopo di contenere ulteriori frane, quando però il danno era già
stato fatto (…foto…).
Come se questo non fosse bastato, è
stato deciso di aprire una nuova area per i decolli in un’altra
zona del crinale del Monte Fuso, più precisamente sopra al paese di
Vezzano nella parte nord del Fuso e di Rusino a sud. Siccome a
differenza dell’altro caso non si tratta di un allargamento ma di
una creazione, è stata disboscata una zona molto vasta, la quale è
ben visibile da Vezzano e addirittura fin dal paese di Boschetto
(…foto…).
A detta degli escursionisti che hanno bazzicato la
zona, pare che anche qui ci siano stati problemi di dissesto.
Una
seconda segnalazione, è relativa al versante nord-nord/ovest nei
pressi di Rusino. Anche qui sono stati tagliati alberi secolari, sono
state allargate carraie e aperte vie nel bosco. Per arrivare in quel
punto, si supera in auto l’abitato di Rusino e dopo qualche
centinaia di metri, andando in direzione di Scurano, si vede sulla
sinistra una carraia che sale. La carraia, inizialmente di pietrato,
diventa poi in terra battuta e coincide con quello che dovrebbe
essere il sentiero Cai 763°.
La carraia è stata oltremodo
ampliata e resa percorribile da mezzi 4x4 e, seguendone il corso
sulla sinistra, si giunge all’area disboscata. Come ben si può
vedere dalle foto, la dimensione delle carraie boschive è inusitata;
la scarsa qualità costruttiva ha lasciato un sostrato cedevole ed a
rischio frana. Anche la metodologia di esbosco è tutta da
verificare: numerosi sono i ceppi sradicati e le buche create non
ricoperte.
La
terza segnalazione è relativa al versante sud del Fuso, coincidente
col versante est del monte Faino da un lato e dal versante ovest del
monte Lavacchio dall’altra parte del torrente sottostante.
In
auto nei pressi dell’abitato di Ruzzano si sale alla chiesetta del
Querceto; da qui si prende il sentiero 761sud che arriva al “Centro
Turistico Monte Fuso” e quando si è a circa metà percorso, se
prima si era immersi in verdi boschi, ora ci si trova in una vasta
radura. Anche in questo caso, oltre ai tagli sono state aperte
carraie nel bosco per favorire il transito dei mezzi pesanti. I tagli
sono attualmente in corso e la consistenza dell’intervento è ben
visibile in lontananza ed addirittura dal satellite (---foto---).
L’apertura di nuove carraie per il transito di mezzi pesanti unito
ad un disboscamento massiccio, ha dato origine per la prima volta
all’instaurarsi di una frana proprio in quello che sarebbe il
sentiero Cai 761sud (---foto---).
Recentissimo
e dalla parte opposta della vallata in cui sono stati fatti questi
disboscamenti, ovvero sul versante occidentale del monte Lavacchio, è
stato fatto un altro grande disboscamento su un terreno in forte
pendenza e proprio a ridosso di un torrente.
In tutti questi
esboschi non si è tenuto conto del rischio di dissesto
idrogeologico, cui si aggiunge anche in questo caso la costruzione di
nuove larghe carraie laddove prima esisteva solo il bosco fitto
(---foto---).
Un
altro taglio di vaste proporzioni è stato eseguito nei pressi della
cresta che dal monte Faino porta a nord sulla strada provinciale alta
che collega Rusino a Scurano. Il taglio è proprio adiacente ad essa
(---foto---).
La
quarta segnalazione concerne invece diversi tagli boschivi
prevalentemente sempre nel versante sud del Fuso, di cui uno dei più
vistosi è quello coincidente con la parte meridionale del monte
Castellaro.
Sulla strada bassa che da Lagrimone va verso
Scurano e più precisamente poco dopo la località “La Massagna”,
sono stati fatti due grandi disboscamenti nel versante sud del monte
Castellaro, in forte pendenza, arrivando addirittura a coprire
un’area che va dalle pendici del monte alla sua cresta sommitale.
Anche in questo caso, sono state aperte e abbandonate grandi carraie
per il trasporto dei mezzi pesanti (---foto---).
Mentre
a sud di Ruzzano e precisamente alle pendici del “Monte di Ruzzano”
proprio sopra al torrente Bardea e di fronte al monte “Poggio della
Torre”, sono stati fatti due grandi tagli boschivi in zona di
calanchi e quindi a rischio frane (---foto---).
Esattamente
di fronte a questi tagli, ne sono stati fatti altri due molto
consistenti sul versante nord del monte Guido, sull’altro lato
della val Bardea (---foto---).
