"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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martedì 7 agosto 2018

No al decreto brucia foreste

Un danno enorme e forse irreversibile per le nostre montagne

Pensate ad un albero, inserito in una entità unica, quale può essere un bosco, o una foresta.
Non è semplicemente un pezzo di legno che, se tagliato, produce energia e può essere sostituito (dopo almeno trent'anni) da un altro “pezzo di legno", un'altra pianta.
Non è così.
Un albero è soprattutto un essere complesso, necessario alla nostra respirazione, al nostro esistere.
Pensate ad un bosco, esso agisce come un pompa naturale, alimentata dall'energia del sole, che permette la circolazione dell'acqua sulla Terra.


Il bosco è un polmone, aiuta a filtrare e rinnovare l'aria fissando il carbonio contenuto nell'anidride carbonica e liberando ossigeno durante il giorno.
Vi siete mai chiesti perchè d'estate in città non piove mai ed invece in montagna agiscono frequenti temporali locali?
Proprio ci sono i boschi. Che determinano microclimi che ci permettono di respirare meglio e di vivere al fresco.
Attraverso microscopiche aperture presenti sulle foglie, le piante respirano e traspirano, cioè rilasciano vapore acqueo che va a formare nubi, da cui l'acqua tornerà al bosco coi temporali.
Medicina Democratica ha inviato un appello, sotto forma di lettera aperta, al Presidente della Repubblica, per la difesa delle foreste dalla loro “valorizzazione energetica" che costituisce in realtà un loro impoverimento, in nome della produzione di energia attraverso combustione.
Sono le cosidette biomasse, già sottoposte a critiche scientifiche da associazioni ambientaliste e da numerosi scienziati.
La lettera aperta si oppone al decreto riguardante “Disposizioni concernenti la revisione e l’armonizzazione della normativa nazionale in materia di foreste e filiere forestali” che viola la Costituzione Italiana e rappresenta un danno all’ambiente, alla salute e all’economia del paese.
È nostra convinzione, supportata da dati scientifici, che tale provvedimento contrasti con alcuni punti fondanti della Costituzione, in particolare con l’articolo 9 dove la carta recita “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
E poi all’artcolo 32 dove si legge “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.
Ed anche all’articolo 41. L’iniziativa economica…“non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Il nuovo dispositivo porterebbe danni enormi all’ambiente, all’economia e alla salute dei cittadini. Promuovendo la “valorizzazione energetica” del bosco, verrebbe in realtà promossa una fonte energetica inefficiente, favorendo il taglio del bosco in modo incondizionato e massiccio.
Ciò si tradurrebbe in danni al patrimonio ambientale, come consumo e degradazione del territorio, offesa al patrimonio boschivo e ambientale italiano, già incentivato dallo smantellamento del Corpo Forestale, degrado di fondamentali servizi ambientali quali la depurazione dell’aria, la regolazione del regime idrico, la conservazione del suolo e della biodiversità, l’aumento delle emissioni nette di gas a effetto serra, aumento dell’inquinamento atmosferico anche per il venir meno dell’azione depurativa dell’aria operata dalle piante, oltre che per l'aumento di combustione di biomassa.
Il nostro Paese è sotto procedura di infrazione da parte dell’UE per la cattiva qualità dell’aria.
Il rischio è che il proliferare incontrollato di impianti a biomassa porti alla combustione di materiale pericoloso per la salute pubblica.
Le centrali a biomassa portano con sé uno spreco di prezioso denaro pubblico. Quasi sempre sono in parte finanziate dalle Regioni, le stesse che finanziano la produzione di cippato perchè il mercato della legna da ardere, stante i suoi prezzi, non accetta di rifornire le centrali.
Le centrali a cippato di legna nel Parmense sono già cinque: ospedale di Borgotaro, Monchio delle Corti, Neviano Arduini, Calestano, Varano Melegari. Un totale di circa 3,5 megawatt di potenza termica e di circa 5.000 tonnellate di consumo annuo di cippato, corrispondenti a circa 50 ettari di bosco annui.
In sostanza il “Testo Unico sulle foreste e sulle filiere forestali” considera i boschi principalmente come fonte di energia rinnovabile, cioè legna da ardere e cippato per le centrali a biomassa.
Tale interpretazione del Testo Unico è avvalorata ancor più dal fatto che per conseguire gli obiettivi 2020 in materia di fonti rinnovabili, la legge finanziaria 2018 ha prorogato gli incentivi pubblici a favore degli esercenti di impianti per la produzione di energia elettrica alimentati da biomasse.
Risulta evidente che, a causa del combinato disposto di Testo Unico e Legge Finanziaria 2018, le nostre foreste subiranno una pressione molto forte da parte dei gruppi industriali che vogliono lucrare sugli incentivi.
Un danno enorme e forse irreversibile per le nostro montagne.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

domenica 11 febbraio 2018

Dighe e casse, il disastro è servito

Esporre con competenza e chiarezza le proprie idee.
Per favorire un’opposizione convinta e informata alle decisioni imposte dal potere amministrativo e politico.
La sicurezza della pianura si determina in montagna, mantenendo l'effetto spugna del manto boschivo.


