"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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domenica 11 febbraio 2018

Dighe e casse, il disastro è servito

Esporre con competenza e chiarezza le proprie idee.
Per favorire un’opposizione convinta e informata alle decisioni imposte dal potere amministrativo e politico.
La sicurezza della pianura si determina in montagna, mantenendo l'effetto spugna del manto boschivo.


La realtà attuale vede invece un disboscamento dissennato con tagli a raso.
Una sicurezza che non si costruisce attraverso dighe in montagna, la cui acqua trattenuta è la stessa che verrebbe a mancare nelle conoidi dei torrenti al loro sbocco nell'alta pianura.
Reteambiente ha già spiegato come impedire le alluvioni attraverso invasi a lato dei torrenti in cui sversare le piene e se necessario col rialzo degli argini e l'introduzione di fioratoi con cui allagare tratti di campagna a cui poi rifondere i danni. Un concetto di difesa attiva, già in parte delineato dal Consorzio di bonifica.
La spesa sarebbe molto inferiore a quella della grande opera, diga o cassa che sia.
Il problema di Colorno che va sott’acqua è causato, oltre che dall'imperizia nel far funzionare la cassa sul Parma, soprattutto dal fatto che il torrente si restringe molto nella bassa e l'acqua si innalza in proporzione. Per risolvere il problema di Colorno dovrebbe essere costruita una piccola cassa in golena prima dell'abitato, che metta definitivamente in sicurezza il paese.
I sindaci dicono che in montagna, in alcune decine di anni, il bosco ha preso il posto dei prati. Altrettanto vero è che da una decina di anni il taglio del bosco è invasivo, speculativo, industriale. Taglio raso con rilascio di matricine.
Piante sottolissime sempre sotto la norma (che prevede almeno 10 cm. di diametro delle stesse) che vengono spezzate regolarmente dalla neve e scalzate dall'acqua dei temporali. Quello che resta è un terreno fortemente acclive, privo di piante le cui radici siano in grado di trattenere il suolo, e costellato di cespuglieti per almeno dieci anni. Un bosco che tornerà a svolgere la sua funzione solo dopo venti o trent'anni.
Un cespuglietto in terreno fortemente acclive non trattiene il suolo come fanno le radici di un bosco. Questi versanti devastati con piogge forti franano a valle.
E' già successo a Pietta, a Marra, a Boschetto, ovunque i tagli si siano combinati con le frane.
Altro problema la scorta d'acqua per usi molteplici, che le casse d'espansione non affrontano nemmeno (devono sempre rimanere vuote). Qualcuno pensa di risolvere con dighe in montagna come la proposta di Franzini a Vetto.
Meglio sarebbe trattenere l'acqua delle piene in invasi lungo l'asta dei torrenti e usarla per innaffiare nella stagione secca. E' un'estensione della difesa attiva della Bonifica.
Il rilascio vitale minimo a valle di una diga, cui accennano i propugnatori delle dighe, quali falde rimpingua? Quelle di montagna? Ma lì la falda è già a livello superficiale. Mentre l'interruzione della corrente di subalveo che la diga comporta fa mancare l'acqua proprio dove è carente d'estate, in pianura, nelle conoidi alluvionali di sbocco dei torrenti.
In altre parole, che senso ha trattenere l'acqua in montagna con una diga, se la stessa fa mancare l'acqua in pianura?
E' assurdo.
Una diga in montagna, poi, per ripagare la spesa della cementificazione, dovrebbe produrre energia elettrica. Ma per produrla occorre che l'acqua nella diga sia al colmo o quasi perchè ci sia un salto sufficiente a mettere in moto la turbina. Ma allora quell'acqua non può andare da nessuna parte, non può essere portata giù per uso irriguo.
Inoltre, una diga crea un lago, cioè un consumo di suolo e di bosco. Quella massa d'acqua importante tende a basculare sui versanti, costituisce un fattore di pressione e di erosione sugli stessi, già portati di loro, per struttura sedimentaria, ad essere franosi.
Il lago sarò fonte di ulteriori condizioni di instabilità dei versanti.
Sono soluzioni senza vantaggi, ma con disastri assicurati.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

martedì 9 maggio 2017

Istituzioni, Tibre, Insostenibilità

Tutto è stato deciso fin dall'ottobre del 2015.
La Provincia votò a favore della Tibre, la Regione affermò che la priorità era la ferrovia, la ditta Pizzarotti si ritenne soddisfatta dell'escamotage della Regione.
Così il 1° tratto della Tibre era cosa fatta, con tanti saluti al Coordinamento dei gruppi ambientali.
Raffaele Donini, assessore regionale alle infrastrutture, ha sottolineato come la Regione abbia lavorato alla proposta “ascoltando anche i territori”, una affermazione che ha del surreale con tinte quasi comiche.


Le parole di Donnini “C’è stato un pronunciamento del Consiglio provinciale di Parma; ribadiamo che per noi la priorità è il potenziamento della linea ferroviaria Pontremolese, il secondo lotto del Ti-bre è priorità 2”.
Il primo tratto della Tibre è sottinteso che si farà, per lui e la Regione è priorità 1, col benestare di PD e destra e l'assenza del sindaco di Parma.
Il commento della Provincia: "Il Consiglio provinciale ha approvato un documento di indirizzo che recepisce l'importanza delle nuove priorità impostate dal Governo su progetti strategici e fondi correlati. Priorità pensate per spendere meglio le risorse realmente a disposizione”.
Spendere meglio i soldi? Con quei 9 chilometri che finiscono in mezzo alla campagna, dopo averla rovinata?
"Finalmente si punta sulle ferrovie" commenta il sindaco Federico Pizzarotti: “Il mio parere sulla Tirreno-Brennero l'ho già espresso ed è chiaro a tutti”.
Il Coordinamento dei comitati contro le autostrade Cr-Mn e Ti-Bre sono sconcertati per la mancata partecipazione del sindaco di Parma all'Assemblea dei sindaci in Provincia, che ha dato sponda alle forze di PD e centrodestra favorevoli all’autostrada Tibre.
Sempre in priorità 1 la Regione propone inoltre un intervento da 50 milioni per rendere funzionale il primo lotto del Ti-bre – di cui è imminente l’avvio del cantiere – collegandolo (con una strada ordinaria) alla Cispadana verso est.
La consigliera Canova sulla TiBre chiede al Governo di verificare, nelle more dell’approvazione del progetto esecutivo, se sussistono le condizioni per evitare di realizzare il primo lotto del raccordo autostradale Ti-Bre, relativo al tratto Fontevivo-San Quirico e di destinare alla Pontremolese le risorse già stanziate.
La scelta, dice, non è contro il trasporto su gomma, ma tra un’opera utile e una inutile.
Vescovi (PD) chiede al Consiglio: "Vogliamo veramente fare di Parma il luogo delle eccellenze agro-alimentari? L’autostrada aumenterà traffico e polveri sottili, aumentando il carico su questa area, Fontevivo è il Comune con meno terreno fertile della Provincia”.
Si vota sul documento della Provincia, che viene approvato. Contrari solo due: Canova e Vescovi.
Regione e Provincia hanno deciso contro i sindaci. Hanno parlato a vanvera di Pontremolese per far passare il primo tratto della Tibre. Pizzarotti, il sindaco, si è associato. Pizzarotti, il costruttore, ringrazia.
L'assemblea dei sindaci, complice l'assenza di quello di Parma, si è fatta tranquillamente beffare.
Forse alcuni volevano solo far figura, non opporsi seriamente.
Ma il territorio, che l'assessore Regionale Donini dice di aver ascoltato, è d'accordo sul disastro che gli sta rovinando addosso?
Crediamo proprio di no.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

giovedì 4 maggio 2017

Comitato del Casale, no alla cassa di espansione di Aipo

I cittadini di Casale di Felino hanno avuto notizia del progetto della cassa di espansione sul torrente Baganza soltanto a cose fatte.
Ma la normativa europea e nazionale prevede che la consultazione dei cittadini sia contestuale all'elaborazione del progetto ed alla normativa di VIA.