Poi
nell’abitato di Scurano, è ben visibile anche da grande distanza
il taglio vasto fatto su un intero versante del monte che sovrasta a
nord il lago di Scurano (---foto---).
Altre
deforestazioni sono state effettuate sui versanti ovest del monte
Faino (di cui abbiamo già parlato prima per alcuni tagli imponenti
nel lato sud) (---foto---), poi nei pressi dei paesi di Trinità e
Bottazzo vicino a Moragnano (---foto---) e nella zona adiacente al
paese di Pignone (---foto---).
Infine
sono da segnalare notevoli tagli boschivi proprio sul crinale
principale ovest-est del monte Fuso, che dal cippo va verso la Pieve
di Sasso. Tra l’altro questa zona è una delle più frequentate a
livello turistico in quanto vi transita il sentiero Cai 763° che è
uno di quelli principalmente frequentati dagli escursionisti
(---foto---).
L’ultima
segnalazione in zona riguarda invece quella del paese di Pietta, che
era agli onori della cronaca poco tempo fa proprio per un taglio
selvaggio avvenuto nei boschi che fiancheggiavano i ripidi pendii a
ovest sotto al paese stesso, i quali hanno fatto avanzare la frana
già preesistente rendendo inagibile parte del paese
(---foto---).
Nelle vicinanze di questo, sono stati effettuati
altri due nuovi e notevoli tagli boschivi (---foto---).
Siamo
convinti che danneggiare a livello idrogeologico questo territorio ed
eliminarne quasi del tutto il patrimonio boschivo non sia
“valorizzarlo”, ma solo una speculazione a danno dello
stesso.
Altresì riteniamo che per valorizzare un ambiente come
quello del Monte Fuso, sia più opportuna una politica come era in
essere negli anni ’70 e ’80 in cui invece di tagliare foreste
senza sosta, si facevano investimenti per rimboschire. Infatti si era
creata sul monte Fuso una grande zona di “Parco” che era il fiore
all’occhiello ad un passo da Parma ammirato da tutti. Non a caso
arrivavano corriere anche da lontano, ad esempio da Reggio Emilia e
da Modena, per ammirarne le bellezze naturali. Bellezza che oggi la
si sta quasi completamente annientando.
Riteniamo
necessario che l’Unione Montana Appennino Parma Est non sia sempre
così disponibile al rilascio di permessi di taglio a chiunque voglia
disboscare in questa zona.
Ci sono “imprenditori”
forestieri che vengono a prendere in affitto i boschi per poi
letteralmente ripulirli (come nel caso del versante est del monte
Faino in cui si sono originate preoccupanti frane).
Senza
contare il fatto che tutti questi permessi vengono dati senza nemmeno
assicurarsi che i terreni da disboscare siano su ripidi acclivi, in
zone calanchive o adiacenti a torrenti.
Le autorità che
dovrebbero vigilare su tutto questo, pare lo facciano un tanto al
chilo. In tal modo vengono costruite abusivamente nuove carraie ed
allargate le preesistenti con tutti i rischi idrogeologici che ne
conseguono. Per non parlare del fatto che ormai in quasi tutto il
nostro territorio, è utilizzata mano d’opera Est Europea a basso
costo ed in nero, senza alcun controllo da parte di qualsiasi
autorità.
Tempo
fa, la regione Emilia Romagna aveva stanziato 420.000 euro per pagare
il taglio dei pini seccati di Lagdei e Trefiumi, nonchè per il
diradamento nella pineta del passo del Ticchiano e per
un
altro diradamento nella faggeta sopra Valditacca, seguito da un
tecnico forestale.
I
reali motivi di tale finanziamento, e l'utilizzo della legna
tagliata, erano per noi finalizzati ad aiutare il rifornimento delle
centrali a biomassa esistenti in Appennino, in cui il costo del
cippato (4 euro) non è compatibile con il costo della legna (12
euro).
Tuttavia
ci pareva che la strada imboccata del diradamento fosse un segnale di
svolta da parte dell'autorità verso i consorzi di taglio.
Invece
tutto continua come prima: taglio raso matricinato, con matricine
sempre più piccole e distanti l'una dall'altra.
La
speculazione sulla legna continua con squadre di taglio dell'est
europeo, pagati in nero e senza alcuna assicurazione.
Intere
parti di montagne spogliate del loro manto boschivo: monte Fageto,
monte Caio, monte Navert, monte Aguzzo, Alpe di Succiso ed ora monte
Faino e monte Fuso, nell'Appenino Est.
I
tagli sono fatti con criteri industriali: massima resa nel minor
tempo. Per questo motivo il taglio raso è il più adatto.
Ruspe
per spianare sentieri e trasformarli in carraie percorribili da
macchinari e camion.
Tagli
anche dove l'acclività è del 100%, pendii oltre i 45° di pendenza,
dove una pioggia successiva può asportare completamente il suolo e
denudare la roccia, contribuendo a creare frane e a trasformare le
bombe d'acqua in alluvioni nella stessa alta montagna.
Il
manto boschivo ovviamente ricresce, ma ci mette 30 anni a tornare
come prima dal punto di vista paesaggistico.
Le
ferite come buchi di gruviera sulla montagna.
Poca
cosa, dicono le autorità, l'importante è che il bosco ricrescendo
molto più in fretta catturi la stessa quantità di CO2 di prima.
Ma
non è vero.
Studi
recenti ci dicono che ad un bosco sottoposto a taglio raso occorrono
circa 2,5 anni per arrivare al livello di prima nell'assorbimento di
CO2.
Ma
non basta, altri studi hanno verificato che i rami abbandonati e
morti e il suolo sconvolto procurano altre emissioni di carbonio che
va sottratto alla capacità di cattura del manto boschivo.
Non
sono sciocchezze di ambientalisti precisini. Il manto bioschivo del
nostro Appennino è l'unica forma di contenimento e di contrasto ai
veleni che risalgono dalla Pianura Padana.
Dopo
la denuncia fatta alla forestale dal comitato ambientale di Palanzano
per i tagli sconsiderati sul Fageto ora è il turno del monte Fuso.
Con
tagli che vanno da quota 600 metri fino a quota 1.000. Con nuove
carraie che segnano il lato sud della montagna dove prima c'erano
solo sentieri.
Un
danno al suolo, visibile dalle foto, che provocherà colamenti di
terra e frane con le prossime piogge.
Pare
che la ditta che ha effettuato tale scempio sia la stessa che è
stata multata per il danno al Fageto.
Un
vento provvido ha scacciato il manto grigio delle polveri sottili.
Un
fenomeno raro e momentaneo, presto PM10, polveri ultrasottili e
benzopirene torneranno ad accumularsi e a soffocarci.
Auto,
impianti industriali, allevamenti intensivi e centrali a biogas
saranno di nuovo padroni dell'aria che respiriamo, cui si aggiungerà
con l'inverno il riscaldamento domestico, i caminetti a legna, le
stufe a pellets.
La
meraviglia della nebbia in val Padana, una volta consueta,
trasformata in una cappa di smog giallo scura, un mix di veleni che
fa del nostro territorio il più pericoloso al mondo per la salute.
Il
problema è la contemporaneità con cui si sta verificando questo
accumulo con altre crisi: i cambiamenti climatici, la perdita di
suolo e di habitat, l’alterazione dei cicli dei nutrienti, la
sovrappopolazione, la mancanza di acqua dolce, le risorse rinnovabili
in rapido degrado.
La
nostra società considera gratuite le risorse naturali.
La
speculazione non investe nulla per il loro riuso e rinnovo, le
consuma e basta.
Assieme
all'aria, anche suolo ed acqua sono gravemente minacciati.
Nei
centri storici delle nostre città solo vetrine del lusso.
La
spesa ormai solo nei supermercati cresciuti come funghi a fianco dei
precedenti e di magazzini abbandonati per la crisi. Ma,
paradossalmente, il traffico auto anche nel centro è sempre più
intenso.
Sciami
di auto lungo i viali contendono la strada ad autobus sempre più
giganteschi ed inquinanti.
Forse
è il momento di ripensare il tutto.
Pedonalizzare
tutto il centro entro i viali, con le eccezioni ai mezzi che
riforniscono e agli autobus, piccoli ed elettrici.
I
parcheggi a pagamento in centro usarli gratuitamente per i residenti.
Attivare
seriamente i parcheggi scambiatori per chi arriva da fuori, fornendo
un servizio autobus rapido che porti ai viali.
I
viali percorsi in continuazione da un servizio autobus che permetta
di arrivare ovunque velocemenete, anche in centro.
Eliminare
gli autobus a gasolio, quelli troppo ingombranti e arrivare in pochi
anni a mezzi solo elettrici.
Il
consumo di suolo e la sua copertura avanzano a macchia d'olio oltre
le periferie.
Il
pericolo del ruscellamento rapido dell'acqua piovana dalla città
verso la bassa è sempre maggiore e provocherà allagamenti sempre
più frequenti in ragione delle bombe d'acqua previste. Le piccole
casse d'espansione sui canali collettori non basteranno ad impedirlo.
