"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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domenica 29 maggio 2016

Cambiare il Paes di Felino. Chi ci sta?

Nell'assemblea pubblica del 26 maggio al cinema di Felino, su proposta di Rete Ambiente Parma e dei comitati della pedemontana, i candidati sindaci delle liste "Cambiamo Felino" e "Vivere il cambiamento" hanno convenuto la necessità di rigettare dal PAES comunale in 2 punti.
Azione 9 - Sviluppo di micro- teleriscaldamento tramite vettori energetici solidi.


L’attuale amministrazione intende promuovere lo sviluppo di reti di micro-teleriscaldamento (25-500 kW) alimentate attraverso l’utilizzo di circa 800 tonnellate/anno di biomasse legnose in forma di cippato o pellets.
Azione 10 - BIOGAS. Produzione di Energia elettrica da reflui e scarti zootecnici.
L'attuale amministrazione di Felino intende favorire la realizzazione di impianti a biogas a partire esclusivamente da matrici organiche di scarto già presenti sul territorio: scarti dell'agricoltura e allevamento, così come impianti a biogas che utilizzino la FORSU (Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano). Elemento importante da valutare è l'inserimento di un impianto nella nuova zona industriale dell'Apea.
Si ritiene che l'uso e la combustione di biomasse e biogas sia in conflitto con la salute dei cittadini e con la necessità di un ambiente con meno polveri sottili, in cui produrre le eccellenze alimentari tipiche dell'economia della Pedemontana.
E' necessario, altresì, rigettare la delibera dell'attuale giunta cche promuove impianti a biomassa in ogni azienda che ne faccia richiesta.
La CO2 in atmosfera è principalmente dovuta alla produzione di energia da fonti fossili.
Dal protocollo di Kyoto del 1997 fino al Cop 21 di Parigi la direzione intrapresa è stata quella di produrre energia da fonti rinnovabili.
Impegno sottoscritto fin dal 2005 dall'associazione dei Comuni virtuosi, che fa del risparmio energetico e della partecipazione dei cittadini la sua bandiera.
Nei PAES dei "Comuni Virtuosi" della pedemontana, Felino in primis, viene ascritto e preso per buono l'elenco di tutte le fonti di energie rinnovabili, senza distinzione alcuna tra quelle che producono energia pulita: fotovoltaico, eolico, solare, geotermia e pompe di calore, e quelle che, pur derivando da fonti rinnovabili, producono energia con emissioni nocive per la salute e per l'ambiente: centrali a biogas e centrali a combustione di biomasse.
Come dire che un comune che fa della partecipazione dei cittadini il suo stendardo non fa proprie le loro preoccupazioni per la salute.
Come se l'energia prodotta da un impianto fotovoltaico fosse uguale a quella prodotta dalla combustione di cippato di legna o da olio di grasso animale.
Ma è vero che l'uso di biomasse, anche se con emissioni nocive, è a saldo zero di emissioni di CO2, come richiesto dal Protocollo di Kyoto?
Per la combustione di cippato di legna e pellet non è la verità.
La legna, se proviene dall'estero, è prodotta dagli scarti dei tagli della foresta pluviale che ogni anno viene rimaneggiata.
Se proviene dai nostri boschi cedui, si deve considerare che se non si perde superficie boschiva, si perde quella fogliare che impiega circa 3 anni a raggiungere la stessa capacità di cattura della CO2 di prima.
Il taglio industriale smuove il terreno ed il carbonio in esso contenuto da secoli, ributtandolo in atmosfera.
Quantificarlo come saldo zero è assurdo oltre che ridicolo.
Per la combustione di olio di colza o olio di palma, fonti rinnovabili, c'è lo stesso problema del mancato saldo zero di emissioni di CO2.
Intere foreste, infatti, vengono tagliate per far posto a tali coltivazioni, la cui superficie fogliare è nettamente inferiore alla capacità di cattura dei milioni di piante tagliate.
Per la combustione di grasso animale che sta sostituendo la colza, diventata troppo cara per l'aumento della domanda di mercato e anch'esso fonte rinnovabile, si pone sempre il problema del mancato saldo zero.
Se, infatti, dagli scarti di macellazione animale si sottrae grasso da bruciare con emissioni di CO2, si dovrà accrescere la produzione animale o la sua importazione dall'estero per compensare il loro mancato utilizzo nell'industria del pet e della cosmetica, e quindi con ulteriore emissioni di CO2.
Le emissioni nocive della cogenerazione di biomasse sono inversamente proporzionali alla potenza degli impianti stessi.
Più un impianto è piccolo, più inquina. Non avendo gli stessi numeri e valori di spesa di quelli grandi, non ha nemmeno filtri capaci ma solo cicloni per far precipitare unicamente le ceneri volanti.
Il problema emissivo, però, è già grave per i grandi impianti, perché il benzopirene non può essere fermato dai filtri. I suoi valori sono già oltre i massimi in Trentino Alto Adige.
Gli amministratori che hanno promosso quegli impianti sono in grave imbarazzo.
In tutti i PAES dei cosiddetti "comuni virtuosi" c'è il progetto di impiantare piccoli cogeneratori condominali ed aziendali sia a cippato che a grasso animale.
Una follia dal punto di vista del saldo zero di CO2, ma soprattutto dell'inquinamento dell'atmosfera del nostro territorio.
I prosciuttifici e i caseifici della pedemontana, da Traversetolo fino a Collecchio, sono i maggiori produttori di eccellenze alimentari, fonte di occupazione anche per l'indotto e di esportazione. Le materie prime che essi lavorano derivano dagli allevamenti zootecnici industriali. E gli spandimenti delle deiezioni animali che vi si creano, costituiscono il maggior problema per i suoli agricoli e le falde acquifere.
Proprio nei nostri territori vi sono aree sensibili in cui tali spandimenti non devono superare i 170 Kg di azoto per ettaro, la metà della norma, pena la compromissione di coltivi ed erba medica per vacche da latte. Conseguenza di tali spandimenti è anche la lisciviazione dell'azoto e l'arrivo di nitriti e nitrati nella falda acquifera, con grave inquinamento della stessa. Il pagamento dell'acqua in bolletta è il doppio del suo costo effettivo, proprio per la spesa di depurazione.
La soluzione di tali problemi ambientali, che tendono sempre più ad aggravarsi con la crescita dei volumi delle eccellenze alimentari, non può essere nelle centrali a biogas che coi loro cogeneratori impestano già tutta la Pianura Padana e fermate proprio nel nostro territorio.
Ci può essere solo una soluzione alla radice del problema: eliminare l'ammoniaca dalle deiezioni con lo strippaggio e la neutralizzazione con soda caustica e formazione di solfato d'ammonio, un ammendante vendibile sul mercato. Tolta l'ammoniaca, le deiezioni animali possono essere trattate per produrre biometano da autotrazione o da mettere direttamente in rete. Un toccasana per gli stessi suoli agricoli, concimabili con sostanze naturali e non più con additivi chimici chimici.
Una soluzione del problema non più rinviabile.

Giuliano Serioli
29 maggio 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

mercoledì 2 marzo 2016

Waste Land o la Terra Perduta

No, non è l'ode di Thomas Eliot, ma la Pianura Padana che rischia di diventare terra desolata.
In tante città del Nord siamo ormai ben oltre la soglia dei 35 sforamenti annui oltre i 50 microgrammi per metro cubo di polveri PM10, che è il limite massimo consentito.
In realtà si tratta di PM 2,5, il particolato fine che veicola benzopirene e diossine, sostanza ancora più pericolosa.
I blocchi del traffico in centro servono solo a battere un colpo, a dire che le istituzioni sono consapevoli della situazione.
In realtà sono colpevolmente responsabili.
La cappa di piombo che ci sovrasta è carica di innumerevoli fattori di inquinamento.


Quello industriale, degli inceneritori di rifiuti, della combustione di biomasse, del traffico veicolare,
della green economy e dei cogeneratori (500 centrali a biogas solo in Lombardia), del riscaldamento domestico (soprattutto da stufe a legna, a pellet e caminetti) ed infine l'inquinamento originato dalla dagli allevamenti zootecnici.
L'ammoniaca che si sprigiona dalle deiezioni animali e dai digestati sparsi sul terreno, si combina con l'azoto e lo zolfo presenti nell'aria originando particolato secondario, piccole particelle di nitrato e solfato d'ammonio. L'azoto ammoniacale, insieme al riscaldamento da legna ed al traffico veicolare, è quindi uno dei principali inquinanti dell'aria.
Ma lo è anche per i suoli e le falde acquifere.
L'eccesso di spandimenti di letame e digestati da biogas nei terreni agrari finisce per dare concentrazioni tali di ammoniaca da infertilizzare i suoli.
Tale eccesso scende poi verso la falda acquifera inquinandola attraverso la lisciviazione dei nitrati.
E' proprio la stessa green economy a riempire il vaso di Pandora degli inquinanti.
Green che diventa quasi una sottile, mortale presa in giro.
I PAES (piani attivazione energie sostenibili) sono pieni di cervellotiche applicazioni dell'energia verde, ma sono poi le lobby finanziarie a cavalcarne la concretizzazione.
Sono i cogeneratori che bruciano il biogas delle mille e più centrali, spuntate come funghi velenosi in questa nostra desolata campagna, in quelle terre alte abbandonate ai camini.
Alimentate con mais e triticale, sottraggono terreni agricoli alle coltivazioni alimentari, impestandoli con ancor più diserbanti e pesticidi.
E' la lobby dei combustori a propinarci la favola triste che bruciare è bello. A raccontarci che centrali a cippato e stufe a pellet si servono della migliore tecnologia esistente, senza aggiungere che hanno emissioni di polveri almeno 300 volte maggiori del metano e del GPL.
Mentono, approfittandosi della crisi e spingendo il governo a concedere loro incentivi.
Cosa fare allora?
Eliminare gli incentivi alla lobby dei combustori.
Limitare il taglio selvaggio della legna in montagna, demandando le quote di taglio ai consorzi di proprietari in modo che i soldi restino in montagna.
Imporre alle istituzioni di togliere gli incentivi a chi alimenta le centrali con coltivazioni dedicate.
Incentivare solo impianti alimentati da reflui zootecnici e di taglia proporzionata alle dimensioni dell'allevamento, senza alcun bruciatore o cogeneratore.
Favorire, con lo strippaggio dell'ammoniaca e la sua neutralizzazione in solfato d'ammonio, la produzione di biometano da mettere in rete o da autotrazione.
Ne guadagnerebbero in qualità e pubblicità tutte le eccellenze alimentari della Pianura Padana.
Cosa pensano di fare i consorzi delle nostre eccellenze alimentari della pedemontana?
Far finta di niente e tacere ancora?
A furia si stare tutti zitti, perderanno l'uso della parola.
E sarà troppo tardi quando ne avranno coscienza.

Giuliano Serioli
2 marzo 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

martedì 3 febbraio 2015

Tar, biogas, amministrazioni

I giudici del Tar hanno definitivamente bocciato la centrale a biogas progettata in quel di Pilastro.
Una buona notizia per gli abitanti e per il comitato che vi si era opposto con determinazione. Decisiva, in verità, era già stata la presa di posizione del Consorzio del Parmigiano-Reggiano, preoccupato che nei foraggi e quindi nel latte finissero i clostridi del digestato, che fanno gonfiare le forme di grana.
Il Consorzio, in pratica, aveva già trascinato dalla sua parte Regione e Provincia.


Incomprensibile invece la posizione del comune di Felino e dell'allora sindaco Lori.
Felino si era opposto solo perché l'impianto era al di fuori del piano edilizio comunale, come dire che se fosse stato proposto in altra zona avrebbe avuto il loro benestare.
Una posizione che aveva giustamente fatto inquietare non poco il comitato no-biogas di Calicella.
Ma se il biogas è stato fermato, così non è per i cogeneretori a cippato di legna o a grasso animale.
Qualcuno si è messo in testa che produrre elettricità con le biomasse sia una cosa seria.
Partendo dal presupposto che legna e grasso sono rinnovabili, bruciarli per produrre energia viene equiparato a cosa buona e giusta.
Nonostante da questo tipo di combustione si ottenga poca energia e l'efficienza sia molto bassa, al punto che la loro economicità si sostiene solo con gli incentivi pubblici.
Finiti questi ultimi, i bruciatori saranno abbandonati ad arrugginire in mezzo al verde.
Pare che per i nostri amministratori sostenibilità, ambiente, salute dei cittadini, siano vuoti slogan da usare alla bisogna senza mai applicarli alla realtà quotidiana.
Non ci si preoccupa delle emissioni nocive che vengono effettivamente generate, ma ci si accontenta che rientrino nelle normative fissate dall'alto.
Si sa benissimo che quelle polveri nocive andranno a sommarsi ai livelli già insopportabili di PM10, PM 2,5 e ossidi di azoto, ma si sorvola.
Amministratori di comuni che si autodefiniscono virtuosi lasciano del tutto inapplicata la direttiva Aria della Ue che prescrive che ogni nuovo impianto abbassi i valori degli inquinanti della zona medesima.
Come volevasi dimostrare, il nuovo sindaco di Langhirano ha dichiarato che nel piano energetico comunale manca una centrale a biomassa, che bruci cippato di legna.
Nota, peraltro, è la sua posizione sui tagli boschivi: “Si potrebbe tagliare anche tutto ciò che è ricresciuto da quarant'anni a questa parte”, ha affermato ad un'assemblea pubblica del 2012 a Neviano Arduini.
L'ultimo atto come sindaco di Felino di Barbara Lori è stato recepire nel piano edilizio comunale la direttiva provinciale sull'Apea di Pilastro.
L'Area Produttiva Ecologicamente Attrezzata, all'interno di un'area di circa 40 ettari, prevede “impianti di adduzione, distribuzione e smaltimento, impianti per il trattamento dei rifiuti e simili, impianto di cogenerazione a biomassa della potenza di 900 KW elettrici abbinata ad una rete di teleriscaldamento”,
L'atto della Lori non pare casuale, vista la sua attuale rilevanza e molteplicità di funzioni: consigliere regionale, responsabile ambiente della Provincia, nonché soprattutto assessore all'edilizia nel Comune di Felino.
A Pilastro potrebbe capitare che ciò che è uscito dalla porta, il cogeneratore a biogas, rientri dalla finestra, come cogeneratore a grasso animale, di cui la Lori ha già esperienza all'interno del suo Comune, o come cogeneratore a cippato di legna di cui Bricoli è antesignano.
Nuvole nere all'orizzonte.

Giuliano Serioli
3 febbraio 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

lunedì 24 giugno 2013

Risorse naturali e sviluppo sostenibile


Negli ultimi vent'anni l'espressione sviluppo sostenibile è stata fatta propria sempre più spesso dai politici.
Perché dà loro carta bianca nel rapporto tra economia ed ambiente.
Consente, infatti, di fissare degli obiettivi ma perseguendo qualsiasi strategia.
La debolezza di tale concetto sta proprio nel fatto che non dice cosa bisogna fare e cosa non fare.
Invece di ripromettersi uno sviluppo sostenibile sarebbe meglio affrontare una per volta le cose insostenibili.
Per risolverle.
Meglio che stilare progetti di PAES che rischiano di rimanere astratti, non applicati.
Con le energie rinnovabili e la green economy l'espressione sviluppo sostenibile è diventata di uso comune.
Proprio per questo a noi interessa soprattutto ciò che è insostenibile per l'ambiente per combatterlo.
Insostenibile è principalmente consumare le risorse naturali.
Consumare vuol dire anche usare male, ma significa soprattutto ridurre.
Tale cattivo uso è particolarmente evidente quando si vuole ricavare energia dalle biomasse.
Se si pensa di produrre energia dalla combustione degli scarti di risorse naturali si commette un doppio errore.
Da una parte si immettono nell'aria inquinanti pericolosi per la salute e per l'ambiente che si sommano a quelli già esistenti.
Dall'altra è fatale che si tenda a generalizzare tale metodo di produzione arrivando a consumare direttamente
le risorse naturali quando gli scarti non bastino più. Come è il caso delle centrali a cippato di legna vergine che dipenderanno sempre più dal consumo di superficie fogliare dei boschi.
O come quello degli scarti animali sottratti sempre più all'industria del pet-food per la produzione di grasso colato da bruciare in impianti tipo Citterio.
Similare è l'esito della produzione di biocombustibili da coltivazioni dedicate, perché così si sottraggono ettari alla produzione di alimenti e, con la concimazione chimica e i diserbanti, si consuma la risorsa naturale suolo, reso infertile dalla mancanza di elementi organici.
Oggi, tale utilizzo è in mano alla speculazione ed alle mafie. Essi non si preoccupano dei danni che possono arrecare all'ambiente ed alla salute dei cittadini
La ricerca di innovazione, infatti, si è concentrata soprattutto sulle tecnologie della combustione: inceneritori di rifiuti, centrali a cippato di legna, centrali ad oli vegetali, ad oli animali, pirogassificatori.

Le amministrazioni locali, dal più piccolo comune fino a Province e Regioni, quando non del tutto escluse dal processo e ridotte a mere esecutrici del dettato governativo, ricalcano tale dinamica convogliando finanziamenti anche europei solo su tagli boschivi industriali ed impianti combustori, invece di puntare ogni euro disponibile sul risparmio energetico, vero volano del coinvolgimento diretto dei cittadini e della ripresa occupazionale nell'edilizia.

Gli incentivi pubblici vanno a premiare principalmente la cosiddetta cogenerazione fatta da tali inceneritori grandi e piccoli che producono energia elettrica fuori mercato e che il più delle volte disperdono in aria l'energia termica, cioè tanta CO2.
Altresì, premiano centinaia di centrali a biogas alimentate non con effettivi scarti agricoli o con reflui di allevamenti animali, ma principalmente con insilati di mangimi vegetali da coltivazioni dedicate il cui effetto è sia di inquinare ulteriormente la Pianura Padana, sia di inquinare il mercato dell'affittanza agraria.

Se gli incentivi premiano principalmente la speculazione, le normative le spalancano la porta accontentandosi di limiti di emissioni solo formali, cartacei e per di più autocertificati, mai realmente controllati dagli organi preposti.
Ma, soprattutto, nessuna normativa vigente prevede la coagulabilità delle emissioni in essere con lo stato dell'inquinamento già esistente, quasi che nessun ente autorizzante sappia che l'aria della Pianura Padana è un coacervo di inquinanti, impregnata di polveri sottili e di ossidi di azoto.

Oggi la UE arriva a bocciare i cogeneratori a biomassa nel nostro paese dove la direttiva aria risulti violata, cioè in aree che già superano i valori limite, tipo il cogeneratore Citterio nel Comune di Felino.

Nostro compito è denunciare e combattere tale insostenibilità.



Giuliano Serioli

domenica 16 giugno 2013

Per un'analisi della green economy

La green economy nel nostro paese ha avuto solo uno sviluppo speculativo.
Ha lasciato analisi e dotti discorsi ad università e ad ambientalisti accademici e si è accaparrata le energie rinnovabili.

Oggi, il loro utilizzo è in mano ad investitori grandi e piccoli ed alle mafie, i quali non si preoccupano assolutamente dei danni che possono arrecare all'ambiente ed alla salute dei cittadini.
Puntualmente, infatti, la ricerca di soluzioni innovative si è concentrata sulle tecnologie della combustione: inceneritori di rifiuti, centrali a cippato di legna, centrali ad oli vegetali, ad oli animali, pirogassificatori, quando non addirittura su biocombustibili da coltivazioni dedicate il cui effetto è di sottrarre suolo all'alimentazione umana ed animale.

La crisi economica ha fatto da moltiplicatore a tale tendenza trasformandola in dinamica strutturale.

Le amministrazioni locali, dal più piccolo comune fino a Province e Regioni, quando non del tutto escluse dal processo e ridotte a mere esecutrici del dettato governativo, ricalcano tale dinamica convogliando finanziamenti anche europei solo su tagli boschivi industriali ed impianti combustori, invece di puntare ogni euro disponibile sul risparmio energetico, vero volano del coinvolgimento diretto dei cittadini e della ripresa occupazionale nell'edilizia.

Gli incentivi pubblici, erogati dalla Cassa depositi e prestiti attraverso il GSE, vanno a premiare principalmente la cosiddetta cogenerazione fatta da tali inceneritori grandi e piccoli che producono
energia elettrica fuori mercato e che il più delle volte disperdono in aria l'energia termica, cioè tanta CO2.
Altresì, premiano centinaia di centrali a biogas alimentate non con effettivi scarti agricoli o con reflui di allevamenti animali, ma principalmente con insilati di mangimi vegetali da coltivazioni dedicate il cui effetto è sia di inquinare ulteriormente la Pianura Padana, sia di inquinare il mercato dell'affittanza agraria.
Ma non si lesinano soldi nemmeno a quei 35 parchi fotovoltaici, rigorosamente a terra, voluti dalla Provincia di Parma col suo project-financing "Fotovoltaico insieme". Soldi che, curiosamente, non finiscono nelle casse dei comuni, ma in pancia a finanziarie e a ditte costruttrici.
Un fotovoltaico che, mentre in Germania è sui tetti dei cittadini remunerandoli, nella nostra provincia occupa centinaia di ettari di suolo agricolo remunerando banche e finanziarie.

Se gli incentivi sostanzialmente premiano la speculazione, le normative le spalancano la porta accontentandosi di limiti di emissioni solo formali, cartacei e per di più autocertificati, mai realmente controllati dagli organi preposti.
Ma, soprattutto, nessuna normativa vigente prevede la coagulabilità delle emissioni in essere con lo stato dell'inquinamento già esistente, quasi che nessun ente autorizzante sapesse che l'aria della Pianura Padana è
un coacervo di inquinanti, impregnata di polveri sottili e di ossidi di azoto
.

Oggi la UE arriva a bocciare i cogeneratori a biomassa nel nostro paese dove la direttiva aria risulti violata, cioè in aree che già superano i valori limite, tipo il cogeneratore Citterio nel Comune di Felino. Le
province dell'Emilia Romagna si pronunciano per una soluzione diversa dall'incenerimento dei rifiuti, tutte tranne la Provincia di Parma, tranne Bernazzoli che deve difendere il suo accordo con Iren e
l'inceneritore di Uguzzolo.
La stessa giunta comunale di Langhirano si pronuncia contro la combustione di biomasse sul suo territorio.
Mentre nel Paes approvato dal comune di Felino è dato risalto al cogeneratore a grasso animale di Citterio, nel Paes di Sala Baganza,furbescamente, non se ne fa parola, si menzionano solo impianti a biogas e la produzione di biometano.

Evidentemente, non è vero quello che affermano amministratori sia di destra che di sinistra , che le normative vanno solo applicate.
Possono, al contrario, essere valutate e, se il caso, messe in discussione.
Gli amministratori sono eletti dai cittadini, sono i loro rappresentanti nelle istituzioni. Quando dubitano dell'efficacia di una normativa debbono sottoporla al vaglio della cittadinanza, debbono opporvisi quali
interpreti del principio di precauzione.


Nella realtà, tale ruolo di opposizione, di contrasto alla speculazione lo stanno assumendo i comitati spontanei di cittadini.
Sono ormai centinaia ed è ridicolo considerarli come conseguenza dell'effetto Nimby, del fatto che i cittadini non vogliano tali impianti solo perché vicini a casa loro.
Il loro impegno e la loro dedizione li qualifica come un nuovo movimento di lotta civile per la difesa della salute e del territorio.

Perchè il vero tema in discussione, oltre alla salute dei cittadini, è quello delle risorse naturali.

La green economy, la speculazione sulle energie rinnovabili tenderà ad appropriarsi di tutte le risorse naturali consumandole : acqua, aria, suolo e patrimonio boschivo.
Nessun limite sarà rispettato.
Dalla privatizzazione dell'acqua all'inquinamento delle falde acquifere per lo spargimento selvaggio delle deiezioni animali o dei digestati.
Dall'ulteriore inquinamento dell'aria con inceneritori tipo Citterio in zone che già superano i valori limite alla risalita dell'inquinamento su per le valli montane con l'introduzione di centrali a cippato di legna.
Dalla continua distruzione di suolo agricolo con la cementificazione in atto nei paesi della pedemontana, quegli stessi che si definiscono "comuni virtuosi", all'occupazione di centinaia di ettari di suolo agricolo da parte dei parchi fotovoltaici a terra in ogni comune della provincia.
Dal taglio boschivo selvaggio ed indiscriminato dovuto alla speculazione sulla legna da ardere al taglio industriale per la cosiddetta "pulizia dei boschi", finalizzato in realtà a costruire un mercato del cippato di legna per le centrali medesime.

E' possibile uno sviluppo alternativo delle energie rinnovabili?

Certo, a patto che non consumino risorse naturali ma le valorizzino.

Impianti a biogas di piccola taglia che utilizzino effettivi scarti agricoli, deiezioni degli allevamenti e scarti dell'agroalimentare per produrre biometano.
Impianti fotovoltaici comunali sui tetti delle case coinvolgendo i cittadini.
Impianti solari termici collegati alla ristrutturazione delle case.
Sviluppo edilizio di sola ristrutturazione dell'esistente volto principalmente al risparmio energetico.
Ristrutturazione dei borghi di montagna all'insegna del risparmio energetico per lo sviluppo di una
ricezione turistica diffusa ed accogliente.




Giuliano Serioli

lunedì 3 settembre 2012

Biogas e sostenibilità, moratoria indispensabile

Wikimedia 
La stragrande maggioranza delle centrali a biogas già in funzione, e anche quelle in attesa di autorizzazione, ricorrono, quasi esclusivamente, a colture dedicate (mais soprattutto) per la loro alimentazione.
Una situazione non sostenibile, né dal punto di vista energetico, né da quello ambientale.
In Emilia Romagna si prevedono 465 impianti a biogas con una potenzialità di circa 1MWe.
Così per alimentarle occorrerebbero addirittura più dei 100.000 ettari coltivati già oggi a mais, davvero un'assurdità.
Per limitare la prospettiva nel luglio 2011 la Regione ha escluso gli impianti a biogas nelle zone
Dop del Parmigiano-reggiano, su pressione del consorzio, e infine di recente la delibera “impianti a
biomasse a saldo zero”.
Che significa che nelle aree a rischio ambientale potranno essere installati nuovi impianti solo in due casi: se sostituiranno impianti preesistenti o se saranno affiancati da interventi che garantiscano la riduzione di inquinamento sul territorio (cogenerazione e trigenerazione, utilizzo del calore, teleriscaldamento, efficienza energetica, piste ciclo-pedonali, ecc.).
Per le aree dell’Emilia-Romagna in cui i parametri di qualità dell’aria sono rispettati la delibera regionale promuove un approccio di tipo cautelativo con valutazione preliminare, tesa a valutare il cumulo degli impatti generati da più impianti. Le nuove regole interessano gli impianti a biomasse per la produzione di energia elettrica di potenza termica superiore a 250 kW.
Il saldo zero riguarda le emissioni di Pm10 e di diossido di azoto, da applicare in qualsiasi zona, inquinata o meno.
Le zone “verdi” (dove l'inquinamento è meno presente) sono in pratica quelle di montagna.
Per saldo zero si intende la sostituzione delle vecchie stufe a legna con centrali termiche a biomassa che dovrebbero addirittura migliorare la qualità dell'aria. In realtà il filtro a multiciclone delle centrali a biomassa non abbatte minimamente i Pm10, ma solo la fuliggine.
Le emissioni dipendono poi dalla tipologia di cippato che viene bruciato, che se è fresco, umidità al 50%, determina emissioni superiori agli stessi standard dell'Arpa, che sono però solo indicativi, mancando ogni tipo di controllo.
Discorso diverso per le le emissioni delle moderne stufe miste pellet-legna, 7-8 volte più basse di quelle delle centrali a biomassa e già in voga in montagna presso i privati.
La compensazione per l'inquinamento superiore deriverebbe dal teleriscaldamento, che consente lo spegnimento delle singole caldaie, ma se l'emissione è comunque maggiore delle stufe a pellet non si capisce dove stia il vantaggio.
Il saldo zero è una chimera in particolare per gli impianti a biogas, visto che non esistono normative specifiche per le emissioni, e valgono quelle generiche per le biomasse, come non esistono normative per le emissioni odorigene, quel diossido di azoto pungente al naso e pericoloso per gli alveoli polmonari.
Il saldo zero è uno specchietto per le allodole nelle zone verdi, quelle a basso inquinamento, come la montagna. Figurarsi in quelle gialle, arancioni o rosse in cui si cercherà di ridurre gli impatti con piste ciclabili. Davvero curioso.
Le norme emanate dalla regione Emilia Romagna, “Criteri tecnici per la mitigazione degli impatti ambientali nella progettazione e gestione degli impianti a biogas”, non risolvono minimamente i problemi derivanti dalla cattiva progettazione e gestione degli impianti.
Da parte dei cittadini e dei comitati c'è una richiesta forte di norme che permettano lo stop a impianti già in attività, ma che stanno causando gravi disagi alla popolazione.
Anche se la combustione di biogas produce teoricamente emissioni inferiori a quelle derivanti da oli vegetali o da biomasse legnose, va sottolineato utilizzare biogas per produrre energia elettrica e calore è poco efficiente.
Considerando i rendimenti medi dei motori cogenerativi in commercio, si può assumere che meno dell’80% dell’energia termica contenuta nel biogas venga effettivamente valorizzata, circa il 36% come energia elettrica e circa il 40% come calore recuperato dai circuiti di raffreddamento.
Il resto del calore contenuto nel biogas viene disperso nell’ambiente sotto forma di calore residuo nei gas di scarico. Si calcola che un impianto da 1 Mw perda con i gas di scarico 36 tonnellate annue di metano, corrispondenti a circa 1.000 tonnellate annue di CO2.
Ovviamente questi computi non sono minimamente presi in considerazioni e spariscono dai calcoli della efficienza degli impianti, che vengono presentati all'opinione pubblica come il nuovo Eldorado per liberarsi della dipendenza dal petrolio.
Il biogas deve subire una complicata serie di depurazioni, senza le quali si ha malfunzionamento e corrosione dei motori, processi che comportano anch'essi maggiori emissioni nocive.
Il biogas che esce dal biodigestore deve essere desolforato tramite lavaggio, poi deumidificato tramite refrigerazione, quindi filtrato dalle polveri con filtri a sabbia che trattengono il particolato.
A loro volta le emissioni della cogenerazione prima di poter essere rilasciate in aria devono subire un processo di lavaggio, passare attraverso biofiltri e meglio ancora attraverso filtri a carboni attivi, senza i quali non si abbattono le emissioni odorigene.
Ma tutto questo nella realtà non succede.
Un impianto a biogas non è subordinato al rilascio di alcuna autorizzazione alle emissioni in atmosfera (ai sensi dell'art. 269, comma 14,parte V del D.Lgs. 152/2006).
Detti impianti devono solo rispettare solo i valori limite di emissione espressi come concentrazioni massime ammissibili per ciascun inquinante, vale a dire 800 mg/Nm3 di monossido di carbonio (CO), 500 mg/Nm3 di ossidi di azoto (NO2), 150 mg/Nm3 di carbonio organico totale (COT), 100 mg/nM3 di particolato (PM10-PM1), 10mg/Nm3 di composti inorganici di cloro.
E' sufficiente che le ditte produttrici dichiarino emissioni rientranti nei range perché Arpa e Ausl certifichino la loro idoneità, come accaduto per i progetti di Felino (Pr) e Palanzano (Pr). Nei progetti si parla di un controllo all'anno, massimo due, ovviamente eseguiti e certificati dalla ditta stessa.
Tenendo conto dei volumi dei prodotti utilizzati per la produzione del biogas, l’unica filiera sostenibile non può che essere quella cortissima, non superiore ad una decina di km. (o comunque molto inferiore ai 70 km. della cosiddetta filiera corta), che ridurrebbe le emissioni di migliaia di mezzi pesanti, direttamente proporzionali ai km. percorsi.
Reflui animali, scarti agricoli e rifiuti organici vengono prodotti incessantemente dagli allevamenti zootecnici, dall’agricoltura, dalle industrie agroalimentari, da tutti noi.
Tutto questo può essere utilizzato per il biogas e sarebbe logico che gli incentivi favorissero solo questo tipo di utilizzo, anziché quello dei prodotti derivanti da colture dedicate. Questo è soprattutto vero per i rifiuti organici, il cui corretto uso aumenterebbe la percentuale di raccolta differenziata effettivamente riciclata, a vantaggio di tutti.
Per il suo utilizzo ottimale, si sottopone già ora il digestato a separazione solido/liquido, ottenendo due frazioni: una solida ed una liquida, detta anche chiarificata.
La frazione solida, che è la parte meno consistente del digestato, è costituita da sostanza organica, che incorporata nel terreno ne migliora le caratteristiche, funzionando da ammendante.
La sostanza organica, inoltre, è in grado di trattenere grandi quantità di acqua, caratteristica importante considerando i cambiamenti climatici.
Nel caso di agroindustrie o di allevamenti zootecnici industriali, la quantità di digestato liquido è così grande da non essere all'oggi gestibile. Occorre ricorrere a metodi per l’estrazione dell’azoto ammoniacale (stripping dell’ammoniaca o degasazione della stessa) e la sua trasformazione in un fertilizzante più concentrato e quindi più facilmente gestibile (solfato d’ammonio), che andrà a sostituire i fertilizzanti azotati di sintesi.
La prima richiesta agli amministratori (Regione Emilia Romagna in primis) riguarda la sostenibilità sociale degli impianti a biogas già in attività, che sono causa di gravi disagi per le zone prossime alle centrali, soprattutto per l’emissione di cattivi odori per periodi prolungati.
Non è accettabile che alcuni traggano profitto da attività che danneggiano altri.
Norme chiare che consentirebbero a sindaci e enti provinciali di costringere alla sospensione di ogni attività quegli impianti che sono causa di gravi disagi per i cittadini.
Tale moratoria avrebbe come conseguenza anche la sospensione di ogni forma di incentivo fino a che si creino le condizioni per una ripresa dell’attività, che non causi più alcun disagio.
Interventi che riguardano sia impianti in fase di autorizzazione, che già autorizzati.
Si deve pure considerare lo spreco della capacità fertilizzante dei digestati e la mancata sostituzione di concimi chimici di sintesi con gli stessi digestati. Un esempio di tali sprechi è anche la pratica di ricorrere a trattamenti di nitrificazione e successiva denitrificazione (impianti SBR) che, disperdendo l’azoto, hanno come conseguenza l’impossibilità di sfruttare la capacità fertilizzante della frazione liquida dei digestati in sostituzione dei concimi chimici di sintesi.
Una conseguenza, forse inattesa, delle restrizioni all’uso dei digestati nelle zone di produzione del Parmigiano Reggiano, è stata la concentrazione delle richieste di autorizzazione alla costruzione di centrali a biogas nelle zone non interessate dal Parmigiano Reggiano, creando, in aree come la pianura bolognese e ferrarese, il rischio di una concentrazione assolutamente insostenibile di centrali.
Gli stessi comuni che si sono opposti all'installazione di impianti a biogas, come Felino (Pr) e Toano (Re), lo hanno fatto senza entrare nel merito del loro carattere speculativo e della nocività delle emissioni. Hanno usato un artificio amministrativo e legale, la modifica del piano urbanistico, per negare l'area richiesta all'uso delle rinnovabili e mettendone a disposizione un'altra.
Posizione pilatesca e pericolosa: immaginatevi se la ditta richiedente accettasse la diversa destinazione d'area per l'impianto richiesto, il comune non avrebbe più alcun motivo di opporsi alla sua realizzazione.
Per arrivare a questo, è evidente la necessità di una moratoria nella concessione delle autorizzazioni che consenta di porre un freno agli impianti a biogas, evitando così di causare danni e portando il settore verso la sostenibilità.
Moratoria già richiesta a gran voce dai comitati del Ferrarese e del Bolognese cui si associa anche Rete Ambiente Parma, a nome dei Comitati di Palanzano e Felino.

Giuliano Serioli

mercoledì 29 agosto 2012

Incontro Rete Ambiente Parma - Comune di Felino

Presenti: Leccabue (ass. cultura) e Leoni (ass. ambiente), Serioli Giuliano e Silvio Di fazio per Reteambiente.

Leoni motiva l'incontro nel ribadire la correttezza della loro posizione volta a portare a compimento l'iter del no all'autorizzazione seguendo la traccia della modifica del piano urbanistico del comune che inficia l'area da loro richiesta come sede dell'impianto.
Lo motiva, altresì, per esprimere la loro contrarietà riguardo l'articolo comparso in "Gazzetta"in cui si attaccava il sindaco da parte del comitato e in cui sembrava che Reteambiente, cui si faceva riferimento esplicito, fosse d'accordo nell'attaccarlo.
Noi rispondiamo che non sapevamo nulla dell'articolo e che ci pareva un copia e incolla fatto dall'articolista. Sottolineiamo che è comprensibile la preoccupazione del comune per il tentativo della ditta di rivalersi economicamente nei loro confronti presso il TAR, ma che il no del sindaco deve essere nel merito di tale impianto, del suo carattere esplicitamente speculativo, lesivo della salute dei cittadini per le sue emissioni nocive ed odorigene e lesivo per le produzioni di qualità del territorio,in base alle osservazioni depositate in data 8/6/2012.
Abbiamo chiesto anche cosa succederebbe se la ditta modificasse la sua richiesta accettando l'area del piano urbanistico definita dal comune come idonea alla valorizzazione delle rinnovabili.
In tal caso, a nostro parere, la motivazione attuale del sindaco per il no all'impianto verrebbe a cadere.
Leoni sottolinea l'importanza che l'ente non sia solo nell'opporsi al progetto e che finalmente la Provincia si esprima in tal senso, non con un ordine del giorno del consiglio provinciale, come accaduto, che lascia il tempo che trova, ma con una presa di posizione ufficiale in merito.
Leccabue sottolinea l'importanza di un cambiamento culturale nei confronti dell'agricoltura affinché  il suo processo di industrializzazione crescente non si appropri anche dei finanziamenti pubblici delle rinnovabili snaturandone struttura produttiva e carattere.
Proprio perchè d'accordo con queste considerazioni, chiedo che il comune, al di là dei tempi dell'iter della VAS, promuova al più presto un convegno pubblico su biomasse-biogas in cui dar voce ad  associazioni, enti e cittadini.
Informo, altresì, che la rete dei comitati sta ripromettendosi la costituzione di un consorzio assicurativo sul territorio in grado di fare class action anche contro chi ha già fatto danni all'ambiente e ai cittadini, come Melanchini con le sue emissioni odorigene che impestano la periferia della città o come la centrale di Soragna, già approvate e funzionanti.

Giuliano Serioli

giovedì 9 agosto 2012

Un consorzio di comitati per assicurare il territorio


Nella nostra provincia ci sono ormai diversi comitati ambientali. 
Sono nati contro l'incenerimento dei rifiuti, contro le centrali a cippato di legna, contro la gassificazione delle biomasse, contro le pale eoliche, contro la combustione di oli esausti, contro le centrali a biogas da coltivazione dedicate, contro lo sfruttamento delle cave ofiolitiche e il pericolo dell'amianto.
Le normative nazionali e regionali favoriscono la speculazione della green economy, l'assalto alla diligenza degli incentivi pubblici, senza i quali tale produzione sarebbe antieconomica. Lo sviluppo delle energie rinnovabili è possibile solo a patto di non consumare le risorse naturali, il suolo, l'acqua, l'aria e i boschi.

E' una linea sottile. In ballo c'è la nostra salute, le produzioni di qualità dell'agro-alimentare, lo sviluppo stesso della nostra economia. 
A nostro avviso gli incentivi dovrebbero essere appannaggio delle amministrazioni locali per progetti mirati al bene comune, favorire l'autonomia energetica di allevatori e agricoltori con piccoli impianti volti a smaltire deiezioni animali e scarti agricoli.

Nel luglio del 2011 la Regione Emilia Romagna, sotta la spinta dei comitati, ha promulgato normative più restrittive in tal senso. Si parla di escludere impianti a biogas dai territori del parmigiano-reggiano. 
Di limitare le coltivazioni energetiche e il loro uso per il biogas. 
Di alimentare le centrali a biomassa solo con scarti forestali.

Non vediamo, tuttavia, l'applicazione di alcuna restrizione nelle zone del grana. Le ditte richiedenti arrivano addirittura a minacciare i comuni di rivalsa economica nei loro confronti. Le coltivazioni energetiche non andrebbero limitate ma vietate perchè, oltre a rendere infertili i suoli, oltre a sottrarre terra a coltivazioni di pregio, 
inquinano pesantemente il mercato dell'affittanza agricola. Gli scarti 
forestali esistono solo se si fanno tagli. Nessun tagliaboschi o azienda di taglio recupera le ramaglie, le abbandona. Se una cooperativa raccogliesse ramaglie, sarebbero solo quelle dei suoi tagli e solo col taglio meccanizzato, il diradamento.

Tali restrizioni ci paiono solo formali. Noi vediamo autorità locali e sindaci che, sposata l'ideologia della green economy, danno permessi fragandosene dei loro concittadini. In alternativa, vediamo sindaci che temono di opporsi a direttive che vengono dall'alto.

Per questo abbiamo deciso che il problema di ogni singolo comitato è problema di tutti. Che la forza di tutti noi può pesare molto di più in ogni singola realtà locale.

Abbiamo deciso di formare un CONSORZIO di COMITATI per impedire lo scempio del nostro territorio.

Le decisioni che prenderanno le amministrazioni, allettate dallo sviluppo della green economy, soprattutto sulle biomasse, costituiscono una minaccia per l'ambiente . Alcune località sono già  direttamente minacciate da tali decisioni, altre già si aspettano il peggio per essere state sotto minaccia in passato, altre ancora hanno il sospetto che presto tocchi anche a loro.

Il  CONSORZIO DEI COMITATI deve essere inteso come una forma di assicurazione sul futuro.

La  proposta è di Reteambienteparma e del  comitato di Felino. Vi chiediamo di comunicare la vostra adesione per stabilire un incontro e decidere cosa fare.

Serioli Giuliano

martedì 7 agosto 2012

Impianto di biogas a San Martino in Rio

Sono partiti timidamente e continueranno ancora per tutto il 2012 i lavori per la costruzione dell’impianto biogas in via Casoni a Gazzata, frazione di San Martino in Rio. La struttura permetterà di produrre energia elettrica fino a 999 kWe dalla fermentazione indistinta di biomasse (liquami, prodotti agricoli, mais o triticale).
Entro la fine del 2012, salvo imprevisti, l’impianto verrà costruito, almeno per quel 70% che serve per l’allacciamento con l’energia elettrica e le funzionalità vitali, a partire dal digestore. Poi, per la fine effettiva dei lavori, quella che permetterà la produzione d’energia elettrica a pieno regime, si dovrà attendere almeno fino a giugno 2013.
Solo allora l'impianto a biogas entrerà a pieno regime producendo quei 999 kWe d’energia. Un limite, questo, che sembra quasi costruito a tavolino, ma che ha permesso il via libera dei lavori senza impicci. 
Bastava superare, infatti, la soglia del Megawatt perché il Comune ottenesse la richiesta di valutazioni più approfondite, specie ad impatto ambientale e un possibile veto di costruzione della Regione. Ma grazie alla scelta ragionata dei Kwe prodotti, la correggese Sammartein Biogas saarl (la ditta esecutrice) da pochi giorni ha potuto iniziare i primi lavori. Un impianto contro cui erano state mosse accuse, con l’unico fine di fermare la sua costruzione. Se da una parte i cittadini avevano sollevato dubbi sulla salute e la pericolosità dell’impianto, dall’altra il Movimento 5 Stelle aveva sollecitato la giunta di Vasco Errani con un’interrogazione, chiedendo il blocco dell’apparecchiatura: 
per legge, la sua costruzione sarebbe impossibile in un territorio di produzione di Parmigiano Reggiano. Una situazione che ha coinvolto addirittura l'amministrazione di San Martino in Rio (rea di aver autorizzato, il 28 luglio 2011, la costruzione) che, preoccupata dalla situazione, ha inviato a sua volta un’interrogazione ad Errani sulla 
nocività del biogas. Interrogazioni e perplessità sono servite a poco. 
L'impianto, infatti, tra pochi mesi entrerà in funzione e, secondo i costruttori, ci saranno solo vantaggi: ricavi per i contadini, nuova veste per l'agricoltura e nuovi posti di lavoro.

mercoledì 11 luglio 2012

PER UN DIBATTITO SULLE BIOMASSE

Alcuni  interrogativi di Bruno Abati   (ALBA)

- Che differenza c'è tra un gassificatore (quello che dovrebbe sorgere in località Nacca di Vaestano) e un inceneritore (Monchio, Palanzano, Borgotaro) ?
- Come mai  nei tre inceneritori a biomassa si usa cippato di legna vergine anzichè pellet, che, se costa di più, rende anche di più ?
- Vista la quantità di allevamenti zootecnici della nostra Provincia perchè non si costruiscono centrali (non so come chiamarle) per convertire il letame in biogas e con questo ottenere energia elettrica e calore  ?

1- Un inceneritore termico brucia cippato per scaldare l'acqua di un boiler che, poi, tramite condotte d'acqua di andata e ritorno, distribuisce calore a case,  palestra, scuola, casa protetta per anziani (teleriscaldamento ). Ma può anche essere usato per produrre elettricità. 
Immettendo vapore in pressione in un motore endotermico, si produce lavoro che, tramite un albero motore collegato ad una turbina, la fa girare producendo elettricità. Questa doppia produzione, di calore ed elettricità, viene definita cogenerazione. Questo è il caso di Monchio.
D'ora in poi, infatti, farà anche cogenerazione. 


- Un gassificatore brucia anche lui cippato, ma  a temperatura più bassa. Si innesca in tal modo un processo, detto pirolitico, di scomposizione molecolare che origina un gas di sintesi ( syngas) composto da idrogeno ( H2) anidride carbonica( CO2) e metano (CH4).
Tale  gas è molto sporco, pieno  di polveri. Deve essere depurato in vari  modi prima di poter essere utilizzato come combustibile per un motore endotermico che, poi, tramite un albero motore può far girare una turbina e produrre elettricità. Una parte del  calore prodotto dal motore endotermico può essere usato anche per scaldare un boiler e produrre teleriscaldamento.  E' sempre cogenerazione, cioè produzione di due cose.
L'inceneritore a cippato produce emissioni depurate solo meccanicamente,  con un filtro a ciclone, e convogliate direttamente in aria tramite camino.
Le emissioni del gassificatore non sono dirette.  Il camino è in corrispondenza dei motori endotermici che usano il syngas come combustibile  per muovere le turbine e produrre elettricità.

Entrambi, bruciando cippato fresco ad elevata umidità,  hanno scarso rendimento, forti emissioni nocive e  notevoli quantità di ceneri. Tali emissioni, oltre a metalli pesanti e ossido di azoto, contengono diossina perchè  qualsiasi sostanza vegetale o animale, se bruciata, produce idrocarburi ciclici aromatici che combinandosi col cloro libero nell'aria, anche solo quello della depurazione degli acquedotti, generano diossine.


2-Perchè la filiera studiata e promossa a livello regionale è quella di favorire l'uso diretto del bosco come fonte di biomassa, promuovere cooperative di taglio apposite e creare un mercato che ancora non c'è
del cippato a basso costo. La filiera proposta dalla Bresso nel 2009 era  costituita da : diradamento industriale del bosco-finanziamento pubblico delle  coop  di taglio-centrali a cippato cofinanziate-produzione di elettricità.
Se una centrale come quella di Palanzano, costata 426.000 euro, la si fa andare col pellet, ci si deve chiedere se non era meglio comprare 5 stufe automatiche a pellet, una per ogni edificio comunale,  del costo complessivo di 80-90.00 euro, detraibili al 55% in 10 anni dalle imposte.
In tal modo, con 50.000 euro di spese conto capitale si sarebbe ottenuto un riscaldamento con meno emissioni,  delocalizzato, più efficiente e senza gli ulteriori costi di costruzione del teleriscaldamento ( 500 euro al metro).
Fare una centrale per bruciare pellet,infatti, non ha senso per gli alti costi fissi iniziali, per quelli del teleriscaldamento ( a Monchio per 200 metri di teler. hanno speso 100.000 euro) e per l'elevato costo del pellet.


3- E'  la proposta di Reteambiente : piccoli biodigestori anaerobici, di potenza tarata sulla capacità  delle stalle e  sulla quantità di animali allevati, che producano elettricità col biogas.


Sarebbero di aiuto agli agricoltori per smaltire in modo corretto il letame, abbattendo il suo contenuto di azoto.
La cogenerazione e gli incentivi ricavabili da essa costituirebbero un aiuto alla difficile situazione  economica dei piccoli agricoltori e un contributo alle spese per lo smaltimento corretto dell'azoto. Ma la realtà  di tutta la  pianura padana è un'altra.
Un allevatore con una stalla di alcune centinaia di vacche può chiedere di impiantare un biodigestore da 999 Kw di potenza per smaltire letame e fare cogenerazione e, se  ha terra sufficiente, eventualmente affittata apposta, gli viene facilmente concesso, come è successo con quello di Corcagnano.
Quell'impianto produce biogas e tramite la sua combustione mille Kw all'ora di elettricità.
1.000 Kw/h x le 8000 ore in un anno,  fanno 8 milioni di kw/h, che alla tariffa di o,28 euro a kw/h fanno 2.230.000 euro di incentivi pubblici.
In più c'è la vendita dell'energia prodotta ad Enel : 8 milioni di Kw/h x 0,08 euro al Kw/h,cioè altri 640.00 euro, per un totale di circa 2,87 milioni di euro.
Per far funzionare un tale impianto occorrono circa 30.000 t. annue di materiale da biodigestare.
Una stalla di 200  vacche produce circa 4.000 t. annue di letame, le altre 26.000 t. le fanno arrivare via camion e sono composte da FARINA DI GRANOTURCO, PANELLO DI GERME DI GRANOTURCO,  MELASSO DI CANNA. In pratica mangimi vegetali per animali che contengono amidi al 39%, cellulosa al 6,5%, proteine al 12%. Sulla confezione c'è scritto da utilizzare come miscela di nutrienti per microorganismi. Provengono dal Cremonese,dove il 25% del terreno agricolo è affittato per produrre tali coltivi energetici.
Un impianto così costa tra 4 e 5 milioni, però fa incassare 2,87 milionio annui per 18 anni. Tolti i costi dei materiali, della manutenzione e di ammortamento del leasing restano circa 900.000 euro netti di guadagno annui. A tutti gli effetti non si tratta più di agricoltura, ma di processo industriale.  Dietro ogni allevatore ci può essere una finanziaria o  addirittura una banca o chi lo sa.
Di tali impianti  ne è  pieno il Cremonese. L'unico da 1 Mw attivo nel Parmense è quello già citato  tra Corcagnano e Carignano, vicino alla Star. Ne vogliono fare uno a S. Michele in Tiorre e un'altro a Nacca di Vaestano ( Palanzano).
Ce n'è un'altro a Selvanizza. Anche lì stalla di 200 vacche e impianato da 250 Kw che ha bisogno di 5-6.000 t. di tali mangimi e che fa incassare 560.000 euro all'anno.
Gli impianti per  trattare il letame  e ridurre il  tenore di azoto nei campi, di fatto, non esistono o sono quella roba qui. Il digestato che esce da tali impianti a biogas, infatti, è solo diminuito di volume ma contiene la stessa quantità di azoto iniziale. Per ridurre l'azoto fino al 70% sarebbe necessario anche un impianto SBR di denitrificazione, ma costa caro, andrebbe a rosicchiare quelle centinaia di migliaia di euro di utile netto.

Serioli Giuliano