La realtà attuale vede invece un disboscamento dissennato con tagli a raso.
Una sicurezza che non si costruisce attraverso dighe in montagna, la cui acqua trattenuta è la stessa che verrebbe a mancare nelle conoidi dei torrenti al loro sbocco nell'alta pianura.
Reteambiente ha già spiegato come impedire le alluvioni attraverso invasi a lato dei torrenti in cui sversare le piene e se necessario col rialzo degli argini e l'introduzione di fioratoi con cui allagare tratti di campagna a cui poi rifondere i danni. Un concetto di difesa attiva, già in parte delineato dal Consorzio di bonifica.
La spesa sarebbe molto inferiore a quella della grande opera, diga o cassa che sia.
Il problema di Colorno che va sott’acqua è causato, oltre che dall'imperizia nel far funzionare la cassa sul Parma, soprattutto dal fatto che il torrente si restringe molto nella bassa e l'acqua si innalza in proporzione. Per risolvere il problema di Colorno dovrebbe essere costruita una piccola cassa in golena prima dell'abitato, che metta definitivamente in sicurezza il paese.
I sindaci dicono che in montagna, in alcune decine di anni, il bosco ha preso il posto dei prati. Altrettanto vero è che da una decina di anni il taglio del bosco è invasivo, speculativo, industriale. Taglio raso con rilascio di matricine.
Piante sottolissime sempre sotto la norma (che prevede almeno 10 cm. di diametro delle stesse) che vengono spezzate regolarmente dalla neve e scalzate dall'acqua dei temporali. Quello che resta è un terreno fortemente acclive, privo di piante le cui radici siano in grado di trattenere il suolo, e costellato di cespuglieti per almeno dieci anni. Un bosco che tornerà a svolgere la sua funzione solo dopo venti o trent'anni.
Un cespuglietto in terreno fortemente acclive non trattiene il suolo come fanno le radici di un bosco. Questi versanti devastati con piogge forti franano a valle.
E' già successo a Pietta, a Marra, a Boschetto, ovunque i tagli si siano combinati con le frane.
Altro problema la scorta d'acqua per usi molteplici, che le casse d'espansione non affrontano nemmeno (devono sempre rimanere vuote). Qualcuno pensa di risolvere con dighe in montagna come la proposta di Franzini a Vetto.
Meglio sarebbe trattenere l'acqua delle piene in invasi lungo l'asta dei torrenti e usarla per innaffiare nella stagione secca. E' un'estensione della difesa attiva della Bonifica.
Il rilascio vitale minimo a valle di una diga, cui accennano i propugnatori delle dighe, quali falde rimpingua? Quelle di montagna? Ma lì la falda è già a livello superficiale. Mentre l'interruzione della corrente di subalveo che la diga comporta fa mancare l'acqua proprio dove è carente d'estate, in pianura, nelle conoidi alluvionali di sbocco dei torrenti.
In altre parole, che senso ha trattenere l'acqua in montagna con una diga, se la stessa fa mancare l'acqua in pianura?
E' assurdo.
Una diga in montagna, poi, per ripagare la spesa della cementificazione, dovrebbe produrre energia elettrica. Ma per produrla occorre che l'acqua nella diga sia al colmo o quasi perchè ci sia un salto sufficiente a mettere in moto la turbina. Ma allora quell'acqua non può andare da nessuna parte, non può essere portata giù per uso irriguo.
Inoltre, una diga crea un lago, cioè un consumo di suolo e di bosco. Quella massa d'acqua importante tende a basculare sui versanti, costituisce un fattore di pressione e di erosione sugli stessi, già portati di loro, per struttura sedimentaria, ad essere franosi.
Il lago sarò fonte di ulteriori condizioni di instabilità dei versanti.
Sono soluzioni senza vantaggi, ma con disastri assicurati.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

lunedì 15 gennaio 2018

Incubo California

L'estate 2017 ha rappresentato per la California un vero incubo: colpita da una terribile siccità, km e km quadrati di boschi hanno preso fuoco, migliaia di alberi sono andati in fumo.


Arrivato l'inverno, l'incubo continua.
Nei giorni scorsi, infatti, piogge battenti hanno letteralmente dilavato via quelle colline ormai prive di manto boschivo, determinando colate di fango che hanno distrutto case e strade.
Ma non è solo un problema americano.
Piogge mai viste hanno provocato anche nel nostro territorio diversi disastri: l'allagamento della città di Parma ad opera del Baganza nel 2014 e quella di Colorno nel 2017.
Ma anche la siccità ha colpito duramente campagne e coltivi emiliani.
Dietro la spinta delle popolazioni colpite, le autorità locali e la Regione Emilia Romagna hanno predisposto e già approvato un progetto di cassa d'espansione sul torrente Baganza per evitare future alluvioni. Per far fronte alla siccità, la Regione ha stanziato 8 milioni di euro finalizzati all’aumento della capacità di captazione della rete degli acquedotti. 
L'assessore Paola Gazzolo, inoltre, ha predisposto un tavolo in cui valutare la realizzazione di una nuova diga in montagna, forse a Vetto, come da tempo propongono gli amministratori locali.
Per affrontare siccità e inondazioni sono davvero necessarie dighe, casse e cemento con una spesa prevista  per la sola cassa di espansione di 55 milioni di euro?
Sulle dighe si è espresso con autorevolezza il geologo Luigi Vernia. “Una diga in montagna - afferma-  bloccherebbe la corrente di sub alveo del torrente, quella che alimenta le varie conoidi dell'alta pianura, dalle quali l'acqua affluisce nei pozzi per i coltivi “ .
Che senso avrebbe raccogliere acqua con una diga se poi la si perde nell'alta pianura e non la può utilizzare durante la siccità?
D'altra parte che senso ha un invaso di 4,7 milioni di metri cubi, la cassa d'espansione, che deve sempre restare vuoto per fronteggiare eventuali alluvioni future?
Va trovata una soluzione che affronti entrambi i problemi: siccità ed alluvioni.
Sarà sufficiente aumentare la capacità di captazione da nuove sorgenti per far fronte alla siccità? Forse per le esigenze degli acquedotti di alcuni comuni, ma non certo per le esigenze della campagna, per i coltivi.
Infatti, il Consorzio di Bonifica già da tempo ha individuato aree di scavo per laghetti in cui conservare l'acqua per irrigazione.
Stranamente aree troppo vicine ad insediamenti urbani, come a Medesano, che suscitano la protesta degli abitanti.
Il principio di difesa attiva, su cui si fonda l'azione del Consorzio, pare corretto.
Addirittura questa azione sembra una solida alternativa alla cassa stessa, alla cementificazione che questa comporta ed ai guai conseguenti. 
Certo è che tale pratica deve basarsi sulla partecipazione attiva dei cittadini, delle amministrazioni locali e dei contadini. Non può essere calata dall'alto come successo a Medesano, suscitando ulteriori problemi e paure nelle popolazioni.
Crediamo sia possibile affrontare le piene del Baganza con un piano di difesa attiva capace di coinvolgere popolazione e contadini in un progetto di rialzo degli argini ed in un sistema di sfioratoi che porti l'acqua di piena in una serie di cave e opere di scavo a fianco del torrente.
Acqua che nei periodi di siccità dell'alta pianura è possibile riutilizzare.
E se l'eventuale alluvione fosse maggiore delle opere di contenimento è sempre possibile aumentare lo sfioramento fino ad allagare aree di campagna di agricoltori che partecipano al progetto, a cui rifondere i danni.
L'eventuale indennizzo ai contadini coinvolti sarebbe comunque inferiore alla spesa per la cassa d'espansione. I soldi risparmiati si potrebbero impegnare in una una cassa più piccola da costruire in aree golenali della bassa pianura, per proteggere dalle piene l'abitato di Colorno.
E cosa c'entra la California?
Se la principale attività industriale del nostro Appennino diventerà il taglio raso dei boschi, le piogge battenti, che il cambiamento climatico ci sta già mandando, faranno in poco tempo colare il fango giù dai monti, spazzando via interi paesi.
L'effetto spugna del manto boschivo, che permette di fermare il diluvio d'acqua per poi rilasciarla poco alla volta, rimarrebbe solo un ricordo del passato.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