Così non capiscono perché il territorio in cui vivono debba essere messo a soqquadro da una cementificazione alta come un palazzo di 5 piani, con via vai di camion di ghiaia per anni.
Si chiedono come mai lo Studio di Impatto Ambientale (SIA) non abbia preso in considerazione un progetto preesistente della Provincia, che prevede 3 casse d'espansione lungo l'alveo del torrente tra Calestano e Collecchio.
Meno impattante sull'ambiente e sul loro territorio.
Sostengono che la Sia non si sia svolta correttamente: nessuna valutazione di opere alternative.
Lo studio delle 3 casse della Provincia, del maggio 2015, non risulta sottoposto a valutazione comparativa perché la comparazione è stata effettuata tra il progetto preliminare di AIPO e quello definitivo.
Eppure la normativa Ue per una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) include proprio una descrizione delle alternative pertinenti al progetto, come mezzo per migliorare la qualità della valutazione stessa.
Perfino lo "Sblocca Italia" prevede che le risorse di contrasto al rischio idrogeologico integrino la mitigazione del rischio con la tutela del territorio.
Inoltre, il Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) stabilisce che le opere di laminazione delle piene, ovvero le casse d'espansione, si integrino con quelle di riqualificazione del territorio, cioè col ripristino dell'alveo del torrente e delle sue golene e con la laminazione naturale delle piene.
Ma da uno studio della Provincia sappiamo che in tutti questi anni le aree esondabili del Baganza si sono dimezzate ad opera di occupazione abusiva di suolo, antropizzazione e cementificazione.
Non solo, la continua ed incontrollata asportazione di ghiaia lungo l'alveo lo ha abbassato
di un metro e mezzo trasformando le sue aree laterali in terrazzi pensili.
Quando il letto di un fiume si abbassa, altrettanto fa il livello della falda freatica.
In altre parole, l'acqua che scorre nel sottosuolo verso il fiume, trovandolo più basso, si abbassa anch'essa con gravi problemi per il pompaggio dai pozzi e per l'irrigazione dei campi.
E, ancora più grave, si sviluppa il drenaggio delle argille che tendono a comprimersi danneggiando la stabilità degli edifici costruiti sopra.
Questo è l'effetto che più temono gli abitanti del Casale, che gli strati profondi delle argilliti risentano dell'abbassamento della falda che un manufatto di quelle proporzioni provocherà fatalmente nel sottosuolo.
Ma la sicurezza della città, dopo la piena del 2014, deve essere garantita. Non si discute.
E' solo un problema di progetto: quale sia meno impattante per il territorio ed altrettanto sicuro per la città.
Diventa un problema di volumi. Quanti metri cubi d'acqua di piena possano essere invasati con la cassa AIPO ( 4,7 milioni di metri cubi) e quanti con le 3 casse ipotizzate dalla Provincia (3,6 milioni di metri cubi).
Solo 1 milione di metri cubi differenza che AIPO afferma necessari per il nodo di Colorno, per far si che la Parma non tracimi nella bassa.
Basterebbe, allora, un piccolo invaso prima di Colorno a risolvere il problema.
Al posto di una grosso manufatto 3 piccole casse lungo l'alveo.
Perché non se ne è discusso prima? Perché non discuterne ora?
E poi, come abbiamo sempre detto, occorre un progetto che serva a garantire acqua al territorio dell'alta pianura che ne ha sempre più bisogno.
Ma siamo anche certi che si possano spostare fabbriche e case da quei 500 ettari di golena del Baganza persi per l'antropizzazione?
Risistemare l'alveo è sacrosanto ma non è possibile farlo con petizioni di principio che non tengono conto di quanto è successo.
Gli amministratori che hanno fatto finta di niente quando si cementava nell'alveo dovrebbero ammettere le loro responsabilità.
Infine, qualcosa di cui nessuno parla, ma noi di Rete Ambiente si: occorre fermare i tagli boschivi in val Baganza.
Tagli rasi del ceduo con abbandono a terra delle ramaglie di cui l'ultima piena si è alimentata.
La conservazione del bosco è la garanzia principale contro il tempo di corrivazione dell'acqua piovana lungo i versanti ripidi della val Baganza.
Non tagliare i boschi è la condizione fondamentale per impedire le frane e gli effetti di un futuro di piogge sempre più intense in poco tempo.
I sindaci della valle devono impedire tagli che fanno solo danni al territorio e non creano economia per i residenti.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

lunedì 17 aprile 2017

L'assemblea al Montanara sulla cassa di espansione del Baganza

La sala del Centro Giovani del Montanara è piccola e infelice, r molti sono costretti a seguire da fuori.
Ai tecnici, all'assessore Regionale Gazzolo ed ai politici accorsi a far mostra di sé interessa poco, c'è solo da sbrigarsi per poter dire di aver ottemperato alla VIA, di aver dialogato con la gente e sentito le osservazioni.
Il solito trittico di ingegneri AIPO, già ascoltati al cinema di Felino, propinano slides e dati "scientifici" sul manufatto mastodontico del Casale di Felino, che a valle ha argini alti come un palazzo di 5 piani: 16 metri.



