"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)

mercoledì 14 marzo 2012

La città, il territorio, l'ambiente: dieci proposte per il presente

La città, il territorio, l'ambiente

Dieci proposte per il presente

Trentadue sforamenti in due mesi delle polveri sottili (PM 10) rispetto alla norma, costituiscono un terribile primato per la nostra città.
Qualcuno ha pensato (il commissario Ciclosi) che chiudere il centro al traffico auto il giovedì e la domenica possa essere una misura utile a contrastarlo.
Legambiente si è congratulata per la diminuzione dei valori, in un giorno peraltro in cui il traffico da e per la città è già basso di suo. In realtà si è trattata di una ulteriore selezione economica dei cittadini: per chi ha auto vecchie ed abita in centro niente gita in collina od altro.
Noi crediamo sia solo un provvedimento di facciata, giusto per mostrare di far qualcosa, come già in passato era stato fatto dalle giunte precedenti.

Crediamo non basti.
Siamo convinti che l'ambiente e il suo degrado siano l'espressione diretta di un assetto produttivo e commerciale dominato dalla speculazione e dal consumismo.
Assetto che non è più sostenibile.
Una città che ha cementificato il verde agricolo tutt'attorno trasformandolo in aree edificabili, in cantieri abbandonati, creando in tal modo montagne di debiti.
Ma il futuro della città rischia di prospettarsi ancora più fosco.

Ecco la lista della spesa.
La messa in opera dell'inceneritore di Ugozzolo che brucerà 130 mila tonnellate di rifiuti, la richiesta recente di una centrale a biomassa a Paradigna che bruci scarti di macellazioni animali, la richiesta di Eridania Saddam di una centrale a biomassa a Trecasali in grado di bruciare più di 150 mila tonnellate di cippato di legna e un'altra ancora a S. Secondo che brucerebbe 100 mila tonnellate di sorgo erbaceo da coltivazione dedicata.

Quali risultati arriverebbero se non un vero e proprio avvelenamento dell'aria che respiriamo?

Un vero e proprio disastro.
Altrettanto importante, oltre la denuncia, la proposta.

Ed eccone alcune, da approfondire e discutere.

1- Rinnovare il parco del trasporto pubblico sostituendo con motori elettrici quelli a gasolio, che sono la gran maggioranza. Attrezzare una stazione di ricarica dei mezzi a trazione elettrica, direttamente con l'energia prodotta da impianti fotovoltaici cittadini, come già progetta di fare il comune di Correggio. 
Dotare i parcheggi scambiatori di servizi, accrescendone il numero: almeno 8, uno per ogni asse viario, rispetto ai 5 attuali. Incentivarne economicamente l'uso, come già sta facendo il comune di
Reggio Emilia, tramite la concessione di biglietti bus gratuiti per il centro.
Dotare la cerchia dei viali di un circuito bus continuativo, condotto da piccoli mezzi in grado di garantire un servizio agile di spostamenti, tale da essere complementare con l'abbandono delle auto nei parcheggi scambiatori.

2- Costituire una ESCo comunale per produrre energia, in grado di superare le limitazioni del patto di stabilità per le amministrazioni locali. Riuscire, in tal modo, ad accedere ai finanziamenti del fondo rotativo di Kyoto della cassa depositi e prestiti dello stato per iniziative di risparmio energetico e di produzione di energia rinnovabile.

3- Tramite la ESCo comunale, avviare un progetto di produzione di energia elettrica tramite pannelli fotovoltaici posati direttamente sui tetti degli edifici pubblici e anche delle case dei cittadini, accedendo in tal modo agli incentivi pubblici del GSE.

4- Tramite la ESCo, avviare un progetto di risparmio energetico a partire dagli edifici pubblici, arrivando a coinvolgere anche gli edifici dei cittadini, invogliandoli a partecipare coi loro stessi risparmi. Smuovendo così il mercato dell'edilizia e creando lavoro.

5- A partire dall'esperienza dei gruppi di acquisto solidale e dai mercatini spontanei, avviare un progetto di nascita di mercati rionali di prodotti biologici certificati, provenienti dal territorio.

6- In accordo coi comuni del territorio, promuovere ed incentivare economicamente la nascita e lo sviluppo di aziende a produzione agricola biologica e la nascita di allevamenti animali di tipo non industriale, tramite la concessione in uso di fondi dismessi e case coloniche abbandonate.

7- Favorire la trasformazione delle attuali iniziative di banche commerciali o di carattere etico in un'iniziativa unica di banca del territorio, controllata dalle amministrazioni e in grado di poter finanziare gli obiettivi sopra delineati.


Giuliano Serioli

lunedì 12 marzo 2012

Sulle biomasse


L'ambiente si interfaccia all'economia. E' sempre stato così, ma ora che lo sviluppo produttivo ha raggiunto i confini del mondo non c'è più un altrove da cui continuare a prelevare risorse gratis e senza evidenti conseguenze. Ogni aspetto del processo produttivo non può far a meno di consumare risorse in modo sempre più accelerato, sottraendole all'ambiente anche qui da noi e finendo coll'impoverirlo sempre più, se 
non addirittura con l'avvelenarlo.
Tale giustapposizione è ancora più evidente da quando il sistema produttivo si è buttato sulle risorse rinnovabili per ricavarne energia, sulle biomasse in particolare.
I campi e i coltivi alimentari sono rimaneggiati per far posto alle coltivazioni energetiche : cereali per la produzione di etanolo; piante oleaginose ( colza e soia ) per ricavare biodisel; insilato di mais, sorgo erbaceo e pioppeti biennali per alimentare inceneritori per la produzione di energia elettrica.
I boschi, che la Comunità Europea dichiara patrimonio intoccabile, vengono diradati per alimentare il mercato della legna da ardere, il mercato del pellet e quello del cippato con cui alimentare inceneritori termoelettrici.
Ora, perfino le biomasse animali non sfuggono a tale predazione.
Per il sistema agroindustriale è molto più conveniente bruciare scarti di macellazione da cui ricavare elettricità e incentivi pubblici che non produrre mangimi.
Produrre sta diventando secondario. Principale è far soldi, accrescere il budget finanziario.