domenica 29 ottobre 2017

Kill the wood!

Quanto è di moda lo stronca i tronchi

Tempo fa, la regione Emilia Romagna aveva stanziato 420.000 euro per pagare il taglio dei pini seccati di Lagdei e Trefiumi, nonchè per il diradamento nella pineta del passo del Ticchiano e per
un altro diradamento nella faggeta sopra Valditacca, seguito da un tecnico forestale.


I reali motivi di tale finanziamento, e l'utilizzo della legna tagliata, erano per noi finalizzati ad aiutare il rifornimento delle centrali a biomassa esistenti in Appennino, in cui il costo del cippato (4 euro) non è compatibile con il costo della legna (12 euro).
Tuttavia ci pareva che la strada imboccata del diradamento fosse un segnale di svolta da parte dell'autorità verso i consorzi di taglio.
Invece tutto continua come prima: taglio raso matricinato, con matricine sempre più piccole e distanti l'una dall'altra.
La speculazione sulla legna continua con squadre di taglio dell'est europeo, pagati in nero e senza alcuna assicurazione.
Intere parti di montagne spogliate del loro manto boschivo: monte Fageto, monte Caio, monte Navert, monte Aguzzo, Alpe di Succiso ed ora monte Faino e monte Fuso, nell'Appenino Est.
I tagli sono fatti con criteri industriali: massima resa nel minor tempo. Per questo motivo il taglio raso è il più adatto.
Ruspe per spianare sentieri e trasformarli in carraie percorribili da macchinari e camion.
Tagli anche dove l'acclività è del 100%, pendii oltre i 45° di pendenza, dove una pioggia successiva può asportare completamente il suolo e denudare la roccia, contribuendo a creare frane e a trasformare le bombe d'acqua in alluvioni nella stessa alta montagna.
Il manto boschivo ovviamente ricresce, ma ci mette 30 anni a tornare come prima dal punto di vista paesaggistico.
Le ferite come buchi di gruviera sulla montagna.
Poca cosa, dicono le autorità, l'importante è che il bosco ricrescendo molto più in fretta catturi la stessa quantità di CO2 di prima.
Ma non è vero.
Studi recenti ci dicono che ad un bosco sottoposto a taglio raso occorrono circa 2,5 anni per arrivare al livello di prima nell'assorbimento di CO2.
Ma non basta, altri studi hanno verificato che i rami abbandonati e morti e il suolo sconvolto procurano altre emissioni di carbonio che va sottratto alla capacità di cattura del manto boschivo.
Non sono sciocchezze di ambientalisti precisini. Il manto bioschivo del nostro Appennino è l'unica forma di contenimento e di contrasto ai veleni che risalgono dalla Pianura Padana.
Dopo la denuncia fatta alla forestale dal comitato ambientale di Palanzano per i tagli sconsiderati sul Fageto ora è il turno del monte Fuso.
Con tagli che vanno da quota 600 metri fino a quota 1.000. Con nuove carraie che segnano il lato sud della montagna dove prima c'erano solo sentieri.
Un danno al suolo, visibile dalle foto, che provocherà colamenti di terra e frane con le prossime piogge.
Pare che la ditta che ha effettuato tale scempio sia la stessa che è stata multata per il danno al Fageto.

Giuliano Serioli
Dimitri Bonanni

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

mercoledì 25 ottobre 2017

Sole nudo di pianura

Splende il sole sulla Pianura Padana.
Un vento provvido ha scacciato il manto grigio delle polveri sottili.
Un fenomeno raro e momentaneo, presto PM10, polveri ultrasottili e benzopirene torneranno ad accumularsi e a soffocarci.
Auto, impianti industriali, allevamenti intensivi e centrali a biogas saranno di nuovo padroni dell'aria che respiriamo, cui si aggiungerà con l'inverno il riscaldamento domestico, i caminetti a legna, le stufe a pellets.


La meraviglia della nebbia in val Padana, una volta consueta, trasformata in una cappa di smog giallo scura, un mix di veleni che fa del nostro territorio il più pericoloso al mondo per la salute.
Il problema è la contemporaneità con cui si sta verificando questo accumulo con altre crisi: i cambiamenti climatici, la perdita di suolo e di habitat, l’alterazione dei cicli dei nutrienti, la sovrappopolazione, la mancanza di acqua dolce, le risorse rinnovabili in rapido degrado.
La nostra società considera gratuite le risorse naturali.
La speculazione non investe nulla per il loro riuso e rinnovo, le consuma e basta.
Assieme all'aria, anche suolo ed acqua sono gravemente minacciati.
Nei centri storici delle nostre città solo vetrine del lusso.
La spesa ormai solo nei supermercati cresciuti come funghi a fianco dei precedenti e di magazzini abbandonati per la crisi. Ma, paradossalmente, il traffico auto anche nel centro è sempre più intenso.
Sciami di auto lungo i viali contendono la strada ad autobus sempre più giganteschi ed inquinanti.
Forse è il momento di ripensare il tutto.
Pedonalizzare tutto il centro entro i viali, con le eccezioni ai mezzi che riforniscono e agli autobus, piccoli ed elettrici.
I parcheggi a pagamento in centro usarli gratuitamente per i residenti.
Attivare seriamente i parcheggi scambiatori per chi arriva da fuori, fornendo un servizio autobus rapido che porti ai viali.
I viali percorsi in continuazione da un servizio autobus che permetta di arrivare ovunque velocemenete, anche in centro.
Eliminare gli autobus a gasolio, quelli troppo ingombranti e arrivare in pochi anni a mezzi solo elettrici.
Il consumo di suolo e la sua copertura avanzano a macchia d'olio oltre le periferie.
Il pericolo del ruscellamento rapido dell'acqua piovana dalla città verso la bassa è sempre maggiore e provocherà allagamenti sempre più frequenti in ragione delle bombe d'acqua previste. Le piccole casse d'espansione sui canali collettori non basteranno ad impedirlo.
Campagne sempre più siccitose e bisognose d'acqua per il cambiamento climatico, ma anche per la mancata conservazione dell'acqua piovana.
Autorità senza alcun progetto integrato per la difesa dalle alluvioni ed il riuso dell'acqua da stoccare. Sanno solo progettare altro consumo di suolo (casse d'espansione) e dighe in montagna che provocheranno ulteriore carenza d'acqua nelle conoidi dell'alta pianura per il blocco delle correnti di subalveo che alimentano quest'ultime.
Senza considerare la perdita di suprficie boschiva per il laghi creati.
La sicurezza della città dalle alluvioni dei torrenti in piena sta nell'effetto spugna dei boschi, nella manutenzione dell'alveo, in un contratto di difesa attiva coi contadini dell'alta pianura per la manutenzione degli argini e lo sfioramento delle piene nelle cave in disuso e in invasi
in cui conservare l'acqua per l'irrigazione estiva.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

lunedì 7 agosto 2017

Il sindaco Lucchi contro la cassa Aipo

Vengo etichettato come sindaco campanilista.
Non è vero; sopratutto perché già da scolaro ero educato, in quegli anni sessanta, per mia fortuna, a considerarmi un cittadino del mondo.
Non è vero perché, grazie all’educazione del Prof. Moroni, mi sono sempre considerato un abitante della Val Baganza e ho portato, con piacere, la maglietta che Don Tonino aveva fatto realizzare nel 1986 e che come Sindaco di Berceto ho ripetuto e distribuito nel 2009:
Sono un cittadino della Val Baganza.
Ho sempre condiviso l’impegno di Don Moroni, supportato anche dalla bella rivista di Pietro Bonardi: La Val Baganza, di far condividere, come terra d’origine, lo stesso territorio, della vallata, dalle sorgenti del Baganza (Berceto) alla foce (Via Varese Parma), a tutti i suoi abitanti.
E’ proprio per essere coerente a questa educazione e a questi insegnamenti che non posso considerare la vasca d’espansione, presentata il 15 marzo, a un folto pubblico, nel Teatro di Felino, dall’assessore regionale Paola Gazzolo, come un fatto che puo’ interessare unicamente al Comune di Parma ed eventualmente, per l’impatto e la vicinanza, al Comune di Felino, Sala e Collecchio.
Come cittadino della Val Baganza ritengo d’avere titolo per fare alcune considerazioni e non limitarmi solo al mio ruolo di sindaco di Berceto che mi porterebbe, giustamente, a richiedere soltanto, indipendentemente dal progetto della vasca d’espansione di Parma, interventi anche nel tratto del Torrente che attraversa, per alcune decine di chilometri, il Comune di Berceto.
Sempre come Sindaco, volendo essere previdente e cogliere la buona pratica di altri Paesi Europei, debbo continuare ad insistere, inoltre, con la Regione, perché attui, finalmente, il Patto di Fiume (Torrente Baganza) che è inserito, dal 2009, nel PSC (Piano Strutturale Comunale) come progetto strategico.


Il Patto di fiume e un accordo tra tutte le Amministrazioni interessate dal Torrente Baganza (Berceto, Corniglio, Terenzo, Calestano, Felino, Sala Baganza, Collecchio e Parma) oltre la Regione, il Governo e l’Unione Europea per salvaguardare e sviluppare, correttamente, la valle ritenuta la piu’ bella e selvaggia del Nord Italia.
Un Patto che non riguarda solo questioni ambientali e idrogeologiche ma che coinvolge anche il settore produttivo, la promozione e il turismo.
Ovviamente queste richieste legittime e doverose, indipendentemente dal giudizio sulla cassa d’espansione, vengono, ancora una volta, rimarcate presso gli uffici competenti della Regione e sollecitati ai nostri Consiglieri Regionali.
Il progetto della vasca d’espansione, che dovrebbe, ben presto, trovare i finanziamenti ed essere avviato, con molta dovizia di particolari ed eccellente capacità comunicativa, è stato illustrato dall’ing. Mirella Vergnani, dirigente Aipo.
Per riflesso condizionato, e forse“ingiusto” retaggio politico, ritengo che spesso un pessimo progetto, inteso come scelta progettuale, viene presentato ottimamente da un ottimo tecnico.
Proprio per questo, forse sbagliando, non mi sono lasciato suggestionare da un’infinità di dati e verifiche, oltre che da foto dei luoghi in cui sono state inserite le foto finzioni dell’immane opera.
E’ un progetto che come Sindaco mi spiazza avendo ragionato, sempre, anche con altri sindaci, sul progetto e idea progettuale dell’amministrazione provinciale che abbiamo anche approvato in Consiglio Comunale
Un progetto, quello della Provincia, realizzato quando l’Ente era governato seriamente da amministratori scelti dal Popolo Sovrano e non dalla piccola e infima casta dei Sindaci e Consiglieri Comunali.
Un progetto meno impattante e con una logica che mi pareva e ritenevo razionale visto che con meno risorse, rispetto a quelle previste attualmente, tutelava la città di Parma da eventuali alluvioni ma cercava d’intervenire anche a monte iniziando da Calestano e poi Felino e Sala.
Nessuno, fino ad oggi, con motivazioni tecniche reali, ha spiegato il perché il progetto della Provincia non andava piu’ bene.
Si basava, infatti, su dati, misure di portata, livelli di pioggia, modalità della piovosità, che abbracciavano oltre un secolo.
Aveva coinvolto se non addirittura tratto ispirazione da luminari, forse gli stessi, che ora propongono un progetto completamente diverso.
Ho l’impressione che il progetto della grande vasca d’espansione non abbia padri e nel caso li avesse non è chiaro il loro ruolo.
Gli amministratori, di contro, se sentiti in camera caritatis, dicono tutti d’essere fortemente perplessi se non contrari, ma poi, forse, presi dallo sfinimento, non fanno nessuna azione per contrastarlo, discuterlo per davvero.
Pare un progetto imposto ma nessuno sa dire da chi.
Escludono perfino, i beni informati, che possa essere sponsorizzato da quanti desiderano realizzare solo le grandi opere visto che garantiscono maggiori guadagni.
Resta il fatto che contrastare questo progetto dopo, che dal 1963, commissione Marchi, si parla, facendo poco o nulla, di opere per difendere la città dalle alluvioni, è difficile.
Contrastare il progetto, ormai definito, sarebbe ritenuto come parlare male di Garibaldi.
Siamo, insomma, tutti inviluppati in questa situazione Kafkiana in cui arriva un progetto dal nulla che annulla tutte le precedenti ipotesi e che costa quasi il doppio ma i soldi che prima non c’erano adesso possono esserci. Ci saranno.
Chi s’è adoperato per avere i soldi: il Presidente della Regione e l’Assessore Regionale Gazzolo, invece di venire osannati, come sarebbe giusto, vengono posti nelle condizioni di sgolarsi per farlo accettare e soprattutto lo debbono imporre ai sindaci del territorio ad esclusione del Sindaco di Parma il quale pur di non rivivere, giustamente, giornate come quella del 13 ottobre 2014, sarebbe disponibile ad accettare tutto.
Accetta tutto e sembra non porsi nessun problema. Come Sindaco di Berceto non mi sentirei, ad esempio, tranquillo, ad avere un “invaso” di quelle dimensioni a monte del centro abitato di Berceto.
Avrei perfino paura, nonostante la bravura italiana a costruire dighe (eravamo i migliori del mondo), che l’argine crollasse e milioni di metri cubi d’acqua, con un’irruenza paurosa, spazzassero via interi quartieri della città.
E’ pur vero che sono quartieri che Parma, da sempre, non ama e infatti in passato aveva scelto quelle zone, che io ritengo bellissime, per farvi costruire i capannoni di memoria fascista e tanto altro mai ritenuto di pregio ad iniziare dal nome di un quartiere: Montanara, che richiama, seppur allegramente, l’insulto bonario rivolto, dai cittadini, a noi montanari: “ve montaner”.
In tutti i modi Parma non ha mai apprezzato la zona, che per me, ripeto, è bellissima, che scorre da Via Milazzo verso il Baganza, Felino e Sala.
Da tutta questa vicenda, un montanaro, trae insegnamenti negativi che provocano scoramento.
I Torrenti, anche se provocano, come il 13 ottobre 2014, disastri anche in montagna, cambiano l’aspetto delle montagne stesse, possono essere sistemati, anche negli anni duemila, solo alle periferie delle città.
I soldi non si trovano mai per fare manutenzione, prevenire razionalmente i disastri, ma li si trovano solo per grandi opere.
Immaginare d’avere finanziamenti adeguati, per il Torrente, anche per la tratta vasca d’espansione/sorgenti, visto i costi, diventerà velleitario.
Basterebbe, alla fin fine, che lo Stato, su queste opere, visto i motivi per cui vengono realizzate, non chiedesse, l’immediata restituzione del 22% dell’IVA (per gli Enti locali è un costo) che è una ragguardevole somma, oltre 9.000.000 (novemilioni) per avere tutto il tratto del Baganza e la strada di Calestano SP 15, sicuri.
Prima d’essere intruppato in un sogno è bene che mi dica, ancora una volta, che siamo in Italia.
Ecco il progetto della grande vasca d’espansione, alle porte della città, ha come padre la logica italiana: solo emergenza, grandi opere e tutto dopo le disgrazie annunciate addirittura dal 1963.
Nonostante questo mio giudizio, non lusinghiero, debbo dare atto dell’impegno del Presidente della Regione e dell’assessore Gazzolo nel far giungere, come pare imminente, i finanziamenti


Luigi Lucchi Sindaco di Berceto

domenica 28 maggio 2017

Il secco no di sindaci e popolazione alla cassa Aipo

Giovedì scorso a Felino l’assemblea
per discutere della cassa di espansione sul Baganza

Positiva assemblea giovedì 25 al cinema di Felino: tanta gente, tanti sindaci della val Baganza, politici come il deputato Giuseppe Romanini del Pd ed anche Cesare Azzali dell'Upi.
Ma, soprattutto, interventi veri sulla cassa d'espansione, sul torrente Baganza, sull’alveo disastrato e sui problemi della valle, dei suoi versanti boscati.


Organizzata dal Comitato del Casale, da Rete Ambiente Parma e dall'opposizione di sinistra in consiglio comunale, l’incontro ha messo subito al centro la discrepanza tra un manufatto così impattante sul territorio e un'asta di torrente abbandonata a se stessa nella sua parte montana.
Come volere testardamente mettere insieme una scarpa e una ciabatta.
Come se l'alluvione non fosse arrivata proprio dai pendii, da quei versanti ripidi e soggetti a taglio raso, da quel profilo di torrente il cui alveo si è abbassato lasciando terrazzi pensili non più inondabili dalle piene, in cui si è costruito e sottratto spazio all'acqua.
Quello che manca nel progetto Aipo è proprio l’assenza della valutazione dell'impatto territoriale dell’opera.
Gli ingegneri ci hanno frastornato di dati, slides e numeri per raccontarci quanto sia perfetto il loro manufatto, la loro cattedrale nel deserto, ma il problema vero è che non hanno messo nel progetto la riqualificazione dell'alveo del torrente.
Non hanno spiegato come ripristinarlo per metterlo in grado di affrontare le piene di un futuro in cui il cambiamento climatico si farà sentire.
Non hanno tenuto conto minimamente della gente, della necessità di informarla e consultarla in corso d'opera, mentre cresceva l'impianto progettuale.
E soprattutto si è omessa la comparazione tra il loro progetto e altri studi alternativi esistenti, come quello della Provincia del 2015, che prevede 3 casse lungo l'alveo, di impatto minore e con metà spesa.
Ma se il SIA (lo studio di impatto ambientale) è stato così platealmente insufficiente, come’è possibile arrivare a chiudere la VIA (la valutazione di impatto ambientale) con delle semplici osservazioni?
I sindaci sono stati invitati a portare il loro contributo e la risposta è stata un netto rigetto del progetto Aipo di una sola cassa, come mai prima avevano fatto, sostenendo invece lo scenario delle tre casse di espansione.
Perché non dirlo prima?
I sindaci hanno risposto di non avere le competenze per contraddire i progettisti e per scegliere diversamente.
Ma il principio di precauzione è lo strumento affidato proprio a loro per limitare i rischi di salti nel buio.
I sindaci non possono delegare le decisioni sull'ambiente del loro territorio solamente a tecnici.
Devono acquisire i pareri e sulla base di quelli decidere, consultando i cittadini.
La consigliera regionale Barbara Lori non ha saputo spiegare perché non sia stato posto all'assemblea dell’Emilia Romagna il contrasto tra l'opinione del territorio e il progetto di cassa.
Giuseppe Romanini ha espresso l'opinione che a questo stadio dell'iter sia difficile tornare indietro, manifestando così la confusione di posizioni che ci sono all'interno del PD parmense nell'avallare un progetto dettato in ultima analisi dalla Regione.
Un esponente del Comitato alluvionati del Montanara si è detto d'accordo con la posizione degli organizzatori dell'assemblea e disponibile a fare fronte comune nei confronti della Regione.
Con l'appoggio del Comitato alluvionati ora è possibile dispiegare con più forza l’opposizione alla cassa AIPO, presentando in Regione l’istanza sull'alternativa, controfirmata dai sindaci del territorio e divulgata pubblicamente attraverso i mezzi di informazione.
Finalmente è emersa pubblicamente l’opinione diversa del territorio sul progetto della cassa di espansione Aipo.
Un secco no dei sindaci e della popolazione che ora deve essere tenuto in seria considerazione.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

martedì 23 maggio 2017

No alla Cassa Aipo, il 25 maggio assemblea a Felino

L'assemblea del 25 maggio sarà un’occasione di informazione e dibattito sul progetto della cassa d'espansione del Baganza, un momento dove tutte le osservazioni critiche fatte al progetto AIPO possano trovare espressione ed avviare un serio confronto.
La necessità di una cassa d'espansione che metta in sicurezza la città è fuori discussione, soprattutto dopo l'alluvione dell'ottobre 2014.
Ma serviva una corretta comunicazione ai soggetti interessati e contestualità tra consultazione e avanzamento della progettualità, con un esame approfondito dell'impatto ambientale dell'opera, come prevede la UE e la Regione.


Una SIA effettiva, cioè uno studio di impatto ambientale in cui il progetto dell'opera sia comparato a studi alternativi esistenti.
Nel progetto di cassa di AIPO invece è stato sostanzialmente disatteso lo studio di impatto ambientale, comparando il progetto in atto con lo studio preliminare del progetto stesso.
E’ mancato il confronto con lo studio della Provincia del giugno 2015, quello delle tre casse in serie lungo l'asta del torrente.
Un progetto ingegneristico, quello di AIPO, che tratta il nodo di Colorno e disattende completamente la parte montana del torrente, un progetto disorganico e disomogeneo.
L'impatto dell'opera va considerato per tutta l'asta e soprattutto per la sua parte a monte.
Non si può glissare sull'abbassamento dell'alveo di 1,5 metri per l'eccesso di prelievo di ghiaia.
Occorre anche prendere in esame la conseguente diminuita capacità di alimentazione degli acquiferi, con formazione di terrazzi pensili e perdita di piane inondabili da cui dipende la capacità di laminazione naturale del torrente.
Come va valutata con attenzione la diminuzione dei tempi di corrivazione dell'acqua piovana lungo i versanti per perdita di manto boschivo dovuta a tagli matricinati sconsiderati.
C’è la necessità indifferibile di introdurre traverse per trattenere sedimenti in alveo contribuendo così al suo rialzo.
L’opera deve prevedere l'uso plurimo: non solo laminazione delle piene, ma anche ricarica degli acquiferi e uso irriguo dell'acqua invasata.
Infine da non dimenticare l'impatto dell'opera sulle abitazioni e costruzioni adiacenti, per il pericolo di crepe dovuto al compattamento delle argille.
Riteniamo disattesa la direttiva UE, nonché della Regione Emilia Romagna, del 2000/2006 sull'impatto ambientale di ogni opera idrica.
Appare più confacente alle esigenze di impatto ambientale lo studio della Provincia del 2015 che, prevedendo una serie di casse lungo l'alveo stesso, teneva conto direttamente dei punti sopra considerati.
Tre casse in alveo, una a Calestano, la seconda al Casale di Felino e la terza in zona Beneficio, nel comune di Collecchio.
Argini perimetrali di contenimento della cassa di Calestano di 9 metri, per limitare l'impatto sulle acque sotterranee. Capacità di invaso di 625.000 metri cubi.
Argini della cassa del Casale di 5 metri, mentre la capacità di invaso è di 2.300.000 metri cubi.
Quindi parte della cassa è in ipogeo, cioè ricavabile da bacini di cava già esistenti.
Stessa quota degli argini a Beneficio, con capacità di invaso di 700.000 metri cubi, utilizzando in parte bacini di cava già esistenti.
Il problema del nodo di Colorno con cui AIPO ha motivato la necessità di un'opera mastodontica al Casale di Felino, con argini di 16 metri, è più facilmente risolvibile con una piccola cassa in area
golenale nel corso della Parma, a valle della città.
Anche considerando che tutta l'area a valle della stessa è a rischio esondazione, per l'eccesso di cementificazione che rende una area molto vasta praticamente impermeabile a fronte di un evento piovoso particolarmente intenso, come si prevede per il futuro.

Rete Ambiente Parma
Vivere il Cambiamento
Comitato cittadini del Casale


salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

lunedì 11 aprile 2016

Felino, eccellenze o rifiuti?

L'intervento di una imprenditrice all'assemblea di Felino

Il mio nome è Margherita Folzani, sono nata a Felino e qui vivo.
La mia famiglia possiede uno stabilimento di stagionatura di prosciutti da oltre 50 anni.
Sul significato e l’impatto che l’impianto di trattamento rifiuti di categoria 3, ossia ossa e residui dalle attività di disossatura e affettamento del prosciutto, e del collegato impianto di cogenerazione a olio animale che la ditta Citterio ha impiantato al Poggio di S.Ilario, ho già avuto modo di esprimermi circa 2 anni fa.


Dissi che la nostra vallata, la cosiddetta food valley, poteva diventare un campo di pentoloni che bollono ossa, con relativa puzza e ovviamente alterazione e inquinamento dell’aria che respiriamo, noi e soprattutto i nostri figli.
Da allora l'amministrazione comunale di Felino, appoggiata evidentemente da quella provinciale e regionale e, leggendo i giornali, anche dall’indirizzo del governo nazionale, ha allargato la possibilità di realizzare questi impianti. Senza riprendere i dettagli già presentati, diciamo che ha aperto non solo una via ma una autostrada alla loro realizzazione.
Come se il nostro futuro, nonché destino, fosse nei rifiuti.
Noi sulle colline parmensi abbiamo costruito negli ultimi 100 anni un sistema economico unico, in cui le attività agricole si sono integrate in un sistema industriale che non è solo alimentare, ma è intrecciato all’industria meccanica e a tutto ciò che vi ruota intorno.
Siamo aziende di piccola-media dimensione, che hanno saputo crescere dal distretto locale e integrarsi in una economia europea e mondiale: esportiamo ovunque prosciutti, salami, macchine per lavorazioni alimentari, ma anche pomodori, vini, e altro.
L’ultima nostra sfida è la globalizzazione, che ci mette davanti prodotti e macchine stranieri a prezzi bassi, ma la qualità con cui realizziamo i nostri prodotti, la nostra flessibilità, la nostra creatività: questo è la carta vincente, la nostra eccellenza.
Sembra invece che l'unico interesse siano i rifiuti.
Ma la nostra non era la food valley? La culla delle eccellenze alimentari? Sbandierate dai nostri politici locali quando si esibiscono davanti a qualche platea? Come possono convivere le cosiddette eccellenze alimentari con più o meno contigui impianti di trattamento rifiuti? Anche se sono rifiuti alimentari, sempre di rifiuti si tratta, e nel loro trattamento si sprigiona puzza, fumo inquinato, e l’immagine dell’ambiente non è particolarmente impreziosita.
Ho pensato a quello che le nostre amministrazioni pubbliche, con l’appoggio poco lungimirante delle varie associazioni di industriali e produttori, hanno progettato per noi della food valley; ho pensato al rischio delle nostre eccellenze, al rischio delle nostre aziende, a quale futuro per i nostri giovani che crescono in questa vallata: non più un futuro da operai specializzati a salare con sapienza i prosciutti di Parma o a conciare carni macinate per il salame Felino, ma a spalare residui carnei nei bollitori di ossa, non più un futuro da ragionieri negli uffici commerciali per spedire negli Stati Uniti o in Giappone, ma a registrare bollette di scarico di rifiuti negli impianti; e quante attività non più necessarie sparirebbero; quante imprese che già esportano potranno pensare a delocalizzare alla prima occasione in ambienti meno a rischio.
Tutto il territorio si impoverirebbe.
E’ logico pensare che non tutti i comuni apriranno le braccia a questo tipo di impianti, così se solo Felino li accoglie arriverebbero tutti qui.
Felino sarà non più la “capitale dei salami” come citava tanti anni fa un cartello all’entrata del paese, ma sarà la “capitale del rifiuto”.
Forse tra 20 anni la nostra amministrazione comunale sostituirà la statua del porcello nel parco qui accanto, testimonianza dell’origine della nostra economia locale e del nostro benessere, con un osso fumante.

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

martedì 8 marzo 2016

Io uccidio (la natura)

Le prove dello scempio in un sopralluogo curato dalle associazioni ambientaliste Centro Studi Monte Sporno, Legambiente, Lipu, Lesignano Futura, WWF, Rete Ambiente Parma

La devastazione a Mulazzano Ponte: alla faccia del taglio selettivo.
Il sopralluogo è stato effettuato lo scorso 5 marzo.

Lasciamo parlare le immagini

Com’era il bosco con sorgenti che avevamo chiesto di risparmiare dal taglio

Ecco com’è ridotto adesso: Foto scattata circa dallo stesso punto della precedente. Non c’è più traccia della sorgente.

Questo è quello che rimane del bosco davanti ai salumifici.

Nel tratto più a valle della zona dei salumifici è stato eliminato il filare di alberi presente sulle sponde: ora non è rimasto nulla.

Devastazione del pioppeto maturo.



Gli strumenti del microchirurgo: pinzetta

Gli strumenti del microchirurgo: coppia di bisturi.




lunedì 28 dicembre 2015

Le inspiegabili morti del 2015

Nel 2015 il numero di morti nel nostro Paese è salito dell'11,3%.
Come durante la guerra.
In un anno ci sono stati 67mila decessi in più rispetto al 2014.
«Si è passati cioè da una media di meno di 50 mila al mese a una di oltre 55 mila. Il numero è impressionante. Ma ciò che lo rende del tutto anomalo è il fatto che per trovare un’analoga impennata della mortalità, con ordini di grandezza comparabili, si deve tornare indietro sino al 1943 e, prima ancora, occorre risalire agli anni tra il 1915 e il 1918», scrive il professor Blangiardo.


Nel 2013 e nel 2014, tra l’altro, il numero dei morti era calato, ma sempre di poco: mai si erano raggiunte percentuali in doppia cifra.
Pare che gli incrementi maggiori siano in gennaio-febbraio-marzo: rispettivamente 6.000-10.000-7.000 in più. Una correlazione, quindi, tra mesi freddi e crescita dei numeri. Mesi in cui ci si riscalda di più nelle abitazioni.
Qualcuno ha ipotizzato come causa l'influenza per gli anziani per il fatto che molti non si sono vaccinati causa un allarme infondato sui vaccini.
Ma tutti convengono sia impossibile che una malattia stagionale abbia prodotto quei numeri.
I dati regione per regione ci diranno di più.
Se i numeri si riferissero in gran parte al Nord Italia, sarebbe evidente l'influenza del grave inquinamento atmosferico della Pianura Padana.
Ma, anche fosse, perché quest'anno e non anche i precedenti?
Un bel mistero, ancora più fitto se i numeri fossero sparsi un po' in tutte le regioni.
Come Rete Ambiente Parma arriviamo ad ipotizzare che tra le cause ci sia l'accumulo di benzopirene ed ossidi di azoto dovuti al ritorno massiccio al riscaldamento domestico a legna a partire dal 2008, anno della crisi economico-finanziaria, ed allo sviluppo abnorme delle centrali a cippato di legna soggette a finanziamenti ed incentivi pubblici.
La scorsa estate avevamo mandato una richiesta all'Usl. Volevamo conoscere i dati delle morti per tumore o per malattie polmonari della nostra fascia montana. Ci erano arrivate, infatti, notizie di rilevanti decessi per tumore dai paesi della fascia più elevata del nostro Appennino
Il dott. Impallomeni ci aveva risposto così. "Le rispondo per dire che non abbiamo ignorato la sua sollecitazione, che contiene alcuni spunti interessanti da approfondire. Per questo stiamo controllando i dati sui consumi di combustibile disponibili nei censimenti periodici, i dati sulla qualità dell'aria disponibili (ARPA) e quelli di mortalità. Come sempre suggerisco cautela nel fare valutazioni sull'associazione tra esposizioni ambientali e dati di salute perché nascondono insidie interpretative che devono essere affrontate usando metodi di analisi dati consolidate. Ci siamo quindi presi un po' di tempo (purtroppo non ne abbiamo molto dovendolo dedicare alle attività di routine del Servizio di Igiene e Sanità Pubblica) per fornire una risposta sufficientemente corretta e completa, con l'aiuto di una collega borsa di studio, che legge per conoscenza”
L'incontro con la borsista si è rivelato una inutile formalità.
E' di questi giorni la decisione della giunta Pisapia a Milano di interdire l'uso dei caminetti a legna in città. Dichiarando che il loro effetto è di produrre il 22% del totale di polveri sottili.
Stante la situazione gravissima dell'aria nel nostro paese e gli sforamenti continui dal limite massimo di 50 milionesimi di grammo per m3, urgono provvedimenti decisi ed urgenti, simili a quelli presi a Milano da Pisapia. Sappiamo che a produrre le polveri sottili nei mesi invernali sono per 1/3 il riscaldamento delle abitazioni, per 1/3 il traffico automobilistico e per 1/3 le emissioni industriali. Sarebbe necessario un provvedimento governativo atto ad incentivare l'acquisto di auto a GAS, metano e gpL. Sarebbe urgente cambiare il parco nazionale dei mezzi pubblici, rottamando quelli a benzina e gasolio. Incentivare l'acquisto di auto elettriche è un mantra ormai rituale, trova poco riscontro negli investimenti delle case automobilistiche ed è destinato ad un futuro non immediato. Ma soprattutto si impone la disincentivazione dei cogeneratori a biomasse, cippato di legna, grasso animale e colza, che sono i maggiori produttori di particolato carbonioso e di ossidi di azoto.
Occorre ripensare quindi la sostenibilità ambientale delle fonti rinnovabili di energia, sviluppando di più le pompe di calore ed il risparmio energetico delle abitazioni che darebbe maggior impulso all'edilizia.

Giuliano Serioli
28 dicembre 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense