Esporre con competenza e chiarezza le proprie idee.
Per favorire un’opposizione convinta e informata alle decisioni imposte dal potere amministrativo e politico.
La sicurezza della pianura si determina in montagna, mantenendo l'effetto spugna del manto boschivo.
La realtà attuale vede invece un disboscamento dissennato con tagli a raso.
Una sicurezza che non si costruisce attraverso dighe in montagna, la cui acqua trattenuta è la stessa che verrebbe a mancare nelle conoidi dei torrenti al loro sbocco nell'alta pianura.
Reteambiente ha già spiegato come impedire le alluvioni attraverso invasi a lato dei torrenti in cui sversare le piene e se necessario col rialzo degli argini e l'introduzione di fioratoi con cui allagare tratti di campagna a cui poi rifondere i danni. Un concetto di difesa attiva, già in parte delineato dal Consorzio di bonifica.
La spesa sarebbe molto inferiore a quella della grande opera, diga o cassa che sia.
Il problema di Colorno che va sott’acqua è causato, oltre che dall'imperizia nel far funzionare la cassa sul Parma, soprattutto dal fatto che il torrente si restringe molto nella bassa e l'acqua si innalza in proporzione. Per risolvere il problema di Colorno dovrebbe essere costruita una piccola cassa in golena prima dell'abitato, che metta definitivamente in sicurezza il paese.
I sindaci dicono che in montagna, in alcune decine di anni, il bosco ha preso il posto dei prati. Altrettanto vero è che da una decina di anni il taglio del bosco è invasivo, speculativo, industriale. Taglio raso con rilascio di matricine.
Piante sottolissime sempre sotto la norma (che prevede almeno 10 cm. di diametro delle stesse) che vengono spezzate regolarmente dalla neve e scalzate dall'acqua dei temporali. Quello che resta è un terreno fortemente acclive, privo di piante le cui radici siano in grado di trattenere il suolo, e costellato di cespuglieti per almeno dieci anni. Un bosco che tornerà a svolgere la sua funzione solo dopo venti o trent'anni.
Un cespuglietto in terreno fortemente acclive non trattiene il suolo come fanno le radici di un bosco. Questi versanti devastati con piogge forti franano a valle.
E' già successo a Pietta, a Marra, a Boschetto, ovunque i tagli si siano combinati con le frane.
Altro problema la scorta d'acqua per usi molteplici, che le casse d'espansione non affrontano nemmeno (devono sempre rimanere vuote). Qualcuno pensa di risolvere con dighe in montagna come la proposta di Franzini a Vetto.
Meglio sarebbe trattenere l'acqua delle piene in invasi lungo l'asta dei torrenti e usarla per innaffiare nella stagione secca. E' un'estensione della difesa attiva della Bonifica.
Il rilascio vitale minimo a valle di una diga, cui accennano i propugnatori delle dighe, quali falde rimpingua? Quelle di montagna? Ma lì la falda è già a livello superficiale. Mentre l'interruzione della corrente di subalveo che la diga comporta fa mancare l'acqua proprio dove è carente d'estate, in pianura, nelle conoidi alluvionali di sbocco dei torrenti.
In altre parole, che senso ha trattenere l'acqua in montagna con una diga, se la stessa fa mancare l'acqua in pianura?
E' assurdo.
Una diga in montagna, poi, per ripagare la spesa della cementificazione, dovrebbe produrre energia elettrica. Ma per produrla occorre che l'acqua nella diga sia al colmo o quasi perchè ci sia un salto sufficiente a mettere in moto la turbina. Ma allora quell'acqua non può andare da nessuna parte, non può essere portata giù per uso irriguo.
Inoltre, una diga crea un lago, cioè un consumo di suolo e di bosco. Quella massa d'acqua importante tende a basculare sui versanti, costituisce un fattore di pressione e di erosione sugli stessi, già portati di loro, per struttura sedimentaria, ad essere franosi.
Il lago sarò fonte di ulteriori condizioni di instabilità dei versanti.
Sono soluzioni senza vantaggi, ma con disastri assicurati.
Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio
"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
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domenica 11 febbraio 2018
martedì 9 maggio 2017
Istituzioni, Tibre, Insostenibilità
Tutto
è stato deciso fin dall'ottobre del 2015.
La
Provincia votò a favore della Tibre, la Regione affermò che la
priorità era la ferrovia, la ditta Pizzarotti si ritenne soddisfatta
dell'escamotage della Regione.
Così
il 1° tratto della Tibre era cosa fatta, con tanti saluti al
Coordinamento dei gruppi ambientali.
Raffaele
Donini, assessore regionale alle infrastrutture, ha sottolineato come
la Regione abbia lavorato alla proposta “ascoltando anche i
territori”, una affermazione che ha del surreale con tinte quasi
comiche.
Le
parole di Donnini “C’è stato un pronunciamento del Consiglio
provinciale di Parma; ribadiamo che per noi la priorità è il
potenziamento della linea ferroviaria Pontremolese, il secondo lotto
del Ti-bre è priorità 2”.
Il
primo tratto della Tibre è sottinteso che si farà, per lui e la
Regione è priorità 1, col benestare di PD e destra e l'assenza del
sindaco di Parma.
Il
commento della Provincia: "Il Consiglio provinciale ha approvato
un documento di indirizzo che recepisce l'importanza delle nuove
priorità impostate dal Governo su progetti strategici e fondi
correlati. Priorità pensate per spendere meglio le risorse realmente
a disposizione”.
Spendere
meglio i soldi? Con quei 9 chilometri che finiscono in mezzo alla
campagna, dopo averla rovinata?
"Finalmente
si punta sulle ferrovie" commenta il sindaco Federico
Pizzarotti: “Il mio parere sulla Tirreno-Brennero l'ho già
espresso ed è chiaro a tutti”.
Il
Coordinamento dei comitati contro le autostrade Cr-Mn e Ti-Bre sono
sconcertati per la mancata partecipazione del sindaco di Parma
all'Assemblea dei sindaci in Provincia, che ha dato sponda alle forze
di PD e centrodestra favorevoli all’autostrada Tibre.
Sempre
in priorità 1 la Regione propone inoltre un intervento da 50 milioni
per rendere funzionale il primo lotto del Ti-bre – di cui è
imminente l’avvio del cantiere – collegandolo (con una strada
ordinaria) alla Cispadana verso est.
La
consigliera Canova sulla TiBre chiede al Governo di verificare,
nelle more dell’approvazione del progetto esecutivo, se sussistono
le condizioni per evitare di realizzare il primo lotto del raccordo
autostradale Ti-Bre, relativo al tratto Fontevivo-San Quirico e di
destinare alla Pontremolese le risorse già stanziate.
La
scelta, dice, non è contro il trasporto su gomma, ma tra un’opera
utile e una inutile.
Vescovi
(PD) chiede al Consiglio: "Vogliamo veramente fare di Parma il
luogo delle eccellenze agro-alimentari? L’autostrada aumenterà
traffico e polveri sottili, aumentando il carico su questa area,
Fontevivo è il Comune con meno terreno fertile della Provincia”.
Si
vota sul documento della Provincia, che viene approvato. Contrari
solo due: Canova e Vescovi.
Regione
e Provincia hanno deciso contro i sindaci. Hanno parlato a vanvera di
Pontremolese per far passare il primo tratto della Tibre. Pizzarotti,
il sindaco, si è associato. Pizzarotti, il costruttore, ringrazia.
L'assemblea
dei sindaci, complice l'assenza di quello di Parma, si è fatta
tranquillamente beffare.
Forse
alcuni volevano solo far figura, non opporsi seriamente.
Ma
il territorio, che l'assessore Regionale Donini dice di aver
ascoltato, è d'accordo sul disastro che gli sta rovinando addosso?
Crediamo
proprio di no.
Giuliano
Serioli
Rete
Ambiente
Parma
salvaguardia
e sostenibilità del
territorio
locale
giovedì 4 maggio 2017
Comitato del Casale, no alla cassa di espansione di Aipo
I
cittadini di Casale di Felino hanno avuto notizia del progetto della
cassa di espansione sul torrente Baganza soltanto a cose fatte.
Ma
la normativa europea e nazionale prevede che la consultazione dei
cittadini sia contestuale all'elaborazione del progetto ed alla
normativa di VIA.
Così
non capiscono perché il territorio in cui vivono debba essere messo
a soqquadro da una cementificazione alta come un palazzo di 5 piani,
con via vai di camion di ghiaia per anni.
Si
chiedono come mai lo Studio di Impatto Ambientale (SIA) non abbia
preso in considerazione un progetto preesistente della Provincia, che
prevede 3 casse d'espansione lungo l'alveo del torrente tra Calestano
e Collecchio.
Meno
impattante sull'ambiente e sul loro territorio.
Sostengono
che la Sia non si sia svolta correttamente: nessuna valutazione di
opere alternative.
Lo
studio delle 3 casse della Provincia, del maggio 2015, non risulta
sottoposto a valutazione comparativa perché la comparazione è stata
effettuata tra il progetto preliminare di AIPO e quello definitivo.
Eppure
la normativa Ue per una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA)
include proprio una descrizione delle alternative pertinenti al
progetto, come mezzo per migliorare la qualità della valutazione
stessa.
Perfino
lo "Sblocca Italia" prevede che le risorse di contrasto al
rischio idrogeologico integrino la mitigazione del rischio con la
tutela del territorio.
Inoltre,
il Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) stabilisce che le opere di
laminazione delle piene, ovvero le casse d'espansione, si integrino
con quelle di riqualificazione del territorio, cioè col ripristino
dell'alveo del torrente e delle sue golene e con la laminazione
naturale delle piene.
Ma
da uno studio della Provincia sappiamo che in tutti questi anni le
aree esondabili del Baganza si sono dimezzate ad opera di occupazione
abusiva di suolo, antropizzazione e cementificazione.
Non
solo, la continua ed incontrollata asportazione di ghiaia lungo
l'alveo lo ha abbassato
di
un metro e mezzo trasformando le sue aree laterali in terrazzi
pensili.
Quando
il letto di un fiume si abbassa, altrettanto fa il livello della
falda freatica.
In
altre parole, l'acqua che scorre nel sottosuolo verso il fiume,
trovandolo più basso, si abbassa anch'essa con gravi problemi per il
pompaggio dai pozzi e per l'irrigazione dei campi.
E,
ancora più grave, si sviluppa il drenaggio delle argille che tendono
a comprimersi danneggiando la stabilità degli edifici costruiti
sopra.
Questo
è l'effetto che più temono gli abitanti del Casale, che gli strati
profondi delle argilliti risentano dell'abbassamento della falda che
un manufatto di quelle proporzioni provocherà fatalmente nel
sottosuolo.
Ma
la sicurezza della città, dopo la piena del 2014, deve essere
garantita. Non si discute.
E'
solo un problema di progetto: quale sia meno impattante per il
territorio ed altrettanto sicuro per la città.
Diventa
un problema di volumi. Quanti metri cubi d'acqua di piena possano
essere invasati con la cassa AIPO ( 4,7 milioni di metri cubi) e
quanti con le 3 casse ipotizzate dalla Provincia (3,6 milioni di
metri cubi).
Solo
1 milione di metri cubi differenza che AIPO afferma necessari per il
nodo di Colorno, per far si che la Parma non tracimi nella bassa.
Basterebbe,
allora, un piccolo invaso prima di Colorno a risolvere il problema.
Al
posto di una grosso manufatto 3 piccole casse lungo l'alveo.
Perché
non se ne è discusso prima? Perché non discuterne ora?
E
poi, come abbiamo sempre detto, occorre un progetto che serva a
garantire acqua al territorio dell'alta pianura che ne ha sempre più
bisogno.
Ma
siamo anche certi che si possano spostare fabbriche e case da quei
500 ettari di golena del Baganza persi per l'antropizzazione?
Risistemare
l'alveo è sacrosanto ma non è possibile farlo con petizioni di
principio che non tengono conto di quanto è successo.
Gli
amministratori che hanno fatto finta di niente quando si cementava
nell'alveo dovrebbero ammettere le loro responsabilità.
Infine,
qualcosa di cui nessuno parla, ma noi di Rete Ambiente si: occorre
fermare i tagli boschivi in val Baganza.
Tagli
rasi del ceduo con abbandono a terra delle ramaglie di cui l'ultima
piena si è alimentata.
La
conservazione del bosco è la garanzia principale contro il tempo di
corrivazione dell'acqua piovana lungo i versanti ripidi della val
Baganza.
Non
tagliare i boschi è la condizione fondamentale per impedire le frane
e gli effetti di un futuro di piogge sempre più intense in poco
tempo.
I
sindaci della valle devono impedire tagli che fanno solo danni al
territorio e non creano economia per i residenti.
Giuliano
Serioli
Rete
Ambiente
Parma
salvaguardia
e sostenibilità del
territorio
locale
lunedì 17 aprile 2017
L'assemblea al Montanara sulla cassa di espansione del Baganza
La
sala del Centro Giovani del Montanara è piccola e infelice, r molti
sono costretti a seguire da fuori.
Ai
tecnici, all'assessore Regionale Gazzolo ed ai politici accorsi a far
mostra di sé interessa poco, c'è solo da sbrigarsi per poter dire
di aver ottemperato alla VIA, di aver dialogato con la gente e
sentito le osservazioni.
Il
solito trittico di ingegneri AIPO, già ascoltati al cinema di
Felino, propinano slides e dati "scientifici" sul manufatto
mastodontico del Casale di Felino, che a valle ha argini alti come un
palazzo di 5 piani: 16 metri.
Lo
scavo, a detta dell'ing. Vergnani, produrrà 1,4 milioni di metri
cubi di ghiaia, che non verrà utilizzata e dovrà essere portata
altrove e venduta.
Ovvio
che ci penserà la grande impresa che avrà l'appalto. Pizzarotti?
Chi
solleva dubbi non viene ascoltato, né chi propone alternative in
base alla direttiva UE, che prescrive di non fare più opere simili
ma di mettere in sicurezza tutta l'asta del torrente con opere
minori.
I
sostenitori del progetto fanno leva sull'emergenza, sul pericolo per
la città capoluogo, anche se occorreranno 7 anni per completare i
lavori. Per loro il progetto della Provincia del giugno 2016 delle
tre casse in linea lungo l'asta del torrente neanche è da prendere
in considerazione.
Sostengono
che sia solo un'ipotesi di lavoro e non un progetto scientifico vero
e proprio, anche se in realtà è corredato da studi dell'università.
L'opposizione
al progetto dell'intero consiglio comunale di Felino neanche viene
presa in considerazione. D'altra parte il sindaco di Felino si è ben
guardato dall'esprimere la contrarietà del consiglio, mentre si
arrende alla competenza degli ingegneri, non capendo che è un
problema di scelte e non di conoscenze tecniche.
Le
scelte tecniche sono la conseguenza di orientamenti generali, e
quindi politici, come insegna la UE.
Non
riusciamo a capire perché AIPO non ha ritenuto di partire dallo
studio di fattibilità della Provincia del giugno 2015, che prevedeva
di mettere in sicurezza l'intera asta del torrente da Calestano a
Colorno, al costo di 31 milioni circa di euro.
Forse
perché la scelta di AIPO è quella di fare grandi casse in pianura,
come in tutta l'Emilia, a prescindere dagli impatti ambientali ed
economici?
La
cassa di Casale nello studio della Provincia non è una diga e non è
alta 16 metri, in quanto è previsto che l'invaso abbia una capienza
esattamente della metà di quello progettato da AIPO.
Il
Comitato del Casale ha sollevato preoccupazioni per l'impatto
ambientale dell'opera. Rileva, nelle sue osservazioni, i rischi per
l'abbassamento delle falde e la precarizzazione delle fondamenta
delle abitazioni nelle zone immediatamente circostanti il manufatto.
Il
comitato, con le osservazioni inviate all'ente, ha chiesto che il
progetto AIPO sia integrato con la messa in sicurezza di tutta l'asta
del torrente Baganza.
Giuliano
Serioli
Rete
Ambiente
Parma
salvaguardia
e sostenibilità del
territorio
locale
sabato 8 aprile 2017
Cassa di espansione o espansione di cemento?
Tra
due progetti, si sceglie il peggiore
Rete
Ambiente Parma si è schierata da tempo contro la cassa d'espansione
sul torrente Baganza a Casale di Felino progettata da progetto AIPO,
l'Autorità di Bacino competente.
Troppa
cementificazione, inutili lavori invasivi sul territorio, argini a
valle alti 16 metri, costi elevati (55 milioni di euro) che
diventeranno sicuramente di più in corso d'opera.
Ma
soprattutto un'opera mastodontica, sproporzionata, simile a quella di
Marano, che resterà vuota ed inutilizzata.
Assolutamente
necessario dare sicurezza alla città, ma per questo esisteva già un
progetto della Provincia con dati messi a disposizione
dall'università.
Tre
casse in linea lungo l'asta del torrente e soprattutto su aree
demaniali dell'alveo, senza l'esborso di 5 milioni di euro per
l'esproprio dei 50 ettari di privati,come previsto da progetto AIPO.
Una
cassa sotto Calestano con capacità di circa 600.000 metri cubi,
l'altra al Casale con capacità di 2.300.000 metri cubi e la terza in
zona Collecchio di circa 700.000 metri cubi.
In
totale, circa 3,6 milioni di metri cubi di capacità di invaso.
Quella
di AIPO è solo un milione in più.
Con
il progetto della Provincia ci sarebbe anche la metà degli inerti da
scavo, che per AIPO sono 3,2 milioni di metri cubi.
Ghiaie
e sabbie tutte utilizzate nella messa in opera dei tre manufatti,
mentre AIPO dice di avere 1,2 milioni di inerti in sovrannumero che
dovranno essere piazzati e venduti, con ulteriore perdita di tempo e
via vai di camion.
Alla
messa in sicurezza della città deve accompagnarsi quella di tutta
l'asta del torrente, soprattutto della sua parte collinare e montana,
in cui l'alveo è stato fortemente cementificato e quindi a rischio.
Tra
le alternative che AIPO prende in esame non nomina mai tale progetto
esistente, accampando come motivazione definitiva quella di mettere
in sicurezza l'abitato di Colorno.
Ma
per tale obiettivo basterebbe un'altra piccola cassa a valle della
città.
In
sostanza, la spesa sarebbe poco più della metà di quella prevista
da AIPO e i vantaggi sarebbero molteplici.
Tranne
la cassa sotto Calestano che dovrebbe restare sempre vuota, le altre
potrebbero trattenere l'acqua delle piene primaverili e fornirla
d'estate ad un territorio che ne è già gravemente carente al punto
di servirsi delle acque reflue per la campagna.
La
soluzione della Provincia permetterebbe di dare un assetto al sistema
idrologico della valle Baganza tale da sistemare una volta per tutte
la viabilità della provinciale sempre soggetta a frane ed
interruzioni.
Riteniamo
infine che il patrimonio boschivo dovrebbe costituire il maggior
presidio al ruscellamento lungo i versanti ed ai tempi di
corrivazione.
In
una valle stretta e con versanti ripidi, come quella del Baganza, non
si dovrebbe fare il taglio raso del ceduo, ma trasformarlo in fustaia
in modo da assestare al meglio con l'apparato radicale delle piante
un terreno oltremodo franoso.
Il
bosco ha la funzione di una spugna: trattiene l'acqua e la rilascia
poco alla volta.
Giuliano
Serioli
Rete
Ambiente
Parma
salvaguardia
e sostenibilità del
territorio
locale
sabato 29 marzo 2014
Bioenergie, davvero sostenibili?
Il grande bluff dei Paes
I cosiddetti comuni virtuosi si ergono
paladini, a parole, dello sviluppo delle energie rinnovabili.
Ma l'effettiva sostenibilità di queste
per l'ambiente e per la salute dei cittadini è tutta da dimostrare.
Alcuni comuni come Montechiarugolo,
Neviano e Monchio hanno effettivamente realizzato impianti
fotovoltaici di cui sono proprietari e da cui ricavano incentivi
pubblici da investire in opere per i cittadini.
Ma mentre Montechiarugolo ha anche
investito nell'illuminazione a led per il risparmio energetico,
Monchio e Neviano si sono distinti per la costruzione di centrali
termiche a cippato mancanti di filtri, con emissioni nocive ed
fruibili solo da pochi cittadini.
Diverse amministrazioni hanno già
presentato ai cittadini il Paes (piano di azione energie
sostenibili), con il sostegno di qualche professore d'università, le
famose competenze.
Qualcuno di questi (Setti
dell'università di Bologna) ha storto il naso venendo a sapere che
il comune in cui parlava (Felino) aveva già messo in cantiere la
possibilità di bruciare grasso animale o cippato di legna per
produrre energia elettrica.
Poi ha glissato, progetto già scritto
e tanti saluti all'amico (?) ambiente.
In realtà nei Paes è stato inserito
un po' di tutto.
Sia perché sono arrivati a cose già
fatte, dopo che la speculazione si era già fatta in quattro per
avere permessi come a Trecasali, Palanzano, Felino, Langhirano,
Lesignano e a Noveglia di Borgotaro; ma soprattutto perché quelli
del Paes non sono progetti concreti, ma solo piani teorici campati
per aria, che chissà se verranno mai realizzati.
Intanto però si fa bella figura e ci
si mostra con il petto gonfio.
Nei Paes c'è l'energia del
fotovoltaico, ma dove sono stati costruiti tali parchi spesso
l'energia non viene utilizzata e, ancora peggio, non viene ricavano
nulla dagli incentivi, girati alle aziende costruttrici o alle
finanziarie che hanno messo i soldi.
Nei Paes c'è l'eolico, anche se di
eolico nella nostra provincia non se ne farà mai.
Nei Paes c'è il risparmio energetico,
anche se progetti comunali ad esempio per isolare termicamente gli
edifici non se ne conoscono.
Nei Paes c'è l'energia termica dal
cippato di legna, per riscaldare condomini, di cui non esiste alcun
esempio,
Nei Paes c'è il biogas dalle deiezioni
animali e scarti agricoli, per produrre energia e biometano, ma una
sola centrale a biogas da liquami, di soli 60 Kw, è attiva a
Basilicanova, e del progetto per la connessione del biometano alla
rete neanche l'ombra.
Del fotovoltaico non parla più
nessuno, gli incentivi ormai sono finiti.
Dell'eolico meglio non parlare più,
almeno dalle nostre parti, perché la gente di montagna si è
giustamente ribellata alla cementificazione delle vette e dei
crinali, con le finanziarie pronte a ghermire gli incentivi.
Restano le bioenergie, di cui si è
parlato sabato scorso a Traversetolo.
Sono le centrali a combustione di
biomasse e centrali a biogas.
Il bacino padano sopravvive sotto una
cappa di polveri e di inquinanti.
Qualsiasi processo industriale di
combustione che si aggiunga a quelli già esistenti è un assurdo nei
termini, perché andrebbe ad aggiungere altri inquinanti in una zona
già rossa.
Lo ha detto a chiare lettere Eriberto
De Munari, direttore provinciale di Arpa, riferendosi
all'inceneritore a grasso animale voluto a Felino da Citterio, in
realtà mai avviato, ma approvato dal comune e della Provincia.
E' la stessa Provincia che ha voluto ad
ogni costo l'inceneritore di Ugozzolo, per la fortuna di Iren, che si
prende la sua fetta di profitti bruciando rifiuti, oggi locali,
domani da ogni parte d'Italia.
E' la stessa amministrazione
provinciale che ha rinnovato a Laterlite (Fornovo), l'autorizzazione
a bruciare oli esausti d'acciaieria (veleni pericolosi) al posto del
metano.
Solo la determinazione del comitato
Giarola-Vaestano ha finora impedito che sorga a Palanzano un
gassificatore da 1 Mwe, che brucerebbe più di 10 mila tonnellate di
legna ogni anno.
Solo la forza del comitato di Trecasali
ha impedito ad Eridania di impiantare un inceneritore a cippato di
legna da 15 Mwe, che avrebbe bruciato più di 130 mila tonnellate di
legna ogni anno.
Sono numeri che parlano da sé.
Nonostante tutto ciò, Regione,
Provincia e sindaci vogliono impiantare in montagna una serie di
centrali a combustione di cippato (otto già funzionanti o in
costruzione), senza che sia installato alcun filtro per le emissioni,
spacciando il multiciclone, che raccoglie solo le ceneri volanti,
come sistema filtrante.
Queste centrali bruciano cippato fresco
e manifestano quindi una cattiva combustione, producendo il doppio
di emissioni delle moderne stufe a legna o a pellet (fonte Aiel).
Produrre energia elettrica bruciando
legna è un'assurdità energetica perché l'efficienza è ridicola:
dal 10% (come Monchio) al 15%.
Anche bruciare legna a livello
industriale per produrre calore è una scelta errata.
Piccoli impianti non possono sopportare
il costo dei filtri delle grandi centrali, come in Alto Adige. Si va
così a sporcare una delle poche risorse della montagna, l'aria
pulita.
Si crea un'ingiustizia sociale: i soldi
della comunità vanno a vantaggio di pochi.
Una potente lobby di industriali
investe e fa ricerca solo nella combustione dei rifiuti e delle
biomasse.
Hera, A2A e Iren con i loro
inceneritori, Termoindustriale con i motori endotermici per i
cogeneratori, Aiel con le sue caldaie industriali a cippato e poi
gassificatori, pirogassificatori, una rosa di mostri ammazza
ambiente.
Una scelta a senso unico, indipendente
dall'opinione della gente e dall'esigenza di rispettare l'ambiente.
Una lobby che indirizza le scelte del Governo del paese, delle
Regioni, delle amministrazioni locali, che uniformano le normative
delle emissioni nocive ai livelli tecnologici raggiunti dai loro
impianti.
Esiste un'altra via.
La pianura padana ha una quantità
enorme di allevamenti industriali.
Le deiezioni costituiscono un grave
problema per i suoli e le falde acquifere.
Centrali a biogas che digestino liquami
produrrebbero una energia rinnovabile davvero sostenibile come il
biometano. Biometano da autotrazione, ma soprattutto da mettere in
rete, collegata a quelle già esistenti. Centrali il cui digestato,
depurato dell'ammoniaca in eccesso, costituirebbe un ammendante
naturale per i suoli agricoli e potrebbe sostituire i concimi di
sintesi, ricavati chimicamente dal petrolio e dai suoi derivati.
Giuliano Serioli
28 marzo 2014
Rete Ambiente Parma
giovedì 27 febbraio 2014
Veri ecologisti cercasi
La Provincia, il finto green think,
l'ondivago agire sull'ambiente
E' comparsa recentemente sui media la
presa di posizione di Nicola Dall'Olio e Vincenzo Bernazzoli sulla
necessità di non sforare i limiti del consumo di suolo, per Parma e
Fontevivo non oltre il 10% di cementificazione.
La dichiarazione è stata fatta
soprattutto in polemica con l'ipotesi della concessione da parte
dell'amministrazione comunale di Parma di un terreno per un altro
supermercato a Ugozzolo.
Un ulteriore cementificazione
sicuramente deprecabile, anche se ereditata dalle precedenti
amministrazioni.
Vediamo però di valutare il pulpito da
cui è giunta la reprimenda.
In realtà il presidente della
Provincia solo due anni fa voleva cementificare a tutto spiano.
Infatti durante la serata alla corale
Verdi di venerdì scorso Liana Avanzini, responsabile ambiente
territorio del Pd, ha affermato che non si poteva tacere che
Bernazzoli nel 2011 presentava a Fontevivo un Psc con un consumo di
suolo dal 13 al 19%, 43 ettari di terra da immolare al tondino.
E se lo dicono loro...
Il limite del 10% oggi elevato a icona
dello pseudo ambientalismo de noantri era
quindi decisamente superato.
L'evento a cui fa riferimento la
responsabile ambiente è la presentazione del nuovo PSC di Fontevivo
da parte dell’assessorato all’Urbanistica del Comune di
Fontevivo.
Un incontro aperto al pubblico,
svoltosi il 17 febbraio 2011, durante il quale venivano presentate le
linee programmatiche dello strumento urbanistico.
Ecco le auliche e promettenti parole
che presentavano il dibattito.
“Il Piano Strutturale di Fontevivo
completa il suo percorso e arriva ai cittadini. In attesa del
passaggio finale di approvazione in Consiglio comunale, infatti, il
nuovo PSC sarà presentato al pubblico giovedì prossimo, 17
febbraio, alle ore 18.30 a Ponte Taro. L’incontro – a cui
interverrà il presidente della Provincia Vincenzo Bernazzoli –
sarà introdotto da Raffaella Pini. Seguirà un intervento del
Presidente stesso e del sindaco di Fontevivo, Massimiliano Grassi,
che affronterà le linee guida ed i criteri di individuazione del
programma di sviluppo. Il compito di illustrare i contenuti del PSC
spetterà all’architetto Sergio Beccarelli, che ha curato il Piano
per la società Policreo srl. L’appuntamento si concluderà con un
rinfresco”.
Evidentemente un piano ritenuto di
grande qualità e visione.
Ma la retromarcia fu repentina.
L'assessore provinciale Ugo Danni
corresse quell'impostazione, come si desume dalla risposta data a due
consiglieri di opposizione.
Eccone il resoconto sulla stampa.
“PSC di Fontevivo: parlano gli atti.
Danni risponde ai consiglieri del Pdl che hanno interrogato la
Provincia: <Va ricordato ancora una volta - secondo Danni - che le
scelte urbanistiche del territorio sono prerogativa dei rispettivi
comuni. Siamo ora in attesa delle controdeduzioni che saranno
elaborate da quel Comune materia su cui, come per tutti gli altri
Comuni, ci sono stati fra gli uffici preposti dei due enti momenti di
confronto>”.
Su un sito web il commento di un
meravigliato lettore.
“Solo duemila metri quadrati. A tanto
ammonterà la superficie che dovrà accogliere il nuovo polo
logistico, direzionale e commerciale del Comune di Fontevivo previsto
dal Psc (Piano sviluppo comunale) nell'area cosiddetta Case Rosi. Un
progetto partito con ben altri volumi - 43 ettari, quanto l'abitato del comune,
scrive il Nuovo di Parma - che la Provincia, d'accordo con
l'Amministrazione del sindaco Pd Massimiliano Grassi alla fine ha
deciso di ridimensionare nel nome del risparmio del suolo agricolo”.
Altro intervento.
Nonsolodisinformazione. “Si legge e
si sente di tutto e di più, ma da profano mi piacerebbe
capire più precisamente come mai
(motivazioni esatte) la provincia ha “bloccato” il PSC
originario, redatto da un pool di architetti di comprovata
esperienza?”.
Insomma un girovagare a casaccio, che
non da certo nessun imprimatur di salvatori del suolo alla Provincia
ed ai suoi funzionari, che oggi si stracciano le vesti di fronte al
progetto di Ugozzolo.
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