Rossano Ercolini, di ambientefuturo, ha stilato una lista di centrali a biomassa per produrre elettricità che costellano tutto il nostro paese, ma che hanno infarcito in modo particolare la Puglia e la Calabria.
Centrali funzionanti a Cutro, Rossano,Laino, Strongoli,Crotone, Rende (in Calabria) per più di 1.200.000 tonnellate di biomasse bruciate. A Casarano, Monopoli, Massafra, Molfetta, Manfredonia( in Puglia) per più di 700.000 tonnellate di biomasse bruciate.
Tutte di proprietà di aziende del Nord o straniere, come ENEL, MACCAFERRI, MARCEGAGLIA, ERIDANIA, attirate dalla massa di soldi facili degli incentivi.
Ma altre decine di progetti di centrali tra i 10 e i 50 Mw sono già presentati ai comuni del Sud per la VIA, per bruciare olio di palma e scarti di legname da deforestazione fatti arrivare da oltreoceano via nave nei porti di Taranto e Crotone.
Pare proprio che il Pdl abbia spianato la strada a Confindustria per l'accaparramento degli incentivi pubblici, i certificati verdi, i soldi delle nostre bollette.
Anche al Nord sono sorte centrali a biomassa di grossa taglia, tipo quella da 38 Mw a Brunico, ma quasi tutte sono concentrate in Alto Adige e in Trentino. Sono nate per bruciare scarti di segheria  (segatura) e ricavarne calore ad uso industriale o da riscaldamento, come quasi tutte quelle presenti nei paesi alpini o nella scandinavia. Ma dopo gli accordi di KYOTO (1997) e la loro adozione da parte della Comunità Europea (2002), gli stati le hanno dotate di incentivi per produrre energia elettrica.
Da allora fanno cogenerazione, cioè producono anche energia elettrica. 
Hanno raggiunto una potenza complessiva di 150 Mw e bruciano circa 250.000 tonnellate di cippato annue. Ma quasi niente viene dal taglio dei boschi, se non segatura dal taglio dell'industria del legno che importa anche molto legname dall'estero. Il resto del cippato viene dall'Appennino o addirittura da Rotterdam via nave. Così le abetaie non 
vengono tagliate e il preziosissimo turismo non ne risente. I soldi ricavati li hanno investiti nel teleriscaldamento recuperando il calore prodotto nelle centrali e sostituendo così il gasolio da riscaldamento.
Furbi, hanno messo soldi anche nei filtri, non limitandosi a quelli meccanici a ciclone, ma introducendo quelli a maniche ed elettrostatici, molto più costosi, per ovviare il più possibile alle emissioni nocive. 
Hanno potuto farlo perchè, come afferma Federico Valerio, le centrali a cogenerazione diventano economiche sopra i 20 Mw, quando il loro rendimento diventa più efficiente.
Sulla base dell'esperienza dell'Alto Adige, Spinelli e Seknus, rispettivamente del CNR e dell'università di Friburgo, hanno fatto una ricerca nel Nord-est per cercare di costruire un mercato del cippato che permettesse  l'approvigionamento di centrali per il teleriscaldamento.
La conclusione cui sono giunti è che il mercato della legna da ardere è più conveniente di quello del cippato, per cui sarebbe  necessario far nascere da zero delle cooperative di taglio industriale che, oltre al tondame, fossero in grado di utilizzare anche le ramaglie e i cimali, in pratica tutto quello che i boscaioli lasciano sul posto a marcire. In pratica, secondo loro, le regioni dovrebbero finanziare tali cooperative 
dotandole di harwester a bracci allungabili per il taglio a pianta intera, di trattori con rimorchi e di cippatrici.  Strumenti che permetterebbero loro di fare il taglio industriale. Questo consisterebbe nel diradamento al 50% dei boschi, ricavando circa 50 tonnellate per ettaro.
Attualmente i boscaioli applicano il taglio raso nel ceduo con rilascio di matricine ed ottengono circa 100 t. per ettaro.
In pratica costoro teorizzano che i boschi delle Prealpi e dell'Appennino potrebbero essere dimagriti del 50% per dar vita a piccole centrali sotto il Mw, a filiera corta, per produrre teleriscaldamento ed elettricità.
Il Pd del Piemonte ha adottato in pieno tale studio, formulando nel 2009 il progetto Bresso che prevedeva il diradamento dei boschi per alimentare decine di centrali a cogenerazione a filiera corta per produrre da biomasse almeno il 10% dell'energia necessaria alla Regione.
Il WWF si oppose fermamente.
La regione Toscana, l'Emilia R. e il Pd seguono la stessa strada dei finanziamenti per sviluppare il taglio industriale, il diradamento dei boschi e la costruzione di un mercato del cippato.
Parlano, però, solo di filiera corta e di centrali per il teleriscaldamento. Certo che, a differenza dei paesi prealpini popolosi e con un'industria turistica fiorente, il teleriscaldamento in borghi appenninici semiabbandonati sembra proprio un controsenso : 3/4 delle case sono chiuse quasi tutto l'anno e la gente ha la legna da bruciare 
gratis.
Eppure ne vogliono costruire a decine.
Proprio Dall'Olio, il competitor di Bernazzoli alle primarie del Pd a Parma è quello che in un documento della Provincia afferma che nella nostra montagna se ne potrebbero costruire una trentina.
Finanziate coi fondi FAS (fondi aree sottoutilizzate : 3/4 dalla UE e 1/4 dalla Regione), tali centrali si stanno diffondendo nei paesi semiabbandonati della montagna.
Sono considerate virtuose perchè non si propongono di fare cogenerazione per produrre anche energia elettrica e quindi non accedono agli incentivi per trarne profitto. Sono considerate sostenibili perchè a filiera corta (rifornite nell'ambito locale, massimo 70 Km).

In realtà sono antieconomiche, inquinanti e non producono lavoro.

Ne sono una prova le 3 centrali funzionanti nella nostra montagna.
In quella di Borgotaro-ospedale (700 Kw, costo 500.000 euro) hanno dovuto smettere di bruciare cippato fresco perchè bruciava male, aveva un basso rendimento calorifico e produceva grandi quantità di fumo e di  ceneri.
Hanno dovuto rifornirsi di cippato di legna stagionata ( meno umida) e ricorrere alla centrale a metano, ancora esistente nell'ospedale, per abbattere i bassi termici di quella a cippato ed evitare così di appestare l'aria di un  ospedale.
In quella di Monchio (923 Kw, costo 650.000 euro) hanno già speso altri 100.000 euro in teleriscaldamento ( costo 500 euro al metro) solo per allacciare 5 edifici comunali. Funziona solo al 20% della sua capacità e brucia il 50% in più di cippato perchè l'umidità di questo ne abbassa il rendimento e ne aumenta di molto le emissioni e le ceneri. Queste arrivano in pratica al 5% della massa bruciata (150 q. su 3.000 q.).
Dove smaltirle? Nei boschi, naturalmente. Ma in un ettaro di bosco, stando alla normativa, ce ne possono andare solo 8 o 10 q. e poi per 30 anni non se ne parla più.
Finirà che riempiranno i boschi di cenere, che non è solo composta di di K, Ca e Mg, macroelementi della fertilità, ma anche di metalli pesanti in quantità tossica per il sottobosco.
Nella centrale di Palanzano (700 Kw, suddivisa in 2 caldaie da 350 Kw, costo 426.000 euro) di fronte agli stessi problemi di Monchio nel bruciare cippato fresco (50% di umidità, con forti emissioni nocive e grosse quantità di ceneri) hanno pensato di bruciare pellet di provata tracciabilità (10% di umidità e dieci volte in meno di emissioni e ceneri).
A quel punto devono essersi anche detti che la centrale era inutile e costosa.
Sarebbe bastato dotare i 5 edifici di caldaie automatiche a pellet da 60 Kw di potenza, capaci di riscaldare fino ad 800 m2 di superficie e dal costo di 36.000 euro (iva e installazione comprese), detraibili al 55% in 10 anni. In tal modo il costo reale di ognuna di loro sarebbe stato di 16.000 euro e quello complessivo di 80.000
In sostanza, la centrale di Borgotaro, pur inquinante e fuori luogo all'interno di un ospedale, dal punto di vista della combustione del cippato costituisce un'anomalia irripetibile e costosa.
La centrale di Palanzano ha dimostrato che bruciare cippato fresco ricavato dal taglio industriale a pianta intera è un'assurdità in termini di rendimento e di emissioni, al punto da ridursi a bruciare pellet, combustibile costoso e tipico delle caldaie famigliari.
La centrale di Monchio, con il suo basso rendimento, le emissioni nocive e l'alta percentuale in peso di ceneri costituisce l'effettivo prototipo di resa delle altre quattro centrali di cui è già stato stanziato il finanziamento nella nostra provincia : Neviano, Calestano, Berceto e Varano Melegari.

L'impressione è che questi inceneritori costosi e sottoutilizzati finiranno per fare anche cogenerazione. Una volta installati e fallito il collegamento del teleriscaldamento coi privati, le amministrazioni diranno che è uno spreco non ricavare anche energia elettrica e stupido non intascare i soldi degli incentivi.
A quel punto, però, il problema emissioni nocive e volume di ceneri diventerà molto più grosso.
Infatti il rendimento delle centrali nel fare cogenerazione è così basso (15- 18%) che occorrerà bruciare 5 volte più cippato che non per produrre solo calore.
Occorrerà, come del resto era stato preventivato in Piemonte, un diradamento massiccio dei boschi, già fortemente intaccati dalla speculazione della legna da ardere.

Le centrali a biomassa del nostro Appennino diventeranno così un'ulteriore fattore di degrado della montagna, contribuendo al rimaneggiamento dei boschi, al consumo di acqua (raffreddamento delle caldaie), all'infertilità dei suoli (ceneri), all'inquinamento dell'aria.
Il tutto senza minimamente creare occupazione o traino per la già disastrata economia locale.
Soldi buttati, che andrebbero diversamente investiti nella ristrutturazione dei borghi per il risparmio energetico e per lo sviluppo turistico di qualità.