Campagne
sempre più siccitose e bisognose d'acqua per il cambiamento
climatico, ma anche per la mancata conservazione dell'acqua piovana.
Autorità
senza alcun progetto integrato per la difesa dalle alluvioni ed il
riuso dell'acqua da stoccare. Sanno solo progettare altro consumo di
suolo (casse d'espansione) e dighe in montagna che provocheranno
ulteriore carenza d'acqua nelle conoidi dell'alta pianura per il
blocco delle correnti di subalveo che alimentano quest'ultime.
Senza
considerare la perdita di suprficie boschiva per il laghi creati.
La
sicurezza della città dalle alluvioni dei torrenti in piena sta
nell'effetto spugna dei boschi, nella manutenzione dell'alveo, in un
contratto di difesa attiva coi contadini dell'alta pianura per la
manutenzione degli argini e lo sfioramento delle piene nelle cave in
disuso e in invasi
in
cui conservare l'acqua per l'irrigazione estiva.
La
Provincia votò a favore della Tibre, la Regione affermò che la
priorità era la ferrovia, la ditta Pizzarotti si ritenne soddisfatta
dell'escamotage della Regione.
Così
il 1° tratto della Tibre era cosa fatta, con tanti saluti al
Coordinamento dei gruppi ambientali.
Raffaele
Donini, assessore regionale alle infrastrutture, ha sottolineato come
la Regione abbia lavorato alla proposta “ascoltando anche i
territori”, una affermazione che ha del surreale con tinte quasi
comiche.
Le
parole di Donnini “C’è stato un pronunciamento del Consiglio
provinciale di Parma; ribadiamo che per noi la priorità è il
potenziamento della linea ferroviaria Pontremolese, il secondo lotto
del Ti-bre è priorità 2”.
Il
primo tratto della Tibre è sottinteso che si farà, per lui e la
Regione è priorità 1, col benestare di PD e destra e l'assenza del
sindaco di Parma.
Il
commento della Provincia: "Il Consiglio provinciale ha approvato
un documento di indirizzo che recepisce l'importanza delle nuove
priorità impostate dal Governo su progetti strategici e fondi
correlati. Priorità pensate per spendere meglio le risorse realmente
a disposizione”.
Spendere
meglio i soldi? Con quei 9 chilometri che finiscono in mezzo alla
campagna, dopo averla rovinata?
"Finalmente
si punta sulle ferrovie" commenta il sindaco Federico
Pizzarotti: “Il mio parere sulla Tirreno-Brennero l'ho già
espresso ed è chiaro a tutti”.
Il
Coordinamento dei comitati contro le autostrade Cr-Mn e Ti-Bre sono
sconcertati per la mancata partecipazione del sindaco di Parma
all'Assemblea dei sindaci in Provincia, che ha dato sponda alle forze
di PD e centrodestra favorevoli all’autostrada Tibre.
Sempre
in priorità 1 la Regione propone inoltre un intervento da 50 milioni
per rendere funzionale il primo lotto del Ti-bre – di cui è
imminente l’avvio del cantiere – collegandolo (con una strada
ordinaria) alla Cispadana verso est.
La
consigliera Canova sulla TiBre chiede al Governo di verificare,
nelle more dell’approvazione del progetto esecutivo, se sussistono
le condizioni per evitare di realizzare il primo lotto del raccordo
autostradale Ti-Bre, relativo al tratto Fontevivo-San Quirico e di
destinare alla Pontremolese le risorse già stanziate.
La
scelta, dice, non è contro il trasporto su gomma, ma tra un’opera
utile e una inutile.
Vescovi
(PD) chiede al Consiglio: "Vogliamo veramente fare di Parma il
luogo delle eccellenze agro-alimentari? L’autostrada aumenterà
traffico e polveri sottili, aumentando il carico su questa area,
Fontevivo è il Comune con meno terreno fertile della Provincia”.
Si
vota sul documento della Provincia, che viene approvato. Contrari
solo due: Canova e Vescovi.
Regione
e Provincia hanno deciso contro i sindaci. Hanno parlato a vanvera di
Pontremolese per far passare il primo tratto della Tibre. Pizzarotti,
il sindaco, si è associato. Pizzarotti, il costruttore, ringrazia.
L'assemblea
dei sindaci, complice l'assenza di quello di Parma, si è fatta
tranquillamente beffare.
Forse
alcuni volevano solo far figura, non opporsi seriamente.
Ma
il territorio, che l'assessore Regionale Donini dice di aver
ascoltato, è d'accordo sul disastro che gli sta rovinando addosso?
Il
piano della regione per fare cassa con il grande falò
La
Regione Emilia Romagna sta redigendo il nuovo piano forestale per gli
anni 2014-2020.
Dopo
il solito rituale retorico, “gli interventi nel bosco devono essere
all'insegna di una selvicoltura naturale, accostandosi il più
possibile a come il bosco si sviluppa naturalmente per conto suo”,
si
arriva al sodo: “E' in atto una forte tendenza all’abbandono
delle attività gestionali del bosco... Per questo, pur riconfermando
la primaria funzione protettiva e di conservazione della biodiversità
svolta dalle nostre foreste, si rende necessario introdurre sul piano
programmatico, alcune rilevanti novità tese a favorire la
ricostruzione, in chiave di moderna imprenditoria forestale, della
filiera produttiva, soprattutto a fini energetici, della risorsa
boschiva”.
E'
la dichiarazione formale di voler favorire tramite finanziamenti il
taglio industriale del bosco.
Il
fine principale è quello di costruire centrali a cippato che
sfruttino la legna a fini energetici.
Saranno
solo centrali termiche per il teleriscaldamento, come dichiarato
finora?
No
di certo.
Qui
si stanno mettendo le carte in tavola come ha fatto molto più
esplicitamente la Regione Toscana, che ha esplicitamente espresso la
volontà di ottenere 70 Mw/h elettrici dalla legna con piccole
centrali sotto il Mw. (http://www.greeneconomytoscana.it/)
La
Regione Toscana vuole produrre energia elettrica, con efficienza del
10%, (è il livello dichiarato dal sindaco del comune di Monchio, per
la sua caldaia a cippato). Non crediamo che le centrali toscane siano
differenti, perché utilizzeranno cippatura di ramaglie, sfalci lungo
le strade e scarti di disbosco e non certo legna da ardere, che ha un
prezzo di vendita al dettaglio doppio rispetto al cippato: 12 euro
la legna, 6 euro il cippato.
Monchio
per fare funzionare la sua turbina da 100 Kwe brucia ogni anno 1.000
tonnellate di cippato. Per capire i numeri, i 70 Mw elettrici
proposti dalla Toscana corrispondono a 700 volte la potenza elettrica
della turbina di Monchio.
Quindi
per produrre quella miseria di elettricità la Regione Toscana vuol
bruciare 700.000 tonnellate di legna ogni anno.
Proprio
una bella idea.
70
Mwe di potenza per 7.000 ore utili all'anno producono circa 500.000
Mwe, cioè 500 milioni di Kw/h.
Produrli
con il cippato costa 42 milioni di euro (700.000 tonnellate di
cippato per 60 euro).
In
una moderna centrale a gas per produrre la stessa energia servono 90
milioni di metri cubi di metano che, a 30 centesimi di euro a metro
cubo, fa 27 milioni di euro.
L'energia
elettrica prodotta col metano costa il 35% in meno.
Ecco
che però a coprire l'inefficienza entrano in gioco gli incentivi
pubblici per le biomasse.
Produrremo
energia elettrica come a fine '800 e la pagheremo carissima, con la
scusa della riduzione di emissioni di CO2.
Ma
è vero?
Dopo
che si è fatto il taglio raso in un bosco ceduo, la superficie
fogliare ci mette 2,5 anni per ricrescere e catturare la stessa CO2
di prima del taglio.
Dalla
pubblicistica selvicolturale si sa che un albero cattura in un anno
20 Kg di CO2.
In
un ettaro di bosco ceduo ci sono mediamente 400 alberi che
moltiplicati per 20 kg danno 8 tonnellate di CO2.
Gli
ettari da tagliare sarebbero 7.000 (700.000 t./100 tonnellate per
ettaro) e quindi la CO2 che non verrebbe catturata, che resterebbe in
aria, se tagliassimo tutti quegli alberi, sarebbe la modica cifra di
56.000 tonnellate.
Ma
non è finita.
Occorre
moltiplicare quelle 56.000 t. di CO2 per i 2,5 gli anni che impiega
il bosco ad avere la superficie fogliare sufficiente a catturare la
stessa quantità di CO2 di prima.
Quindi
le tonnellate di CO2 diventano139.000.
Occorre
tener presente che il bosco ci mette 30 anni a ricrescere, tempo in
cui le sue funzioni idrogeologica e paesaggistica restano degradate e
debilitate.
La
nostra Regione sta seguendo le orme di quella toscana, elettricità
dalla legna.