Lo scavo, a detta dell'ing. Vergnani, produrrà 1,4 milioni di metri cubi di ghiaia, che non verrà utilizzata e dovrà essere portata altrove e venduta.
Ovvio che ci penserà la grande impresa che avrà l'appalto. Pizzarotti?
Chi solleva dubbi non viene ascoltato, né chi propone alternative in base alla direttiva UE, che prescrive di non fare più opere simili ma di mettere in sicurezza tutta l'asta del torrente con opere minori.
I sostenitori del progetto fanno leva sull'emergenza, sul pericolo per la città capoluogo, anche se occorreranno 7 anni per completare i lavori. Per loro il progetto della Provincia del giugno 2016 delle tre casse in linea lungo l'asta del torrente neanche è da prendere in considerazione.
Sostengono che sia solo un'ipotesi di lavoro e non un progetto scientifico vero e proprio, anche se in realtà è corredato da studi dell'università.
L'opposizione al progetto dell'intero consiglio comunale di Felino neanche viene presa in considerazione. D'altra parte il sindaco di Felino si è ben guardato dall'esprimere la contrarietà del consiglio, mentre si arrende alla competenza degli ingegneri, non capendo che è un problema di scelte e non di conoscenze tecniche.
Le scelte tecniche sono la conseguenza di orientamenti generali, e quindi politici, come insegna la UE.
Non riusciamo a capire perché AIPO non ha ritenuto di partire dallo studio di fattibilità della Provincia del giugno 2015, che prevedeva di mettere in sicurezza l'intera asta del torrente da Calestano a Colorno, al costo di 31 milioni circa di euro.
Forse perché la scelta di AIPO è quella di fare grandi casse in pianura, come in tutta l'Emilia, a prescindere dagli impatti ambientali ed economici?
La cassa di Casale nello studio della Provincia non è una diga e non è alta 16 metri, in quanto è previsto che l'invaso abbia una capienza esattamente della metà di quello progettato da AIPO.
Il Comitato del Casale ha sollevato preoccupazioni per l'impatto ambientale dell'opera. Rileva, nelle sue osservazioni, i rischi per l'abbassamento delle falde e la precarizzazione delle fondamenta delle abitazioni nelle zone immediatamente circostanti il manufatto.
Il comitato, con le osservazioni inviate all'ente, ha chiesto che il progetto AIPO sia integrato con la messa in sicurezza di tutta l'asta del torrente Baganza.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

sabato 8 aprile 2017

Cassa di espansione o espansione di cemento?

Tra due progetti, si sceglie il peggiore

Rete Ambiente Parma si è schierata da tempo contro la cassa d'espansione sul torrente Baganza a Casale di Felino progettata da progetto AIPO, l'Autorità di Bacino competente.
Troppa cementificazione, inutili lavori invasivi sul territorio, argini a valle alti 16 metri, costi elevati (55 milioni di euro) che diventeranno sicuramente di più in corso d'opera.
Ma soprattutto un'opera mastodontica, sproporzionata, simile a quella di Marano, che resterà vuota ed inutilizzata.
Assolutamente necessario dare sicurezza alla città, ma per questo esisteva già un progetto della Provincia con dati messi a disposizione dall'università.


Tre casse in linea lungo l'asta del torrente e soprattutto su aree demaniali dell'alveo, senza l'esborso di 5 milioni di euro per l'esproprio dei 50 ettari di privati,come previsto da progetto AIPO.
Una cassa sotto Calestano con capacità di circa 600.000 metri cubi, l'altra al Casale con capacità di 2.300.000 metri cubi e la terza in zona Collecchio di circa 700.000 metri cubi.
In totale, circa 3,6 milioni di metri cubi di capacità di invaso.
Quella di AIPO è solo un milione in più.
Con il progetto della Provincia ci sarebbe anche la metà degli inerti da scavo, che per AIPO sono 3,2 milioni di metri cubi.
Ghiaie e sabbie tutte utilizzate nella messa in opera dei tre manufatti, mentre AIPO dice di avere 1,2 milioni di inerti in sovrannumero che dovranno essere piazzati e venduti, con ulteriore perdita di tempo e via vai di camion.
Alla messa in sicurezza della città deve accompagnarsi quella di tutta l'asta del torrente, soprattutto della sua parte collinare e montana, in cui l'alveo è stato fortemente cementificato e quindi a rischio.
Tra le alternative che AIPO prende in esame non nomina mai tale progetto esistente, accampando come motivazione definitiva quella di mettere in sicurezza l'abitato di Colorno.
Ma per tale obiettivo basterebbe un'altra piccola cassa a valle della città.
In sostanza, la spesa sarebbe poco più della metà di quella prevista da AIPO e i vantaggi sarebbero molteplici.
Tranne la cassa sotto Calestano che dovrebbe restare sempre vuota, le altre potrebbero trattenere l'acqua delle piene primaverili e fornirla d'estate ad un territorio che ne è già gravemente carente al punto di servirsi delle acque reflue per la campagna.
La soluzione della Provincia permetterebbe di dare un assetto al sistema idrologico della valle Baganza tale da sistemare una volta per tutte la viabilità della provinciale sempre soggetta a frane ed interruzioni.
Riteniamo infine che il patrimonio boschivo dovrebbe costituire il maggior presidio al ruscellamento lungo i versanti ed ai tempi di corrivazione.
In una valle stretta e con versanti ripidi, come quella del Baganza, non si dovrebbe fare il taglio raso del ceduo, ma trasformarlo in fustaia in modo da assestare al meglio con l'apparato radicale delle piante un terreno oltremodo franoso.
Il bosco ha la funzione di una spugna: trattiene l'acqua e la rilascia poco alla volta.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

sabato 29 marzo 2014

Bioenergie, davvero sostenibili?

Il grande bluff dei Paes

I cosiddetti comuni virtuosi si ergono paladini, a parole, dello sviluppo delle energie rinnovabili.
Ma l'effettiva sostenibilità di queste per l'ambiente e per la salute dei cittadini è tutta da dimostrare.
Alcuni comuni come Montechiarugolo, Neviano e Monchio hanno effettivamente realizzato impianti fotovoltaici di cui sono proprietari e da cui ricavano incentivi pubblici da investire in opere per i cittadini.
Ma mentre Montechiarugolo ha anche investito nell'illuminazione a led per il risparmio energetico, Monchio e Neviano si sono distinti per la costruzione di centrali termiche a cippato mancanti di filtri, con emissioni nocive ed fruibili solo da pochi cittadini.


Diverse amministrazioni hanno già presentato ai cittadini il Paes (piano di azione energie sostenibili), con il sostegno di qualche professore d'università, le famose competenze.
Qualcuno di questi (Setti dell'università di Bologna) ha storto il naso venendo a sapere che il comune in cui parlava (Felino) aveva già messo in cantiere la possibilità di bruciare grasso animale o cippato di legna per produrre energia elettrica.
Poi ha glissato, progetto già scritto e tanti saluti all'amico (?) ambiente.
In realtà nei Paes è stato inserito un po' di tutto.
Sia perché sono arrivati a cose già fatte, dopo che la speculazione si era già fatta in quattro per avere permessi come a Trecasali, Palanzano, Felino, Langhirano, Lesignano e a Noveglia di Borgotaro; ma soprattutto perché quelli del Paes non sono progetti concreti, ma solo piani teorici campati per aria, che chissà se verranno mai realizzati.
Intanto però si fa bella figura e ci si mostra con il petto gonfio.
Nei Paes c'è l'energia del fotovoltaico, ma dove sono stati costruiti tali parchi spesso l'energia non viene utilizzata e, ancora peggio, non viene ricavano nulla dagli incentivi, girati alle aziende costruttrici o alle finanziarie che hanno messo i soldi.
Nei Paes c'è l'eolico, anche se di eolico nella nostra provincia non se ne farà mai.
Nei Paes c'è il risparmio energetico, anche se progetti comunali ad esempio per isolare termicamente gli edifici non se ne conoscono.
Nei Paes c'è l'energia termica dal cippato di legna, per riscaldare condomini, di cui non esiste alcun esempio,
Nei Paes c'è il biogas dalle deiezioni animali e scarti agricoli, per produrre energia e biometano, ma una sola centrale a biogas da liquami, di soli 60 Kw, è attiva a Basilicanova, e del progetto per la connessione del biometano alla rete neanche l'ombra.
Del fotovoltaico non parla più nessuno, gli incentivi ormai sono finiti.
Dell'eolico meglio non parlare più, almeno dalle nostre parti, perché la gente di montagna si è giustamente ribellata alla cementificazione delle vette e dei crinali, con le finanziarie pronte a ghermire gli incentivi.
Restano le bioenergie, di cui si è parlato sabato scorso a Traversetolo.
Sono le centrali a combustione di biomasse e centrali a biogas.
Il bacino padano sopravvive sotto una cappa di polveri e di inquinanti.
Qualsiasi processo industriale di combustione che si aggiunga a quelli già esistenti è un assurdo nei termini, perché andrebbe ad aggiungere altri inquinanti in una zona già rossa.
Lo ha detto a chiare lettere Eriberto De Munari, direttore provinciale di Arpa, riferendosi all'inceneritore a grasso animale voluto a Felino da Citterio, in realtà mai avviato, ma approvato dal comune e della Provincia.
E' la stessa Provincia che ha voluto ad ogni costo l'inceneritore di Ugozzolo, per la fortuna di Iren, che si prende la sua fetta di profitti bruciando rifiuti, oggi locali, domani da ogni parte d'Italia.
E' la stessa amministrazione provinciale che ha rinnovato a Laterlite (Fornovo), l'autorizzazione a bruciare oli esausti d'acciaieria (veleni pericolosi) al posto del metano.
Solo la determinazione del comitato Giarola-Vaestano ha finora impedito che sorga a Palanzano un gassificatore da 1 Mwe, che brucerebbe più di 10 mila tonnellate di legna ogni anno.
Solo la forza del comitato di Trecasali ha impedito ad Eridania di impiantare un inceneritore a cippato di legna da 15 Mwe, che avrebbe bruciato più di 130 mila tonnellate di legna ogni anno.
Sono numeri che parlano da sé.
Nonostante tutto ciò, Regione, Provincia e sindaci vogliono impiantare in montagna una serie di centrali a combustione di cippato (otto già funzionanti o in costruzione), senza che sia installato alcun filtro per le emissioni, spacciando il multiciclone, che raccoglie solo le ceneri volanti, come sistema filtrante.
Queste centrali bruciano cippato fresco e manifestano quindi una cattiva combustione, producendo il doppio di emissioni delle moderne stufe a legna o a pellet (fonte Aiel).
Produrre energia elettrica bruciando legna è un'assurdità energetica perché l'efficienza è ridicola: dal 10% (come Monchio) al 15%.
Anche bruciare legna a livello industriale per produrre calore è una scelta errata.
Piccoli impianti non possono sopportare il costo dei filtri delle grandi centrali, come in Alto Adige. Si va così a sporcare una delle poche risorse della montagna, l'aria pulita.
Si crea un'ingiustizia sociale: i soldi della comunità vanno a vantaggio di pochi.
Una potente lobby di industriali investe e fa ricerca solo nella combustione dei rifiuti e delle biomasse.
Hera, A2A e Iren con i loro inceneritori, Termoindustriale con i motori endotermici per i cogeneratori, Aiel con le sue caldaie industriali a cippato e poi gassificatori, pirogassificatori, una rosa di mostri ammazza ambiente.
Una scelta a senso unico, indipendente dall'opinione della gente e dall'esigenza di rispettare l'ambiente. Una lobby che indirizza le scelte del Governo del paese, delle Regioni, delle amministrazioni locali, che uniformano le normative delle emissioni nocive ai livelli tecnologici raggiunti dai loro impianti.
Esiste un'altra via.
La pianura padana ha una quantità enorme di allevamenti industriali.
Le deiezioni costituiscono un grave problema per i suoli e le falde acquifere.
Centrali a biogas che digestino liquami produrrebbero una energia rinnovabile davvero sostenibile come il biometano. Biometano da autotrazione, ma soprattutto da mettere in rete, collegata a quelle già esistenti. Centrali il cui digestato, depurato dell'ammoniaca in eccesso, costituirebbe un ammendante naturale per i suoli agricoli e potrebbe sostituire i concimi di sintesi, ricavati chimicamente dal petrolio e dai suoi derivati.

Giuliano Serioli
28 marzo 2014

Rete Ambiente Parma

giovedì 27 febbraio 2014

Veri ecologisti cercasi

La Provincia, il finto green think, l'ondivago agire sull'ambiente

E' comparsa recentemente sui media la presa di posizione di Nicola Dall'Olio e Vincenzo Bernazzoli sulla necessità di non sforare i limiti del consumo di suolo, per Parma e Fontevivo non oltre il 10% di cementificazione.
La dichiarazione è stata fatta soprattutto in polemica con l'ipotesi della concessione da parte dell'amministrazione comunale di Parma di un terreno per un altro supermercato a Ugozzolo.
Un ulteriore cementificazione sicuramente deprecabile, anche se ereditata dalle precedenti amministrazioni.

Vediamo però di valutare il pulpito da cui è giunta la reprimenda.
In realtà il presidente della Provincia solo due anni fa voleva cementificare a tutto spiano.
Infatti durante la serata alla corale Verdi di venerdì scorso Liana Avanzini, responsabile ambiente territorio del Pd, ha affermato che non si poteva tacere che Bernazzoli nel 2011 presentava a Fontevivo un Psc con un consumo di suolo dal 13 al 19%, 43 ettari di terra da immolare al tondino.
E se lo dicono loro...
Il limite del 10% oggi elevato a icona dello pseudo ambientalismo de noantri era quindi decisamente superato.
L'evento a cui fa riferimento la responsabile ambiente è la presentazione del nuovo PSC di Fontevivo da parte dell’assessorato all’Urbanistica del Comune di Fontevivo.
Un incontro aperto al pubblico, svoltosi il 17 febbraio 2011, durante il quale venivano presentate le linee programmatiche dello strumento urbanistico.
Ecco le auliche e promettenti parole che presentavano il dibattito.
“Il Piano Strutturale di Fontevivo completa il suo percorso e arriva ai cittadini. In attesa del passaggio finale di approvazione in Consiglio comunale, infatti, il nuovo PSC sarà presentato al pubblico giovedì prossimo, 17 febbraio, alle ore 18.30 a Ponte Taro. L’incontro – a cui interverrà il presidente della Provincia Vincenzo Bernazzoli – sarà introdotto da Raffaella Pini. Seguirà un intervento del Presidente stesso e del sindaco di Fontevivo, Massimiliano Grassi, che affronterà le linee guida ed i criteri di individuazione del programma di sviluppo. Il compito di illustrare i contenuti del PSC spetterà all’architetto Sergio Beccarelli, che ha curato il Piano per la società Policreo srl. L’appuntamento si concluderà con un rinfresco”.
Evidentemente un piano ritenuto di grande qualità e visione.
Ma la retromarcia fu repentina.
L'assessore provinciale Ugo Danni corresse quell'impostazione, come si desume dalla risposta data a due consiglieri di opposizione.
Eccone il resoconto sulla stampa.
“PSC di Fontevivo: parlano gli atti. Danni risponde ai consiglieri del Pdl che hanno interrogato la Provincia: <Va ricordato ancora una volta - secondo Danni - che le scelte urbanistiche del territorio sono prerogativa dei rispettivi comuni. Siamo ora in attesa delle controdeduzioni che saranno elaborate da quel Comune materia su cui, come per tutti gli altri Comuni, ci sono stati fra gli uffici preposti dei due enti momenti di confronto>”.
Su un sito web il commento di un meravigliato lettore.
“Solo duemila metri quadrati. A tanto ammonterà la superficie che dovrà accogliere il nuovo polo logistico, direzionale e commerciale del Comune di Fontevivo previsto dal Psc (Piano sviluppo comunale) nell'area cosiddetta Case Rosi. Un progetto partito con ben altri volumi - 43 ettari, quanto l'abitato del comune, scrive il Nuovo di Parma - che la Provincia, d'accordo con l'Amministrazione del sindaco Pd Massimiliano Grassi alla fine ha deciso di ridimensionare nel nome del risparmio del suolo agricolo”.
Altro intervento.
Nonsolodisinformazione. “Si legge e si sente di tutto e di più, ma da profano mi piacerebbe
capire più precisamente come mai (motivazioni esatte) la provincia ha “bloccato” il PSC originario, redatto da un pool di architetti di comprovata esperienza?”.

Insomma un girovagare a casaccio, che non da certo nessun imprimatur di salvatori del suolo alla Provincia ed ai suoi funzionari, che oggi si stracciano le vesti di fronte al progetto di Ugozzolo.