I
tagli dissennati sul nostro appennino si susseguono.
Taglio
raso di un'abetaia di 20 ettari nel reggiano a Succiso. Taglio sul
Lavecchio e sul Fuso, su pendii ripidi attorno e sopra i 45° di
pendenza, tali da provocare frane di scorrimento di un suolo
strutturalmente sottile per le caratteristiche di impermeabilità del
flysch omonimo.
Tutta
la nostra montagna è soggetta a tagli sconsiderati di boschi.
Motoseghe in mano a operatori dell'Est che lavorano in nero e che
utilizzano attrezzature industriali per tagliare, cippare,
trasportare, trasformando sentieri in carraie e mettendo a rischio
interi pendii alle prime forti piogge.
Se
qualcuno pensa ancora che l'energia da biomasse sia stata concepita
per nobili fini ambientali si sbaglia di grosso.
Gli
“scarti” legnosi sono ormai tutti diretti alle centrali a
biomassa con grave danno anche all'industria del mobile che da questi
scarti ricavava pannelli multistrato.
E'
l'import, quindi, che sostiene la speculazione.
Alla
scusa della pulizia dei boschi non crede più nessuno.
Pellet
dalla Germania che utilizza legname bielorusso, pellet che viaggia
per centinaia di km per tutta Europa. O cippato e ramaglie
dall'Austria, dalla Croazia. Ma ci sono anche navi che portano in
Europa materiale legnoso dall’Estremo Oriente e dalle Americhe,
dove si tagliano foreste naturali. O cippato da piantagioni a rapida
crescita (con uso di ogm e pesticidi) lungo il corso del Po.
L'uso
di energia da biomasse non provoca solo aumento di polveri sottili ma
anche di pericolosi microinquinanti. Nei fumi che si crerano con la
combustione del legno sono presenti sostanze tossiche e cancerogene
quali benzene, formaldeide, idrocarburi policiclici aromatici (IPA),
diossine, polveri fini ed ultrafini.
Un
preciso marker è il benzopirene, una molecola da tempo classificata
come cancerogena: dove si brucia legna la presenza di benzopirene
aumenta nettamente. Eppure anche in aree critiche come la Pianura
Padana, dove la soglia massima di benzopirene di 1 nanogrammo
(milionesimo di grammo) fissata dalla Ue è già superata, si
autorizzano centrali a cippato e a scarti legnosi da diversi megawatt
termici se non decine e decine come in Trentino-Alto Adige o in
Puglia e Calabria.
Mentre
una centrale termoelettrica con caldaia e turbina alimentata a
cippato ha una efficienza elettrica del 15%, una centrale
termoelettrica moderna a gas naturale “turbo-gas” ha efficienze
elettriche del 60%. Unita alla grande differenza nelle emissioni. Una
centrale a biomasse legnose dovrebbe rispettare limiti di 20-30
mg/Nmc (metro cubo normalizzato alla pressione atmosferica e alla
temperatura di 0°C.) di polveri totali. Una centrale a gas naturale
emette polveri totali in misura inferiore a 1 mg/Nmc.
Enel,
però, sottoutilizza le centrali a turbo-gas per obbedire al diktat
dell'immissione prioritaria in rete di energia elettrica da biomasse.
In Pianura Padana è un attentato alla salute, la scelta consapevole
di far morire delle persone in più per favorire una pura
speculazione finanziaria.
Studi
epidemiologici sperimentali evidenziano una possibile correlazione
tra esposizione a fumo di legna e effetti sulla salute.
Diminuita
funzionalità polmonare, ridotta resistenza alle infezioni, aumento
dell'incidenza e della gravità dell'asma. L'esposizione a fumo di
legna produce effetti simili a quelli dell'inalazione di particelle
da combustione di combustibili fossili. Forse peggio, come
evidenziano statistiche che calcolano 480.000 morti in Europa per
particolato e fumi.
Alla
nostra lettera denuncia, inerente i tagli boschivi di questi ultimi
due anni sui monti del parco del monte Fuso ( M.ti Fuso, Lavacchio,
Faino), è stato risposto. Lo ha fatto la Comunità Montana Parma
Est, a firma del suo presidente, nonché sindaco di Langhirano,
Giordano Bricoli.
La
risposta è in burocratese. Per capirci che roba sia ve ne diamo
esemplificazione: "...dalle foto prodotte si ritiene che i tagli
indicati - -ultimo taglio Lavacchio ovest - possano riguardare a)
domanda prot 1253 del 24/02/2016 oggetto di sopraluogo in data
15/3/2016 autorizzata in data 22/3/2016 prot 1843 in cui è stato
ammesso il taglio per i mappali 115 109 foglio 116 Neviano con
rilascio di matricine con diametro minimo pari a 20 cm. ad 1,30 metri
di altezza ad una distanza di 8 metri l'una dall'altra...".
La
lettera di risposta è tutta così per ben 4 pagine. In astratto, con
una precisione burocratica proterva, scavalcando la realtà
distruttiva del taglio.
Saranno
reali i 20 cm delle matricine e gli 8 metri di distanza dichiarati?
Ci
crediamo poco.
In
ogni caso matricine isolate sono sottoposte alla sferza delle
intemperie.
Il
fatto è che non si prende nemmeno in considerazione la sostanza del
nostro esposto, non si risponde nel merito.
Parlavamo
di forte pendenza dei versanti, con un'acclivita sempre intorno al
100%, se non maggiore in alcuni punti.
Dicevamo
che un taglio raso matricinato in simili versanti di monti,
costituiti da sedimenti tipo flysc, cioè alternanze di arenarie
basali, marne ed argilliti, alla prima forte pioggia rischia di
produrre l'asportazione del soprasuolo, del suolo e degli apparati
radicali dei polloni così indeboliti.
Si
noti che il suolo, in montagne a struttura geologica tipo flysc ed in
versanti ripidi, tende ad essere molto sottile e asportabile
facilmente dando luogo a colamenti e frane.
Dicevamo
nella lettera che l'aver trasformato sentieri in carraie per il
passaggio di mezzi pesanti avrebbe degradato ulteriormente tali
versanti.
La
normativa Regionale, infatti, prevede il ripristino da carraie a
sentieri una volta concluso il taglio. Cosa che nessuno si preoccupa
di fare.
Nel
2016 un imprenditore era stato multato dalla forestale proprio per
tale motivo in seguito a tagli sul monte Fageto.
Ribadivamo
che ci sono versanti sul monte Faino neanche attraversati da sentieri
su cui chi ha tagliato ha letteralmente impostato nuove carraie con
grave degrado e pericolo di frane.
Nei
borghi la gente è a conoscenza del fatto che alcuni imprenditori
danno da tagliare con mezzi meccanici pesanti a gente dell'est pagati
in chissà qual modo.
Tutti
quei tagli non portano ricchezza alla montagna, i soldi se ne vanno
altrove assieme alla legna.
Quello
che resta dopo un taglio raso lo si vede dopo un paio d'anni.
Matricine
stente, apatto che si siano salvate dalle intemperie, e cespuglieti.
Questi,
da lontano, colorano di verde i versanti come niente fosse successo,
mentre in realtà le loro radici non danno alcun sostegno alla
montagna, non tratterranno il soprasuolo.
Con
piogge torrenziali verrà giù tutto.
E
intanto il manto boschivo di prima non c'è più. Non se avvantaggia
di certo il paesaggio, ma neanche la cattura di CO2 da parte del
verde.
Che
se qualcuno pensa che i cespuglieti, cresciuti dopo un paio d'anni,
catturino la stessa quantità, sbaglia. E' il manto boschivio integro
a farlo.
Diversi
tecnici forestali ormai affermano che il taglio raso di un ceduo
invecchiato 40 o 50 anni è sbagliato, che sarebbe molto meglio per
la struttura geologica della nostra montagna avviare un diradamento
selezionato.
In
tal modo la copertura boschiva rimarrebbe integra dal punto di vista
sia paesaggistico che di cattura della CO2.
I
versanti non subirebbero il degrado cui sono sottoposti ora, con
grave pericolo per le valli in caso di piogge distruttive.
Il
taglio a diradamento selezionato sarebbe più controllato dalle
autorità preposte, schivato dagli imprenditori del taglio raso
speculativo e favorirebbe la crescita di cooperative locali di
taglio, garantendo un'attività economica congra e stabile per gli
abitanti della montagna.
Constatiamo che la Comunità Montana invece di mettere un freno ai tagli, continua ad autorizzarne su forti pendenze, addirittura su torrenti.
Come si può vedere dalla cartina, sono stati fatti altri nuovi tagli nella valle del "Rio del Faino" a circa quota 820 metri, come dalle foto stesse.
Hanno tagliato proprio il giorno martedì 8 maggio (il verde delle piante tagliate ne è testimonianza) che è ben oltre il limite massimo, il 15 Aprile.
Inoltre hanno tagliato, come dalle foto, su forte pendenza, ostruendo addirittura il torrente con il legname tagliato, oltre ad aver creato una strada con la ruspa proprio sul torrente del Faino per passare con mezzi pesanti (zona 1 della mappa).
Oltre a questo, hanno fatto un nuovo taglio sul sentiero Cai 761A sempre sul Faino, in quello che fino all'anno scorso era un bellissimo sentiero immerso nei boschi in cui insiste una carraia segnalata per il trekking a cavallo, proprio per la bellezza di transitare per quel (ex) verde bosco (zona 2 della mappa).
Infine, hanno fatto un altro taglio proprio a pochi metri a nord della cima del Monte Faino scendendo poi nel versante ovest non molto sopra al taglio precedente (zona 3 della mappa).
Di seguito le foto.
Rete Ambiente Parma
La carraia costruita addirittura sul torrente del Faino per poter accedere coi mezzi pesanti sull'altro versante appena disboscato
Ben visibile è il torrente completamente ostruito sia destra che a sinistra
Il disboscamento sopra alla suddetta carraia
La pendenza su cui è stato fatto l'esbosco è notevole, anche se la foto non rende molto
Evviva i tagli meccanizzati industriali...
Da come si evince dal verde delle piante tagliate in foto, i tagli sono stati appena fatti e si è andati ben oltre al limite di data consentito dalla legge
Le piante verdissime appena tagliate e quelle tagliate tempo addietro, hanno completamente ricoperto il torrente del Faino
Guardando a valle rispetto alle foto precedenti, si vede che a destra (lato ovest) sono andati a tagliare le piante fino al limite massimo, in terreno estremamente delicato a ridosso del torrente.
Il taglio prosegue poi in maniera molto più ampia verso ovest, dove nella foto non è visibile la carraia da cui sono scesi nella valle e che hanno aperto.
Qui siamo nella zona 2 della mappa, dove il sentiero Cai in oggetto era immerso in un bellissimo bosco lussureggiante...
Qui invece siamo nella zona 3 della mappa, appena sotto alla cima del monte Faino.
Il taglio prosegue poi in modo molto ampio scendendo a destra nel versante ovest (verso il Rio del Faino).
Regione
Emilia Romagna - servizio Ambiente, viale della Fiera 8 – 40127
Bologna
Comandante Gruppo Carabinieri Forestali Parma, Via
Macedonio Melloni 4 – 43121 Parma
Unione Montana Appennino
Parma Est, Piazza Ferrari 5 – 43013 Langhirano
Sindaco di
Neviano Degli Arduini, P.zza IV Novembre 1 – 43024 Neviano degli
Arduini
Sindaco di Palanzano, Piazza Cardinal Ferrari 1 –
43025 Palanzano
Sindaco di Tizzano Val Parma, Piazza Roma 1 –
43028 Tizzano Val Parma
Oggetto:
Monte Fuso e zone limitrofe – Segnalazioni varie.
La
presente, in qualità Coordinatore dell’Associazione Rete Ambiente
Parma. L’associazione, nella sua attività di salvaguardia del
territorio, ha raccolto tra i cittadini segnalazioni relative
alla zona del Monte Fuso ingeneranti dubbi e preoccupazioni tra i
cittadini riguardo i tagli boschivi.
In particolare, si vuole
portare alla attenzione delle competenti Autorità, le seguenti
situazioni anomale.
La
prima segnalazione è relativa ad irregolarità nei tagli perpetrati
nel versante nord. In primis, creazione e stato di conservazione di
recinti e carraie del versante in oggetto.
Negli anni scorsi,
al fine di valorizzare l’antica tradizione della coltivazione del
marrone, sono stati effettuati, anche con finanziamenti comunitari e
regionali, vari interventi per apportare migliorie. Gli interventi,
di fatto, si sono risolti nella costruzione di recinti a protezione
dai caprioli, nonché una fitta rette di carraie per il trasporto del
legname (…foto…). I disboscamenti paiono indiscriminati.
Addirittura risulta realizzata una strada in cemento, cui fa seguito
una ghiaiata, in apparenza al solo servizio dei due immobili posti al
loro termine (…foto…). Gli interventi di disbosco così
realizzati, a nostro parere, ingenerano un rischio idrogeologico per
la forte pendenza ed esposizione. Alcune recinzioni ed i cancelli
sono addirittura in stato di abbandono e risultano pericolosi. Si
chiede di valutarne lo smantellamento definitivo, fattore che
potrebbe risultare positivo anche per gli spostamenti della fauna
selvatica.
Si invita infine a verificare la conformità alla
normativa forestale delle vie di accesso al bosco realizzate, in
particolare per quanto riguarda le pavimentazioni e le larghezze
(…foto…).
A
questa situazione volevamo aggiungere anche alcune anomalie
riscontrate nei due immobili che si trovano poco dopo il termine
della strada cementata e a poche centinaia di metri da cui inizia
quella ghiaiata.
A detta di alcuni escursionisti che bazzicano
spesso la zona, parrebbe che l’edificio che si trova a valle di
essa e di recentissima costruzione (…foto…), in apparenza sarebbe
stato eretto con la motivazione di un “deposito attrezzi”,
mentre parrebbe eretto solo per “uso privato”, in quanto invece
che di attrezzi da lavoro, esso sembra essere fornito di una serie di
tavoli e panche per l’organizzazione di feste, insieme ad un forno
per barbecue e tanto di illuminazione notturna per l’esterno.
Inoltre, sempre a detta di alcuni escursionisti che hanno
visitato la zona durante la costruzione del fabbricato, sembrerebbe
siano state predisposte anche tubazioni idrauliche ed alcuni presidi
sanitari interni con relativo scarichi delle acque nere, che dai
progetti non sarebbero dovute esistere. Si invita quindi a verificare
la fondatezza di tali segnalazioni che ci sono state pervenute.
Per
quanto riguarda invece l’immobile che si trova a monte della strada
ghiaiata e vicinissimo al precedente (…foto…), anche in questo
caso alcuni escursionisti ci hanno riferito di aver visto una fonte
intubata 15 metri a monte dal cortile ovest della casa in oggetto,
nel cui cortile sarebbe sito anche un tombino con dei rubinetti di
recentissima costruzione.
Chiediamo quindi che venga verificata
anche la veridicità di quest’altra situazione anomala che ci è
stata comunicata.
L’ultima
grossa irregolarità riscontrata nel versante nord e più
precisamente sopra a Campora nei pressi del cippo del Monte Fuso, è
stata il consistente allargamento di una zona di crinale adibita al
decollo per alianti e deltaplani, che ha causato una frana di
dimensioni notevoli. E’ opportuno far presente che in realtà la
zona non ha mai ricevuto un reale apprezzamento per queste pratiche
sportive, dato che gli appassionati preferiscono fare i decolli dal
più comodo e altrettanto vicino Monte Caio. Infatti, è già tanto
se dal monte Fuso viene fatto un lancio all’anno. Insensato quindi
il recente allargamento di quest’area che pare solo un pretesto per
disboscare ulteriormente, senza contare che l’acclività della zona
avrebbe dovuto suggerire di evitare qualsiasi taglio boschivo.
Da
qui l’innesco di una frana lunga quasi un chilometro, danneggiando
i boschi e gli essiccatoi dei proprietari sottostanti, i quali,
quando hanno chiesto un risarcimento per il danno subito, si sono
visti chiudere la porta in faccia e pare che come unico “ripiego”
sia stato fatto il posizionamento di una rete sull’intera area allo
scopo di contenere ulteriori frane, quando però il danno era già
stato fatto (…foto…).
Come se questo non fosse bastato, è
stato deciso di aprire una nuova area per i decolli in un’altra
zona del crinale del Monte Fuso, più precisamente sopra al paese di
Vezzano nella parte nord del Fuso e di Rusino a sud. Siccome a
differenza dell’altro caso non si tratta di un allargamento ma di
una creazione, è stata disboscata una zona molto vasta, la quale è
ben visibile da Vezzano e addirittura fin dal paese di Boschetto
(…foto…).
A detta degli escursionisti che hanno bazzicato la
zona, pare che anche qui ci siano stati problemi di dissesto.
Una
seconda segnalazione, è relativa al versante nord-nord/ovest nei
pressi di Rusino. Anche qui sono stati tagliati alberi secolari, sono
state allargate carraie e aperte vie nel bosco. Per arrivare in quel
punto, si supera in auto l’abitato di Rusino e dopo qualche
centinaia di metri, andando in direzione di Scurano, si vede sulla
sinistra una carraia che sale. La carraia, inizialmente di pietrato,
diventa poi in terra battuta e coincide con quello che dovrebbe
essere il sentiero Cai 763°.
La carraia è stata oltremodo
ampliata e resa percorribile da mezzi 4x4 e, seguendone il corso
sulla sinistra, si giunge all’area disboscata. Come ben si può
vedere dalle foto, la dimensione delle carraie boschive è inusitata;
la scarsa qualità costruttiva ha lasciato un sostrato cedevole ed a
rischio frana. Anche la metodologia di esbosco è tutta da
verificare: numerosi sono i ceppi sradicati e le buche create non
ricoperte.
La
terza segnalazione è relativa al versante sud del Fuso, coincidente
col versante est del monte Faino da un lato e dal versante ovest del
monte Lavacchio dall’altra parte del torrente sottostante.
In
auto nei pressi dell’abitato di Ruzzano si sale alla chiesetta del
Querceto; da qui si prende il sentiero 761sud che arriva al “Centro
Turistico Monte Fuso” e quando si è a circa metà percorso, se
prima si era immersi in verdi boschi, ora ci si trova in una vasta
radura. Anche in questo caso, oltre ai tagli sono state aperte
carraie nel bosco per favorire il transito dei mezzi pesanti. I tagli
sono attualmente in corso e la consistenza dell’intervento è ben
visibile in lontananza ed addirittura dal satellite (---foto---).
L’apertura di nuove carraie per il transito di mezzi pesanti unito
ad un disboscamento massiccio, ha dato origine per la prima volta
all’instaurarsi di una frana proprio in quello che sarebbe il
sentiero Cai 761sud (---foto---).
Recentissimo
e dalla parte opposta della vallata in cui sono stati fatti questi
disboscamenti, ovvero sul versante occidentale del monte Lavacchio, è
stato fatto un altro grande disboscamento su un terreno in forte
pendenza e proprio a ridosso di un torrente.
In tutti questi
esboschi non si è tenuto conto del rischio di dissesto
idrogeologico, cui si aggiunge anche in questo caso la costruzione di
nuove larghe carraie laddove prima esisteva solo il bosco fitto
(---foto---).
Un
altro taglio di vaste proporzioni è stato eseguito nei pressi della
cresta che dal monte Faino porta a nord sulla strada provinciale alta
che collega Rusino a Scurano. Il taglio è proprio adiacente ad essa
(---foto---).
La
quarta segnalazione concerne invece diversi tagli boschivi
prevalentemente sempre nel versante sud del Fuso, di cui uno dei più
vistosi è quello coincidente con la parte meridionale del monte
Castellaro.
Sulla strada bassa che da Lagrimone va verso
Scurano e più precisamente poco dopo la località “La Massagna”,
sono stati fatti due grandi disboscamenti nel versante sud del monte
Castellaro, in forte pendenza, arrivando addirittura a coprire
un’area che va dalle pendici del monte alla sua cresta sommitale.
Anche in questo caso, sono state aperte e abbandonate grandi carraie
per il trasporto dei mezzi pesanti (---foto---).
Mentre
a sud di Ruzzano e precisamente alle pendici del “Monte di Ruzzano”
proprio sopra al torrente Bardea e di fronte al monte “Poggio della
Torre”, sono stati fatti due grandi tagli boschivi in zona di
calanchi e quindi a rischio frane (---foto---).
Esattamente
di fronte a questi tagli, ne sono stati fatti altri due molto
consistenti sul versante nord del monte Guido, sull’altro lato
della val Bardea (---foto---).
Poi
nell’abitato di Scurano, è ben visibile anche da grande distanza
il taglio vasto fatto su un intero versante del monte che sovrasta a
nord il lago di Scurano (---foto---).
Altre
deforestazioni sono state effettuate sui versanti ovest del monte
Faino (di cui abbiamo già parlato prima per alcuni tagli imponenti
nel lato sud) (---foto---), poi nei pressi dei paesi di Trinità e
Bottazzo vicino a Moragnano (---foto---) e nella zona adiacente al
paese di Pignone (---foto---).
Infine
sono da segnalare notevoli tagli boschivi proprio sul crinale
principale ovest-est del monte Fuso, che dal cippo va verso la Pieve
di Sasso. Tra l’altro questa zona è una delle più frequentate a
livello turistico in quanto vi transita il sentiero Cai 763° che è
uno di quelli principalmente frequentati dagli escursionisti
(---foto---).
L’ultima
segnalazione in zona riguarda invece quella del paese di Pietta, che
era agli onori della cronaca poco tempo fa proprio per un taglio
selvaggio avvenuto nei boschi che fiancheggiavano i ripidi pendii a
ovest sotto al paese stesso, i quali hanno fatto avanzare la frana
già preesistente rendendo inagibile parte del paese
(---foto---).
Nelle vicinanze di questo, sono stati effettuati
altri due nuovi e notevoli tagli boschivi (---foto---).
Siamo
convinti che danneggiare a livello idrogeologico questo territorio ed
eliminarne quasi del tutto il patrimonio boschivo non sia
“valorizzarlo”, ma solo una speculazione a danno dello
stesso.
Altresì riteniamo che per valorizzare un ambiente come
quello del Monte Fuso, sia più opportuna una politica come era in
essere negli anni ’70 e ’80 in cui invece di tagliare foreste
senza sosta, si facevano investimenti per rimboschire. Infatti si era
creata sul monte Fuso una grande zona di “Parco” che era il fiore
all’occhiello ad un passo da Parma ammirato da tutti. Non a caso
arrivavano corriere anche da lontano, ad esempio da Reggio Emilia e
da Modena, per ammirarne le bellezze naturali. Bellezza che oggi la
si sta quasi completamente annientando.
Riteniamo
necessario che l’Unione Montana Appennino Parma Est non sia sempre
così disponibile al rilascio di permessi di taglio a chiunque voglia
disboscare in questa zona.
Ci sono “imprenditori”
forestieri che vengono a prendere in affitto i boschi per poi
letteralmente ripulirli (come nel caso del versante est del monte
Faino in cui si sono originate preoccupanti frane).
Senza
contare il fatto che tutti questi permessi vengono dati senza nemmeno
assicurarsi che i terreni da disboscare siano su ripidi acclivi, in
zone calanchive o adiacenti a torrenti.
Le autorità che
dovrebbero vigilare su tutto questo, pare lo facciano un tanto al
chilo. In tal modo vengono costruite abusivamente nuove carraie ed
allargate le preesistenti con tutti i rischi idrogeologici che ne
conseguono. Per non parlare del fatto che ormai in quasi tutto il
nostro territorio, è utilizzata mano d’opera Est Europea a basso
costo ed in nero, senza alcun controllo da parte di qualsiasi
autorità.
Globalizzazione, finanziarizzazione dell'economia, sviluppo industriale e commerciale senza limiti, il mondo corre vero un disastro devastante. Tutto ciò che è deleterio per la salute deriva dall’intervento dell’uomo sulla natura. Dall'aria che respiriamo, ai boschi, alle campagne, ai coltivi, al paesaggio che dovrebbe riempirci gli occhi, non vi è luogo dove l’uomo abbia messo le mani, inaridendo il pianeta.
E' consumo di suolo la Tibre (Tirreno Brennero) che si attorciglia all'alveo del Taro, cementificando ed asfaltando senza sapere a cosa serva, per la collettività, quel troncone monco. E' consumo di suolo la cassa d'espansione sul Baganza, che presto vedrà nascere il cantiere al Casale di Felino. Campagna cementificata per ottocento ettari, quando sono state delineate valide alternative per mettere in sicurezza il territorio dalle esonsdazioni del torrente. E' consumo di suolo la costruzione incessante di supermercati ed ipermercati attorno alla città, cui si sommano magazzini e megastalle in aperta campagna, senza che l'idea di edificare "al netto del consumo di suolo" sia minimamente applicata perchè totalmente assente dalla logica delle amministrazioni, nonché dalla legislazione vigente. Non è considerato consumo di suolo, però, il taglio ceduo dei boschi in montagna, in quanto si intende che il bosco ricrescerà, rinnovandosi. Ma è solo astratta teoria. Nella pratica invece il suolo si degrada e si consuma. Il taglio raso matricinato lascia un soprasuolo indifeso ai picchi sempre più acuti delle intemperie e le gemme delle matricine come bocconi per gli ungulati. Il taglio generalizzato del ceduo invecchiato, cui stiamo assistendo da tempo, sta letteralmente mangiando il manto boschivo di alcune zone della nostra montagna. A nulla vale l'opinione degli stessi tecnici forestali, contraria al taglio raso del ceduo invecchiato e favorevole ad un suo diradamento solo se selettivo. I progetti sono dettati alle amministrazioni dalle industrie dei combustori che producono stufe a pellet e centrali a cippato e rischiano di accrescere ancor più i tagli, addirittura nei parchi come quello del monte Fuso. La perdita di manto boschivo compromette il suolo stesso di zone a forte pendenza. Il consumo di suolo boschivo non avviene quindi solo in Amazzonia, il taglio raso matricinato nei nostri boschi ne è un esempio vicinissimo a noi. Tagliare tutte le piante di un pendio montuoso, tranne qualche sottile matricina, significa degradarlo e condannarlo all'asportazione di humus al primo violento acquazzone. Spesso significa sottoporlo addirittura a frane per colamento se il pendio è ripido (acclività del 100%, oltre i 45° di pendenza). Le future bombe d'acqua in montagna troveranno sempre meno manto boschivo a frenarne la violenza e il tempo di corrivazione sarà sempre più rapido. Dai ripidi pendii verrà giù di tutto, ad accrescere il livello dei torrenti. Le piene diventeranno sempre più disastrose perché sarà maggiore il trasporto solido in sospensione. A simili disastri si opporranno lunghi periodi siccitosi in cui alle nostre campagne mancherà l'acqua alla cui fornitura non provvederanno certo le casse d'espansione sui torrenti, che devono sempre restare vuote, asciutte. Una progettazione assurda quando non addirittura ridicola, fatta per compensare la cementificazione degli alvei dei torrenti, con una concezione perennemente emergenziale dell'assetto idrografico del territorio. Di recente Legambiente ha reso noto che si è tolta da un tavolo di discussione orchestrato dalla Regione perché solo formale. In realtà pare stia prendendo piede l’idea di un grosso bacino in montagna, la diga di Vetto. Anche le dighe, oltre che cementificazione, sono consumo di suolo. Migliaia di ettari di superficie boschiva saranno invasi dall'acqua e si perderanno. Acqua trattenuta in un invaso, probabilmente a scopo irriguo in pianura, senza tener conto del fatto che si blocca in tal modo la corrente di subalveo del torrente che alimenta i pozzi della conoide nell'alta pianura. Trattenere acqua per perderne altra. Che senso ha?
Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma salvaguardia e sostenibilità del territorio
E'
alla firma del presidente Mattarella il decreto legislativo n° 154
"recante disposizioni concernenti la revisione e l'armonizzazione
della normativa nazionale in materia di foreste e filiere forestali".
Una legge forestale che punta a "valorizzare il nostro enorme
patrimonio boschivo". Una valorizzazione economica, ovviamente, per "togliere i boschi dall'abbandono", come dicono politici, stampa e addetti del settore biomasse e combustione.
In pratica, per salvarli e toglierli dall'abbandono bisognerebbe tagliarli e farne legna e cippato. Tagliarli a livello industriale, si intende, cioè taglio massivo ed estensivo, non certo un diradamento controllato per scegliere le piante più vecchie e mature. Con un corredo di nuove strade forestali onde permettere il passaggio lungo i versanti di trattori, caterpillar ed altri macchinari industriali. Sono le industrie della filiera del legno a pretendere questo, quelle, per intenderci, che producono stufe a pellet, centrali a cippato e camini, oltre a quelle che producono arnesi industriali di taglio e trattori. E' tutto un mondo economico cresciuto con la green economy che spintona politici e giornali affinchè mettano i boschi a loro disposizione. E' dal 2010 che la Bresso, presidente della Regione Piemonte di allora, prevedeva un taglio più massiccio per produrre energia elettrica dalla legna. Ma anche l'attuale presidente della Regione Toscana, Rossi (di LEU), ha proposto la stessa cosa per la sua Regione. Mentre in tutta Europa i boschi sono protetti e diventano foreste, da noi impera il liberismo. Regioni e sindaci vogliono trasformare i cedui invecchiati, che stanno trasformandosi in alto fusto per processo naturale, in cedui normali da tagliare lasciando qua e là qualche matricina. Come dice il presidente della Federlegno Arredo, un'industria dello sfruttamento forestale, "se facesse manutenzione dei suoi boschi( sottinde l'Italia), l'industria del settore avrebbe materia prima da utilizzare e allo stesso tempo l'ambiente verrebbe protetto." E' un’iperbole che ancora non si era sentita: tagliare di più i boschi per proteggere l'ambiente! Come se il manto boschivo non proteggesse dalle piogge e dalle piene dei torrenti, come se le radici delle piante non trattenessero i versanti Appenninici soggetti a frane. Ma sull'onda liberista ci si mettono anche giornali come La Stampa, "basta col bosco-museo, intoccabile, lasciato in completo abbandono, esposto a fenomeni di dissesto idrogeologico. Col nuovo testo unico si punta ad una gestione sostenibile del bosco, dice il viceministro dell’agricoltura". Ma c'è anche la voce del presidente dell'Unione dei Comuni, "ora il bosco non è più un patrimonio solo da contemplare, bensì da gestire per evitare desertificazione, crisi idriche e dissesto idrogeologico". Questi signori degli enti locali e dei giornali hanno mai visto un bosco messo in mano ad una ditta di taglio? Dopo che ci è passata sembra proprio un deserto. Hanno idea di quanta acqua trattiene una foresta o anche solo un bosco d'alto fusto? Evidentemente no. Ma a loro non interessa davvero il dissesto e la crisi idrica. A questi signori interessa solo dare una spinta all'industria del legno e della filiera della combustione.
Esporre con competenza e chiarezza le proprie idee. Per favorire un’opposizione convinta e informata alle decisioni imposte dal potere amministrativo e politico. La sicurezza della pianura si determina in montagna, mantenendo l'effetto spugna del manto boschivo.
La realtà attuale vede invece un disboscamento dissennato con tagli a raso. Una sicurezza che non si costruisce attraverso dighe in montagna, la cui acqua trattenuta è la stessa che verrebbe a mancare nelle conoidi dei torrenti al loro sbocco nell'alta pianura. Reteambiente ha già spiegato come impedire le alluvioni attraverso invasi a lato dei torrenti in cui sversare le piene e se necessario col rialzo degli argini e l'introduzione di fioratoi con cui allagare tratti di campagna a cui poi rifondere i danni. Un concetto di difesa attiva, già in parte delineato dal Consorzio di bonifica. La spesa sarebbe molto inferiore a quella della grande opera, diga o cassa che sia. Il problema di Colorno che va sott’acqua è causato, oltre che dall'imperizia nel far funzionare la cassa sul Parma, soprattutto dal fatto che il torrente si restringe molto nella bassa e l'acqua si innalza in proporzione. Per risolvere il problema di Colorno dovrebbe essere costruita una piccola cassa in golena prima dell'abitato, che metta definitivamente in sicurezza il paese. I sindaci dicono che in montagna, in alcune decine di anni, il bosco ha preso il posto dei prati. Altrettanto vero è che da una decina di anni il taglio del bosco è invasivo, speculativo, industriale. Taglio raso con rilascio di matricine. Piante sottolissime sempre sotto la norma (che prevede almeno 10 cm. di diametro delle stesse) che vengono spezzate regolarmente dalla neve e scalzate dall'acqua dei temporali. Quello che resta è un terreno fortemente acclive, privo di piante le cui radici siano in grado di trattenere il suolo, e costellato di cespuglieti per almeno dieci anni. Un bosco che tornerà a svolgere la sua funzione solo dopo venti o trent'anni. Un cespuglietto in terreno fortemente acclive non trattiene il suolo come fanno le radici di un bosco. Questi versanti devastati con piogge forti franano a valle. E' già successo a Pietta, a Marra, a Boschetto, ovunque i tagli si siano combinati con le frane. Altro problema la scorta d'acqua per usi molteplici, che le casse d'espansione non affrontano nemmeno (devono sempre rimanere vuote). Qualcuno pensa di risolvere con dighe in montagna come la proposta di Franzini a Vetto. Meglio sarebbe trattenere l'acqua delle piene in invasi lungo l'asta dei torrenti e usarla per innaffiare nella stagione secca. E' un'estensione della difesa attiva della Bonifica. Il rilascio vitale minimo a valle di una diga, cui accennano i propugnatori delle dighe, quali falde rimpingua? Quelle di montagna? Ma lì la falda è già a livello superficiale. Mentre l'interruzione della corrente di subalveo che la diga comporta fa mancare l'acqua proprio dove è carente d'estate, in pianura, nelle conoidi alluvionali di sbocco dei torrenti. In altre parole, che senso ha trattenere l'acqua in montagna con una diga, se la stessa fa mancare l'acqua in pianura? E' assurdo. Una diga in montagna, poi, per ripagare la spesa della cementificazione, dovrebbe produrre energia elettrica. Ma per produrla occorre che l'acqua nella diga sia al colmo o quasi perchè ci sia un salto sufficiente a mettere in moto la turbina. Ma allora quell'acqua non può andare da nessuna parte, non può essere portata giù per uso irriguo. Inoltre, una diga crea un lago, cioè un consumo di suolo e di bosco. Quella massa d'acqua importante tende a basculare sui versanti, costituisce un fattore di pressione e di erosione sugli stessi, già portati di loro, per struttura sedimentaria, ad essere franosi. Il lago sarò fonte di ulteriori condizioni di instabilità dei versanti. Sono soluzioni senza vantaggi, ma con disastri assicurati.
Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma salvaguardia e sostenibilità del territorio
Tempo
fa, la regione Emilia Romagna aveva stanziato 420.000 euro per pagare
il taglio dei pini seccati di Lagdei e Trefiumi, nonchè per il
diradamento nella pineta del passo del Ticchiano e per
un
altro diradamento nella faggeta sopra Valditacca, seguito da un
tecnico forestale.
I
reali motivi di tale finanziamento, e l'utilizzo della legna
tagliata, erano per noi finalizzati ad aiutare il rifornimento delle
centrali a biomassa esistenti in Appennino, in cui il costo del
cippato (4 euro) non è compatibile con il costo della legna (12
euro).
Tuttavia
ci pareva che la strada imboccata del diradamento fosse un segnale di
svolta da parte dell'autorità verso i consorzi di taglio.
Invece
tutto continua come prima: taglio raso matricinato, con matricine
sempre più piccole e distanti l'una dall'altra.
La
speculazione sulla legna continua con squadre di taglio dell'est
europeo, pagati in nero e senza alcuna assicurazione.
Intere
parti di montagne spogliate del loro manto boschivo: monte Fageto,
monte Caio, monte Navert, monte Aguzzo, Alpe di Succiso ed ora monte
Faino e monte Fuso, nell'Appenino Est.
I
tagli sono fatti con criteri industriali: massima resa nel minor
tempo. Per questo motivo il taglio raso è il più adatto.
Ruspe
per spianare sentieri e trasformarli in carraie percorribili da
macchinari e camion.
Tagli
anche dove l'acclività è del 100%, pendii oltre i 45° di pendenza,
dove una pioggia successiva può asportare completamente il suolo e
denudare la roccia, contribuendo a creare frane e a trasformare le
bombe d'acqua in alluvioni nella stessa alta montagna.
Il
manto boschivo ovviamente ricresce, ma ci mette 30 anni a tornare
come prima dal punto di vista paesaggistico.
Le
ferite come buchi di gruviera sulla montagna.
Poca
cosa, dicono le autorità, l'importante è che il bosco ricrescendo
molto più in fretta catturi la stessa quantità di CO2 di prima.
Ma
non è vero.
Studi
recenti ci dicono che ad un bosco sottoposto a taglio raso occorrono
circa 2,5 anni per arrivare al livello di prima nell'assorbimento di
CO2.
Ma
non basta, altri studi hanno verificato che i rami abbandonati e
morti e il suolo sconvolto procurano altre emissioni di carbonio che
va sottratto alla capacità di cattura del manto boschivo.
Non
sono sciocchezze di ambientalisti precisini. Il manto bioschivo del
nostro Appennino è l'unica forma di contenimento e di contrasto ai
veleni che risalgono dalla Pianura Padana.
Dopo
la denuncia fatta alla forestale dal comitato ambientale di Palanzano
per i tagli sconsiderati sul Fageto ora è il turno del monte Fuso.
Con
tagli che vanno da quota 600 metri fino a quota 1.000. Con nuove
carraie che segnano il lato sud della montagna dove prima c'erano
solo sentieri.
Un
danno al suolo, visibile dalle foto, che provocherà colamenti di
terra e frane con le prossime piogge.
Pare
che la ditta che ha effettuato tale scempio sia la stessa che è
stata multata per il danno al Fageto.
Le
prove dello scempio in un sopralluogo curato dalle associazioni ambientaliste Centro Studi Monte Sporno, Legambiente, Lipu, Lesignano Futura, WWF, Rete Ambiente Parma
La
devastazione a Mulazzano Ponte: alla faccia del taglio selettivo.
Il
sopralluogo è stato effettuato lo scorso 5 marzo.
Lasciamo
parlare le immagini
Com’era
il bosco con sorgenti che avevamo chiesto di risparmiare dal taglio
Ecco
com’è ridotto adesso: Foto scattata circa dallo stesso punto della
precedente. Non c’è più traccia della sorgente.
Questo
è quello che rimane del bosco davanti ai salumifici.
Nel
tratto più a valle della zona dei salumifici è stato eliminato il
filare di alberi presente sulle sponde: ora non è rimasto nulla.
Devastazione
del pioppeto maturo.
Gli
strumenti del microchirurgo: pinzetta
Gli
strumenti del microchirurgo: coppia di bisturi.
In
questi ultimi giorni sono comparsi su Facebook moltissimi post in cui
molti di noi si lamentano dell'assurdo incremento dei tagli boschivi
a tutti i livelli e manifestano gravissima preoccupazione per il
nostro futuro: per il calo dell'ossigeno, l'aumento di CO2 e per quel
che il taglio indiscriminato e massivo delle piante può provocare
per l'equilibrio del territorio.
Le
poche foto sono solo alcuni esempi.
Credo
che di fronte a tutto ciò non sia più possibile limitarsi a
stigmatizzare il fenomeno, ma penso che si debba avviare una forte,
fortissima azione di protesta e di richiesta di un vero e proprio
stop a questo massacro che ritengo un vero e proprio Harakiri per
l'umanità e l'integrità dell'ambiente.
Occorre
muoversi subito perché è ormai chiaro che questo è solo l'inizio
di un processo che rischia di farci trovare in un vero e proprio
deserto nel giro di pochissimi anni: non più di 10 nel migliore dei
casi.
Si
dovranno coinvolgere tutte le istituzioni e costringerle ad
intervenire tirando la testa fuori dalla sabbia in cui l'hanno
cacciata per non vedere ciò che sta succedendo.
C'è
solo ignoranza? C'è solo sottovalutazione? O ci sono anche
responsabilità, inadempienze, sottovalutazioni o magari addirittura
complicità?
Iniziamo
a proporci l'obiettivo di una grande manifestazione pubblica che veda
la partecipazione di chi ha a cuore il futuro del nostro pianeta, dei
nostri figli, dei nostri nipoti.
Non
lasciamo il nostro futuro in mano a chi lo mette a repentaglio
consentendo questo scempio diffuso e arrogante.
Discutiamo,
informiamo, mettiamoci in gioco.
Io
son davvero stanco di questa pratica selvaggia e dissennata e
desidero intraprendere un percorso di lotta ed ho molta voglia (direi
quasi il bisogno) di metterci la faccia.
Chi
ha intenzione di farlo insieme a me e a chi ci starà si metta in
contatto e dia dei suggerimenti.
Creiamo
un gruppo che serva a coordinarci? Fondiamo un'Associazione?
Chiediamo alle forze politiche di lanciare insieme a noi
un'iniziativa per proporre una legge molto più restrittiva? C'è
qualche associazione ambientalista che intende fare la sua parte e
fare anche da riferimento organizzativo per lanciare l'iniziativa
passando dalle parole ai fatti?
Confrontiamoci
e iniziamo: magari all'inizio saremo pochi, ma ritengo che in breve
tempo si possa allargare di molto la base di "chi ci sta".
Il
taglio di sistemazione nell'alveo del Parma a Cascinapiano ha
rovinato il patrimonio boschivo lungo il torrente.
Dopo
lo straripamento rovinoso del Baganza del 2014, le amministrazioni
comunali si sono preoccupate di prendere le precauzioni che avevano
dimenticato in passato.
Dovrebbe
trattarsi di un taglio selettivo, per eliminare solo le piante
secche, ammalate, inclinate o all'interno dell'alveo.
Il
taglio viene appaltato ad una ditta privata a compensazione, cioè a
costo nullo per il Comune e il lavoro pagato con il legname
disboscato.
Ovviamente
il guadagno per la ditta è tanto maggiore quanto più taglia.
Infatti l'area viene completamente denudata.
Per
Marco Romano, consigliere comunale a Langhirano coinvolto a livello
tecnico nel taglio, si è trattato di un buon lavoro che era
necessario fare.
Per
Paolo Piavani, biologo ed ecologo del Centro Studi Monte Sporno, non
era necessario fare un taglio del genere, perché il greto è largo e
in caso di piena non ci sarebbero problemi: “Bisogna tagliare gli
alberi dove è stretto, altrimenti può essere controproducente. La
vegetazione, infatti,
rallenta
la corrente, fa da tampone alla piena. A Langhirano hanno tagliato
alberi grossi che non davano problemi, era un bosco maturo. Togli gli
alberi pericolanti, ci sta, ma non togliere tutto. Se dai l'appalto
ad una ditta che fa biomasse non pensa a selezionare. Hanno dato
l'appalto ad una ditta che produce cippato, lo fa gratuitamente, ma a
patto di poter tagliare tutto”.
Andrea
Ferrari, esponente di “Salviamo il Paesaggio”, aveva postato le
foto del dissennato esbosco.
Si
sta creando una filiera di esbosco perversa tra produttori di cippato
ed alcune amministrazioni comunali.
Pare
evidente che queste abbiano poche competenze idrauliche, poco
interesse per il verde pubblico e viceversa intendano favorire il
rifornimento delle famigerate centrali a cippato del nostro
Appennino, che, è bene sapere, non sono dotate di alcun filtro
contro polveri sottili, benzopirene ed IPA.
Emissioni
altamente nocive per malattie polmonari e cardiovascolari ed
altamente cangerogene.