Serioli Giuliano

giovedì 8 marzo 2012

Cave ofiolitiche, rischio negato

Le recenti notizie di stampa relative alle dichiarazioni dell’assessore regionale alla sanità Carlo Lusenti ci offrono l’ opportunità di ritornare a riflettere sul significato dei dati forniti, correlati alla questione "Cave ofiolitiche"

Numeri e percentuali
Premesso che l'epidemiologia è una scienza statistica con finalità di prevenzione e non può essere usata a posteriori per mettere in dubbio realtà scientifiche già accertate, lasciamo agli epidemiologi le analisi e le interpretazioni approfondite dei dati e soffermiamoci soltanto su quella che appare l’ anomalia più evidente ovvero il tasso di incidenza del mesotelioma maligno nel sesso femminile che, sulla base dei dati aggiornati al dicembre 2011, risulterebbe in provincia di Parma pari a 1,9 casi ogni 100.000 residenti e quindi quasi il doppio rispetto alla media regionale pari all’ 1%. Questo dato non è una novità infatti l’anomalia risultava già evidente nel terzo rapporto ReNaM. Sulla base di quei dati, nelle osservazioni al PAE ( protocollo il 12 aprile 2011 ) nel Comune di Bardi, contrarie alla riapertura delle cave ofiolitiche in quanto fonti di disseminazione di nuove fibre di amianto, ISDE Parma affermava:
"Dal Registro Nazionale Mesoteliomi (ReNaM) risulta che a Parma il tasso nel sesso femminile, nell' ambito di una preoccupante tendenza alla crescita dell’ incidenza, sia attualmente il più alto della regione Emilia Romagna."
E ancora più avanti
"Sottolineiamo un altro dato: nelle statistiche nazionali i morti per mesotelioma sono più frequenti nei maschi che nelle donne, con un rapporto di tre a uno circa, significativo per esposizione lavorativa ( per la ragione che fra i lavoratori si contano molti più maschi rispetto alle femmine), mentre per i Comuni con cave ofiolitiche questo rapporto è quasi di uno a uno, dato questo da ritenersi indice di esposizione ambientale."
Dunque se abbiamo ben interpretato il dato, oggi possiamo dire che in provincia di Parma i casi osservati tra le donne sono pari al 90% in più dei casi attesi e quindi interpretiamo questo dato come conferma di una prevista quanto preoccupante tendenza. Una anomalia a cui nessuno ancora oggi ha ritenuto di dover dare una interpretazione seria.


Prescrizioni e deliberazioni
Focalizziamo ora la nostra attenzione sugli eventi locali ricordando ad improvvidi, quanto inadeguati amministratori, che ad ognuno dei soggetti coinvolti nelle determinazioni di rilevanza pubblica compete un ruolo suo proprio e in questa divisione dei compiti non si può chiedere agli organi tecnici di supporto di sostituirsi nel momento decisionale, così come si è maldestramente tentato di fare nel comune di Bardi.
Cerchiamo di spiegarci meglio.
Le attività estrattive su matrice ofiolitica sono normate dall’ allegato 4 del D.M. 14.05.1996.
ARPA e Ausl nel rilascio dei propri pareri si dovranno attenere esclusivamente al dettato normativo ovvero verificare, in fase preventiva, la conformità dei progetti alle norme, e, ad attività avviata, il rispetto delle prescrizioni di legge; dunque sulla carta un "parere favorevole" preventivo è praticamente obbligato.
Vediamo allora nei dettagli cosa dicono i documenti.

Arpa :
- Il PAE recepisce correttamente il PIAE 2008
- Si procederà successivamente alla verifica degli obbiettivi di sostenibilità "prefissati/ipotizzati",… restano da definirsi/concordarsi puntualmente le misure, modalità di controllo …..monitoraggio …. Dati "condivisi e convalidati"… nonché eventuali puntuali prescrizioni formali ed operative…. (premesso questo) si esprime
parere favorevole.
Dunque l’organo tecnico di riferimento dice molto chiaramente : il piano è correttamente inserito in quello provinciale; come fare i controlli e dare prescrizioni lo vedremo successivamente.
Cosa ci si poteva aspettare di più di quanto ARPA aveva già detto nel più volte richiamato "Progetto regionale pietre verdi" del 2005, dove senza giri di parole, inequivocabilmente, così si esprime:
"L’assenza di risposta alla Regione Emilia-Romagna da parte della Commissione Nazionale Amianto circa l’ applicazione pratica del D.M. 14.05.1996, riferita alla valutazione del rischio attraverso il calcolo dell’ Indice di rilascio (I.r.), lascia purtroppo invariati tutti i dubbi sulla concreta applicabilità del Decreto alle realtà dell’Appennino emiliano, sia rispetto alle "azioni preventive", sia rispetto alla valutazione del rischio.
Vediamo ora come si pronuncia l’Ausl
Il documento si divide sostanzialmente in due parti. La prima parte è una riassunto storico del lavoro svolto con il richiamo alle norme, leggi, controlli effettuati e disposizioni ecc.
La seconda parte è il lungo elenco prescrittivo a cui viene subordinato il parere favorevole; per i suoi contenuti merita di essere riportato integralmente all’interno del presente testo:
"…… per quanto di competenza dei Servizi PSAL ed Igiene Pubblica si esprime in merito alle cave di materiale ofiolitico denominate "ID1 Il Groppo" e "AC 26 Il Groppo di Gora"
PARERE FAVOREVOLE con le seguenti prescrizioni, formulate anche in accordo con quanto previsto dal DM 14/05/96 e adottato nel PIAE 2008 provinciale, nonché nell’ emananda circolare regionale predisposta per regolamentare l’ attività estrattiva nelle cave ofiolitiche

1)- In funzione della variabilità dei dati di esposizione ottenuti, dovranno essere eseguiti "campionamenti personali e ambientali periodici, al fine di verificare l’esposizione dei lavoratori a fibre di amianto e individuare, per ogni mansione nella cava in oggetto" 
- le misure di prevenzione e protezione specifiche adatte a limitare il rischio legato alla presenza di fibre di amianto;
- l'esatta periodicità dei campionamenti successivi da eseguire secondo quanto previsto nell‘appendice F della Norma UNI EN 689/97, e cioè:
  • - 64 settimane se la concentrazione di esposizione professionale non supera 1/4 del valore limite.
  • - 32 settimane se la concentrazione di esposizione professionale supera 1/4 del valore limite ma non supera 1/2 dello stesso.
  • - 16 settimane se la concentrazione di esposizione professionale supera 1/2 del valore limite ma non supera il valore limite stesso.
Quanto sopra dovrà essere opportunamente registrato e documentato quale aggiornamento del DSS/ VDR.
Si prescrive tuttavia che, trattandosi di campionamenti finalizzati a stabilire l'esposizione professionale ad un agente riconosciuto da tempo come cancerogeno, gli stessi vengano comunque eseguiti almeno annualmente, anche qualora la concentrazione di esposizione professionale dovesse risultare inferiore ad 1/10 del valore limite
I risultati del monitoraggio dell'esposizione dovranno essere trasmessi al Servizio P.S.A.L..


2) Contestualmente ai campionamenti di cui al punto 1, dovranno essere eseguiti campionamenti ambientali nei centri abitati collocati nelle vicinanze delle cave, in posizioni strategiche e rappresentative, possibilmente concordate con e/o il Servizio di Igiene Pubblica, al fine di valutare il corretto mantenimento delle misure di prevenzione e protezione messe in atto dal Titolare di cava per l' abbattimento di polveri e fibre.


3) a prescindere dagli esiti dei campionamenti suddetti, durante le diverse fasi lavorative (coltivazione della cava, carico e trasporto dei materiale) dovranno essere seguite le indicazioni seguenti:
a). utilizzare acqua per una sistematica bagnatura di piste, piazzali e cumuli di materiale depositato, anche con impianti fissi per la dispersione; dotare le macchine operatrici e i mezzi di cantiere di cabina a protezione del conducente con impianto di condizionamento e filtrazione dell'aria.
b). Dotare le macchine operatrici e i mezzi di cantiere di cabina a protezione del conducente con impianto di condizionamento e filtrazione dell’aria
c). Differenziare, quando possibile, la viabilità per i conferimenti della materia prima da quella per la distribuzione dei prodotti finiti e istituire regole per la circolazione dei mezzi all' interno dell'area, attraverso la predisposizione di opportuna segnaletica (percorsi obbligati e i più brevi possibili);
d). utilizzare mezzi di trasporto con cassone chiuso e telonato per evitare la dispersione delle polveri durante il trasporto del materiale;
e). predisporre un'area attrezzata deputata all‘ idoneo lavaggio delle ruote (e all’ occorrenza di altre parti) dei mezzi di trasporto in uscita dall' area di cava


4) infine, si ricorda che allo scopo di ridurre gli impatti negativi sui centri abitati limitrofi alla cava, è buona norma valutare una viabilità alternativa che escluda i centri abitati nelle vicinanze della cava nonché la possibilità di limitare il numero di viaggi degli autocarri.


5) gli interventi precedentemente indicati dovranno essere opportunamente integrati con le misure organizzative e gestionali contenute nel succitato PIAE provinciale 2008 e nei documento tecnico regionale in corso di emanazione concordato e condiviso dagli stessi organi di vigilanza‘


Specificamcnte per l’ambito estrattivo: denominato "ID 1 - Il Groppo" il parere favorevole è subordinato anche al rispetto delle seguenti indicazioni aggiuntive;
Come già riportato dall'Azienda USL su un documento trasmesso a codesta Spettabile Amministrazione (prot. n.49716 del 11/06/2010), si propone che il rinnovo dell’ autorizzazione sia subordinato alla realizzazione delle misure di prevenzione già indicate dal Servizio PSAL a seguito di specifico intervento ispettivo e riguardanti:


a). la predisposizione nell'area di cantiere di adeguati locali adibiti a spogliatoio/riposo con particolare attenzione all’ identificazione dei percorso sporco/pulito;
b). la predisposizione di WC con acqua corrente;
c). la predisposizione di cartellonistica adeguata;
d). la predisposizione di provvedimenti atti a impedire/ridurre lo sviluppo e la diffusione di polveri e fibre nell'ambiente, in funzione della loro natura e quantità, con particolare riferimento a:
  • "vasca di lavaggio" all' ingresso/uscita della cava per lavaggio ruote degli automezzi. al fine di non inquinare le strade provinciali;
  • sistematica e periodica umidificazione del fronte di scavo e delle zone pertinenziali;
  • predisposizione di idonea strumentazione (anemometro) atta a rilevare le condizioni metereologiche per le quali va interrotta l'attività di cava;
  • evidenziazione delle vie di circolazione degli automezzi che permettano il loro passaggio con facilità e in sicurezza
  • aggiornamento del Documento di Salute e Sicurezza (DSS) sulla base degli interventi effettuati, consegnandone copia al Servizio P.S.A.L.
  • adeguata formazione e informazione dei lavoratori circa i rischi legati all'attività presso tale cava, le misure di prevenzione da utilizzare e i comportamenti da adottare per contenerli;
Oltre a quanto già prescritto in merito alla periodicità dei campionamenti ambientali e personali nel rispetto dell’appendice F della Norma UNI EN 689/97, il controllo dell'esposizione a fibre di amianto relativo alla mansione "escavatorista", dovrà con essere ripetuto alla ripresa dell'attività, con trasmissione dei dati al Servizio P.S.A.L, in quanto per tale mansione i campionamenti avevano mostrato il raggiungimento di 1/2 del valore limite di esposizione (soglia di attenzione)
Si rende infine opportuno valutare d’intesa con ARPA un intervento finalizzato al ripristino della delimitazione e alla predisposizione di una durevole protezione dalle intemperie del cumulo di materiale posto sotto sequestro.
Anche per l’ambito estrattivo "Il Groppo di Gora" si formulano le seguenti prescrizioni aggiuntive relative ad indicazioni già espresse in fase ispettiva
  • dovrà essere redatto ed aggiornato in tutte le sue parti il Documento di Salute e Sicurezza di cui all’art. 6 comma 2 e 3 del D. lgs. 624/96 e dovranno essere adottati provvedimenti atti a impedire e ridurre per quanto possibile lo sviluppo e la diffusione di polveri e fibre presenti nell’ ambiente di lavoro, in particolare si deve strutturare per quanto tecnicamente possibile, e mantenere il luogo di lavoro in modo tale che gli addetti siano protetti dagli agenti atmosferici e da agenti esterni pericolosi (tra cui fibre di amianto). Allo scopo il luogo di lavoro dovrà essere dotato di locali appositamente destinati a spogliatoi, servizi igienici e riposo/riparo facilmente accessibili, arredati, illuminati e dotati di acqua potabile, regolarmente puliti e con temperatura conforme alla destinazione specifica degli stessi.
  • dovranno essere mantenuti attivi ed efficaci i necessari provvedimenti adottati in materia di Primo Soccorso tenendo conto delle diverse persone presenti a vario titolo nel luogo di lavoro."
Ovviamente anche per l’Ausl valgono le considerazioni già espresse per Arpa, ovvero che, trattandosi di attività consentita per legge, il parere favorevole corredato da prescrizioni era atto dovuto. Alla luce di quanto sopra riportato, ed escludendo che i responsabili Ausl siano improvvisamente e collettivamente impazziti, mi sento autorizzato a ripetere agli amministratori comunali che hanno confermato i poli estrattivi ofiolitici di Pietranera e Groppo di Gora quanto già dichiarato a commento dell’adozione del piano:
"….nessuna prescrizione Arpa, Ausl sarà in grado di eliminare la contaminazione ambientale conseguente alla ripresa delle attività di scavo; dunque oggi, Lei e i consiglieri che hanno votato il piano, minate la salute delle giovani generazioni e a nulla varranno, ai fini delle responsabilità individuali, i pareri di organi tecnici o peggio "politici", di supporto."

La politica, il grande accusato
E’ dai primi anni 50 che viene accertata la relazione medico-scientifica tra il mesotelioma maligno e l’amianto, ma perché la politica italiana ne prendesse atto sono dovuti passare 40 anni. La legge 257 è del 1992; perché diventi pienamente operativa bisogna attendere altri 4 anni. Quattro anni che per le lobby non sono passati infruttuosamente, infatti con un colpo di mano da manuale, nel D.M. 14 maggio 1996, contravvenendo al principio generale della legge, si consente la prosecuzione dell’escavazione di quelle matrici minerali dalle quali veniva estratto l’amianto. Uno sberleffo che, con il concorso attivo di Comuni, Province e Regioni, ha consentito sino ad oggi, nel silenzio generalizzato, di continuare ad avvelenare cittadini e territorio. Oggi al vecchio insulto si aggiunge quello nuovo del censimento ARPA 30 settembre 2011 che inserisce fra i siti contaminati da amianto naturale le cave ofiolitiche ma ancora una volta i tre livelli decisionali si fanno giuoco del senso comune e della logica, non adottando provvedimenti coerenti con la finalità della legge 257. Ancora in questi giorni, a livello politico assistiamo all’indegno gioco delle "tre carte" che preannuncia nuovi trucchi ovvero nuovi studi, nuove indagini, un congruo numero di anni per accertare quello che è già chiaro da decenni, nuove regole, "controlli ferrei", nel frattempo è importante che la cave ofiolitiche restino in attività e i cittadini non si allarmino. A Bardi qualcuno sussurra che l’amianto delle cave non è pericoloso e che il solo problema amianto è dato dai tetti in eternit; tragicamente qualcuno ci crede, e poi, diciamola tutta, in fondo 3000 - 4000 morti all’anno non sono dei grandi numeri: è il progresso, Signori!

Fabio Paterniti

mercoledì 29 febbraio 2012

Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori

Rete Ambiente Parma aderisce alla campagna “Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori”.

E' una proposta di un censimento capillare, in ogni Comune italiano, per mettere in luce quante abitazioni e quanti edifici produttivi siano già costruiti ma non utilizzati, vuoti, sfitti.

Si tratta di una precisa proposta di un metodo di pianificazione, che andrebbe adottato con immediatezza per scongiurare ciò che sta purtroppo accadendo, ovvero che i piani urbanistici siano realizzati lontano dai bisogni effettivi delle comunità locali e prevedano nuovo consumo di suolo nonostante l’ampia disponibilità edilizia già esistente.

I Piani Urbanistici a “crescita zero” non devono spaventarci, se sappiamo con esattezza a quanto ammonta (in termini numerici e di superficie) questo patrimonio edilizio costruito ma non utilizzato.

Ora spetta ai Sindaci, ai consigli comunali, ai tecnici contribuire all’esatta “misurazione” di questa mappa del territorio.

sabato 18 febbraio 2012

SUGLI IMPIANTI A BIOGAS E BIOMASSE

La denuncia di Ghiretti, comparsa sulla Gazzetta, a proposito del proliferare di richieste per l'installazione di impianti a biogas e biomasse nella nostra provincia è giusta, anche se l'allarme viene da un ex assessore della giunta Vignali.
Noi di Reteambienteparma siamo contro tutte le centrali a biomasse che inceneriscono. Siamo contro quelle di grossa taglia come quelle che vogliono installare a Trecasali, a San Secondo e a Paradigna perchè bruciare cippato di legna, sorgo erbaceo o scarti di macellazioni animali è gravemente inquinante e serve solo a speculatori per accaparrarsi gli incentivi prodotti dalla poca energia elettrica prodotta.
Ma siamo contro anche alle piccole centrali a cippato che la Provincia vuole installare in montagna perchè inquinanti, antieconomiche ed inutili per la gente e la loro economia disastrata.
 Per quanto riguarda le centrali a biogas grave è la possibilità che il digestato, sia esso derivato da insilato di mais, col pericolo che contenga clostridi, o derivato da deiezioni animali ad elevato contenuto di ammoniaca, sia soggetto a spandimento in quantità industriali nei campi con effetti pregiudizievoli per i coltivi e la DOP del parmigiano-reggiano.
La denuncia di Ghiretti era stata già preceduta a livello regionale dall'interrogazione di Favia, del movimento 5 stelle, proprio in relazione agli effetti nocivi del digestato da insilato di mais in progetto in provincia di Modena.
La sua interrogazione ricordava che proprio la Regione esclude la localizzazione di quegli impianti a biogas nelle zone di produzione del Parmigiano Reggiano. Tale divieto ha origine dallo sviluppo di clostridi nel processo di insilamento.
ll foraggio nelle zone agricole dove sono ubicate centrali a biogas, attraverso lo spandimento sul terreno del digestato prodotto, subisce la contaminazione delle spore di clostridi. I clostridi sono batteri anaerobici che generano spore presenti e persistenti sul terreno e sono dannosi per gli animali.
Questi biodigestori anaerobici producono gas naturale che viene bruciato quale forza motrice per produrre elettricità. La quantità di questa così ottenuta è davvero poca cosa, ma non pochi sono gli incentivi statali. Tali impianti, in cocreto, servono solo a rastrellare incentivi, con coltivazioni dedicate che rubano terreni all'alimentazione.
Sono degli ecomostri cui opporsi.
Tali non sono quelli che vengono alimentati con le deiezioni animali, a patto che non siano troppo grandi
ed invasivi per il territorio come quello comprensoriale che voleva impiantare il comune di Montechiarugolo un anno fa. Un impianto sotto il Mw, ma che avrebbe digestato ben 350 tonnellato al giorno per 365 giorni, cioè circa 100.000 tonnellate annue, raccogliendo deiezioni animali tra la città e Neviano Arduini.
Noi crediamo, anzi, che ogni allevamento dovrebbe averne uno, soprattutto per impedire che i nitrati di tutti quei liquami finiscano in falda, inquinandola. Gli incentivi che l'azienda ricaverebbe dalla produzione di gas e quindi di energia elettrica sarebbero il giusto compenso per aver reso l'allevamento sostenibile per l'ambiente. Questo vale per l'enorme quantità di allevamenti della val Padana e ancor più per quelli della nostra Food Valley, che inquinano non solo la falda acquifera ma anche gli stessi terreni da cui ricavare tutti quei pregiati coltivi.

Reteambienteparma
Serioli Giuliano

sabato 11 febbraio 2012

Dalla conferenza stampa di "AMICI DELLA TERRA"

Il Presidente della Fiper, Righini, aggiunge: “Il potenziale di approvvigionamento delle potature del verde urbano è immenso; secondo l’ultimo studio Fiper, in 801 comuni alpini e appenninici (zone climatiche E-F) ci sarebbero le condizioni per avviare centrali di teleriscaldamento a biomassa. In questi giorni di “freddo siberiano”, l’impiego di questa tecnologia e combustibile, permetterebbe in questi comuni di raggiungere la completa autonomia dal gas e riscaldare i propri cittadini avvalendosi delle risorse locali”. 

Questo è ciò che sostengono gli "AMICI DELLA TERRA" e la FIPER ( federazione italiana produttori energie rinnovabili). Ma se, come affermano, "il potenziale delle potature del verde urbano è immenso", com'è che questo farebbe si che "ci sarebbero le condizioni per avviare centrali di teleriscaldamento in 801 comuni alpini e appenninici"? Vorrebbero forse portare le potature in montagna? Ridicolo! Ma no, stanno semplicemente battendo la grancassa che bruciare legna a livello industriale è bello, utile economicamente e salubre per la gente. La realtà del teleriscaldamento da cippato di legna è che è conveniente economicamente solo in quelle realtà dove esistono grandi scarti di segheria disponibili ( Trentino-Alto Adige ) e con centrali di grandi dimensioni( da 10 a 40 Mw) che abbinano la produzione di acqua calda alla produzione di energia elettrica remunerata coi certificati verdi. In grado quindi di permettersi filtri costosi ( a maniche ed elettrostatici) in modo da limitare le emissioni nocive e non pregiudicare la salute dei cittadini e la fiorente ricezione turistica. Il teleriscaldamento è costoso ( 500 euro al metro ). Costoso è l'impianto di una centrale a cippato anche di piccola taglia, per intenderci quelle che hanno già cominciato ad impiantare nel nostro appennino. L'unica cosa su cui possono risparmiare è il cippato di legna, bruciando quello fresco di taglio e molto umido che, però, provoca emissioni nocive fuori dalle normative e quantitativi di ceneri dell'ordine del 5% in peso del materiale bruciato. L'altra cosa su cui possono risparmiare sono i filtri : invece di quelli a maniche ed elettrostatici, usano solo filtri meccanici, a multiciclone, che bastano forse solo ad abbattere la fuliggine. Inoltre in piccoli borghi di montagna, quasi ormai disabitati, che senso ha una linea di teleriscaldamento a cui si potranno allacciare in pochi? Fra quei pochi, chi mai vorrà sobbarcarsi le spese di allaccio di casa sua, quando ha già provvedito per suo conto con moderne stufe a legna e a pellet? Questa è la filiera corta del teleriscaldamento : antieconomica, nociva, inutile e capace solo di contribuire al rimaneggiamento dei boschi già avviato dalla speculazione della legna da ardere. Le rinnovabili, soprattutto in montagna, sono il fotovoltaico sui tetti, le ristrutturazioni per il risparmio energetico, il microidroelettrico ( turbinazione degli acquedotti ), il microelico lineare ( non quello che si sviluppa in altezza) e i biodigestori che producono gas dalle deiezioni animali degli allevamenti nelle valli. Queste sono le rinnovabili che la regione, coi fondi FAS, dovrebbe finanziare. 

Serioli Giuliano

La congiura del silenzio - documenti


Il 27 dicembre 2006 pervenne al sindaco di Bardi l' informativa ARPA avente per oggetto le ghiaie ofiolitiche contaminate da amianto oltre i limiti di legge.
Anche a una lettura veloce, il documento appare importante per i risvolti sanitari, ma è archiviato dall'amministrazione di Bardi senza numero di protocollo. 

continua su caveallamiantonograzie.info

martedì 31 gennaio 2012

Biomasse e sostenibilità per il territorio

A) Incenerimento biomasse 
1 - biomasse da legna vergine (cippato) NO
2 - biomasse erbacee (sorgo) NO
3 - sottoprodotti di origine animale (scarti di macellazione)  NO 
B) gassificazione biomasse 
1 - agricole,da coltivazioni dedicate (insilato di mais) NO
2 - reflui zootecnici (deiezioni animali) SI
3 - sottoprodotti animali (scarti di macellazione) SI
4 - fanghi di depurazione SI
5 - frazione organica di rifiuti urbani da raccolta diff. SI
6 - siero di latte dall'industria casearia SI
SI=Sostenibile NO=Non sostenibile

A1 - inceneritori a cippato : costituiscono, ormai, la discriminante principale per individuare cosa si intenda per sostenibilità ambientale.
Non tanto quelli da 1 Mwe in su, fino a 35, 50 Mwe, per i quali è evidente il carattere speculativo, teso all'accaparramento dei certificati verdi e impiantati dai grandi gruppi finanziari ed industriali privati (Maccafarri, Marcegaglia etc.)
E neppure quelli da 10 o 20 Mw che fanno cogenerazione e teleriscaldamento in Alto Adige e Trentino. Costruiti 10 anni fa con finanziamenti europei, come quelli Austriaci e tedeschi, sono un caso a parte.
Bruciano scarti di segheria e cippato proveniente dall'estero, senza minimamente toccare l'integrità delle abetaie che costituiscono il patrimonio essenziale dell'economia turistica.
Il teleriscaldamento, inoltre, ha completamente sostituito il  gasolio da riscaldamento e la dimensione degli impianti permette sia che la produzione di energia elettrica non sia antieconomica, sia l'introduzione di costosi filtri a maniche e filtri elettrostatici, capaci di ovviare in parte alle emissioni nocive.
Paradossalmente, gli inceneritori che più preoccupano sono quelli sotto il Mw, le cosiddette centrali termiche a cippato fresco che producono calore per il teleriscaldamento.
Finanziate coi fondi FAS (fondi aree sottoutilizzate : 3/4 dalla UEe 1/4 dalla Regione), si stanno diffondendo nei paesi semiabbandonati della montagna. Sono considerate virtuose perchè non fanno cogenerazione e quindi non accedono agli incentivi per specularci e sono considerate sostenibili perchè a filiera corta (rifornite nell'ambito locale, massimo 70 Km).
Ma in realtà sono antieconomiche, inquinanti e non producono lavoro.
Ne sono una prova le 3 centrali funzionanti nella nostra montagna.
In quella di Borgotaro-ospedale (700 Kw, costo 500.000 euro) hanno dovuto smettere di bruciare cippato fresco perchè bruciava male, aveva un basso rendimento calorifico e produceva un sacco di fumo e di  ceneri.
Hanno dovuto rifornirsi di cippato di legna stagionata e ricorrere alla centrale a metano, ancora esistente nell'ospedale, per abbattere i bassi termici di quella a cippato ed evitare così di appestare l'aria di un  ospedale.
In quella di Monchio (923 Kw, costo 650.000 euro) hanno già speso altri 100.000 euro in teleriscaldamento (500 euro al m.) solo per allacciare 5 edifici comunali. Funziona solo al 20% della sua capacità e brucia il 50% in più di cippato perchè l'umidità di questo ne abbassa il rendimento e ne aumenta di molto le emissioni e le ceneri. Queste arrivano in pratica al 5% della massa bruciata ( 150 q. su 3.000 q.).
Dove smaltirle? Nei boschi, naturalmente. Ma in un ettaro di bosco ce ne può andare solo 8 o 10 q. e poi per 30 anni non se ne parla più.
Finirà che riempiranno i boschi di cenere, che non è solo composta di di K, Ca e Mg, macroelementi della fertilità, ma anche di metalli pesanti in quantità tossica che lo rendono infertile.
Nella centrale di Palanzano (700 Kw, suddivisa in 2 caldaie da 350 Kw, costo 426.000 euro) di fronte agli stessi problemi di Monchio nel bruciare cippato fresco (50% di umidità, con forti emissioni nocive e grosse quantità di ceneri) hanno pensato di bruciare pellet di provata tracciabilità (10% di umidità e dieci volte in meno di emissioni e ceneri).
A quel punto devono essersi anche detti che la centrale era inutile e costosa.
Sarebbe bastato dotare i 5 edifici di caldaie automatiche a pellet da 60 Kw di potenza, capaci di riscaldare fino ad 800 m2 di superficie e dal costo di 36.000 euro ( iva e installazione comprese), detraibili al 55%
in 10 anni. In tal modo il costo reale di ognuna di loro sarebbe stato di 16.000 euro e quello complessivo di 80.000 euro.

In conclusione.
La centrale di Borgotaro, pur inquinante e per di più fuori luogo all'interno di un ospedale, dal punto di vista della combustione del cippato costituisce un'anomalia irripetibile.
La centrale di Palanzano ha dimostrato che bruciare cippato fresco è un'assurdità in termini di rendimento e di emissioni, al punto da ridursi a bruciare pellet, combustibile costoso e tipico delle caldaie familiari.
La centrale di Monchio continuerà a bruciare cippato con quelle basse rese e quelle grosse emissioni nocive, con la tentazione continua da parte degli amministratori di fare anche cogenerazione per utilizzare in qualche modo tutta quella potenza inutilizzata e raggranellare incentivi. Ma in tal modo arriverebbero a bruciare 5 volte in più di cippato, con altrettante emissioni e ceneri in più.
Le altre 4 centrali a cippato che vogliono impiantare, oltre a quella di Vigheffio, cioè Neviano, Berceto, Calestano e Varano Melegari non potranno che seguire la sorte di quella di Monchio.
Questo è il progetto della Regione e, in base al documento della Provincia a firma Dall'olio, pare che intendano impiantarne a decine.
Molte decine in più, considerando tutto l'Appennino tosco-emiliano. Questo non sarà più un polmone verde capace di contrastare i miasmi della pianura padana, ma esso stesso parte della produzione di quei veleni.

A 2- inceneritori a sorgo tipo quello che la ECE srl vorrebbe impiantare a S.Secondo. Un impianto
da 50 Mw di potenza, di cui 25 Mw per teleriscaldamento e 12,50 per produzione di energia elettrica. Sorgo dalla coltivazione di 2500 ha.
Il sorgo in questione è una pianta erbacea che quando bruciata ha volume di emissioni e deposito di ceneri pari al 10% della massa bruciata.
Molto più inquinante, quindi, degli inceneritori a legna vergine.
C'è,poi,il VIA già concesso dalla Regione alla richiesta della Sadam Eridania per una centrale a biomasse a Trecasali da 60 Mw, di cui 15 Mwe La centrale di Trecasali brucerebbe 150.000-170.000 tonnellate annue tra cippato di legna vergine e insilato di mais. In altri termini 4.500 ha a pioppeti triennali e 400 ha a insilato di mais. Si tratta di superfici enormi, rispettivamente 45 Km2 e 4 km2, da sottrarre a produzioni agroalimentari della nostra provincia. Ma i conti non tornano comunque. Con una coltivazione di pioppi triennali significherebbe bruciare ogni anno la produzione di 1500 ha, vale a dire 1500x50 t., cioè 45.000 tonnellate, a cui sommare le 10.000 t. di insilato di mais ( 400 ha x 25t.). In tutto poco più di 50.000 tonnellate. E le altre 100.000 e più? Sarà certamente legna che verrà dal nostro appennino.

A 3- inceneritori da scarti tipo quello da 1 Mw di cui la PFP spa di Modena ha richiesto la VIA alla di macellazione Provincia a Paradigna. Brucerebbe 15.000 t. di biomassa. Gli scarti di macellazione hanno un'umidità molto più elevata del legno. Devono essere trattati meccanicamente per ridurla al punto da poter essere bruciati, ma anche così devono essere miscelati con oli. Ecco perchè la ditta richiede il trattamento anche di oli esausti.
Sono molto più inquinanti degli inceneritori a legna.

B 1 - I biodigestori anaerobici da coltivazione dedicata contro cui si è mobilitata perfino Slow Food oltre ai cittadini ed alle associazioni degli agricoltori, con cui gli speculatori pur di avere quei certificati sottraggono a colture alimentari migliaia di ettari di buona terra per produrre insilato di mais da cui ricavare gas e così produrre elettricità. Questo nel Cremonese, nel Lodigiano, in Romagna, nel Veneto, in Lombardia.
Ma se questi biodigestori, impiantati solo per ricavarne incentivi e alimentati con coltivazioni dedicate che rubano terreni all'alimentazione, sono degli ecomostri cui opporsi; tali non sono quelli che vengono alimentati con le deiezioni animali, a patto che non siano troppo grandi ed invasivi per il territorio. Ogni allevamento, anzi, dovrebbe averne uno, soprattutto per impedire che i nitrati di tutti quei liquami finiscano in falda, inquinandola. Gli incentivi che l'azienda ricaverebbe dalla produzione di gas e quindi di energia elettrica sarebbero il giusto compenso per aver reso l'allevamento sostenibile per l'ambiente. Questo vale per l'enorme quantità di allevamenti della val Padana e ancor più per quelli della nostra Food Valley, che inquinano non solo la falda acquifera ma anche gli stessi terreni da cui ricavare tutti quei pregiati coltivi.
L'unico progetto in questo senso è quello del comune di Montechiarugolo da 1 Mw che avrebbe trattato circa 100.000 t. di deiezioni animali all'anno recuperandole da un territorio fino a 30 Km di distanza, ma lasciato nel cassetto per la sua eccessiva invasività sull'ambiente, probabilmente in rapporto alla DOP del parmigiano-reggiano.

reteambienteparma
29-01-2012
Serioli Giuliano

domenica 29 gennaio 2012

Come eliminare le malattie correlate all'amianto.

L’eliminazione delle malattie correlate all’amianto dovrebbe avvenire attraverso le seguenti azioni di sanità pubblica:
1) Riconoscendo che la maniera più efficiente di eliminare le malattie correlate all’amianto è fermare l’uso di tutti i tipi di amianto;
2) Sostituire l’amianto con alternative più sicure e sviluppare meccanismi economici e tecnologici per stimolare la sua sostituzione;
3) Misure per prevenire l’esposizione all’amianto sul posto e durante la rimozione dell’amianto (abbattimento)
4) Migliorare la diagnosi precoce, il trattamento, il recupero medico e da malattie legate all’amianto e istituire registri per le persone con esposizioni passate e / o attuali all’amianto.

Fonte: OMS

sabato 28 gennaio 2012

Risorse naturali ed energie rinnovabili

Il capitalismo finanziario mostra una straordinaria razionalità strumentale nell'estrarre valore da ogni cosa, fregandosene delle conseguenze per la salute del lavoro umano e per il reintegro delle risorse naturali, dimostrando in tal senso una assoluta irrazionalità.
Anzi, il suo comportamento irrazionale nei confronti della natura e degli ecosistemi è addirittura maggiore dell'irrazionalità delle sue politiche del lavoro e della protezione sociale.
Per tale irrazionalità si intende la sua assoluta indisponibilità a farne oggetto di preoccupazione e di studio.
Ha applicato in tutto il mondo un unico criterio di valorizzazione delle risorse naturali. Dall'abbattimento delle foreste pluviali per trarne legname a scopi industriali agli scavi minerari e perforazioni in ecosistemi sensibili; dall'industrializzazione della pesca in mari e oceani, distruggendo sistemi tradizionali di pesca che da sempre alimentavano le popolazioni rivierasche mettendo a rischio la sopravvivenza di molte specie ittiche, all'ingabbiamento di tutti i sistemi fluviali tramite dighe che hanno modificato in modo grave gli ecosistemi.
Senza l'apporto del sistema finanziario internazionale la vertiginosa progressione della valorizzazione (distruzione) delle risorse naturali nei paesi del terzo mondo non sarebbe possibile.
Esiste una correlazione tra la crescita del PIL e del capitale azionario e la contemporanea erosione di massa vivente attraverso il degrado ambientale e la distruzione di risorse non rinnovabili.
Oltre alla distruzione delle foreste pluviali, il capitalismo finanziario sta conducendo un assalto generalizzato al sistema agro-alimentare del mondo.
Questo attraverso: 
  • Formazione di oligopoli nel mercato delle sementi, nel mercato degli alimenti di base e nel mercato della distribuzione alimentare.
  • Industrializzazione totale dell'agricoltura, tramite la contrattualizzazione degli  agricoltori nominalmente indipendenti e la trasformazione industriale degli alimenti.
  • Acquisto su vasta scala di terreni agricoli per mano di corporation collegate a quelle che controllano il mercato degli alimenti di base.
La formazione di tali monopoli ed oligopoli alimentari è avvenuta non per espansione di singole società, ma per ondate di fusioni ed acquisizioni sotto il ruolo propulsivo della finanza internazionale.
Il mercato delle sementi è controllato da 10 corporation.
Il commercio mondiale delle granaglie è controllato da 3 società.
Un quarto del mercato mondiale degli alimenti confezionati e delle bevande è controllato da 10 società.
Due terzi del pollame del mondo è lavorato e confezionato da 8 corporation.
Metà dei suini e dei bovini del mondo sono allevati e lavorati da stabilimenti industriali gestiti
da grandi corporation.
In Africa si stima siano stati acquistati 15 milioni di ettari da fondi di investimento cinesi, americani ed arabi. In argentina 2,4 milioni di ettari. In Ucraina 3 milioni di ettari.
Sui terreni acquistati vivevano popolazioni contadine che sono state espropriate con indennità irrisorie. Solo una loro frazione minima è stata reimpiegata come operai dell'agroindustria.
La gran massa è andata ad ingrossare gli slums delle metropoli del terzo mondo.
L'assalto del capitalismo finanziario al sistema agroalimentare per impiantare enormi monoculture estensive ha distrutto larga parte dell'agricoltura tradizionale, fondata sulla piccola azienda pluricolturale.
Invece di fornire tecnologie adeguate per trattenere sulla terra il maggior numero di contadini, ha
ridotto la biodiversità delle piante alimentari; ha distrutto i mercati locali ( il burro della Baviera, sussidiato alla UE, può essere venduto in Mongolia ad un prezzo inferiore di quello del posto), facendo fare il giro del mondo ai propri alimenti preconfezionati; ha sottratto decine di milioni di ettari alla catena alimentare per destinarli alla produzione di biocarburanti.
Gli USA destinano alla produzione di biocarburanti un quarto della produzione annua di mais e grano, sottratta di fatto all'alimentazione di aree del mondo sottonutrite e potenzialmente socialmente esplosive.
A partire dagli accordi di Kyoto, l'interesse del capitale finanziario per le bioenergie non si è più solo limitato allo sviluppo dei biocarburanti, ma si è buttato su quelle tipologie di energie rinnovabili diventate succulente occasioni di valorizzazione per gli incentivi di cui gli stati firmatari le hanno dotate.
E' cambiato forse il suo atteggiamento irrazionale nei confronti della natura?
Per niente! Ha solo attivato la sua razionalità strumentale verso queste nuove possibilità speculative.
Perchè lo sviluppo delle energie rinnovabili può essere sia una straordinaria occasione di democrazia economica, sia un'ulteriore occasione di speculazione e di predazione dell'ambiente naturale.
I dati sul solare fotovoltaico installato nel 2011 nel mondo ci dicono che il nostro paese è primo con quasi 7.000 Mw, avendo superato la stessa Germania che deteneva quel primato.
Siamo improvvisamente diventati un paese ambientalmente virtuoso? In cui singoli cittadini e piccole amministrazioni riempiono i loro tetti di pannelli fotovoltaici, come accade in Germania?
Niente di tutto questo!
Tranne rare eccezioni, si sono moltiplicati a dismisura "parchi fotovoltaici" a terra, occupando decine di migliaia di ettari di terreno. Suolo che, una volta dismessi gli impianti, avrà perso la sua fertilità.
Un esempio indicativo lo si ha proprio da noi con il "Fotovoltaico insieme" della Provincia.
L'amministrazione, forte dei suoi legami coi piccoli comuni carichi di debiti, ha pensato bene di imbastire un project financing con cui attirare i capitali delle finanziarie, invogliandole con le tariffe massime concesse dallo stato ai comuni. Ogni comune, una volta costruito il parco fotovoltaico sul suo territorio e ricevutane la titolarità dal GSE, la cede alla finanziaria che aveva messo i soldi, facendole così ottenere la tariffa massima di incentivazione per vent'anni e raddoppiare, così, il capitale investito.
E l'utile per i comuni? Niente elettricità gratuita, nè soldi da investire in opere, solo qualche decina di migliaia di euro, quale compensazione per il terreno occupato. In pratica un affitto.
E alla Provincia cosa ne viene? Un 5% per ogni impianto, che moltiplicato per 30 o 40 fa una bella sommetta. E poi un ritorno d'immagine : essersi fatta promotrice di tutta quell'energia rinnovabile.
Ma soprattutto aver procacciato commesse alle ditte del settore, tutte affiliate alle COOP, parte integrante di un nuovo sistema di potere.
Poca cosa, però, di fronte alle distese di torri eoliche del meridione del paese, magari neanche allacciate alla rete elettrica ancora insufficiente in capacità conduttrice, ma già in carico al GSE e in grado di ingrossare i capitali mafiosi con milioni di euro provenienti dalle nostre tasche.
Ma ancora peggio è la rincorsa alle biomasse.
Bruciare legna e granaglie per produrre energia elettrica è altamente inquinante ed antieconomico. Ma non importa perchè l'economicità di quegli inceneritori è data dagli incentivi pubblici.
Industriali del Nord come Marcegaglia e Maccaferri ne hanno impiantati a decine in Puglia e Calabria. Inceneritori da 30 fino a 50 Mw e più. Il combustibile arriva via nave a Taranto e Crotone. Pensate, si tratta di scarti legnosi da deforestazione delle foreste pluviali.
Far man bassa di certificati verdi, degli incentivi finanziati con le nostre bollette è un affare così ghiotto da essere diventato una vera e propria tentazione per ogni azienda e finanziaria che si rispetti.
A Trecasali come a Russi, in Romagna, è la Sadam Eridania a volerli, ricattando i sindacati per accordarsi con la Regione, alla faccia dei cittadini, dei lavoratori e della loro salute.
E pur di avere quei certificati sottraggono a colture alimentari migliaia di ettari di buona terra per produrre insilato di mais da cui ricavare gas e così produrre elettricità. Questo nel Cremonese, nel Lodigiano, in Romagna, nel Veneto, in Lombardia.
Sono i cosiddetti biodigestori anaerobici, contro cui si è mobilitata perfino Slow Food oltre ai cittadini ed alle associazioni degli agricoltori
E tutta la pianura padana ne è ormai costellata, come non bastasse l'inquinamento civile, viario ed industriale che la rendono già la macroregione più inquinata d'Europa, chiusa com'è dalla cerchia delle montagne. Nel mondo alla pari solo con il Guandong, in Cina.
L'unico contrasto ai veleni che ne promanano sono i boschi delle montagne, risorti rigogliosi dopo l'abbandono dei borghi da parte della gente e capaci di catturare CO2 e fermare il resto.
Ma quei boschi ora sono minacciati.
La speculazione si è buttata sul businness della legna da ardere falcidiando così tanto quel capitale verde da forare i boschi come fossero gruviera. Gli amministratori locali che dovrebbero fermare tale scempio sono proprio quelli che lo caldeggiano : " siamo seduti su un'altro petrolio e neanche ce ne accorgiamo", sono le parole di un funzionario all'agricoltura della Provincia.
E a chi chiede i dati di tale scempio per gli anni 2010 e 2011, gli amministratori rispondono che non sono disponibili. Ci prendono in giro.
A quei tagli si aggiungono ora anche quelli industriali a pianta intera promossi dalla Provincia stessa, coi finanziamenti della Regione, per rifornire di cippato le centrali termiche che intende impiantare in ogni borgo di montagna. E siccome tali inceneritori producono, per ora, solo calore e non elettricità vengono definiti virtuosi, ma sono pur sempre inquinanti ed antieconomici come gli altri e in montagna non c'è assolutamente bisogno del teleriscaldamento. E' uno sperpero.
Come uno sperpero sarebbe impiantare enormi torri eoliche sui crinali per produrre poca alettricità e al contrario cementificare le vette e taglieggiare ulteriormente i boschi con nuove strade di supporto. Questa l'intenzione di De Matteis, sindaco di Corniglio, al passo del Cirone e di Bodria, sindaco di Tizzano, sul monte Caio.
Ma le energie rinnovabili, se agite in modo sostenibile, possono essere davvero il futuro.
Un futuro di democrazia economica e di sviluppo della sostenibilità per l'ambiente della nostra presenza invasiva.
Le risorse e i finanziamenti pubblici dovrebbero essere indirizzati per tappezzare i nostri tetti di pannelli fotovoltaici in modo che ogni famiglia possa diventare autonoma energeticamente e invogliata a ristrutturare la propria casa per risparmiare l'energia che produce.
Tutto potrebbe iniziare dai piccoli comuni delle aree più abbandonate e meno fortunate economicamente.
Fondando una ESCO ( Energy Service company ), previste proprio dal decreto Bersani del 2007 come favorite per l'incentivazione delle energie rinnovabili, e titolandole con le proprietà municipali, come il palazzo stesso del comune, la scuola etc. riuscirebbero a capitalizzarla anche se il comune risulta indebitato e potrebbero così accedere a finanziamenti e mutui per impiantare il fotovoltaico sui tetti, previo accordo coi cittadini. Una volta intestatisi l'impianto, riscuoterebbero per 20 anni dal GSE la tariffa massima di incentivazione, la quale presso qualsiasi banca varrebbe come un titolo di garanzia con cui ottenere un ulteriore mutuo per ristrutturare il paese dal punto di vista del risparmio energetico e dare lavoro così anche all'edilizia locale.
Tale percorso energeticamente virtuoso ed economicamente vantaggioso potrebbe poi essere applicato anche a singole frazioni, ad aziende agricole, a quartieri cittadini trasformatisi in associazioni energetiche, o cooperative di produzione, etc.
Ogni singolo cittadino, invece di ottenere la sua quota di incentivi proporzionale ai pannelli sui suoi tetti, potrebbe optare per avere l'elettricità gratuita e così pure la singola scuola, l'azienda artigiana
etc.
Se i biodigestori anaerobici, impiantati solo per ricavarne incentivi e alimentati con coltivazioni dedicate che rubano terreni all'alimentazione, sono degli ecomostri cui opporsi; tali non sono quelli che vengono alimentati con le deiezioni animali, a patto che non siano troppo grandi ed invasivi per il territorio. Ogni allevamento, anzi, dovrebbe averne uno, soprattutto per impedire che i nitrati di tutti quei liquami finiscano in falda, inquinandola. Gli incentivi che l'azienda ricaverebbe dalla produzione di gas e quindi di energia elettrica sarebbero il giusto compenso per aver reso l'allevamento sostenibile per l'ambiente. Questo vale per l'enorme quantità di allevamenti della val Padana e ancor più per quelli della nostra Food Valley, che inquinano non solo la falda acquifera ma anche gli stessi terreni da cui ricavare tutti quei pregiati coltivi.
Le ESCO, oltre che uno strumento di sviluppo economico, sarebbero anche un'occasione di democrazia partecipata e di trasparenza. Non sarebbe solo l'ente locale a farne parte ma anche le aziende artigiane che monterebbero i pannelli e che farebbero manutenzione e i lavoratori edili che farebbero le necessarie ristrutturazioni dei tetti per l'impianto dei pannelli. Un modo per i cittadini
di partecipare ai progetti delle amministrazioni e di controllarne direttamente le voci di spesa e l'utilità per il bene pubblico.

Parma 15 - 01 - 2012
Reteambienteparma
Serioli Giuliano