"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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venerdì 2 dicembre 2016

I Tagli boschivi e la fame delle Centrali

Di poco tempo fa l'annuncio da parte dell'Ente Regionale di una sovvenzione di poco più di 400.000 euro per il taglio ed il diradamento nei boschi di conifere dei Consorzi dell'Appennino Est.
Più precisamente il taglio dei pini disseccati di Lagdei e Trefiumi e il diradamento delle pinete di Riana, passo del Ticchiano e Trefiumi. Chiesto lumi al tecnico forestale provinciale, riferiva trattarsi di normale diradamento per un migliore sviluppo delle piante e per una maggior accessibilità al bosco, oltre alla normale prevenzione incendi.
Certo, i pini seccati di Lagdei e dintorni vanno tagliati. Non si è mai sentito, tuttavia, di incendi da autocombustione in pineta. Questo, dalle nostre parti, no.


Il diradamento, peraltro, è "quell'operazione con la quale, in un bosco coetaneo dove i fusti cominciano a differenziarsi, si tagliano gli individui soprannumeri, cioè quelli che, in relazione all'età ed allo sviluppo del soprassuolo, ne rendano la densità eccessiva".
Quindi un diradamento selezionato, pianta per pianta, volto a favorire l'accrescimento delle stesse in modo che non si perda la superficie fogliare complessiva.
Perché l'integrità della massa della superficie fogliare e del sottobosco è condizione imprescindibile all'effetto spugna del bosco, alla sua capacità di trattenere l'acqua piovana, rilasciandola lentamente. E' la funzione di presidio idrogeologico del bosco per la nostra martoriata montagna.
Avendolo visto già in essere diverse volte, crediamo che il taglio previsto non sarà come descritto sopra.
Il taglio sarà meccanizzato ed invasivo, atto a produrre il miglior risultato economico possibile, degradando la funzione idrogeologica delle pinete, così importante data la natura argilloso-calcarea dei nostri territori e dato il succedersi di vere e proprie bombe d'acqua causate dal cambiamento climatico in atto.
Crediamo che il diradamento sia stato deciso soprattutto per l'approvvigionamento delle centrali a cippato presenti nel nostro Appennino: Monchio, Palanzano, Neviano, Calestano, Varano Melegari, Borgotaro. Le centrali a cippato hanno difficoltà ad approvvigionarsi dato il costo della legna che è doppio di quello del cippato.
Chi taglia preferisce vendere la legna e non cipparla: guadagna molto di più.
I Comuni in possesso di centrali non sanno come fare ed allora interviene la Regione a sovvenzionare il taglio per rifornirle di cippato a basso costo.
Ma il problema principale delle centrali non è il loro approvvigionamento, ma le emissioni nocive, non avendo avendo nessun filtro, a parte un multiciclone per raccogliere le ceneri volanti.
I tecnici di Aiel (una ditta costruttrice) sostengono che è l'ottimizzazione della combustione a garantire una bassa emissione nociva.
Un dato falso, dato che il cippato fresco, ad elevato tenore di umidità, brucia male.
Infatti se non ci fosse pericolo per le polveri sottili, gli ossidi di azoto, come mai le grandi centrali a cippato di Brunico e Dobbiaco hanno filtri di ogni tipo? A maniche, elettrostatiche, ecc.?
Perché oltre alle polveri ed agli ossidi, la combustione del cippato di legna produce benzopirene (sostanza cancerogena) in quantità superiori alle normative, come verificato in diversi paesi del Trentino: 3 o 4 volte maggiori del massimo consentito (1 nanogrammo per ogni metro cubo di emissioni).
La scelta delle centrali a cippato è sbagliata, sia per i boschi che per la salute umana.
Gli investimenti pubblici dovrebbero puntare invece su efficientamento e risparmio energetico.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

giovedì 5 maggio 2016

Territorio, o salvezza o dannazione

Cosa fare e cosa non fare nel nostro ecosistema

E' ormai assodato da tempo che l'effetto serra ed il cambiamento climatico sono causati dall'emissione e dall'accumulo di CO2.
La CO2 in atmosfera è principalmente dovuta alla produzione di energia da fonti fossili.
Dal protocollo di Kyoto del 1997 fino al Cop 21 di Parigi la direzione intrapresa è stata quella di riuscire a produrre energia da fonti rinnovabili.
Impegno sottoscritto fin dal 2005 dall'associazione dei Comuni virtuosi, che fa del risparmio energetico e della partecipazione dei cittadini la sua bandiera.


Nei PAES dei "Comuni Virtuosi" della pedemontana, Felino in primis, viene ascritto e preso per buono l'elenco di tutte le fonti di energie rinnovabili, senza distinzione alcuna tra quelle che producono energia pulita: fotovoltaico, eolico, solare, geotermia e pompe di calore, e quelle che, pur derivando da fonti rinnovabili, producono energia con emissioni nocive per la salute e per l'ambiente: centrali a biogas e centrali a combustione di biomasse.
Come dire che un Comune che fa della partecipazione dei cittadini il suo stendardo non fa proprie le loro preoccupazioni per la salute.
Come se l'energia prodotta da un impianto fotovoltaico fosse uguale a quella prodotta dalla combustione di cippato di legna o da olio di grasso animale.
Felino, infatti, Comune autodefinitosi virtuoso, mette addirittura in bella mostra nel suo PAES il cogeneratore a grasso animale del Poggio di S.Ilario Baganza, quale misura di tale virtù, nonostante le proteste dei suoi cittadini per gli odori e gli inquinanti emessi.
Proteste additate come disinformazione e terrorismo mediatico.
E' vero che l'uso di biomasse, anche se con emissioni nocive, è a saldo zero di emissioni di CO2, come richiesto dal Protocollo di Kyoto?
Per la combustione di cippato di legna e pellet non è la verità.
La legna, se proviene dall'estero, è prodotta dagli scarti dei tagli della foresta pluviale che ogni anno viene rimaneggiata.
Se proviene dai nostri boschi cedui, si deve considerare che se non si perde superficie boschiva, si perde quella fogliare che impiega circa 3 anni a raggiungere la stessa capacità di cattura della CO2 di prima.
Il taglio industriale smuove il terreno ed il carbonio in esso contenuto da secoli, ributtandolo in atmosfera.
Quantificarlo come saldo zero è assurdo oltre che ridicolo.
Per la combustione di olio di colza o olio di palma, fonti rinnovabili, c'è lo stesso problema del mancato saldo zero di emissioni di CO2.
Intere foreste, infatti, vengono tagliate per far posto a tali coltivazioni, la cui superficie fogliare è nettamente inferiore alla capacità di cattura dei milioni di piante tagliate.
Per la combustione di grasso animale che sta sostituendo la colza, diventata troppo cara per l'aumento della domanda di mercato e anch'esso fonte rinnovabile, si pone sempre il problema del mancato saldo zero.
Se, infatti, dagli scarti di macellazione animale si sottrae grasso da bruciare con emissioni di CO2, si dovrà accrescere la produzione animale o la sua importazione dall'estero per compensare il loro mancato utilizzo nell'industria del pet e della cosmetica, e quindi con ulteriore emissioni di CO2.
Le emissioni nocive della cogenerazione di biomasse sono inversamente proporzionali alla potenza degli impianti stessi.
Più un impianto è piccolo, più inquina. Non avendo gli stessi numeri e valori di spesa di quelli grandi, non ha nemmeno filtri capaci ma solo cicloni per far precipitare unicamente le ceneri volanti.
Il problema emissivo, però, è già grave per i grandi impianti, perché il benzopirene non può essere fermato dai filtri. I suoi valori sono già oltre i massimi in Trentino Alto Adige.
Gli amministratori che hanno promosso quegli impianti sono in grave imbarazzo.
In tutti i PAES dei cosiddetti "comuni virtuosi" c'è il progetto di impiantare piccoli cogeneratori condominali ed aziendali sia a cippato che a grasso animale.
Una follia dal punto di vista del saldo zero di CO2, ma soprattutto dell'inquinamento dell'atmosfera del nostro territorio.
I prosciuttifici e i caseifici della pedemontana, da Traversetolo fino a Collecchio, sono i maggiori produttori di eccellenze alimentari, fonte di occupazione anche per l'indotto e di esportazione. Le materie prime che essi lavorano derivano dagli allevamenti zootecnici industriali. E gli spandimenti delle deiezioni animali che vi si creano, costituiscono il maggior problema per i suoli agricoli e le falde acquifere.
Proprio nei nostri territori vi sono aree sensibili in cui tali spandimenti non devono superare i 170 Kg di azoto per ettaro, la metà della norma, pena la compromissione di coltivi ed erba medica per vacche da latte. Conseguenza di tali spandimenti è anche la lisciviazione dell'azoto e l'arrivo di nitriti e nitrati nella falda acquifera, con grave inquinamento della stessa. Il pagamento dell'acqua in bolletta è il doppio del suo costo effettivo, proprio per la spesa di depurazione.
La soluzione di tali problemi ambientali, che tendono sempre più ad aggravarsi con la crescita dell'economia delle eccellenze alimentari, non può essere nelle centrtali a biogas che coi loro cogeneratori impestano già tutta la Pianura Padana e fermate proprio nel nostro territorio.
Ci può essere solo una soluzione alla radice del problema: eliminare l'ammoniaca dalle deiezioni con lo strippaggio e la neutralizzazione con soda caustica e formazione di solfato d'ammonio, un ammendante vendibile sul mercato. Tolta l'ammoniaca, le deiezioni animali possono essere trattate per produrre biometano da autotrazione o da mettere direttamente in rete. Un toccasana per gli stessi suoli agricoli, concimabili con sostanze naturali e non più con additivi chimici chimici.
Una soluzione del problema non più rinviabile.
Ma nei nostri territori si stanno infiltrando le mafie. Lo hanno già fatto. Si sono servite della grave crisi dell'edilizia per allettare qualcuno e servirsene.
E mettere radici. Hanno usato la necessità di finanziamenti che le banche non erogavano alle ditte per appropriarsi di queste o, peggio, per entrare a farne parte e agirvi dall'interno di nascosto, inquinando appalti pubblici, corrompendo amministratori locali, creando una ragnatela inestricabile di favori e collusioni in grado di condizionare la nostra vita pubblica e la nostra economia.
Farne piazza pulita è nostro dovere.
Attraverso la massima trasparenza nelle gare d'appalto.
Opponendo all'offerta minima il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa.
Facendo in modo che il Comune si ponga come intermediario tra aziende edili e banche come garante dei prestiti.
Altro problema che è necessario affrontare è quello della cementificazione del territorio.
L'eccesso di urbanizzazione e cementificazione produce un mancato assorbimento delle acque piovane ed uno scorrimento troppo rapido verso aree a valle con alluvioni ed allagamenti.
Al modello urbanistico basato sui grandi centri commerciali che producono la chiusura delle piccole attività commerciali e la desertificazione dei centri storici, opponiamo il ritorno ad una commercializzazione diffusa favorita economicamente dal Comune stesso.
Ogni nuovo capannone che un'azienda aggiunga per esigenze di allargamento dell'attività deve essere inteso al netto di consumo di suolo, cioè una costruzione similare e abbandonata deve essere riportata dalla stessa azienda e a sue spese alla condizione di suolo agricolo.
Si deve evitare la cementificazione delle sponde di fiumi rii e canali e soprattutto il loro disboscamento affidato dai Comuni a terzi a spesa zero. Cosa che produce un taglio generalizzato dei boschi ripariali per produrre cippato di legna da vendere sul mercato.

Giuliano Serioli
5 maggio 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

mercoledì 2 marzo 2016

Waste Land o la Terra Perduta

No, non è l'ode di Thomas Eliot, ma la Pianura Padana che rischia di diventare terra desolata.
In tante città del Nord siamo ormai ben oltre la soglia dei 35 sforamenti annui oltre i 50 microgrammi per metro cubo di polveri PM10, che è il limite massimo consentito.
In realtà si tratta di PM 2,5, il particolato fine che veicola benzopirene e diossine, sostanza ancora più pericolosa.
I blocchi del traffico in centro servono solo a battere un colpo, a dire che le istituzioni sono consapevoli della situazione.
In realtà sono colpevolmente responsabili.
La cappa di piombo che ci sovrasta è carica di innumerevoli fattori di inquinamento.


Quello industriale, degli inceneritori di rifiuti, della combustione di biomasse, del traffico veicolare,
della green economy e dei cogeneratori (500 centrali a biogas solo in Lombardia), del riscaldamento domestico (soprattutto da stufe a legna, a pellet e caminetti) ed infine l'inquinamento originato dalla dagli allevamenti zootecnici.
L'ammoniaca che si sprigiona dalle deiezioni animali e dai digestati sparsi sul terreno, si combina con l'azoto e lo zolfo presenti nell'aria originando particolato secondario, piccole particelle di nitrato e solfato d'ammonio. L'azoto ammoniacale, insieme al riscaldamento da legna ed al traffico veicolare, è quindi uno dei principali inquinanti dell'aria.
Ma lo è anche per i suoli e le falde acquifere.
L'eccesso di spandimenti di letame e digestati da biogas nei terreni agrari finisce per dare concentrazioni tali di ammoniaca da infertilizzare i suoli.
Tale eccesso scende poi verso la falda acquifera inquinandola attraverso la lisciviazione dei nitrati.
E' proprio la stessa green economy a riempire il vaso di Pandora degli inquinanti.
Green che diventa quasi una sottile, mortale presa in giro.
I PAES (piani attivazione energie sostenibili) sono pieni di cervellotiche applicazioni dell'energia verde, ma sono poi le lobby finanziarie a cavalcarne la concretizzazione.
Sono i cogeneratori che bruciano il biogas delle mille e più centrali, spuntate come funghi velenosi in questa nostra desolata campagna, in quelle terre alte abbandonate ai camini.
Alimentate con mais e triticale, sottraggono terreni agricoli alle coltivazioni alimentari, impestandoli con ancor più diserbanti e pesticidi.
E' la lobby dei combustori a propinarci la favola triste che bruciare è bello. A raccontarci che centrali a cippato e stufe a pellet si servono della migliore tecnologia esistente, senza aggiungere che hanno emissioni di polveri almeno 300 volte maggiori del metano e del GPL.
Mentono, approfittandosi della crisi e spingendo il governo a concedere loro incentivi.
Cosa fare allora?
Eliminare gli incentivi alla lobby dei combustori.
Limitare il taglio selvaggio della legna in montagna, demandando le quote di taglio ai consorzi di proprietari in modo che i soldi restino in montagna.
Imporre alle istituzioni di togliere gli incentivi a chi alimenta le centrali con coltivazioni dedicate.
Incentivare solo impianti alimentati da reflui zootecnici e di taglia proporzionata alle dimensioni dell'allevamento, senza alcun bruciatore o cogeneratore.
Favorire, con lo strippaggio dell'ammoniaca e la sua neutralizzazione in solfato d'ammonio, la produzione di biometano da mettere in rete o da autotrazione.
Ne guadagnerebbero in qualità e pubblicità tutte le eccellenze alimentari della Pianura Padana.
Cosa pensano di fare i consorzi delle nostre eccellenze alimentari della pedemontana?
Far finta di niente e tacere ancora?
A furia si stare tutti zitti, perderanno l'uso della parola.
E sarà troppo tardi quando ne avranno coscienza.

Giuliano Serioli
2 marzo 2016

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

martedì 13 maggio 2014

Un voto utile per le terre alte

Un piano per la montagna
Mercoledì 14 maggio
ore 11
presso Circolo Baccoverde
Via Cavallotti 33

SARANNO PRESENTI

Angelo Lusuardi

candidato sindaco a Felino con la lista civica "FELINO CAMBIA"

Giorgio Zani
candidato sindaco a Langhirano con la lista civica "FARE LANGHIRANO"

Corrado Mansanti
candidato sindaco a Monchio con la lista civica "UNITA', IMPEGNO, DEMOCRAZIA"

Renzo Valloni
docente di geologia applicata – università degli studi di Parma
simpatizzante di Reteambiente

Giuliano Serioli, Rete Ambiente Parma

presenta il manifesto per la montagna
ai candidati alle amministrative del 25 maggio

Un voto utile per le terre alte


La S.V. è invitata

*
Un progetto industriale per la montagna
Il manifesto di Rete Ambiente Parma in vista delle amministrative del 25 maggio

L'oggi desolante
La montagna parmense è un corollario di disastri.
Frane, frazioni abbandonate, strade interrotte e quasi sempre sfondate.
La frana di Capriglio, quella di Boschetto, quella di Pietta, sono lì a suggerirci che la nostra montagna è per sua struttura molto franosa.
Alla franosità si somma sempre più il cambiamento climatico, che oggi alle alte quote ha portato la la pioggia a sostituirsi alla neve.
La neve per la montagna ha un effetto benefico fondamentale. Con la percolazione lenta all'interno della roccia permette la ricarica delle sorgenti ma, allo stesso modo, ricoprendo tutto e sciogliendosi lentamente, impedisce il dilavamento violento e massiccio causato dalle piogge limitando così l'innesco delle frane.
Con la crisi economica si va a sommare a tutto questo il taglio massiccio dei boschi causato dalla speculazione sulla legna da ardere, che determina le quantità di ettari di bosco da tagliare, che certo non sono per l'autoconsumo delle genti dei borghi.
Pesanti camion percorrono le strade delle valli, per portare chissà dove la legna tagliata, contribuendo significativamente anche allo sfondamento della viabilità.
La devastazione in atto ricorda certe foto di inizio Novecento.
Il taglio generalizzato di interi versanti boschivi e la loro denudazione provoca dilavamento e asportazione del soprasuolo, innescando frane e accrescendo enormemente il trasporto solido dei torrenti, capace a sua volta di innescare altre frane lungo il corso dei rii.
La politica di prevenzione degli smottamenti messa in atto dalle amministrazioni è praticamente inesistente.
Un esempio significativo è stato il rifacimento della Massese.
Dei 20 milioni di euro spesi la quasi totalità è andata ad opere di immagine ad uso della rielezione degli amministratori. Di tutte le varianti e correzioni di curve effettuate, la sola variante di Ranzano ha visto la sistemazione della frana dei Tre Laghi con opere di canalizzazione.
In sostanza la metà di quei 20 milioni poteva essere utilizzata per mettere in sicurezza la strada da frane storiche e da punti pericolosi come Boschetto e Antognola.
In tal modo si sarebbe evitata l'interruzione attuale della provinciale a Boschetto.
Senza un'economia è impossibile fare prevenzione.
Tutta la nostra montagna, tranne la Valtaro, non ha più un'economia che tale si possa chiamare.
In questi trent'anni l'industria ha distrutto l'artigianato e l'agricoltura di sussistenza, costringendo le genti a trovare occupazione altrove.
Oggi l'80% degli abitanti delle terra alte sono anziani, mentre i giovani lavorano nella pedemontana.
Prato Spilla, con l'impianto di risalita e l'albergo, è la testimonianza lampante degli errori fatti in passato dalle amministrazioni, dei soldi buttati al vento per un progetto turistico impossibile.
Ora invece tutti i finanziamenti si concentrano sulla legna.
Soldi per finanziare centrali a cippato, teleriscaldamento e produzione di energia elettrica e soldi per finanziare cooperative di taglio per rifornirle.
Questo nuovo filone si aggiunge alla devastazione causata dalla speculazione sulla legna da ardere.
Si finge che il taglio della risorsa bosco crei un'economia, inondi di soldi i borghi e impedisca che negozi e servizi chiudano.
I soldi invece sciamano lontano, come i camion verso la pianura, per giungere nelle tasche di chi commercia la legna.
Ancor meno economia creano le centrali a cippato, né lavoro.
Sono solo soldi per la lobby degli inceneritori e i soliti interventi di immagine degli amministratori.
Centrali che sono veri e proprio impianti industriali, senza filtri, molto inquinanti, di cui solo i residenti nei capoluogo possono usufruire, mentre le frazioni sono totalmente escluse.


L'economia necessaria
Per contrastare i disastri e fermare l'abbandono della montagna occorre creare un'economia.
Canalizzare tutti i finanziamenti nell'edilizia per il recupero dei borghi col risparmio energetico, capace di costruire una ricezione dignitosa, oggi inesistente, per un turismo diffuso.
Un turismo basato su una serie di piccole strutture nei borghi capaci di supportare a livello di accoglienza e logistica i percorsi turistici della alte vie, coordinati ai rifugi esistenti e soprattutto a quelli abbandonati e da ripristinare.
Un turismo collegato ai parchi e alla possibilità che questi si facciano portavoce della praticabilità della natura nelle scuole e nell'università.
Lo scoutismo è un'esperienza positiva che va allargata alla scuola dell'obbligo, con una leva di guide volontarie capaci di organizzare e condurre i ragazzi, anche dal punto di vista descrittivo e culturale.
Tramite le unioni di comuni occorre costruire le condizioni infrastrutturali (ad esempio macelli intercomunali), gli incentivi finanziari e locativi e la disponibilità bancarie ad iniziative per la produzione e la stagionatura artigianali di eccellenze alimentari che l'aria pulita e l'elevata
umidità possono garantire con un livello superiore di qualità rispetto alla loro produzione industriale.
E' pensabile trasformare dei giovani senza lavoro in artigiani di montagna, dei laureati senza occupazione in imprenditori di se stessi con idee giuste per un agroalimentare di eccellenza.
Di questo vogliamo discutere con chi si propone oggi agli elettori come futuro amministratore.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
14 maggio 2014

domenica 6 ottobre 2013

Taglio boschi

Ancora tagli. Le immagini parlano da sole.
Perché l'uomo è tanto ingordo di risorse?
Un consumo più accorto non assicurerebbe una maggiore durata dell'economia del taglio della legna?
Chi ne pagherà le conseguenze quando il limite sostenibile verrà evidentemente e decisamente sorpassato, sarà innanzitutto chi vive in questi luoghi, il turismo ne risentirà per il degrado ambientale e l'economia della legna soffrirà una drastica ma necessaria riduzione delle quantità tagliabili. Naturalmente, sempre che non si intenda tagliare fino all'ultimo albero, come gli abitanti dell'Isola di Pasqua, per poi trasferirsi tutti in città!

Bocca del lupo, Riana, Comune Monchio





Monte Matalla, Nirone, Comune Palanzano



Monte Lama, Comune di Bardi


martedì 18 ottobre 2011

PIANO DELLA REGIONE, TRECASALI, APPENNINO

"Nonostante la situazione sia in costante miglioramento, l'inquinamento atmosferico rimane per l'Emilia Romagna una criticità da affrontare, che le problematiche principali riguardano inquinanti secondari (articolato atmosferico, ossidi di azoto, ozono) e che la qualità dell'aria è fortemente influenzata dalle emissioni derivanti dalla combustione di biomasse, se si considera che una quota rilevante delle emissioni di PM 10 proviene da combustione da biomasse non industriali (riscaldamento), che per il PM10 e il diossido di azoto NO2 i dati rilevati dal monitoraggio della qualità dell'aria hanno evidenziato in varie zone del territorio il superamento di valori limite stabiliti dalla direttiva 2008/50/ CE attuata con D. Lgs. 155/2010....delega la giunta regionale in relazione alla criticità delle diverse aree a formulare i criteri per l'individuazione del computo emissivo per gli impianti con potenza maggiore di 250 Kwt."( Delibera della Regione sulle rinnovabili ) Su tali considerazioni si fonda la pretesa virtuosità della regione. Ammettere solo centrali a biomassa sotto il Mw per uso termico, per il teleriscaldamento dei borghi. Con due significative eccezioni, la centrale a legna della Sadam Eridania di Russi da 30 MWe e quella della Sadam Eridania di Trecasali da 15 MWe. Di fronte ai potentati economici e ai ricatti sindacali non c'è principio che tenga, nè criticità della situazione ambientale. La Regione fa finta di niente, al limite contratterà compensazioni. Ma anche le piccole centrali termiche abbattono ben poco delle emissioni nocive. I loro filtri meccanici a ciclone o multiciclone servono solo a trattenere la fuliggine e a raccogliere le ceneri. Tutto il resto, dalle polveri sottili agli NO2, agli ossidi di metalli pesanti va nelI'aria dove, trovando il cloro volatile della depurazione IREN degli acquedotti, diventa anche diossina. Quindi, mentre nel nostro Appennino si diffondono sempre più stufe a pellet con abbattimento automatico dei fumi ed emissioni sotto i 5 mg x m3, Regione e Provincia vogliono diffondere l'installazione di centrali termiche a cippato che, nella migliore delle ipotesi, hanno emissioni 10 volte superiori rispetto alle stufe a pellet, cioè 50 mg x m3, e questo solo se il cippato non ha un'umidità che supera il 20%, caso estremamente raro. Il cippato fresco ha umidità del 45-50% che provoca valori di emissione doppi o tripli rispetto ai 50 mg prima citati. Le stufe a legna sono inquinanti perchè vecchie, sporcano e sono poco pratiche per le famiglie. La gente in montagna ha trovato per suo conto un'alternativa valida nelle stufe a pellet, ma le amministrazioni vogliono buttare soldi nelle centrali a cippato costose ed inquinanti col loro mantra della filiera corta che dovrebbe essere il toccasana di ogni sostenibilità. In provincia di Parma ce ne sono 5 : la centrale della fattoria sperimentale Stuard della Provincia (100 KWt), le due centrali del comune di Palanzano da 35 KWt ciascuna, per palestra, scuola e casa per anziani, la centrale di Neviano Arduini di cui deve essere ancora assegnato il bando, quella dell'ospedale di Borgotaro da 700 KWt e quella di Monchio da 1 MWt, ma utilizzata al 15% perchè collegata soltanto a palestra, scuola, casa della forestale, casa anziani, utenze per le quali sarebbero bastati i 70 KWt di Palanzano. Se il solare è costoso e l’eolico poco conveniente se non sui crinali, ci si butta sulle biomasse che, in una montagna praticamente abbandonata, significa solo tagli boschivi e legna da ardere. Vorrebbero riempire di centrali a legna quei poveri borghi disabitati. Si inizia col teleriscaldamento per poi finire fatalmente a produrre energia elettrica dalla legna. Nello sfruttamento industriale dei pioppeti i tagli annuali dovevano limitarsi al 4% della superficie boschiva, pena il suo rapido deperimento. Erano i pioppeti del Po, quelli dallo sviluppo decennale. Ora, però, per rifornire le centrali a biomassa che vogliono impiantare nella bassa padana al posto degli zuccherifici chiusi, si parla di pioppeti triennali. A Russi, in Romagna, al posto dell’Eridania sorgerà una centrale a biomassa da 30 MW per la produzione di energia elettrica. Il suo rendimento è solo del 15% e per produrre 250 milioni di KWh annui dovrebbe bruciare circa 300.000 tonnellate di legna, mentre una centrale a gas metano, dal rendimento del 90%, avrebbe consumato molto meno : 1/6 della quantità di metano equivalente alla legna. Stimando la resa del pioppeto in 80 t. per ettaro, occorrerebbero 5000 ettari ogni anno, quindi 15.000 ettari nei tre anni della rotazione della crescita, vale a dire 150 Km2 di pianura padana da sottrarre ai coltivi alimentari di pregio. In pratica, un rettangolo di 30Km x 5Km. Un’enormità! Ma è un’enormità anche quella da 15 MW di Trecasali che avrebbe bisogno di 75 Km2 di pioppeti triennali, vale a dire 15 Km X 5Km di terra della bassa da sottrarre a coltivi ( per capirci : la superficie del comune di Monchio è di 69 Km2). Ma se a quei pioppeti occorrerebbero 3 anni di crescita, ai faggi e alle querce della montagna ne occorrono 30 di anni, per ricrescere. La realtà delle centrali a biomassa già esistenti nel nostro paese è un’altra. Bruciano tutto quello che trovavano e fanno arrivare la legna da dove ce n’è, anche dall’estero via nave, ma in futuro con la pensata della filiera corta si tratterà del nostro Appennino. La crescita a dismisura dei tagli in montagna non trova nessuno che si preoccupi della loro sostenibilità. I sindaci non vogliono inimicarsi nessuno ed altrettanto la comunità montana. Ma c’è la possibilità che la cosa l’abbiano anche studiata. Nessuno dice niente perché così la gente si abitua ad una nuova fonte di denaro, cui non potrebbe certo rinunciare volentieri in futuro. Stanno preparando il terreno per tagli ancor più consistenti per quando le centrali termiche da impiantare in montagna ne avranno bisogno. Legami omertosi con la gente di montagna, rendendola dipendente dalla speculazione del mercato della legna e disponibile al ricatto economico. Una volta che quei soldi si è cominciati a prenderli, ogni anno se ne vorrà di più. Il progetto della regione parla di centrali termiche per il teleriscaldamento dei paesi. Qualche sindaco ha fatto da battistrada e l'ha già impiantata, ma non funziona che al 15% della potenza, perché ci sarebbe da sventrare i borghi per posare i tubi del teleriscaldamento e la cosa costa. Ma costava già di suo l’impianto stesso, la centrale, per cui ci sono rate di debito da pagare. Insomma, quelle centrali termiche sono antieconomiche. I borghi d’inverno si svuotano e con poche utenze allacciate, è fatale che la centrale funzioni per una minima frazione della sua potenza. Eccezion fatta per quella di Borgotaro che serve l’ospedale( e la diossina ?). Erano stati così improvvidi quei sindaci che hanno già cominciato? Lo è la regione e la provincia che addirittura parlano di estenderle a tutta la montagna? No. Sono strategici. Il loro progetto è di mettere la gente davanti al fatto compiuto della centrale costruita, per poi convincerla che sarebbe follia non utilizzarla anche per produrre energia elettrica. La regione Piemonte, col progetto Bresso, aveva dichiarato apertamente di voler ricavare circa l’8% del suo fabbisogno elettrico dalle centrali a legna. La regione Emilia segue apparentemente una via più graduale, ma porterebbe alla stessa conclusione, il diradamento massiccio del patrimonio boschivo col taglio industriale. Le grandi amministrazioni hanno stabilito di sfruttare le risorse della montagna sempre più disabitata ed economicamente ricattabile. Non intendono fermare la speculazione della legna in atto perché pregiudicherebbe la loro rielezione, ma soprattutto perché gioca a loro favore, abituando già da ora a come sarà la montagna col taglio industriale dei boschi che vogliono instaurare. La Regione ha già stanziato 2,5 milioni di euro per l'acquisto di macchinari ( harwester e cippatrice) necessari ai progetti di filiera 10 e di filiera 41 di taglio industriale dei boschi nella provincia di Parma. Sarà una bella gara tra il mercato della legna da ardere ed il taglio industriale del bosco per produrre cippato. Forse non vincerà nessuno, più probabilmente vinceranno entrambi, distruggendo il patrimonio boschivo. Quei politici si riempiono la bocca di ambientalismo ma nei loro intenti di rinnovabile ci sono solo le chiacchiere. Consumeranno il patrimonio boschivo e quindi anche tutto il resto, acqua, aria pura ed ogni ipotesi di un artigianato alimentare di qualità. Nelle centrali a biomassa il bilancio delle emissioni di CO2 è a somma zero, dicono i teorici dell’effetto serra. Si tratta solo di una verità contabile. Tutta apparenza. I boschi da tagliare, crescendo, incorporano CO2. Bruciandoli, dicono, si rimette in atmosfera solo quella che avevano tolto dalla circolazione. La verità è che le piante tagliate non vengono sostituite da altre. Al loro posto vengono lasciate solo poche matricine che per anni non assorbiranno certo la stessa quantità di CO2 delle precedenti. Ma c’è di peggio. Con “la pulizia del bosco”, come loro chiamano la cippatura del secco e delle ramaglie tagliate di fresco, non si creerebbe più l’effetto riducente e la conseguente formazione di nuovo humus. Il bosco lasciato a se stesso, al suo ciclo naturale di degrado, lo produrrebbe a beneficio del suolo, ma la sua colonizzazione industriale no. Tutto quel disastro per niente. Quelle centinaia di migliaia di tonnellate di legna produrrebbero ben poca elettricità. Un bilancio ben poco conveniente, se non ci fossero incentivi statali per le rinnovabili. Ecco qual’à il succo della cosa : le amministrazioni riuscirebbero a finire in attivo solo rastrellando i soldi delle nostre bollette. Cosa importa se quella elettricità a tutti noi costerebbe di più che ad importarla dall’estero! Cosa importa a quelli se si mette a grave rischio il patrimonio boschivo e perciò anche quello dell’acqua e della fauna? Il paesaggio di montagna ne ricaverebbe un danno enorme, impedendo qualsiasi progetto di artigianato alimentare di qualità e qualsiasi seria iniziativa turistica. Se si permettesse che ogni sindaco di montagna si faccia bello coi propri elettori a spese dei boschi nascerebbero tante centrali a biomassa quanti sono i borghi. Centrali che produrrebbero poca elettricità e a carissimo prezzo e teleriscaldamento per gli edifici pubblici e poco altro. I danni sarebbero enormi anche per l’acqua e per l’aria. L’emissione di polveri nocive e di fumi inquinanti sfuggirebbe ad ogni possibilità di controllo che solo le grandi centrali come quelle dell'Alto Adige possono permettersi. Infatti i filtri meccanici delle centrali a legna sotto il MW sono dieci volte più inquinanti delle stufe a pellet. L’aria di montagna non sarà più così pura, anzi, data la presenza di cloro nell’acqua per la depurazione industriale degli acquedotti, le polveri emesse dalle centrali troverebbero l’ingrediente adatto perché si formi anche diossina. Le centrali avrebbero bisogno di molta acqua di raffreddamento che poi tornerebbe ai torrenti ad elevata temperatura, alterandone il ciclo termico, inquinandoli e facendo fuori la fauna ittica. Pur richiesti dalla primavera, i dati degli ettari di bosco chiesti al taglio nel 2010 nella nostra provincia non sono ancora disponibili. Pur avendoli non li danno. Ma l'accenno fatto da Bovis, sindaco di Langhirano, alle migliaia di euro di multa che sarebbe giusto comminare per l'esagerazione dei tagli la dice lunga sul disastro, che chiunque giri per le valli può vedere direttamente. A provocarlo non sono i singoli boscaioli, i tagli artigianali, quanto quelle nuove figure di impresari della montagna che acquistano le richieste di taglio all'ingrosso, mettono le motoseghe in mano ad albanesi (Pianadetto), macedoni (Ramiseto) o romeni (Borgotaro), li pagano in nero e al m3, al punto che si dice che lavorino anche di notte, alla luce artificiale, per aumentare la cubatura e prendere più soldi. Questi montanari coi soldi si sono inventati impresari da un giorno all'altro con la speculazione che corre. Qualcuno di loro è arrivato a tagliare fino a 20.000 t. di legna nel solo 2010, mentre un boscaiolo di Monchio, nello stesso anno, ha tagliato 800 tonnellate lavorando al massimo. La speculazione per viaggiare ha bisogno di autorità compiacenti e di speculatori. Non la fa chi lavora solo con le sue braccia. 

Parma 
4/10/ 2011 

Serioli Giuliano

lunedì 25 luglio 2011

Montagna, la meraviglia e il disastro

Ad un turista o ad un camminatore la nostra montagna appare come un regalo meraviglioso della natura. Il manto verde dei boschi risale compatto lungo i suoi versanti, occupando quelli che fino a quarant'anni fa erano solo dirupi e prati.
Il verde si insinua in frane antiche, rassodandole, si inerpica per pendii rocciosi colonizzandoli, arriva ormai fin sopra gli alpeggi e oltre i laghi glaciali, conquistando nuovi spazi in altitudine.
Tutto quel verde, agli occhi di chi è preoccupato per l’ambiente, appare come una benedizione.
Una maggior massa traspirante di piante significa aria più pulita.
Una maggior produzione di ossigeno si traduce in maggior contrasto ai veleni che risalgono dalla
pianura. Vuol dire maggior sequestro di CO2, in contrasto all’effetto serra.
E significa anche maggior contenimento delle polveri sottili, che fumi di industrie e inceneritori producono sempre più, unitamente alla crescita tentacolare di autostrade, l'incremento delle auto circolanti con i loro mefitici scarichi.
Ma ad un montanaro che abita e vive ancora in uno di quei borghi di alta quota, tutto quel verde, cresciuto oltre ogni immaginazione, gli rammenta il sempre maggior abbandono in cui versa la sua terra.
La popolazione è sempre più composta di anziani, il lavoro è quasi scomparso e i pochi giovani, già attratti dalle luccicanti illusioni delle città, se lo vanno a cercare là.
Il turismo invernale si è rivelato un miraggio.
Non c’è neve per tutto l’inverno e non c’è abbastanza freddo perché duri quella artificiale sparata con i cannoni. Le piste sono quasi sempre inutilizzate e tanti soldi pubblici sono stati sprecati inutilmente per spianare interi versanti dei crinali, abbattendo le foreste.
La gente che scia, poi, scavalca i borghi, senza lasciar cadere nemmeno la mancia.
Ma è il turismo complessivo che è in ritirata.
In montagna va sempre meno gente. I fine settimana e il mese di agosto non bastano a sostenere le attività commerciali, ogni anno qualche altro negozio chiude. Le scuole di certi borghi sono già a rischio chiusura e nei prossimi anni verranno trasferite altrove.
Ogni posto o servizio che chiude è percepito dai montanari come un disastro, a cui non sanno opporsi.
Le proposte di sviluppo che puntano ad ambiente e natura sono viste dai montanari come fumo negli occhi, non si vede infatti in esse uno sbarramento al disastro.
I montanari invece sono pronti ad osannare chiunque proponga qualcosa di concreto, fosse pure un progetto speculativo, purché dia loro qualcosa, anche solo l’illusione di una possibilità di vantaggio economico seppur minimo.
Sono disperati e diventano facile preda della speculazione.
E la speculazione è sempre al lavoro, non dorme mai.
Magari ripropone vent’anni dopo la diga di Vetto, o un suo surrogato minore, approfittando del fatto che produrre energia da fonti rinnovabili è un mantra in grado, oggi, di aprire tutte le porte e di coprire qualsiasi malefatta.
E’ risaputo, ormai, che ogni diga al mondo accresce l’erosione a monte e sottrae acqua a valle, invece di conservarla. Le perdite di acqua causate dalle centrali Enel in val Cedra sono del 50%, secondo una stima Iren. Una diga sottrae territorio: boschi e pascoli, invasi dall’acqua. Una diga non serve a limare le piene, perché stante l’altezza dell’acqua che deve restare costante per la produzione di energia elettrica, quando l’acqua sale velocemente per le piogge, la diga deve scolmarla subito per evitare che tracimi e che ne sia travolta.
L’erosione, accresciuta a dismisura, riempirà velocemente di argille rosse, tipiche della val d’Enza, il bacino che si formerà, interrandolo. Si ridurrà così progressivamente sia la produzione di energia che di acqua pulita, a causa dell’accresciuta mole della depurazione. I soldi ricavati caleranno e quelli promessi alla montagna come compensazione si ridurranno da bricole a niente.
Il lago che si creerà sarà di color rosso, intonato alle argille, che significa che spazzerà via ogni illusione di ipotetico sviluppo turistico.
Oppure la speculazione si getterà sulla legna da ardere, come già sta avvenendo.
Interi ripidi versanti sono diventati desolatamente nudi, presto saranno preda dell’opera dilavante dell’acqua, senza più il freno della massa compatta degli alberi. Altre frane e collegamenti stradali interrotti ne saranno la logica conseguenza.
Strade che sono già seriamente logorate per il continuo via vai di mezzi pesanti e autocarri che portano altrove la legna.
Il prezzo della legna sta addirittura calando, è oggi a 6 euro al quintale, che significa che l’offerta ha già superato la pur consistente domanda. La speculazione in questo caso ha messo radici più degli alberi e si taglieranno sempre più piante, per sempre meno soldi. La sostenibilità dei tagli, dicono i dati della comunità montana Parma est, è già fuori controllo ed è a rischio la stessa rinnovabilità dei boschi.
Così la tendenza attuale verrà invertita e tutto quel verde comincerà a diminuire.
Anche alla faccia di quel funzionario della Provincia che in un’assemblea pubblica a Langhirano affermava che “siamo seduti sul petrolio senza saperlo: la legna”.
Il picco della legna lo si raggiungerà, di certo, molto prima di quello del petrolio, che pure è già al limite.
La speculazione punta soprattutto sulle energie rinnovabili.
In montagna, tranne eccezioni come il municipio di Monchio, i comuni sono in bolletta, quando non addirittura indebitati, e la speculazione ha gioco facile ad impiantare parchi fotovoltaici, facendo man bassa degli incentivi, lasciando ai comuni solo i soldi dell’affitto dei terreni.
Si può fare anche peggio, come i progetti di parchi eolici di cui si sente parlare sempre più spesso.
I massicci investimenti necessari escluderanno ancor di più gli enti locali, a tutto vantaggio delle finanziarie e delle aziende costruttrici, golose di certificati verdi. La poca energia che produrranno non compenserà i danni ai crinali e alle cime, con disboscamenti ulteriori per le strade e cementificazioni imponenti per i basamenti delle torri eoliche.
E siamo arrivati alla ciliegina sulla torta.
In Regione e in Provincia si annuncia l'intento di impiantare nella nostra montagna decine di centrali termiche a cippato di legna, prodotto col taglio industriale dei boschi, soprattutto di castagno.
A sentir loro c’è un’enorme serbatoio di legna disponibile ogni anno, qualcosa come 393 mila tonnellate. Ma i conti sono sballati e fasulli. I tagli si sommerebbero a quelli della speculazione della legna da ardere, già eccedenti la sostenibilità ambientale dei nostri boschi.
Ogni borgo dovrebbe così avere la sua centrale a biomassa, che emetterà fumi e polveri sottili in quantità industriali, visto che il filtro a ciclone previsto non abbatterà gli inquinanti se non in minima parte.
Le centrali dovrebbero sostituire col teleriscaldamento le stufe a legna dei privati cittadini e le loro ben più nocive emissioni. Nella realtà, la maggior parte delle abitazioni riscaldano già con moderne stufe a pellet le cui emissioni sono di circa 5 mg/m3, mentre quelle delle centrali sono di 50 mg/m3 dieci volte in più, sempre a patto che l’umidità del cippato non superi il 20%.
Eventualità molto difficile: occorrerebbe che fosse sempre secco.
Il progetto è comunque antieconomico. A fronte di un costo elevato della centrale e del tracciato del teleriscaldamento, centinaia di migliaia di euro, che graverebbe sulle casse del comune, sarebbe molto meglio sovvenzionare con un sostegno finanziario piccole e moderne stufe a pellet per le private abitazioni, che tra l'altro otterrebbero dallo Stato il contributo del 55%, detraibile in 3 anni dalle tasse.
In sostanza le grandi centrali a legna sono inquinanti ed antieconomiche, ma soprattutto accrescono il disboscamento, riducendo di fatto il sequestro di CO2.
E' giunto il tempo di sfatare la convinzione che l’incenerimento di biomasse legnose sia a somma zero di CO2. Un versante denudato col taglio raso, con quelle sottili e rade matricine rimaste, impiegherà anni perché abbia una massa traspirante sufficiente a catturare la stessa CO2 di quando il bosco era in piedi, mentre la legna prodotta dal taglio e bruciata in poco tempo, immetterà in ambiente, e subito, una grossa quantità di anidride carbonica.
Affermare che bisogna accrescere le superfici boschive e nello stesso tempo considerare le biomasse legnose parte integrante delle foti rinnovabili è una contraddizione che non sta né in cielo né in terra e che l’Europa deve risolvere.
L’unico patrimonio che ha la montagna è dato dai boschi, dall’aria pura e dall’acqua pulita.
Se un ambientalista cerca di condividere questo pensiero con i montanari, loro sbuffano e si spazientiscono.
Non gli basta.
Vogliono che i borghi tornino a vivere.
E hanno ragione.
Questo però non succederà, se rinunciano anche ad una sola di queste risorse.
Chiunque proponga progetti insostenibili sbandierando compensazioni in soldi o posti di lavoro (poche briciole, poche unità), in realtà ha in mente di portarsi via ben di più, a favore del proprio portafoglio, a scapito dei territori.
Sia esso un amministratore, un politico o un’impresa, di speculazione stiamo parlando.
Una delle strade da percorrere per aiutare la montagna a crescere è usare il fotovoltaico per raggiungere l'indipendenza energetica e per finanziarsi.
Fondare ad esempio una Esco, capitalizzarla per ottenere il mutuo e diventare proprietari dell’impianto, coinvolgendo i tetti e gli artigiani del paese.
I soldi ricavati posso avviare la ristrutturazione dei borghi orientata al risparmio energetico.
Defiscalizzare completamente, e per un considerevole numero di anni, chiunque voglia stabilirsi in montagna ad avviare un’attività artigianale, mettendogli a disposizione la possibilità di prestiti a la disponibilità gratuita di uno stabile abbandonato da ristrutturare.
Applicare norme per le produzioni alimentari artigiane diverse dall’industria, in modo da non impedire lo sviluppo di piccole attività richiedendo tecnologie ed impianti sovradimensionati.
Accordarsi a livello intercomunale per un sito comune di macellazione carni e conservazione refrigerata degli alimenti.
Proporre all’università la creazione di laboratori post laurea nei borghi, per l’avviamento al lavoro e alla ricerca su committenza sociale dei neolaureati. Laboratori che, con l’appoggio finanziario delle fondazioni bancarie, siano in grado di operare direttamente sui problemi della montagna: frane, strade, alvei dei fiumi, zootecnia, forestazione ed energia.
Legare lo sviluppo turistico allo sviluppo dei parchi, privilegiando un turismo consapevole dell’ambiente e legato ad una ricezione sia agrituristica effettiva che ad una ristrutturazione e crescita della ricezione delle alte vie, tipo Lagdei, Lagoni, rifugio Lago Santo.
Un turismo minuto ma attivo, capace di trovare da sé i canali logistici e culturali della propria diffusione, a tutto vantaggio della rivitalizzazione dei borghi.

Giuliano Serioli

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