"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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lunedì 15 gennaio 2018

Incubo California

L'estate 2017 ha rappresentato per la California un vero incubo: colpita da una terribile siccità, km e km quadrati di boschi hanno preso fuoco, migliaia di alberi sono andati in fumo.


Arrivato l'inverno, l'incubo continua.
Nei giorni scorsi, infatti, piogge battenti hanno letteralmente dilavato via quelle colline ormai prive di manto boschivo, determinando colate di fango che hanno distrutto case e strade.
Ma non è solo un problema americano.
Piogge mai viste hanno provocato anche nel nostro territorio diversi disastri: l'allagamento della città di Parma ad opera del Baganza nel 2014 e quella di Colorno nel 2017.
Ma anche la siccità ha colpito duramente campagne e coltivi emiliani.
Dietro la spinta delle popolazioni colpite, le autorità locali e la Regione Emilia Romagna hanno predisposto e già approvato un progetto di cassa d'espansione sul torrente Baganza per evitare future alluvioni. Per far fronte alla siccità, la Regione ha stanziato 8 milioni di euro finalizzati all’aumento della capacità di captazione della rete degli acquedotti. 
L'assessore Paola Gazzolo, inoltre, ha predisposto un tavolo in cui valutare la realizzazione di una nuova diga in montagna, forse a Vetto, come da tempo propongono gli amministratori locali.
Per affrontare siccità e inondazioni sono davvero necessarie dighe, casse e cemento con una spesa prevista  per la sola cassa di espansione di 55 milioni di euro?
Sulle dighe si è espresso con autorevolezza il geologo Luigi Vernia. “Una diga in montagna - afferma-  bloccherebbe la corrente di sub alveo del torrente, quella che alimenta le varie conoidi dell'alta pianura, dalle quali l'acqua affluisce nei pozzi per i coltivi “ .
Che senso avrebbe raccogliere acqua con una diga se poi la si perde nell'alta pianura e non la può utilizzare durante la siccità?
D'altra parte che senso ha un invaso di 4,7 milioni di metri cubi, la cassa d'espansione, che deve sempre restare vuoto per fronteggiare eventuali alluvioni future?
Va trovata una soluzione che affronti entrambi i problemi: siccità ed alluvioni.
Sarà sufficiente aumentare la capacità di captazione da nuove sorgenti per far fronte alla siccità? Forse per le esigenze degli acquedotti di alcuni comuni, ma non certo per le esigenze della campagna, per i coltivi.
Infatti, il Consorzio di Bonifica già da tempo ha individuato aree di scavo per laghetti in cui conservare l'acqua per irrigazione.
Stranamente aree troppo vicine ad insediamenti urbani, come a Medesano, che suscitano la protesta degli abitanti.
Il principio di difesa attiva, su cui si fonda l'azione del Consorzio, pare corretto.
Addirittura questa azione sembra una solida alternativa alla cassa stessa, alla cementificazione che questa comporta ed ai guai conseguenti. 
Certo è che tale pratica deve basarsi sulla partecipazione attiva dei cittadini, delle amministrazioni locali e dei contadini. Non può essere calata dall'alto come successo a Medesano, suscitando ulteriori problemi e paure nelle popolazioni.
Crediamo sia possibile affrontare le piene del Baganza con un piano di difesa attiva capace di coinvolgere popolazione e contadini in un progetto di rialzo degli argini ed in un sistema di sfioratoi che porti l'acqua di piena in una serie di cave e opere di scavo a fianco del torrente.
Acqua che nei periodi di siccità dell'alta pianura è possibile riutilizzare.
E se l'eventuale alluvione fosse maggiore delle opere di contenimento è sempre possibile aumentare lo sfioramento fino ad allagare aree di campagna di agricoltori che partecipano al progetto, a cui rifondere i danni.
L'eventuale indennizzo ai contadini coinvolti sarebbe comunque inferiore alla spesa per la cassa d'espansione. I soldi risparmiati si potrebbero impegnare in una una cassa più piccola da costruire in aree golenali della bassa pianura, per proteggere dalle piene l'abitato di Colorno.
E cosa c'entra la California?
Se la principale attività industriale del nostro Appennino diventerà il taglio raso dei boschi, le piogge battenti, che il cambiamento climatico ci sta già mandando, faranno in poco tempo colare il fango giù dai monti, spazzando via interi paesi.
L'effetto spugna del manto boschivo, che permette di fermare il diluvio d'acqua per poi rilasciarla poco alla volta, rimarrebbe solo un ricordo del passato.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

martedì 19 settembre 2017

Casse, dighe, torrenti

Quando al cemento si vuole rimediare col cemento

L'assessore regionale all'ambiente Paola Gazzolo si è presa un mese di tempo per valutare la fattibilità del progetto di una diga a Vetto, comune montano della Val d’Enza.
La siccità di quest'anno ha fatto diventare ancora d'attualità un vecchio progetto abbandonato da tempo a causa del pericolo sismico legato ad una faglia che corre lungo l'asta del torrente.
Abbandonato per il pericolo che milioni di metri cubi d'acqua, basculando su pareti montane argilloso-flyschoidi, possano creare frane.
Abbandonato perchè il manufatto, spostando il punto neutro a monte, riempirebbe presto di sedimenti l'invaso medesimo.
Abbandonato soprattutto perché rimaneggerebbe le falde acquifere dell'alta pianura.



Nelle conoidi alluvionali, che i nostri torrenti appenninici formano entrando nell'alta pianura, si sono depositati circa 100 metri di alternanze di ghiaie, sabbie ed argille, sede fin dalla loro formazione, nell'epoca della glaciazione Wurmiana, di falde acquifere ad uso sia idropotabile che per l'irrigazione dei campi.
Tali falde acquifere non sono inesauribili. La loro continuità è garantita dalla falda sotto l'alveo stesso esistente in ogni torrente (Enza, Parma, Baganza, Taro, Ceno).
Si tratta di una corrente d'acqua che corre sotte le ghiaie dei nostri torrenti.
"Ma se l'acqua non scorre nel fiume, perchè trattenuta a monte nel bacino d'invaso (formato da una diga), il processo si arresta e noi rischiamo di perdere una risorsa la cui rialimentazione esige centinaia di anni. Insomma l'acqua che estraiamo dalle falde può essere considerata 'acqua fossile' e per riaverla occorrono tempi lunghi".
Come afferma il Luigi Vernia, docente dell’Università di Parma.
Ma il problema della siccità, di come irrigare i coltivi, si mescola a quello delle bombe d'acqua, piogge di particolare intensità che in breve tempo possono minacciare il nostro territorio, come l'alluvione di Parma ad opera della piena del Baganza nell'ottobre del 2014.
Amministratori locali e forze politiche si sono orientati su grandi opere: cassa di espansione sul Baganza per mettere in sicurezza la città da piene bicentenarie, un manufatto da 55 milioni di euro che forse non verrà mai utilizzato, e dighe in montagna per avere acqua disponibile in caso di siccità.
Ancora cemento per riparare ai danni fatti dalla cementificazione degli alvei dei torrenti che ha eliminato le golene in cui si laminavano naturalmente le piene.
E' evidente che il bisogno d'acqua in primavera-estate è collegabile alla laminazione delle piene autunnali dei nostri torrenti. Qualcuno ha suggerito che invece della cassa-monstre di Casale di Felino e della diga di Vetto, sia possibile la creazione di piccoli invasi lungo l'asta dei torrenti, laghetti da mezzo milione di metri cubi, in cui trattenere l'acqua delle piene per i mesi siccitosi.
E' altrettanto evidente che in caso di una piena massiccia come quella del Baganza del 2014 sarebbe
necessario dell'altro. Una manutenzione dell'alveo e degli argini tale da consentire, tramite sfioratoi, l'allagamento controllato e concordato di parti di campagna a lato dei torrenti, con congruo risarcimento danni alle aziende agricole che partecipano al progetto.
Chi può allestire tali piccoli invasi e gestire un piano di allagamento controllato?
Il Consorzio di Bonifica parmense.
L'ente ha già avviato una collaborazione con agricoltori ed istituzioni locali, ha già iniziato a costruire piccoli invasi ad uso irriguo.
Si tratterebbe di trasformare in progetto complessivo per il territorio la sua attività minuta.
Il tutto supervisionato e monitorato dall'Autorità di Bacino.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

lunedì 7 agosto 2017

Il sindaco Lucchi contro la cassa Aipo

Vengo etichettato come sindaco campanilista.
Non è vero; sopratutto perché già da scolaro ero educato, in quegli anni sessanta, per mia fortuna, a considerarmi un cittadino del mondo.
Non è vero perché, grazie all’educazione del Prof. Moroni, mi sono sempre considerato un abitante della Val Baganza e ho portato, con piacere, la maglietta che Don Tonino aveva fatto realizzare nel 1986 e che come Sindaco di Berceto ho ripetuto e distribuito nel 2009:
Sono un cittadino della Val Baganza.
Ho sempre condiviso l’impegno di Don Moroni, supportato anche dalla bella rivista di Pietro Bonardi: La Val Baganza, di far condividere, come terra d’origine, lo stesso territorio, della vallata, dalle sorgenti del Baganza (Berceto) alla foce (Via Varese Parma), a tutti i suoi abitanti.
E’ proprio per essere coerente a questa educazione e a questi insegnamenti che non posso considerare la vasca d’espansione, presentata il 15 marzo, a un folto pubblico, nel Teatro di Felino, dall’assessore regionale Paola Gazzolo, come un fatto che puo’ interessare unicamente al Comune di Parma ed eventualmente, per l’impatto e la vicinanza, al Comune di Felino, Sala e Collecchio.
Come cittadino della Val Baganza ritengo d’avere titolo per fare alcune considerazioni e non limitarmi solo al mio ruolo di sindaco di Berceto che mi porterebbe, giustamente, a richiedere soltanto, indipendentemente dal progetto della vasca d’espansione di Parma, interventi anche nel tratto del Torrente che attraversa, per alcune decine di chilometri, il Comune di Berceto.
Sempre come Sindaco, volendo essere previdente e cogliere la buona pratica di altri Paesi Europei, debbo continuare ad insistere, inoltre, con la Regione, perché attui, finalmente, il Patto di Fiume (Torrente Baganza) che è inserito, dal 2009, nel PSC (Piano Strutturale Comunale) come progetto strategico.


Il Patto di fiume e un accordo tra tutte le Amministrazioni interessate dal Torrente Baganza (Berceto, Corniglio, Terenzo, Calestano, Felino, Sala Baganza, Collecchio e Parma) oltre la Regione, il Governo e l’Unione Europea per salvaguardare e sviluppare, correttamente, la valle ritenuta la piu’ bella e selvaggia del Nord Italia.
Un Patto che non riguarda solo questioni ambientali e idrogeologiche ma che coinvolge anche il settore produttivo, la promozione e il turismo.
Ovviamente queste richieste legittime e doverose, indipendentemente dal giudizio sulla cassa d’espansione, vengono, ancora una volta, rimarcate presso gli uffici competenti della Regione e sollecitati ai nostri Consiglieri Regionali.
Il progetto della vasca d’espansione, che dovrebbe, ben presto, trovare i finanziamenti ed essere avviato, con molta dovizia di particolari ed eccellente capacità comunicativa, è stato illustrato dall’ing. Mirella Vergnani, dirigente Aipo.
Per riflesso condizionato, e forse“ingiusto” retaggio politico, ritengo che spesso un pessimo progetto, inteso come scelta progettuale, viene presentato ottimamente da un ottimo tecnico.
Proprio per questo, forse sbagliando, non mi sono lasciato suggestionare da un’infinità di dati e verifiche, oltre che da foto dei luoghi in cui sono state inserite le foto finzioni dell’immane opera.
E’ un progetto che come Sindaco mi spiazza avendo ragionato, sempre, anche con altri sindaci, sul progetto e idea progettuale dell’amministrazione provinciale che abbiamo anche approvato in Consiglio Comunale
Un progetto, quello della Provincia, realizzato quando l’Ente era governato seriamente da amministratori scelti dal Popolo Sovrano e non dalla piccola e infima casta dei Sindaci e Consiglieri Comunali.
Un progetto meno impattante e con una logica che mi pareva e ritenevo razionale visto che con meno risorse, rispetto a quelle previste attualmente, tutelava la città di Parma da eventuali alluvioni ma cercava d’intervenire anche a monte iniziando da Calestano e poi Felino e Sala.
Nessuno, fino ad oggi, con motivazioni tecniche reali, ha spiegato il perché il progetto della Provincia non andava piu’ bene.
Si basava, infatti, su dati, misure di portata, livelli di pioggia, modalità della piovosità, che abbracciavano oltre un secolo.
Aveva coinvolto se non addirittura tratto ispirazione da luminari, forse gli stessi, che ora propongono un progetto completamente diverso.
Ho l’impressione che il progetto della grande vasca d’espansione non abbia padri e nel caso li avesse non è chiaro il loro ruolo.
Gli amministratori, di contro, se sentiti in camera caritatis, dicono tutti d’essere fortemente perplessi se non contrari, ma poi, forse, presi dallo sfinimento, non fanno nessuna azione per contrastarlo, discuterlo per davvero.
Pare un progetto imposto ma nessuno sa dire da chi.
Escludono perfino, i beni informati, che possa essere sponsorizzato da quanti desiderano realizzare solo le grandi opere visto che garantiscono maggiori guadagni.
Resta il fatto che contrastare questo progetto dopo, che dal 1963, commissione Marchi, si parla, facendo poco o nulla, di opere per difendere la città dalle alluvioni, è difficile.
Contrastare il progetto, ormai definito, sarebbe ritenuto come parlare male di Garibaldi.
Siamo, insomma, tutti inviluppati in questa situazione Kafkiana in cui arriva un progetto dal nulla che annulla tutte le precedenti ipotesi e che costa quasi il doppio ma i soldi che prima non c’erano adesso possono esserci. Ci saranno.
Chi s’è adoperato per avere i soldi: il Presidente della Regione e l’Assessore Regionale Gazzolo, invece di venire osannati, come sarebbe giusto, vengono posti nelle condizioni di sgolarsi per farlo accettare e soprattutto lo debbono imporre ai sindaci del territorio ad esclusione del Sindaco di Parma il quale pur di non rivivere, giustamente, giornate come quella del 13 ottobre 2014, sarebbe disponibile ad accettare tutto.
Accetta tutto e sembra non porsi nessun problema. Come Sindaco di Berceto non mi sentirei, ad esempio, tranquillo, ad avere un “invaso” di quelle dimensioni a monte del centro abitato di Berceto.
Avrei perfino paura, nonostante la bravura italiana a costruire dighe (eravamo i migliori del mondo), che l’argine crollasse e milioni di metri cubi d’acqua, con un’irruenza paurosa, spazzassero via interi quartieri della città.
E’ pur vero che sono quartieri che Parma, da sempre, non ama e infatti in passato aveva scelto quelle zone, che io ritengo bellissime, per farvi costruire i capannoni di memoria fascista e tanto altro mai ritenuto di pregio ad iniziare dal nome di un quartiere: Montanara, che richiama, seppur allegramente, l’insulto bonario rivolto, dai cittadini, a noi montanari: “ve montaner”.
In tutti i modi Parma non ha mai apprezzato la zona, che per me, ripeto, è bellissima, che scorre da Via Milazzo verso il Baganza, Felino e Sala.
Da tutta questa vicenda, un montanaro, trae insegnamenti negativi che provocano scoramento.
I Torrenti, anche se provocano, come il 13 ottobre 2014, disastri anche in montagna, cambiano l’aspetto delle montagne stesse, possono essere sistemati, anche negli anni duemila, solo alle periferie delle città.
I soldi non si trovano mai per fare manutenzione, prevenire razionalmente i disastri, ma li si trovano solo per grandi opere.
Immaginare d’avere finanziamenti adeguati, per il Torrente, anche per la tratta vasca d’espansione/sorgenti, visto i costi, diventerà velleitario.
Basterebbe, alla fin fine, che lo Stato, su queste opere, visto i motivi per cui vengono realizzate, non chiedesse, l’immediata restituzione del 22% dell’IVA (per gli Enti locali è un costo) che è una ragguardevole somma, oltre 9.000.000 (novemilioni) per avere tutto il tratto del Baganza e la strada di Calestano SP 15, sicuri.
Prima d’essere intruppato in un sogno è bene che mi dica, ancora una volta, che siamo in Italia.
Ecco il progetto della grande vasca d’espansione, alle porte della città, ha come padre la logica italiana: solo emergenza, grandi opere e tutto dopo le disgrazie annunciate addirittura dal 1963.
Nonostante questo mio giudizio, non lusinghiero, debbo dare atto dell’impegno del Presidente della Regione e dell’assessore Gazzolo nel far giungere, come pare imminente, i finanziamenti


Luigi Lucchi Sindaco di Berceto

mercoledì 2 agosto 2017

Grande secco, grandi alluvioni, grandi silenzi

Il rifugio Gonella sul Monte Bianco, a 3073 metri di altezza, ha chiuso per mancanza d’acqua. La ricavava dal nevaio che ogni anno calava un po’ e che quest’anno è sparito.


Un fatto preciso, non può essere interpretato.
E’ il cambiamento climatico.
Che è ormai evidente e confermato dal caldo torrido di questa estate.
Con un futuro caratterizzato da lunghe siccità e forti precipitazioni concentrate in poco tempo, capaci di creare alluvioni tipo quella che ha colpito Parma nel 2014.
Coldiretti e l’Ente di Bonifica hanno chiamato l’emergenza idrica e già quantificato i danni all’agricoltura nel territorio parmense.
Proprio quest’estate AIPO deve rispondere alle osservazioni dei cittadini e dare il suo parere definitivo sul progetto di cassa d’espansione sul Baganza, presentato in primavera. Due casse di capienza di circa 2,35 milioni di metri cubi ciascuna. La prima sotto il piano campagna, ottenuta scavando ghiaia e sabbia e la seconda sopra lo stesso, praticamente una grande vasca alta fino a 16 metri nel suo punto più elevato, a valle del Casale di Felino.
La campagna ha fame d’acqua, non basta quella delle falde. Occorrono invasi che la raccolgano quando piove e la rilascino quando ce n’è bisogno. Ma non ci sono.
Di utilizzare la cassa d’espansione presentata neanche parlarne, serve a difesa della città e per definizione deve restare sempre vuota, a disposizione di eventuali piene.
Si dice che non ci sono i soldi per la cassa, ma che salteranno fuori. Soliti discorsi.
Servono 55 milioni di euro. Altri se ne dovranno trovare per gli invasi in cui trattenere l’acqua piovana come chiesto quest’estate. Il problema siccità non è solo del territorio parmense ma di tutto il Paese, come la mancanza d’acqua a Roma testimonia chiaramente.
Quindi il problema soldi è acuto se il problema acqua è così diffuso.
Gli invasi ad uso irriguo che mancano e la costruenda cassa d’espansione sul Baganza sembrano due rette parallele che non si incontrano mai, incapaci di aiutarsi l’un l’altra.
Ma occorrerebbe proprio il contrario, la capacità di fare sistema.
Il progetto AIPO di cassa è un’enorme vasca sospesa sul territorio, costosa, che richiederà 5 o 6 anni per essere costruita. Noi riteniamo anche di più perché i 2,4 milioni di metri cubi di ghiaie e sabbie scavati dalla prima cassa dovranno essere pur piazzati da qualche parte. Se non vanno alla Tibre, come pareva, perché per il sostrato la Pizzarotti utilizza terra mista a calce, con la crisi dell’edilizia in cui versa la nostra economia, dove finirà tutta quella ghiaia? Un problema che richiede altro tempo e soldi.
Perché, per la cassa d’espansione, non utilizzare lo studio fatto da Provincia per mettere in sicurezza la città e contemporaneamente trattenere l’acqua per l’estate siccitosa.
Lo studio del 2015 prevede 3 casse lungo l’asta del Baganza, a Calestano, al Casale ed in zona Bonifacio (Collecchio). La prima deve rimanere sempre vuota per l’eventuale improvvisa portata di piena. La seconda e la terza potrebbero trattenere l’acqua delle piogge autunnali in quantità ragionevoli: metà della capacità quella del Casale, l’intera capacità di invaso quella di Collecchio. In caso di una portata di piena di 600 metri cubi al secondo, occorrerebbero 20 minuti per riempire quella di Calestano (un invaso di 600.000 metri cubi), tempo in cui quella del Casale e di Collecchio scaricherebbero i loro invasi.
Non si capisce perché AIPO non abbia preso in considerazione lo studio della Provincia.
Non si capisce perché non abbia partecipato all’assemblea organizzata a Felino il 25 maggio scorso.
Il perché è semplice.
Le autorità competenti sono autoreferenziali, non ascoltano i cittadini.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

martedì 23 maggio 2017

No alla Cassa Aipo, il 25 maggio assemblea a Felino

L'assemblea del 25 maggio sarà un’occasione di informazione e dibattito sul progetto della cassa d'espansione del Baganza, un momento dove tutte le osservazioni critiche fatte al progetto AIPO possano trovare espressione ed avviare un serio confronto.
La necessità di una cassa d'espansione che metta in sicurezza la città è fuori discussione, soprattutto dopo l'alluvione dell'ottobre 2014.
Ma serviva una corretta comunicazione ai soggetti interessati e contestualità tra consultazione e avanzamento della progettualità, con un esame approfondito dell'impatto ambientale dell'opera, come prevede la UE e la Regione.


Una SIA effettiva, cioè uno studio di impatto ambientale in cui il progetto dell'opera sia comparato a studi alternativi esistenti.
Nel progetto di cassa di AIPO invece è stato sostanzialmente disatteso lo studio di impatto ambientale, comparando il progetto in atto con lo studio preliminare del progetto stesso.
E’ mancato il confronto con lo studio della Provincia del giugno 2015, quello delle tre casse in serie lungo l'asta del torrente.
Un progetto ingegneristico, quello di AIPO, che tratta il nodo di Colorno e disattende completamente la parte montana del torrente, un progetto disorganico e disomogeneo.
L'impatto dell'opera va considerato per tutta l'asta e soprattutto per la sua parte a monte.
Non si può glissare sull'abbassamento dell'alveo di 1,5 metri per l'eccesso di prelievo di ghiaia.
Occorre anche prendere in esame la conseguente diminuita capacità di alimentazione degli acquiferi, con formazione di terrazzi pensili e perdita di piane inondabili da cui dipende la capacità di laminazione naturale del torrente.
Come va valutata con attenzione la diminuzione dei tempi di corrivazione dell'acqua piovana lungo i versanti per perdita di manto boschivo dovuta a tagli matricinati sconsiderati.
C’è la necessità indifferibile di introdurre traverse per trattenere sedimenti in alveo contribuendo così al suo rialzo.
L’opera deve prevedere l'uso plurimo: non solo laminazione delle piene, ma anche ricarica degli acquiferi e uso irriguo dell'acqua invasata.
Infine da non dimenticare l'impatto dell'opera sulle abitazioni e costruzioni adiacenti, per il pericolo di crepe dovuto al compattamento delle argille.
Riteniamo disattesa la direttiva UE, nonché della Regione Emilia Romagna, del 2000/2006 sull'impatto ambientale di ogni opera idrica.
Appare più confacente alle esigenze di impatto ambientale lo studio della Provincia del 2015 che, prevedendo una serie di casse lungo l'alveo stesso, teneva conto direttamente dei punti sopra considerati.
Tre casse in alveo, una a Calestano, la seconda al Casale di Felino e la terza in zona Beneficio, nel comune di Collecchio.
Argini perimetrali di contenimento della cassa di Calestano di 9 metri, per limitare l'impatto sulle acque sotterranee. Capacità di invaso di 625.000 metri cubi.
Argini della cassa del Casale di 5 metri, mentre la capacità di invaso è di 2.300.000 metri cubi.
Quindi parte della cassa è in ipogeo, cioè ricavabile da bacini di cava già esistenti.
Stessa quota degli argini a Beneficio, con capacità di invaso di 700.000 metri cubi, utilizzando in parte bacini di cava già esistenti.
Il problema del nodo di Colorno con cui AIPO ha motivato la necessità di un'opera mastodontica al Casale di Felino, con argini di 16 metri, è più facilmente risolvibile con una piccola cassa in area
golenale nel corso della Parma, a valle della città.
Anche considerando che tutta l'area a valle della stessa è a rischio esondazione, per l'eccesso di cementificazione che rende una area molto vasta praticamente impermeabile a fronte di un evento piovoso particolarmente intenso, come si prevede per il futuro.

Rete Ambiente Parma
Vivere il Cambiamento
Comitato cittadini del Casale


salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

giovedì 4 maggio 2017

Comitato del Casale, no alla cassa di espansione di Aipo

I cittadini di Casale di Felino hanno avuto notizia del progetto della cassa di espansione sul torrente Baganza soltanto a cose fatte.
Ma la normativa europea e nazionale prevede che la consultazione dei cittadini sia contestuale all'elaborazione del progetto ed alla normativa di VIA.


Così non capiscono perché il territorio in cui vivono debba essere messo a soqquadro da una cementificazione alta come un palazzo di 5 piani, con via vai di camion di ghiaia per anni.
Si chiedono come mai lo Studio di Impatto Ambientale (SIA) non abbia preso in considerazione un progetto preesistente della Provincia, che prevede 3 casse d'espansione lungo l'alveo del torrente tra Calestano e Collecchio.
Meno impattante sull'ambiente e sul loro territorio.
Sostengono che la Sia non si sia svolta correttamente: nessuna valutazione di opere alternative.
Lo studio delle 3 casse della Provincia, del maggio 2015, non risulta sottoposto a valutazione comparativa perché la comparazione è stata effettuata tra il progetto preliminare di AIPO e quello definitivo.
Eppure la normativa Ue per una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) include proprio una descrizione delle alternative pertinenti al progetto, come mezzo per migliorare la qualità della valutazione stessa.
Perfino lo "Sblocca Italia" prevede che le risorse di contrasto al rischio idrogeologico integrino la mitigazione del rischio con la tutela del territorio.
Inoltre, il Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) stabilisce che le opere di laminazione delle piene, ovvero le casse d'espansione, si integrino con quelle di riqualificazione del territorio, cioè col ripristino dell'alveo del torrente e delle sue golene e con la laminazione naturale delle piene.
Ma da uno studio della Provincia sappiamo che in tutti questi anni le aree esondabili del Baganza si sono dimezzate ad opera di occupazione abusiva di suolo, antropizzazione e cementificazione.
Non solo, la continua ed incontrollata asportazione di ghiaia lungo l'alveo lo ha abbassato
di un metro e mezzo trasformando le sue aree laterali in terrazzi pensili.
Quando il letto di un fiume si abbassa, altrettanto fa il livello della falda freatica.
In altre parole, l'acqua che scorre nel sottosuolo verso il fiume, trovandolo più basso, si abbassa anch'essa con gravi problemi per il pompaggio dai pozzi e per l'irrigazione dei campi.
E, ancora più grave, si sviluppa il drenaggio delle argille che tendono a comprimersi danneggiando la stabilità degli edifici costruiti sopra.
Questo è l'effetto che più temono gli abitanti del Casale, che gli strati profondi delle argilliti risentano dell'abbassamento della falda che un manufatto di quelle proporzioni provocherà fatalmente nel sottosuolo.
Ma la sicurezza della città, dopo la piena del 2014, deve essere garantita. Non si discute.
E' solo un problema di progetto: quale sia meno impattante per il territorio ed altrettanto sicuro per la città.
Diventa un problema di volumi. Quanti metri cubi d'acqua di piena possano essere invasati con la cassa AIPO ( 4,7 milioni di metri cubi) e quanti con le 3 casse ipotizzate dalla Provincia (3,6 milioni di metri cubi).
Solo 1 milione di metri cubi differenza che AIPO afferma necessari per il nodo di Colorno, per far si che la Parma non tracimi nella bassa.
Basterebbe, allora, un piccolo invaso prima di Colorno a risolvere il problema.
Al posto di una grosso manufatto 3 piccole casse lungo l'alveo.
Perché non se ne è discusso prima? Perché non discuterne ora?
E poi, come abbiamo sempre detto, occorre un progetto che serva a garantire acqua al territorio dell'alta pianura che ne ha sempre più bisogno.
Ma siamo anche certi che si possano spostare fabbriche e case da quei 500 ettari di golena del Baganza persi per l'antropizzazione?
Risistemare l'alveo è sacrosanto ma non è possibile farlo con petizioni di principio che non tengono conto di quanto è successo.
Gli amministratori che hanno fatto finta di niente quando si cementava nell'alveo dovrebbero ammettere le loro responsabilità.
Infine, qualcosa di cui nessuno parla, ma noi di Rete Ambiente si: occorre fermare i tagli boschivi in val Baganza.
Tagli rasi del ceduo con abbandono a terra delle ramaglie di cui l'ultima piena si è alimentata.
La conservazione del bosco è la garanzia principale contro il tempo di corrivazione dell'acqua piovana lungo i versanti ripidi della val Baganza.
Non tagliare i boschi è la condizione fondamentale per impedire le frane e gli effetti di un futuro di piogge sempre più intense in poco tempo.
I sindaci della valle devono impedire tagli che fanno solo danni al territorio e non creano economia per i residenti.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

domenica 10 luglio 2016

Un'inutile e costosa cassa di espansione

Rete Ambiente Parma ha già espresso la sua opinione estremamente negativa sulla costruzione di una cassa d'espansione sul torrente Baganza.


La convinzione è che ci sia una soluzione alternativa meno invasiva dell'ambiente, con minor consumo di suolo, di spesa molto inferiore.
Non una soluzione artificiale che prevede un invaso di 74 ettari con l'asporto di diversi milioni di metri cubi di ghiaia, ma, col coinvolgimento di agricoltori da compensare, dotare di sfioratoi gli argini del torrente, in modo da limare le piene in una zona di campagna a valle dell'abitato di Sala Baganza.
Anche perché per la costruzione della prevista cassa di espansione occorreranno diversi anni, mentre la proposta di messa in sicurezza alternativa richiede molto meno tempo.
Occorre pensare anche cosa fare a monte, da dove l'acqua arriva.
In questo senso è necessario sfatare alcuni luoghi comuni sulla "manutenzione del territorio" e sulla necessità della "pulizia del fiume", spesso associati al rischio idrogeologico.
Questi termini indicano in montagna e collina le piccole opere idrauliche (canalizzazioni) finalizzate a limitare l'erosione del suolo e le piccole frane per colamento.
Altro luogo comune è che sia necessaria la "pulizia dei boschi", che oggi altro non è che un concetto gentile che nasconde il taglio industriale degli stessi, come si è visto a Cascinapiano, dove la delega di taglio ad una azienda privata da parte del sindaco di Langhirano ha determinato un vero e proprio scempio ambientale.
Il dissesto idrogeologico è spesso attribuito "all'abbandono della montagna"ed "alla mancata manutenzione".
Ma quasi mai l'abbandono delle pratiche agricole e la mancata manutenzione sono causa del dissesto.
Le opere di terrazzamento e di canalizzazione in terreni argillosi sono necessarie per evitare l'erosione da acqua piovana quando le aree sono coltivate, ma la maggior parte di queste aree sono da tempo abbandonate e soggette a ricolonizzazione della natura, che ha già portato alla copertura boschiva.
E' il bosco la più efficace protezione del suolo montano e la miglior riduzione del rischio idraulico a valle.
Le radici degli alberi, molto più vigorose ed estese di quelle delle coltivazioni, consolidano il terreno e la chioma degli alberi trattiene la pioggia accrescendo il tempo di corrivazione.
In sostanza, nel lungo termine, l'abbandono dei coltivi a favore del bosco ha portato al miglioramento dell'assetto idrogeologico di montagna e collina.
Al contrario, opere di manutenzione e di drenaggio dell'acqua nei coltivi di montagna hanno un effetto idrologico opposto a quello del bosco, perché accelerano il deflusso verso rii e torrenti, spostando il rischio idrologico a valle.
La "manutenzione del territorio" è invece assolutamente necessaria lungo le strade sui versanti montani. Strade e carraie aumentate a dismisura per il taglio boschivo meccanizzato di questi ultimi anni. Strade che sono la principale causa delle frane di versante: infatti l'alterazione del profilo di versante accresce l'incanalamento delle acque ed innesca le frane.
Inoltre, è opinione comune che per ridurre i rischi di piena occorra "manutenzione e pulizia degli alvei".
Sembra ragionevole eliminare la vegetazione che si forma naturalmente nelle golene, ai margini dell'alveo attivo di un torrente. Come se erbe, arbusti ed alberi attorno ai corsi d'acqua siano qualcosa da rimuovere.
Invece, dal punto di vista idraulico, la presenza di vegetazione in
golena aumenta la sua scabrezza e quindi rallenta le acque di piena, abbassandone il picco.
A monte dei centri abitati e soprattutto in  montagna un forte incremento della vegetazione lamina le piene.
Altro luogo comune della "pulizia fluviale" sembra essere costituito dalla necessità che gli alberi morti lasciati in alveo, trascinati dalla piena, non vadano ad incastrarsi nelle arcate dei ponti ostruendoli e provocando esondazioni.
Un motivo inconsistente.
Infatti le piene maggiori sono sempre accompagnate da frane degli stessi versanti boscati, fonte principale di alberi e spezzoni legnosi che l'acqua trascina fino ad ostruire le arcate dei ponti, come nella piena del Baganza.
Le pulizie fluviali sono inutili di fronte alla massa di alberi provenienti dalle frane a monte, in caso di piena. Forse addirittura dannose perché la vegetazione riparia eliminata avrebbe potuto fermare e
trattenere in golena i tronchi provenienti dalle frane a monte.

Giuliano Serioli

10 luglio 2016

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

giovedì 16 giugno 2016

Casse di espansione, sì o no?

Un'opinione controcorrente ma a misura d'ambiente

Per messa in sicurezza "definitiva" di un corso d'acqua si intende generalmente la costruzione di una cassa d'espansione, o di laminazione, finalizzata al contenimento di eccezionali masse di acqua prodotte da eventi atmosferici particolarmente intensi.


Nel caso del torrente Baganza è stata prevista una escavazione lineare dell'alveo e delle parti laterali per circa 5 milioni di metri cubi.
L'abbassamento dell'alveo implica la migrazione dell'erosione sia a monte che a valle, compromettendo la struttura e la dinamica delle falde acquifere, soprattutto nelle zone di drenaggio, dove queste arrivano a convergere sul livello del torrente.
Mentre a monte il torrente alimentava le falde, l'abbassamento della quota di scorrimento non permetterà più una normale ricarica delle stesse.
A valle, dove le falde prima si riversavano in alveo, non più ostacolate dalla contropressione di acqua e ghiaia, verrà dispersa nel torrente una quantità di acqua molto maggiore, con grave calo delle stesse.
L'erosione provoca anche l'instabilità laterale del torrente con incisione delle sponde ed alterazione di tratti precedentemente stabili.
L'instabilità dell'alveo per l'erosione a valle può determinare l'instabilità di manufatti esistenti, come lo scalzamento dei piloni dei ponti.
Non solo. L'escavazione dell'alveo ha come effetto l'abbassamento del pelo dell'acqua del torrente e quindi delle falde ad esso connesse dal punto di vista idrogeologico. Con maggiori difficoltà di
approvvigionamento idrico in zona, eliminazione di aree umide e difficoltà per lo sviluppo della vegetazione ripariale così necessaria al trattenimento e alla difesa delle sponde.
Ma è proprio il concetto di "messa in sicurezza" che è sbagliato, perché anche se il progetto ha un tempo di ritorno teoricamente lungo, esiste oggi una forte probabilità che si verifichino piene sempre maggiori della precedente, dato il cambiamento climatico in atto.
In sostanza, se si progetta oggi la cassa d'espansione del Baganza ci si deve basare su dati meteo storici probabilmente già superabili nel brevissimo periodo.
E, nonostante i buoni propositi delle amministrazioni locali, nell'area "messa in sicurezza" è possibile che si continui ad edificare proprio per la pretesa sicurezza percepita e per la pressione che l'economia e la speculazione esercitano.
Le alternative.
Alla cassa di espansione si può contrapporre un'opera molto meno invasiva che non preveda così elevati volumi di scavo.
Un'area golenale collegata, tramite sfioratoi nelle arginature, alla campagna circostante.
Argini e sfioratoi costruiti direttamente dagli agricoltori della zona, con un prelievo di ghiaia dall'alveo meno invasiva e più diffusa, tale da non modificare il profilo longitudinale del torrente.
Ghiaia prelevata dagli stessi agricoltori da aree deputate a diventare laghi in caso di piena, serbatoi d'acqua da utilizzare a livello irriguo per la campagna della Pedemontana, già più volte in sofferenza nel periodo estivo.
I volumi di ghiaia sarebbero pari alla metà di quelli previsti dal progetto della cassa d'espansione e sarebbero utilizzati in loco.
Il problema del progetto attuale, infatti, è dato anche dal fatto di dove collocare con profitto quei grandi volumi di inerti, data la crisi ormai cronica dell'edilizia.
Il mancato smaltimento della ghiaia potrebbe spostare ulteriormente in là nel tempo l'edificazione della cassa, mentre il cambiamento climatico spinge ad una soluzione anche provvisoria, ma rapida e soprattutto coinvolgente.
Il tema di coinvolgere il territorio non è secondario. Attiene a chi esegue i lavori e ne ha un ritorno economico.
Col progetto della cassa si parla di 60 milioni di euro che finiranno fatalmente ad una grande azienda in grado di eseguire i lavori.
Col progetto alternativo si spende molto meno e quei soldi finiscono agli agricoltori della zona e a piccole aziende del comparto edilizio.
In tal modo è il territorio stesso a prendere in carico la sua sicurezza, a preoccuparsi degli eventi e a prevenirli.
Un vero e proprio salto di qualità culturale.
E un intervento a misura d'ambiente.
Desta infine meraviglia che la sezione locale di Legambiente si sia preoccupata delle necessità ecologiche dell'ambiente fluviale senza tener conto dei danni causati da un intervento così massiccio, senza indicare invece una soluzione alternativa sostenibile.

Giuliano Serioli
16 giugno 2016
Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale