Alcuni interrogativi di Bruno Abati (ALBA)
- Che differenza c'è tra un gassificatore (quello che dovrebbe sorgere in località Nacca di Vaestano) e un inceneritore (Monchio, Palanzano, Borgotaro) ?
- Come mai nei tre inceneritori a biomassa si usa cippato di legna vergine anzichè pellet, che, se costa di più, rende anche di più ?
- Vista la quantità di allevamenti zootecnici della nostra Provincia perchè non si costruiscono centrali (non so come chiamarle) per convertire il letame in biogas e con questo ottenere energia elettrica e calore ?
1- Un inceneritore termico brucia cippato per scaldare l'acqua di un boiler che, poi, tramite condotte d'acqua di andata e ritorno, distribuisce calore a case, palestra, scuola, casa protetta per anziani (teleriscaldamento ). Ma può anche essere usato per produrre elettricità.
Immettendo vapore in pressione in un motore endotermico, si produce lavoro che, tramite un albero motore collegato ad una turbina, la fa girare producendo elettricità. Questa doppia produzione, di calore ed elettricità, viene definita cogenerazione. Questo è il caso di Monchio.
D'ora in poi, infatti, farà anche cogenerazione.
- Un gassificatore brucia anche lui cippato, ma a temperatura più bassa. Si innesca in tal modo un processo, detto pirolitico, di scomposizione molecolare che origina un gas di sintesi ( syngas) composto da idrogeno ( H2) anidride carbonica( CO2) e metano (CH4).
Tale gas è molto sporco, pieno di polveri. Deve essere depurato in vari modi prima di poter essere utilizzato come combustibile per un motore endotermico che, poi, tramite un albero motore può far girare una turbina e produrre elettricità. Una parte del calore prodotto dal motore endotermico può essere usato anche per scaldare un boiler e produrre teleriscaldamento. E' sempre cogenerazione, cioè produzione di due cose.
L'inceneritore a cippato produce emissioni depurate solo meccanicamente, con un filtro a ciclone, e convogliate direttamente in aria tramite camino.
Le emissioni del gassificatore non sono dirette. Il camino è in corrispondenza dei motori endotermici che usano il syngas come combustibile per muovere le turbine e produrre elettricità.
Entrambi, bruciando cippato fresco ad elevata umidità, hanno scarso rendimento, forti emissioni nocive e notevoli quantità di ceneri. Tali emissioni, oltre a metalli pesanti e ossido di azoto, contengono diossina perchè qualsiasi sostanza vegetale o animale, se bruciata, produce idrocarburi ciclici aromatici che combinandosi col cloro libero nell'aria, anche solo quello della depurazione degli acquedotti, generano diossine.
2-Perchè la filiera studiata e promossa a livello regionale è quella di favorire l'uso diretto del bosco come fonte di biomassa, promuovere cooperative di taglio apposite e creare un mercato che ancora non c'è
del cippato a basso costo. La filiera proposta dalla Bresso nel 2009 era costituita da : diradamento industriale del bosco-finanziamento pubblico delle coop di taglio-centrali a cippato cofinanziate-produzione di elettricità.
Se una centrale come quella di Palanzano, costata 426.000 euro, la si fa andare col pellet, ci si deve chiedere se non era meglio comprare 5 stufe automatiche a pellet, una per ogni edificio comunale, del costo complessivo di 80-90.00 euro, detraibili al 55% in 10 anni dalle imposte.
In tal modo, con 50.000 euro di spese conto capitale si sarebbe ottenuto un riscaldamento con meno emissioni, delocalizzato, più efficiente e senza gli ulteriori costi di costruzione del teleriscaldamento ( 500 euro al metro).
Fare una centrale per bruciare pellet,infatti, non ha senso per gli alti costi fissi iniziali, per quelli del teleriscaldamento ( a Monchio per 200 metri di teler. hanno speso 100.000 euro) e per l'elevato costo del pellet.
3- E' la proposta di Reteambiente : piccoli biodigestori anaerobici, di potenza tarata sulla capacità delle stalle e sulla quantità di animali allevati, che producano elettricità col biogas.
Sarebbero di aiuto agli agricoltori per smaltire in modo corretto il letame, abbattendo il suo contenuto di azoto.
La cogenerazione e gli incentivi ricavabili da essa costituirebbero un aiuto alla difficile situazione economica dei piccoli agricoltori e un contributo alle spese per lo smaltimento corretto dell'azoto. Ma la realtà di tutta la pianura padana è un'altra.
Un allevatore con una stalla di alcune centinaia di vacche può chiedere di impiantare un biodigestore da 999 Kw di potenza per smaltire letame e fare cogenerazione e, se ha terra sufficiente, eventualmente affittata apposta, gli viene facilmente concesso, come è successo con quello di Corcagnano.
Quell'impianto produce biogas e tramite la sua combustione mille Kw all'ora di elettricità.
1.000 Kw/h x le 8000 ore in un anno, fanno 8 milioni di kw/h, che alla tariffa di o,28 euro a kw/h fanno 2.230.000 euro di incentivi pubblici.
In più c'è la vendita dell'energia prodotta ad Enel : 8 milioni di Kw/h x 0,08 euro al Kw/h,cioè altri 640.00 euro, per un totale di circa 2,87 milioni di euro.
Per far funzionare un tale impianto occorrono circa 30.000 t. annue di materiale da biodigestare.
Una stalla di 200 vacche produce circa 4.000 t. annue di letame, le altre 26.000 t. le fanno arrivare via camion e sono composte da FARINA DI GRANOTURCO, PANELLO DI GERME DI GRANOTURCO, MELASSO DI CANNA. In pratica mangimi vegetali per animali che contengono amidi al 39%, cellulosa al 6,5%, proteine al 12%. Sulla confezione c'è scritto da utilizzare come miscela di nutrienti per microorganismi. Provengono dal Cremonese,dove il 25% del terreno agricolo è affittato per produrre tali coltivi energetici.
Un impianto così costa tra 4 e 5 milioni, però fa incassare 2,87 milionio annui per 18 anni. Tolti i costi dei materiali, della manutenzione e di ammortamento del leasing restano circa 900.000 euro netti di guadagno annui. A tutti gli effetti non si tratta più di agricoltura, ma di processo industriale. Dietro ogni allevatore ci può essere una finanziaria o addirittura una banca o chi lo sa.
Di tali impianti ne è pieno il Cremonese. L'unico da 1 Mw attivo nel Parmense è quello già citato tra Corcagnano e Carignano, vicino alla Star. Ne vogliono fare uno a S. Michele in Tiorre e un'altro a Nacca di Vaestano ( Palanzano).
Ce n'è un'altro a Selvanizza. Anche lì stalla di 200 vacche e impianato da 250 Kw che ha bisogno di 5-6.000 t. di tali mangimi e che fa incassare 560.000 euro all'anno.
Gli impianti per trattare il letame e ridurre il tenore di azoto nei campi, di fatto, non esistono o sono quella roba qui. Il digestato che esce da tali impianti a biogas, infatti, è solo diminuito di volume ma contiene la stessa quantità di azoto iniziale. Per ridurre l'azoto fino al 70% sarebbe necessario anche un impianto SBR di denitrificazione, ma costa caro, andrebbe a rosicchiare quelle centinaia di migliaia di euro di utile netto.
Serioli Giuliano
"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
mercoledì 11 luglio 2012
martedì 10 luglio 2012
Reteambiente Parma e il Movimento 5 Stelle
La proposta di Favia, dei 5*, all'assemblea regionale, che qui di seguito riporto, è significativa del lavoro che stanno facendo sull'ambiente e della loro visione sull'argomento. In linea di massima, noi di reteambiente, siamo d'accordo con loro.
Tuttavia alcune differenze tra noi e i 5* vengono al pettine e le aveva già rimarcate Vagnozzi all'assemblea di Fornovo su Laterlite, dopo un mio intervento.
Loro dicono
1) bisogna limitare le coltivazioni energetiche e il loro uso negli impianti a biogas.
Noi diciamo : le coltivazioni energetiche tolgono spazio a quelle alimentari e non vanno fatte.
Non diciamo questo per scavalcarli, nè perchè siamo dei fondamentalisti.
Siamo convinti che gli impianti a biogas debbono servire solo ad eliminare l'inquinamento da azoto dei suoli agricoli e quindi devono essere alimentati solo con reflui zootecnici, non con prodotti di coltivazioni dedicate.
Di più, diciamo che la quantità di azoto che entra nell'impianto a biogas non deve essere la stessa di quella del biodigestato in uscita, che verrà poi sparso nei campi.
E' necessario abbattere il tenore di azoto del digestato del 70%, con tecnologie di depurazione. Queste sono costose e gli incentivi statali alla cogenerazione elettrica debbono servire proprio ad alleviare di tali costi gli agricoltori e gli allevatori.
Noi affermiamo che gli impianti a biogas devono essere tarati sugli allevamenti. Debbono servire ad eliminare l'eccesso di azoto ammoniacale dai suoli agricoli. Nella food-valley, una vasta fascia degli stessi ne è largamente impregnata, al punto che il limite dell'azoto per ettaro è stato ridotto a 170 kg, dimezzandone il valore usuale.
Diversamente, tali impianti a biogas sono solo speculazione industriale, che niente ha a che fare
con l'agricoltura.
Gli scarti agro-alimentari sono altra cosa. Gli impianti a biogas che li usano andrebbero situati dove questi si producono, prevalentemente vicino ai mercati, non certo nelle campagne.
Loro dicono
2) bisogna alimentare le centrali termiche a biomassa con gli scarti forestali.
Noi diciamo che gli scarti forestali esistono solo se si fanno tagli.
Che nessun tagliaboschi o azienda di taglio recupera le ramaglie, piuttosto li lascia sul posto. Diciamo che nessuno fa più la pulizia del bosco come una volta, quando in montagna c'era tanta gente e poca legna.
Oggi la parola PULIZIA DEL BOSCO è un eufemismo, un non senso.
Affermiamo che l'attività di una cooperativa di raccolta delle ramaglie dei tagli altrui sarebbe antieconomica. Se una cooperativa raccogliesse scarti forestali sarebbero solo quelli dei suoi tagli, non altro.
Quindi, affermiamo che per alimentare centrali termiche a legna è necessario tagliare dei boschi.E' necessario un diradamento del bosco, con strade di servizio che permettano la raccolta delle ramaglie e la loro cippatura sul posto. Si tratta di un taglio industriale che ha bisogno di mezzi meccanici e di finanziamenti e la cui ragione d'essere economica non può essere il cippato o il suo mercato ma il mercato più remunerativo della legna da ardere.
Affermiamo, perciò, che le "piccole" centrali termiche a legna andranno ad accrescere i tagli boschivi e ad alimentare ulteriormente la speculazione sulla legna da ardere.
Ma la problematicità delle centrali termiche che bruciano legna non finisce qui.
Per essere economiche, nonostante gli elevati costi fissi di impianto, devono bruciare cippato di legna vergine, cippato fresco. Non certo cippato di legna stagionata due anni, come i montanari sono soliti usare nelle loro stufe.
Ebbene, il cippato fresco ha un'umidità superiore al 50% e la sua combustione ha un rendimento molto basso tra il 10 e il 15%, motivo per cui ne occorre tanto. Ma soprattutto tale cattiva combustione causa emissioni nocive e ceneri superiori a quelle effettivamente dichiarate dalle ditte costruttrici e automaticamente certificate da Ausl o Arpa, senza alcun minitoraggio effettivo.
In sostanza, le centrali termiche a cippato causano diradamento dei boschi, inquinamento dell'aria superiore a quello di stufe a pellet-legna che vorrebbero eliminare, inquinamento delle acque di superficie per lo scarico di quelle di raffreddamento e inquinamento del suolo per le
quantità di ceneri che vi verranno smaltite.
Le decine di centrali termiche a cippato che la Provincia ha dichiarato di voler impiantare in Appennino, col contributo di finanziamenti regionali, contribuiranno a consumare le risorse naturali che sono l'unica ricchezza rimasta alla montagna su cui fondare il suo recupero sociale ed economico.
Serioli Giuliano
(La proposta di Favia)
L’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna:
Premesso che:
· il contributo degli impianti di produzione di energia da biogas e da biomasse al raggiungimento degli obiettivi comunitari in tema produzione energetica e di tutela ambientale è fondamentale in ragione del fatto che questi impianti possono contribuire alla drastica riduzione di emissioni inquinanti, nel processo di produzione di energia, convertendo gli scarti della filiera agroalimentare in energia e ammendanti per l’agricoltura;
· negli ultimi mesi si stanno moltiplicando, su tutto il territorio regionale, le proposte di impianti di produzione di energia elettrica attraverso la combustione di biomasse o la digestione anaerobica delle che non sono giustificati da una sufficiente copertura di scarti della citata filiera agroalimentare e che dovranno essere quindi alimentati attraverso l’impianto di colture dedicate, ovvero, nel caso di produzione da combustione di biomasse, anche attraverso l’importazione di prodotti ottenuti mediante lo sfruttamento intensivo di foreste vergini (ad esempio olio di palma) o di materiali di incerta provenienza;
· la costante e continua conversione di porzioni di terreno dedicato a produzioni agricole di pregio a produzione di colture dedicate alla filiera energetica (il mais in particolare) sta mettendo a rischio non solo la qualità dei prodotti tutelati dai marchi di qualità, ma anche la stessa autonomia alimentare del paese, senza contare inoltre delle forti ricadute, in termini di emissioni inquinanti e disagi per i cittadini, derivanti dal traffico dei mezzi di trasporto dei materiali;
· l’attuale sistema di incentivazione che attualmente non prevede nessuna modulazione mirata a finanziare solo gli impianti che utilizzano gli impianti virtuosi ad esempio filiera corta dei materiali, nessun utilizzo di colture dedicate, recupero del calore prodotto
Considerato che:
· alla luce di quanto premesso le recenti linee guida, approvate dalla Regione Emilia-Romagna, si sono dimostrate non sufficientemente adeguate, alla definizione di un preciso quadro normativo finalizzato alla riconversione dell’attuale sistema industriale, di produzione energetica, in un sistema produttivo maggiormente rispettoso dell’ambiente, e quindi della salute, e delle caratteristiche socio economiche del territorio.
· nella seduta dell’Assemblea legislativa del 26 luglio 2011 è stato approvato un ordine del giorno sull’individuazione delle aree e dei siti per l’istallazione di impianti di produzione di energia elettrica mediante l’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili con cui si è impegnata la Giunta regionale a provvedere in modo da:
· coinvolgere l'intero sistema delle Autonomie Locali, anche attraverso l'elaborazione di loro piani energetici, capaci di governare il disegno localizzativo degli impianti, pianificare la loro alimentazione, predisporre efficaci ed efficienti sistemi di monitoraggio e di controllo;
· privilegiare la realizzazione d'impianti ad alto rendimento energetico, in regime di cogenerazione e trigenerazione, evitando lo spreco energetico con la sola produzione di energia elettrica e sfruttando il calore per usi residenziali e industriali;
· indicare che la biomassa necessaria per il funzionamento degli impianti provenga prevalentemente dagli scarti agro-alimentari e forestali o da colture energetiche collocate in aree del territorio dove si garantisca equilibrio fra colture agricole e dedicate, limitando la conversione della produzione agricola verso colture bioenergetiche;
· prevedere la valutazione dell'intero ciclo di vita delle biomasse in modo da contemplare tutte le fasi di produzione agricola e di trasformazione ed i trasporti, in modo da privilegiare gli accordi di filiera corta nel rispetto di cui all'art. 2, lettera c), del Decreto del Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali del 2 marzo 2010 Attuazione della legge 27 dicembre 2006, n. 296 sulla tracciabilità delle biomasse per la produzione di energia elettrica;
Valutato
· Necessario ed urgente rivedere le Linee guida approvate dalla Regione Emilia-Romagna nel luglio scorso al fine di limitare questa eccessiva proliferazione di impianti che non solo impoveriscono i nostri terreni e quindi l’agricoltura di qualità ma, attraverso l’importazione dei materiali, annullano uno dei principali effetti positivi che il ricorso a questo tipo di energie produce, ovvero la riduzione delle emissioni inquinanti nella nostra Regione.
L’assemblea legislativa dell’Emilia Romagna:
· a ridefinire il quadro normativo finalizzato al raggiungimento dei seguenti obiettivi:
· evitare concentrazioni di impianti e i lunghi trasporti delle biomasse, prevedendo che l’autorizzazione alla realizzazione degli impianti venga concessa solamente a seguito dell’elaborazione di Piani Energetici Locali (comunali, sovracomunali, provinciali), che consentano di tenere conto della produzione e del consumo di energia a livello locale, delle conseguenti emissioni, e della disponibilità di biomasse per la produzione di biogas.
· In questo modo si possono indirizzare gli impianti solo in quelle zone in grado di fornire biomassa locale sufficiente ad alimentare una centrale;
· deciso limite alle colture dedicate, prevedendo il ricorso esclusivo o prevalente di reflui, sottoprodotti da allevamenti zootecnici, dall’agricoltura, dalle industrie agroalimentari e rifiuti organici prodotti dai cittadini, prevedendo inoltre l’obbligatorietà della rotazione triennale delle colture;
· un attento e corretto utilizzo dei digestati che, se utilizzati in modo scorretto, si trasformano da risorsa per l’agricoltura, a fonte di inquinamento è necessario quindi prevedere norme più stringenti sul loro corretto utilizzo;
· per quanto riguarda la produzione diretta di energia da biomasse, prevedere l’obbligatorietà del funzionamento in regime di cogenerazione e trigenerazione, con rendimenti non inferiori al 70%;
· evitare l’aggiramento delle soglie limite previste per impianto attraverso la “frammentazione” delle richieste prevedendo che, in tutti i casi in cui più impianti ubicati nella stessa località possano essere ricondotti ad un solo imprenditore, si tenga conto della potenza complessiva degli impianti stessi ;
· prevedere un preciso piano di monitoraggio e di controlli teso sia alla verifica e alla tracciabilità dei materiali in entrata sia ad un periodico controllo delle emissioni, dei digestati, dei sottoprodotti e degli scarti di lavorazione di questi impianti e del loro conseguente trattamento e/o smaltimento..
Bologna, venerdì 13 aprile 2012
Il Consigliere
Giovanni Favia
Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna - Viale Aldo Moro, 50 - 4
Tuttavia alcune differenze tra noi e i 5* vengono al pettine e le aveva già rimarcate Vagnozzi all'assemblea di Fornovo su Laterlite, dopo un mio intervento.
Loro dicono
1) bisogna limitare le coltivazioni energetiche e il loro uso negli impianti a biogas.
Noi diciamo : le coltivazioni energetiche tolgono spazio a quelle alimentari e non vanno fatte.
Non diciamo questo per scavalcarli, nè perchè siamo dei fondamentalisti.
Siamo convinti che gli impianti a biogas debbono servire solo ad eliminare l'inquinamento da azoto dei suoli agricoli e quindi devono essere alimentati solo con reflui zootecnici, non con prodotti di coltivazioni dedicate.
Di più, diciamo che la quantità di azoto che entra nell'impianto a biogas non deve essere la stessa di quella del biodigestato in uscita, che verrà poi sparso nei campi.
E' necessario abbattere il tenore di azoto del digestato del 70%, con tecnologie di depurazione. Queste sono costose e gli incentivi statali alla cogenerazione elettrica debbono servire proprio ad alleviare di tali costi gli agricoltori e gli allevatori.
Noi affermiamo che gli impianti a biogas devono essere tarati sugli allevamenti. Debbono servire ad eliminare l'eccesso di azoto ammoniacale dai suoli agricoli. Nella food-valley, una vasta fascia degli stessi ne è largamente impregnata, al punto che il limite dell'azoto per ettaro è stato ridotto a 170 kg, dimezzandone il valore usuale.
Diversamente, tali impianti a biogas sono solo speculazione industriale, che niente ha a che fare
con l'agricoltura.
Gli scarti agro-alimentari sono altra cosa. Gli impianti a biogas che li usano andrebbero situati dove questi si producono, prevalentemente vicino ai mercati, non certo nelle campagne.
Loro dicono
2) bisogna alimentare le centrali termiche a biomassa con gli scarti forestali.
Noi diciamo che gli scarti forestali esistono solo se si fanno tagli.
Che nessun tagliaboschi o azienda di taglio recupera le ramaglie, piuttosto li lascia sul posto. Diciamo che nessuno fa più la pulizia del bosco come una volta, quando in montagna c'era tanta gente e poca legna.
Oggi la parola PULIZIA DEL BOSCO è un eufemismo, un non senso.
Affermiamo che l'attività di una cooperativa di raccolta delle ramaglie dei tagli altrui sarebbe antieconomica. Se una cooperativa raccogliesse scarti forestali sarebbero solo quelli dei suoi tagli, non altro.
Quindi, affermiamo che per alimentare centrali termiche a legna è necessario tagliare dei boschi.E' necessario un diradamento del bosco, con strade di servizio che permettano la raccolta delle ramaglie e la loro cippatura sul posto. Si tratta di un taglio industriale che ha bisogno di mezzi meccanici e di finanziamenti e la cui ragione d'essere economica non può essere il cippato o il suo mercato ma il mercato più remunerativo della legna da ardere.
Affermiamo, perciò, che le "piccole" centrali termiche a legna andranno ad accrescere i tagli boschivi e ad alimentare ulteriormente la speculazione sulla legna da ardere.
Ma la problematicità delle centrali termiche che bruciano legna non finisce qui.
Per essere economiche, nonostante gli elevati costi fissi di impianto, devono bruciare cippato di legna vergine, cippato fresco. Non certo cippato di legna stagionata due anni, come i montanari sono soliti usare nelle loro stufe.
Ebbene, il cippato fresco ha un'umidità superiore al 50% e la sua combustione ha un rendimento molto basso tra il 10 e il 15%, motivo per cui ne occorre tanto. Ma soprattutto tale cattiva combustione causa emissioni nocive e ceneri superiori a quelle effettivamente dichiarate dalle ditte costruttrici e automaticamente certificate da Ausl o Arpa, senza alcun minitoraggio effettivo.
In sostanza, le centrali termiche a cippato causano diradamento dei boschi, inquinamento dell'aria superiore a quello di stufe a pellet-legna che vorrebbero eliminare, inquinamento delle acque di superficie per lo scarico di quelle di raffreddamento e inquinamento del suolo per le
quantità di ceneri che vi verranno smaltite.
Le decine di centrali termiche a cippato che la Provincia ha dichiarato di voler impiantare in Appennino, col contributo di finanziamenti regionali, contribuiranno a consumare le risorse naturali che sono l'unica ricchezza rimasta alla montagna su cui fondare il suo recupero sociale ed economico.
Serioli Giuliano
(La proposta di Favia)
L’Assemblea Legislativa dell’Emilia-Romagna:
Premesso che:
· il contributo degli impianti di produzione di energia da biogas e da biomasse al raggiungimento degli obiettivi comunitari in tema produzione energetica e di tutela ambientale è fondamentale in ragione del fatto che questi impianti possono contribuire alla drastica riduzione di emissioni inquinanti, nel processo di produzione di energia, convertendo gli scarti della filiera agroalimentare in energia e ammendanti per l’agricoltura;
· negli ultimi mesi si stanno moltiplicando, su tutto il territorio regionale, le proposte di impianti di produzione di energia elettrica attraverso la combustione di biomasse o la digestione anaerobica delle che non sono giustificati da una sufficiente copertura di scarti della citata filiera agroalimentare e che dovranno essere quindi alimentati attraverso l’impianto di colture dedicate, ovvero, nel caso di produzione da combustione di biomasse, anche attraverso l’importazione di prodotti ottenuti mediante lo sfruttamento intensivo di foreste vergini (ad esempio olio di palma) o di materiali di incerta provenienza;
· la costante e continua conversione di porzioni di terreno dedicato a produzioni agricole di pregio a produzione di colture dedicate alla filiera energetica (il mais in particolare) sta mettendo a rischio non solo la qualità dei prodotti tutelati dai marchi di qualità, ma anche la stessa autonomia alimentare del paese, senza contare inoltre delle forti ricadute, in termini di emissioni inquinanti e disagi per i cittadini, derivanti dal traffico dei mezzi di trasporto dei materiali;
· l’attuale sistema di incentivazione che attualmente non prevede nessuna modulazione mirata a finanziare solo gli impianti che utilizzano gli impianti virtuosi ad esempio filiera corta dei materiali, nessun utilizzo di colture dedicate, recupero del calore prodotto
Considerato che:
· alla luce di quanto premesso le recenti linee guida, approvate dalla Regione Emilia-Romagna, si sono dimostrate non sufficientemente adeguate, alla definizione di un preciso quadro normativo finalizzato alla riconversione dell’attuale sistema industriale, di produzione energetica, in un sistema produttivo maggiormente rispettoso dell’ambiente, e quindi della salute, e delle caratteristiche socio economiche del territorio.
· nella seduta dell’Assemblea legislativa del 26 luglio 2011 è stato approvato un ordine del giorno sull’individuazione delle aree e dei siti per l’istallazione di impianti di produzione di energia elettrica mediante l’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili con cui si è impegnata la Giunta regionale a provvedere in modo da:
· coinvolgere l'intero sistema delle Autonomie Locali, anche attraverso l'elaborazione di loro piani energetici, capaci di governare il disegno localizzativo degli impianti, pianificare la loro alimentazione, predisporre efficaci ed efficienti sistemi di monitoraggio e di controllo;
· privilegiare la realizzazione d'impianti ad alto rendimento energetico, in regime di cogenerazione e trigenerazione, evitando lo spreco energetico con la sola produzione di energia elettrica e sfruttando il calore per usi residenziali e industriali;
· indicare che la biomassa necessaria per il funzionamento degli impianti provenga prevalentemente dagli scarti agro-alimentari e forestali o da colture energetiche collocate in aree del territorio dove si garantisca equilibrio fra colture agricole e dedicate, limitando la conversione della produzione agricola verso colture bioenergetiche;
· prevedere la valutazione dell'intero ciclo di vita delle biomasse in modo da contemplare tutte le fasi di produzione agricola e di trasformazione ed i trasporti, in modo da privilegiare gli accordi di filiera corta nel rispetto di cui all'art. 2, lettera c), del Decreto del Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali del 2 marzo 2010 Attuazione della legge 27 dicembre 2006, n. 296 sulla tracciabilità delle biomasse per la produzione di energia elettrica;
Valutato
· Necessario ed urgente rivedere le Linee guida approvate dalla Regione Emilia-Romagna nel luglio scorso al fine di limitare questa eccessiva proliferazione di impianti che non solo impoveriscono i nostri terreni e quindi l’agricoltura di qualità ma, attraverso l’importazione dei materiali, annullano uno dei principali effetti positivi che il ricorso a questo tipo di energie produce, ovvero la riduzione delle emissioni inquinanti nella nostra Regione.
L’assemblea legislativa dell’Emilia Romagna:
· a ridefinire il quadro normativo finalizzato al raggiungimento dei seguenti obiettivi:
· evitare concentrazioni di impianti e i lunghi trasporti delle biomasse, prevedendo che l’autorizzazione alla realizzazione degli impianti venga concessa solamente a seguito dell’elaborazione di Piani Energetici Locali (comunali, sovracomunali, provinciali), che consentano di tenere conto della produzione e del consumo di energia a livello locale, delle conseguenti emissioni, e della disponibilità di biomasse per la produzione di biogas.
· In questo modo si possono indirizzare gli impianti solo in quelle zone in grado di fornire biomassa locale sufficiente ad alimentare una centrale;
· deciso limite alle colture dedicate, prevedendo il ricorso esclusivo o prevalente di reflui, sottoprodotti da allevamenti zootecnici, dall’agricoltura, dalle industrie agroalimentari e rifiuti organici prodotti dai cittadini, prevedendo inoltre l’obbligatorietà della rotazione triennale delle colture;
· un attento e corretto utilizzo dei digestati che, se utilizzati in modo scorretto, si trasformano da risorsa per l’agricoltura, a fonte di inquinamento è necessario quindi prevedere norme più stringenti sul loro corretto utilizzo;
· per quanto riguarda la produzione diretta di energia da biomasse, prevedere l’obbligatorietà del funzionamento in regime di cogenerazione e trigenerazione, con rendimenti non inferiori al 70%;
· evitare l’aggiramento delle soglie limite previste per impianto attraverso la “frammentazione” delle richieste prevedendo che, in tutti i casi in cui più impianti ubicati nella stessa località possano essere ricondotti ad un solo imprenditore, si tenga conto della potenza complessiva degli impianti stessi ;
· prevedere un preciso piano di monitoraggio e di controlli teso sia alla verifica e alla tracciabilità dei materiali in entrata sia ad un periodico controllo delle emissioni, dei digestati, dei sottoprodotti e degli scarti di lavorazione di questi impianti e del loro conseguente trattamento e/o smaltimento..
Bologna, venerdì 13 aprile 2012
Il Consigliere
Giovanni Favia
Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna - Viale Aldo Moro, 50 - 4
lunedì 9 luglio 2012
IL BOSCO,LINEA DI CONFINE
Negli ultimi anni la linea del bosco tende a salire verso l'alto.
Alberi contorti si insinuano tra le rocce delle pietraie, mettendovi radici.
Altri, più facilmente, colonizzano gli alpeggi, spuntando dove l'erba l'ha sempre fatta da padrona.
E' l'aumento della temperatura che sposta in su la linea del bosco.
Il rigore del gelo invernale non basta più a bloccare la risalita delle giovani matricine, perché anche in alto la neve e il ghiaccio durano di meno.
Se il confine del bosco sale verso l'alto, non c'è da gioire per l'aumento della sua estensione, perchè anche il confine delle sorgenti è costretto a salire, diminuendo la filtrazione dell'acqua all'interno delle rocce e la ricarica delle sorgenti.
Se il confine si sposta più in su, in Appennino tende a diminuire l'acqua disponibile.
E' il sintomo più evidente del cambiamento del clima dalle nostre parti.
Ma il bosco è soprattutto linea di confine verso il basso, verso ciò che di artificiale sale dalle città.
Con l'abbandono dei borghi, quel manto boschivo si è riunificato, si è esteso, ha marcato nettamente la sua linea di confine da tutto ciò che è artificiale, dalla presenza umana.
Ma ora tale linea è minacciata di nuovo.
Tagli sempre più estesi la interrompono, troncandola di netto fino alle cime.
E' la speculazione della legna da ardere che la divora, senza freno alcuno o regola vera. Nel silenzio assordante delle amministrazioni.
Il bosco è linea di confine dentro la natura, è un segnale del suo stato di salute.
E' linea di confine verso l'uomo e la sua pretesa di colonizzare tutto.
Se tale linea si consuma e viene a mancare, semplicemente il mondo muore.
Alberi contorti si insinuano tra le rocce delle pietraie, mettendovi radici.
Altri, più facilmente, colonizzano gli alpeggi, spuntando dove l'erba l'ha sempre fatta da padrona.
E' l'aumento della temperatura che sposta in su la linea del bosco.
Il rigore del gelo invernale non basta più a bloccare la risalita delle giovani matricine, perché anche in alto la neve e il ghiaccio durano di meno.
Se il confine del bosco sale verso l'alto, non c'è da gioire per l'aumento della sua estensione, perchè anche il confine delle sorgenti è costretto a salire, diminuendo la filtrazione dell'acqua all'interno delle rocce e la ricarica delle sorgenti.
Se il confine si sposta più in su, in Appennino tende a diminuire l'acqua disponibile.
E' il sintomo più evidente del cambiamento del clima dalle nostre parti.
Ma il bosco è soprattutto linea di confine verso il basso, verso ciò che di artificiale sale dalle città.
Con l'abbandono dei borghi, quel manto boschivo si è riunificato, si è esteso, ha marcato nettamente la sua linea di confine da tutto ciò che è artificiale, dalla presenza umana.
Ma ora tale linea è minacciata di nuovo.
Tagli sempre più estesi la interrompono, troncandola di netto fino alle cime.
E' la speculazione della legna da ardere che la divora, senza freno alcuno o regola vera. Nel silenzio assordante delle amministrazioni.
Il bosco è linea di confine dentro la natura, è un segnale del suo stato di salute.
E' linea di confine verso l'uomo e la sua pretesa di colonizzare tutto.
Se tale linea si consuma e viene a mancare, semplicemente il mondo muore.
Giuliano Serioli
domenica 17 giugno 2012
PALANZANO : LA MINACCIA ALLA FOOD VALLEY SALE IN MONTAGNA
Un non meglio definito "Consorzio val Cedra val d'Enza", composto da 8
allevatori che vanno da Albazzano a Miscoso, da Neviano Arduini a
Palanzano, da Ranzano a Ramiseto, richiede dal 2010
al comune di Palanzano di autorizzare un complesso energetico in
località Nacca di Vaestano.
Tale polo energetico dovrebbe essere costituito, stando ai proponenti,
da un gassificatore a biomassa della potenza di 999 Kw e da un impianto
a biogas da 999 Kw.
Il gassificatore si prevede venga alimentato con 85.000 quintali annui
di cippato di legna vergine e con una quantità non ben definita di
digestato prodotto dall'impianto a biogas adiacente. Una tale quantità
di legna corrisponde grosso modo ad 1 Km2 di boschi dei dintorni da
tagliare ogni anno.
L'impianto a biogas, adiacente il gassificatore e con la stessa rete
idrica di smaltimento delle acque di prima pioggia, verrebbe alimentato
con 153 tonnellate giornaliere di letame e liquami di detti allevatori,
nonchè con insilato di mais, glicerolo e siero di latte.
Le emissioni previste per il gassificatore sono a dir poco incredibili.
Una quantità di fumi da cogenerazione di 32.000.000 di Nmc/annui.
Di cui 36.000 tonnellate annue di CO2, 9,3 t. di monossido di carbonio,
9,3 t. di ossidi di azoto, 6,7 t. di COV ( composti organici volatili),
1,0 t. di ossidi di zolfo, 0,5 t. di polveri sottili e
1,1 kg annui di diossine, furani e idrocarburi policiclici aromatici(
PCCD+PCDF+IPA).
Oltre a tutto ciò bisogna,poi, considerare le ceneri e il rilascio di
grandi quantità di acqua necessaria per raffreddare il syngas e ridurlo
a temperatura utile per essere bruciato nei motori a cogenerazione.
Ovviamente a tali emissioni nocive si devono poi sommare i fumi causati
dalla cogenerazione del biogas e le ulteriori emissioni odorigene dello
stesso.
A tutto ciò si sono opposti duramente il comitato Giarola e il comitato
Vaestano, che hanno raccolto più di 1.400 firme di cittadini e che si
sono unificati da poco in associazione ambientale.
Ma il sindaco di Palanzano Maggiali,a dispetto dell'opinione dei suoi
compaesani, ha già concesso la DIA per entrambi gli impianti.
Va detto, peraltro, che quel lungo elenco di emissioni nocive sono state
considerate ammissibili dalle istituzioni preposte, sia da parte della
Ausl che da parte di Arpa.
L'associazione si è già rivolta a Provincia e Regione senza ottenere
aiuto alcuno.
Nonostante sia chiaro a tutti che i due impianti sono di fatto uno solo,
che hanno carattere solamente speculativo, che recherebbero grave danno
al patrimonio boschivo dell'area, che procurerebbero un grave
inquinamento delle acque superficiali e delle falde, nonchè alla
purezza dell'aria, nessuna istituzione sembra prendere in
considerazione la voce dei cittadini.
La zona delle due valli ha una vocazione agronomica importante. E' sede
di prosciuttifici artigianali e di caseifici dove si produce il tipico
parmigiano-reggiano di montagna.
La Food-Valley ha assoluto bisogno dell'apporto della montagna.
E' il suo serbatoio di aria buona e di acqua pura.
La montagna costituisce addirittura la possibilità della sua futura
espansione nel sempre maggior rispetto della produzione biologica.
"L'associazione Giarola-Vaestano per il territorio" chiede il sostegno
del comitato ambientale di Felino contro la centrale a biogas, nonchè
quello del consorzio del Parmigiano-reggiano e del Consorzio del
prosciutto di Langhirano, affinchè sia dichiarata la moratoria delle DIA
del sindaco Maggiali e sia disposta una valutazione ambientale
strategica (VAS) da parte della Provincia per valutare tutte le
considerazioni della cittadinanza finora inascoltate.
Serioli Giuliano
allevatori che vanno da Albazzano a Miscoso, da Neviano Arduini a
Palanzano, da Ranzano a Ramiseto, richiede dal 2010
al comune di Palanzano di autorizzare un complesso energetico in
località Nacca di Vaestano.
Tale polo energetico dovrebbe essere costituito, stando ai proponenti,
da un gassificatore a biomassa della potenza di 999 Kw e da un impianto
a biogas da 999 Kw.
Il gassificatore si prevede venga alimentato con 85.000 quintali annui
di cippato di legna vergine e con una quantità non ben definita di
digestato prodotto dall'impianto a biogas adiacente. Una tale quantità
di legna corrisponde grosso modo ad 1 Km2 di boschi dei dintorni da
tagliare ogni anno.
L'impianto a biogas, adiacente il gassificatore e con la stessa rete
idrica di smaltimento delle acque di prima pioggia, verrebbe alimentato
con 153 tonnellate giornaliere di letame e liquami di detti allevatori,
nonchè con insilato di mais, glicerolo e siero di latte.
Le emissioni previste per il gassificatore sono a dir poco incredibili.
Una quantità di fumi da cogenerazione di 32.000.000 di Nmc/annui.
Di cui 36.000 tonnellate annue di CO2, 9,3 t. di monossido di carbonio,
9,3 t. di ossidi di azoto, 6,7 t. di COV ( composti organici volatili),
1,0 t. di ossidi di zolfo, 0,5 t. di polveri sottili e
1,1 kg annui di diossine, furani e idrocarburi policiclici aromatici(
PCCD+PCDF+IPA).
Oltre a tutto ciò bisogna,poi, considerare le ceneri e il rilascio di
grandi quantità di acqua necessaria per raffreddare il syngas e ridurlo
a temperatura utile per essere bruciato nei motori a cogenerazione.
Ovviamente a tali emissioni nocive si devono poi sommare i fumi causati
dalla cogenerazione del biogas e le ulteriori emissioni odorigene dello
stesso.
A tutto ciò si sono opposti duramente il comitato Giarola e il comitato
Vaestano, che hanno raccolto più di 1.400 firme di cittadini e che si
sono unificati da poco in associazione ambientale.
Ma il sindaco di Palanzano Maggiali,a dispetto dell'opinione dei suoi
compaesani, ha già concesso la DIA per entrambi gli impianti.
Va detto, peraltro, che quel lungo elenco di emissioni nocive sono state
considerate ammissibili dalle istituzioni preposte, sia da parte della
Ausl che da parte di Arpa.
L'associazione si è già rivolta a Provincia e Regione senza ottenere
aiuto alcuno.
Nonostante sia chiaro a tutti che i due impianti sono di fatto uno solo,
che hanno carattere solamente speculativo, che recherebbero grave danno
al patrimonio boschivo dell'area, che procurerebbero un grave
inquinamento delle acque superficiali e delle falde, nonchè alla
purezza dell'aria, nessuna istituzione sembra prendere in
considerazione la voce dei cittadini.
La zona delle due valli ha una vocazione agronomica importante. E' sede
di prosciuttifici artigianali e di caseifici dove si produce il tipico
parmigiano-reggiano di montagna.
La Food-Valley ha assoluto bisogno dell'apporto della montagna.
E' il suo serbatoio di aria buona e di acqua pura.
La montagna costituisce addirittura la possibilità della sua futura
espansione nel sempre maggior rispetto della produzione biologica.
"L'associazione Giarola-Vaestano per il territorio" chiede il sostegno
del comitato ambientale di Felino contro la centrale a biogas, nonchè
quello del consorzio del Parmigiano-reggiano e del Consorzio del
prosciutto di Langhirano, affinchè sia dichiarata la moratoria delle DIA
del sindaco Maggiali e sia disposta una valutazione ambientale
strategica (VAS) da parte della Provincia per valutare tutte le
considerazioni della cittadinanza finora inascoltate.
Serioli Giuliano
venerdì 8 giugno 2012
Considerazioni sul biogas a S. Michele Tiorre
Il piano di sviluppo aziendale presentato dall'azienda 'La Grande' certifica, di fatto, la sua trasformazione dal carattere agricolo a quello industriale.
Il biodigestore anaerobico da 1 Mw assorbirebbe in toto la sua produzione agraria, non più indirizzata ad alimentare le vacche da latte, ma ad alimentare lo stesso con coltivazioni espressamente dedicate. Non solo, il suo sovradimensionamento costringe l'azienda stessa ad affittare ettari di terreno per coprire tale produzione e nel contempo cercare di ottemperare alle normative per la spandimento del digestato, senza, peraltro, arrivare ad avere gli ettari richiesti dalla normativa. A nostro parere è necessario tener conto principalmente del fatto che le colture che accompagnano la realizzazioni di impianti di questa levatura e la produzione del digestato che da essi consegue hanno ricadute su tutto il territorio circostante.
Tale ricaduta configura la pericolosità degli effetti dell'insilato di mais e di tutti gli altri insilati vegetali in un territorio vocato alla produzione del grana e che la DOP del consorzio del Parmigiano-Reggiano evidenzia da tempo.
Il diffondersi di tali impianti sovradimensionati nel vicino Cremonese, alimentati principalmente con coltivazioni dedicate e solo in subordine con deiezioni animali, deve farci riflettere sul carattere eminentemente speculativo che le energie rinnovabili possono assumere nell'ambito delle biomasse. Abbiamo già assistito alla trasformazione dell'agricoltura in agroindustria e dell'allevamento in allevamento intensivo-industriale con sofferenze e problemi cui occorre assolutamente porre mano, come l'eccesso di azoto ammoniacale nei suoli.
Non si può accettare che l'introduzione delle rinnovabili nell'ambito agricolo stravolgano del tutto il territorio, assoggettandolo completamente alla speculazione industriale.
Nel nostro territorio ci sono due visioni opposte circa lo smaltimento delle deiezioni zootecniche.
Da una parte, quella dell'azienda che col suo biodigestore da 1 Mw tra Corcagnano e Carignano, ha fatto da apripista all'attuale richiesta dell'azienda 'La grande', configurandosi come mera speculazione col pretesto dello smaltimento delle deiezioni.
Dall'altra, il progetto del comune di Montechiarugolo che intende affrontare a livello comprensoriale il problema dello smaltimento, attraverso due impianti separati da 500 Kw ciascuno con trattamento SBR dell'azoto e senza il rilascio del digestato nei campi. Da ciò si evince che la linea di demarcazione tra l'uso delle biomasse per pura speculazione e il loro uso sostenibile è estremamente sottile e quindi è assolutamete necessario che sia esplicitata da parte delle istituzioni.
Le istutuzioni debbono adottare norme inequivocabili in tal senso.
Reteambiente ritiene che gli impianti a biogas debbano essere ritagliati sull'effettiva esigenza di smaltimento delle deiezioni animali da parte di ciascuna azienda agricola in base ai capi allevati. Ritiene, altresì, che gli incentivi pubblici debbano servire principalmente ad aiutare l'azienda a coprire i costi di depurazione dall'azoto del digestato, arrivando così ad evitare il suo spandimento. Confagricoltura ha delineato un'ampia fascia del territorio provinciale, comprendente l'area collinare e tutta la pedemontana fino alla città, come suolo a rischio, in cui occore limitare lo spandimento di azoto a 170 kg. per ettaro, dimezzando così quello usuale.
Le emissioni odorigene del biodigestore sito tra Corcagnano e Carignano ammorbano ogni sera i quartieri della città tra via Langhirano e via Montanara, costringendo i cittadini tener chiuse le finestre anche d'estate. Le emissioni odorigene del progettato biodigestore della ditta 'La Grande' ammorberebbero l'intero assetto pedemontano in questione a chiara vocazione agroturistica.
Non crediamo, infine, nonostante le rassicurazioni prodotte, che l'azienda in questione si servirà principalmente delle sue produzioni vegetali, ma che piuttosto le acquisirà da industrie specializzate del Cremonese, o addirittura dallo steesso Consorzio agrario di Cremona, come è solita fare un'azienda di Selvanizza che, per il suo biodigestore da 250 Kw, usa una miscela di nutrienti per microorganismi chiamata CH4 SPRINT, composta da farina di granoturco, panello di germe di granoturco e melasso di canna.
Questi impianti da 1 Mw sono forniti, ormai, chiavi in mano da società per azioni.
Le stesse propongono al cliente una partnership energetico-finanziaria, che prevede un preciso scaglionamento dei costi per anno : 490.000 euro per manutenzione, consumi elettrici e gestione impianto; 450.000 euro per circa 17-18.000 t. di miscele vegetali ; 400.000 euro per quota ammortamento investimento.
A fronte di ricavi annui totali di 2.240.000 euro, restano 900.000 euro netti di reddito annuo.
Da tutto questo si evince che lo smaltimento dei liquami per costoro diventa solo pretesto per far soldi. Che il digestato risultante conterrà tutto l'azoto dei componenti iniziali. Che il suo spandimento pregiudicherà gravemente i suoli del territorio, la produzione del grana e la vocazione agrituristica dell'intera zona.
Le minacce di tali speculatori di adire a vie legali contro i comuni per rivalersi del mancato benestare e dei mancati introiti negli anni a venire : 36 milioni di euro, devono essere respinte. Di tali minacce devono essere messi al corrente i cittadini, gli unici in grado di garantire sostegno alle istituzioni medesime.
Serioli Giuliano
lunedì 4 giugno 2012
Centrali a biomassa: una minaccia per l'Appennino
I cittadini di Palanzano e Vaestano, organizzatisi in associazione ambientale, si oppongono fermamente a che venga costruito un gassificatore in località Nacca di Vaestano che si alimenterebbe con 8.500 t. annue di cippato di legna e con 2.500 t. annue di digestato di letame.
Oltre per le emissioni inquinanti e le ceneri, sono preoccupati per il loro patrimonio boschivo.
Le 8.500 t. annue di cippato che finirebbero nel gassificatore corrispondono ad 1 Kmq di bosco che ogni anno sparirebbe. Al sindaco di Palanzano, Maggiali, che ha concesso da tempo la DIA senza minimamente tener conto della loro opinione, hanno intimato che se non revoca l'autorizzazione alla ditta privata che l'ha richiesta si rivolgeranno al TAR.
Il sindaco di Monchio, comune finora considerato virtuoso, ha annunciato che intende ricavare 150.000 euro di incentivi dalla produzione di energia elettrica con la centrale a cippato.
Attalmente la centrale è sottoutilizzata. Funziona al 20% e brucia circa 3.000 quintali di cippato con gravi problemi dovuti alla cattiva combustione. Funzionando in cogenerazione per produrre energia elettrica, arriverebbe a bruciare dieci volte tanto, circa 30.000 quintali di legna, tanto scarso è il suo rendimento e quello della combustione del cippato fresco. Si tratterebbe di 1/3 di kmq di boschi da tagliare ogni anno per farla funzionare.
Che aziende private mirino a speculare sulle energie rinnovabili non ci sorprende più, capita ormai dappertutto e i cittadini si costituiscono ovunque in comitati per contrastarle.
Ma che gli stessi enti pubblici locali svendano le risorse della montagna per quattro soldi ci sorprende e ci preoccupa, anche perchè temiamo che le centrali termiche che stanno sorgendo un pò dappertutto nella nostra montagna potrebbero seguirne l'esempio.
Noi di Reteambienteparma sosteniamo, infatti, che sono inquinanti ed antieconomici anche i piccoli inceneritori sorti per produrre solo energia termica. Per intenderci, quelli sotto il Mw di cui Regione e Provincia stanno finanziando l'installazione in tutto l'Appennino.
Tre sono già funzionanti, a Monchio, Palanzano e Borgotaro e 5 sono già stati finanziati.
Dall'Olio, funzionario della Provincia e candidato alle primarie del Pd, ha firmato un documento che comproverebbe la larga disponibilità di legna utilizzabile dal punto di vista energetico nonostante i massicci tagli dovuti alla speculazione sulla legna da ardere, arrivando ad affermare che di tali inceneritori a cippato se ne potrebbero installare, senza problemi, addirittura una trentina nei borghi del nostro Appennino.
Gli argomenti addotti per giustificare tale scelta sono ormai dei mantra.
Frasi fatte, ripetute ad ogni piè sospinto e ritenute certezze intoccabili.
Sarebbe il caso, invece, di sottoporli a giudizio critico.
1) il primo mantra è dato dalla certezza che la combustione delle biomasse non contribuisca all'effetto serra. Viene detto che la stessa CO2 assorbita durante la crescita viene restituita durante la combustione. Cioè sarebbero impianti a somma zero di emissioni CO2.
In astratto è vero : la CO2 emessa è quella incorporata nel legno.
Ma non si considera il fattore tempo. In natura le piante hanno una vita di molte decine di anni e ne impiegano altrettanti, una volta morte, a seccarsi, marcire, diventare humus e rilasciare CO2.
Nel concreto, dalla combustione industriale di cippato di legna viene emessa anidride carbonica in quantità tale che gli ettari di bosco, tagliati per rifornirla, impiegheranno anni prima di avere la massa arborea sufficiente a ricatturare la stessa quantità di CO2 di prima.
2) il secondo mantra è dato dalla certezza che una centrale termica a cippato, fornendo teleriscaldamento in sostituzione delle vecchie caldaie a legna delle case, abbia emissioni meno nocive di queste e che l'aria dei borghi in inverno diventi addirittura più salubre.
Sbagliato. La gente ha già provveduto in questi ultimi anni a dotarsi di moderne caldaie funzionanti sia a pellet che a legna, con abbattimento dei fumi. La caldaia è programmata per accendersi automaticamente col pellet ed è poi rifornita manualmente di legna durante la giornata. Il pellet ha un contenuto idrico dell'8%. La legna usata è secca, stagionata due anni, ha un contenuto di umidità inferiore al 20% e produce basse emissioni, ulteriormente abbattute dal filtro della caldaia. L'acquist,poi, di nuove caldaie è conveniente perchè è detraibile al 55% dalla dichiarazione dei redditi.
La centrale a biomassa, al contrario, brucia cippato fresco con umidità del 50-60%. Produce una cattiva combustione con eccesso di fumi e con residui di ceneri anche del 5%. Supera ampiamente il range massimo di 100 mg/Nm3 di polveri previsto dalla normativa nazionale. Infine, dalla combustione di sostanze vegetali ed animali, come da quella del petrolio, si generano idrocarburi ciclici aromatici, che combinandosi col cloro presente nell'aria, anche per la sola depurazione degli acquedotti, si generano diossine.
L'ingegner Saviano della SIRAM, la ditta costruttrice della centrale a cippato dentro l'ospedale di Borgotaro, ha dovuto inventarsi alchimista. Ha dovuto servirsi della caldaia a metano, già esistente, per dosare la quantità di calore di questa con quella della caldaia a cippato in modo che la stessa non si dovesse accendere e spegnere a seconda dell'input del termostato, ma rimanesse sempre accesa a circa il 70% della sua potenza e avere la minor quantità di emissioni e di ceneri possibile per un ospedale. Non solo, ha dovuto approviggionarsi di cippato di legna stagionata, per non servirsi più di cippato fresco, di così difficile combustione e così inquinante.
3) Il terzo mantra è dato dalla certezza del risparmio con la centrale a cippato.
Forse è vero rispetto al gasolio che si usava prima, ma non rispetto ad altre possibilità.
Il costo di una centrale come quella di Palanzano, con due caldaie da 350 Kw l'una, è di 426.000 euro e il costo di quella di Monchio, da 926 Kw, è di 650.000 euro. Il costo aggiuntivo della rete di teleriscaldamento è di 500 euro al metro. Monchio ha già speso 100.000 euro solo per una parte della rete di teleriscaldamento. Il comune di Palanzano, viste le conseguenze nel bruciare cippato fresco : grandi emissioni di fumi e grosse quantità di ceneri, è passato a bruciare pellet. Costa di più ma rende molto di più, ha emissioni e ceneri 10 volte inferiori al cippato fresco.
Forti di questa esperienza, avrebbero risparmiato molto di più se avessero messo piccole caldaie a pellet in ognuno dei 5 fabbricati del comune, senza bisogno dei costi del teleriscaldamento. Una caldaia automatica a pellet da 60 Kw di potenza, capace di riscaldare una superficie di 800 m2, costa 36.000 euro( iva e installazione comprese), detraibili al 55% in 10 anni. Il costo reale diventerebbe di 16.000 euro.
Con neanche 100.000 euro avrebbero risolto il problema e avrebbero potuto destinare il resto dei finanziamenti regionali ad interventi di ristrutturazione per il risparmio energetico, creando così anche lavoro.
4) il quarto mantra è che non si intacca il patrimonio forestale perchè il cippato deriva solo dalla pulizia dei boschi.
Falso.
La pulizia dei boschi la si faceva una volta quando la legna era poca e la gente tanta.
Ora non la fa più nessuno, tantomeno i boscaioli o le cooperative di taglio.
Se una cooperativa di taglio dovesse basare il suo lavoro e gli introiti dalla raccolta delle ramaglie abbandonate sul posto dai boscaioli, fallirebbe. Tale raccolta èantieconomica.
Il cippato fresco, infatti, deriva proprio dal taglio meccanizzato del bosco. Dall'esbosco a pianta intera, con cui il tronco diventa tondame da lavoro e i rami e il cimale, una volta tagliati, vengono subito cippati con foglie e tutto il resto. Per un tale taglio meccanizzato è prevista anche l'apertura di nuove strade. Si assisterebbe, quindi, ad un'ulteriore rimaneggiamento del bosco e ad una sua maggiore esposizione al taglio generalizzato in atto per la speculazione sulla legna da ardere che ha già superato la sostenibilità e che sta intaccando la rinnovabilità.
Una cooperativa di pulizia del bosco, quindi, non pulirebbe un bel niente, tagierebbe soltanto.
5) Il quinto mantra è che l'investimento strutturale nel teleriscaldamento sia necessario nei piccoli borghi perchè gli anziani non sono più in grado di essere autonomi nemmeno a casa loro.
Tutta da ridere. Lo vadano a raccontare a chi, ad 80 anni, va ancora in giro a funghi.
Per chi non ce la fa, poi, ci sono già in ogni borgo le case di riposo attrezzate.
Sono necessari, invece, investimenti strutturali per creare lavoro, cosa che le centrali a cippato non fanno minimamente. Investimenti per la ristrutturazione dei borghi finalizzata al risparmio energetico ed alla ricezione agrituristica ed ospitativa, capaci di creare lavoro nell'edilizia e nell'indotto e a seguire nel turismo, ormai moribondo.
Ma nella nostra montagna, altrettanto grave dell'abbandono dei borghi e della mancanza di lavoro è il taglio dei boschi causato dalla speculazione sulla legna da ardere. Le tonnellate di cippato che bruceranno nelle decine di future centrali termiche si andranno a sommare alle migliaia di tonnellate di legna che ogni anno vengono portate via su camion, con grave dissesto per i boschi, i versanti dei monti e le strade delle valli.
Su circa 300.000 tonnellate potenzialmente prelevabili dai boschi del nostro Appennino, stando ai dati delle comunità montane, nel 2009 ne sono state effettivamente tagliate 190.000, sotto la voce di autoconsumo.
Ma questa parola, in borghi semiabbandonati, è ormai un eufemismo.
Era valida quando le case erano tutte abitate, ma non certo ora che lo è una casa su quattro.
Tutta quella legna viene portata via dal nostro territorio e venduta a caro prezzo chissà dove.
Il prezzo di mercato della legna da ardere stagionata 3 mesi è di 11 euro al quintale, arriva anche a 18 euro se stagionata 2 anni.
Di quei soldi in montagna resta ben poco. Gli anziani dei borghi che fanno tagliare i loro boschi di proprietà incamerano solo 1.000 euro all'ettaro.
La gran parte dei soldi del taglio finisce giù in città.
A coloro che vi si sono trasferiti da tempo e che hanno conservato la proprietà della casa e di appezzamenti boschivi. Certo, qualche boscaiolo in ogni borgo mette in tasca un pò di più, 4 o 5.000 euro per ogni ettaro tagliato, ma col sudore della fronte non si arricchisce di sicuro.
Nè quel pò di euro in più che girano per i borghi ne cambiano l'assetto economico.
I soldi veri finiscono nelle tasche dei commercianti e dei grossisti della filiera della legna da ardere. Gente che non tornerà certo ad investirli lassù.
I dati degli ettari richiesti al taglio nel 2011 non sono ancora disponibili, ma non lo sono nemmeno quelli del 2010, nonostante siano stati richiesti per un anno intero.
Tutti i boscaioli dicono che si è tagliato molto di più, forse molto più del doppio e che sono nate delle aziende che hanno assunto in nero extracomunitari che tagliano a più non posso e pagati un tanto a mc.
A confermare l'enormità dei tagli e il mancato rispetto spesso delle regole minime sono le parole stesse del sindaco Bovis di Langhirano ad un'assemblea aperta del Pd sullo stato della montagna del settembre scorso : " Se dovessimo punire quest'anno chi ha sgarrato dalle regole dei tagli, dovremmo comminare ammende per alcune decine di migliaia di euro. Ma non so se è il caso di farlo : alcune aziende fallirebbero."
Ma se i tagli hanno ormai superato la sostenibilità e stanno intaccando la rinnovabilità dei nostri boschi, non si può più accettare che le autorità amministrative impongano il silenzio ai funzionari preposti. La risorsa verde dei boschi non è "il nuovo petrolio su cui siamo seduti", come affermato da un funzionario della Provincia, ma una risorsa preziosa che va salvaguardata proprio nell'interesse della montagna, di chi vi abita e del suo futuro possibile.
Serioli Giuliano
Oltre per le emissioni inquinanti e le ceneri, sono preoccupati per il loro patrimonio boschivo.
Le 8.500 t. annue di cippato che finirebbero nel gassificatore corrispondono ad 1 Kmq di bosco che ogni anno sparirebbe. Al sindaco di Palanzano, Maggiali, che ha concesso da tempo la DIA senza minimamente tener conto della loro opinione, hanno intimato che se non revoca l'autorizzazione alla ditta privata che l'ha richiesta si rivolgeranno al TAR.
Il sindaco di Monchio, comune finora considerato virtuoso, ha annunciato che intende ricavare 150.000 euro di incentivi dalla produzione di energia elettrica con la centrale a cippato.
Attalmente la centrale è sottoutilizzata. Funziona al 20% e brucia circa 3.000 quintali di cippato con gravi problemi dovuti alla cattiva combustione. Funzionando in cogenerazione per produrre energia elettrica, arriverebbe a bruciare dieci volte tanto, circa 30.000 quintali di legna, tanto scarso è il suo rendimento e quello della combustione del cippato fresco. Si tratterebbe di 1/3 di kmq di boschi da tagliare ogni anno per farla funzionare.
Che aziende private mirino a speculare sulle energie rinnovabili non ci sorprende più, capita ormai dappertutto e i cittadini si costituiscono ovunque in comitati per contrastarle.
Ma che gli stessi enti pubblici locali svendano le risorse della montagna per quattro soldi ci sorprende e ci preoccupa, anche perchè temiamo che le centrali termiche che stanno sorgendo un pò dappertutto nella nostra montagna potrebbero seguirne l'esempio.
Noi di Reteambienteparma sosteniamo, infatti, che sono inquinanti ed antieconomici anche i piccoli inceneritori sorti per produrre solo energia termica. Per intenderci, quelli sotto il Mw di cui Regione e Provincia stanno finanziando l'installazione in tutto l'Appennino.
Tre sono già funzionanti, a Monchio, Palanzano e Borgotaro e 5 sono già stati finanziati.
Dall'Olio, funzionario della Provincia e candidato alle primarie del Pd, ha firmato un documento che comproverebbe la larga disponibilità di legna utilizzabile dal punto di vista energetico nonostante i massicci tagli dovuti alla speculazione sulla legna da ardere, arrivando ad affermare che di tali inceneritori a cippato se ne potrebbero installare, senza problemi, addirittura una trentina nei borghi del nostro Appennino.
Gli argomenti addotti per giustificare tale scelta sono ormai dei mantra.
Frasi fatte, ripetute ad ogni piè sospinto e ritenute certezze intoccabili.
Sarebbe il caso, invece, di sottoporli a giudizio critico.
1) il primo mantra è dato dalla certezza che la combustione delle biomasse non contribuisca all'effetto serra. Viene detto che la stessa CO2 assorbita durante la crescita viene restituita durante la combustione. Cioè sarebbero impianti a somma zero di emissioni CO2.
In astratto è vero : la CO2 emessa è quella incorporata nel legno.
Ma non si considera il fattore tempo. In natura le piante hanno una vita di molte decine di anni e ne impiegano altrettanti, una volta morte, a seccarsi, marcire, diventare humus e rilasciare CO2.
Nel concreto, dalla combustione industriale di cippato di legna viene emessa anidride carbonica in quantità tale che gli ettari di bosco, tagliati per rifornirla, impiegheranno anni prima di avere la massa arborea sufficiente a ricatturare la stessa quantità di CO2 di prima.
2) il secondo mantra è dato dalla certezza che una centrale termica a cippato, fornendo teleriscaldamento in sostituzione delle vecchie caldaie a legna delle case, abbia emissioni meno nocive di queste e che l'aria dei borghi in inverno diventi addirittura più salubre.
Sbagliato. La gente ha già provveduto in questi ultimi anni a dotarsi di moderne caldaie funzionanti sia a pellet che a legna, con abbattimento dei fumi. La caldaia è programmata per accendersi automaticamente col pellet ed è poi rifornita manualmente di legna durante la giornata. Il pellet ha un contenuto idrico dell'8%. La legna usata è secca, stagionata due anni, ha un contenuto di umidità inferiore al 20% e produce basse emissioni, ulteriormente abbattute dal filtro della caldaia. L'acquist,poi, di nuove caldaie è conveniente perchè è detraibile al 55% dalla dichiarazione dei redditi.
La centrale a biomassa, al contrario, brucia cippato fresco con umidità del 50-60%. Produce una cattiva combustione con eccesso di fumi e con residui di ceneri anche del 5%. Supera ampiamente il range massimo di 100 mg/Nm3 di polveri previsto dalla normativa nazionale. Infine, dalla combustione di sostanze vegetali ed animali, come da quella del petrolio, si generano idrocarburi ciclici aromatici, che combinandosi col cloro presente nell'aria, anche per la sola depurazione degli acquedotti, si generano diossine.
L'ingegner Saviano della SIRAM, la ditta costruttrice della centrale a cippato dentro l'ospedale di Borgotaro, ha dovuto inventarsi alchimista. Ha dovuto servirsi della caldaia a metano, già esistente, per dosare la quantità di calore di questa con quella della caldaia a cippato in modo che la stessa non si dovesse accendere e spegnere a seconda dell'input del termostato, ma rimanesse sempre accesa a circa il 70% della sua potenza e avere la minor quantità di emissioni e di ceneri possibile per un ospedale. Non solo, ha dovuto approviggionarsi di cippato di legna stagionata, per non servirsi più di cippato fresco, di così difficile combustione e così inquinante.
3) Il terzo mantra è dato dalla certezza del risparmio con la centrale a cippato.
Forse è vero rispetto al gasolio che si usava prima, ma non rispetto ad altre possibilità.
Il costo di una centrale come quella di Palanzano, con due caldaie da 350 Kw l'una, è di 426.000 euro e il costo di quella di Monchio, da 926 Kw, è di 650.000 euro. Il costo aggiuntivo della rete di teleriscaldamento è di 500 euro al metro. Monchio ha già speso 100.000 euro solo per una parte della rete di teleriscaldamento. Il comune di Palanzano, viste le conseguenze nel bruciare cippato fresco : grandi emissioni di fumi e grosse quantità di ceneri, è passato a bruciare pellet. Costa di più ma rende molto di più, ha emissioni e ceneri 10 volte inferiori al cippato fresco.
Forti di questa esperienza, avrebbero risparmiato molto di più se avessero messo piccole caldaie a pellet in ognuno dei 5 fabbricati del comune, senza bisogno dei costi del teleriscaldamento. Una caldaia automatica a pellet da 60 Kw di potenza, capace di riscaldare una superficie di 800 m2, costa 36.000 euro( iva e installazione comprese), detraibili al 55% in 10 anni. Il costo reale diventerebbe di 16.000 euro.
Con neanche 100.000 euro avrebbero risolto il problema e avrebbero potuto destinare il resto dei finanziamenti regionali ad interventi di ristrutturazione per il risparmio energetico, creando così anche lavoro.
4) il quarto mantra è che non si intacca il patrimonio forestale perchè il cippato deriva solo dalla pulizia dei boschi.
Falso.
La pulizia dei boschi la si faceva una volta quando la legna era poca e la gente tanta.
Ora non la fa più nessuno, tantomeno i boscaioli o le cooperative di taglio.
Se una cooperativa di taglio dovesse basare il suo lavoro e gli introiti dalla raccolta delle ramaglie abbandonate sul posto dai boscaioli, fallirebbe. Tale raccolta èantieconomica.
Il cippato fresco, infatti, deriva proprio dal taglio meccanizzato del bosco. Dall'esbosco a pianta intera, con cui il tronco diventa tondame da lavoro e i rami e il cimale, una volta tagliati, vengono subito cippati con foglie e tutto il resto. Per un tale taglio meccanizzato è prevista anche l'apertura di nuove strade. Si assisterebbe, quindi, ad un'ulteriore rimaneggiamento del bosco e ad una sua maggiore esposizione al taglio generalizzato in atto per la speculazione sulla legna da ardere che ha già superato la sostenibilità e che sta intaccando la rinnovabilità.
Una cooperativa di pulizia del bosco, quindi, non pulirebbe un bel niente, tagierebbe soltanto.
5) Il quinto mantra è che l'investimento strutturale nel teleriscaldamento sia necessario nei piccoli borghi perchè gli anziani non sono più in grado di essere autonomi nemmeno a casa loro.
Tutta da ridere. Lo vadano a raccontare a chi, ad 80 anni, va ancora in giro a funghi.
Per chi non ce la fa, poi, ci sono già in ogni borgo le case di riposo attrezzate.
Sono necessari, invece, investimenti strutturali per creare lavoro, cosa che le centrali a cippato non fanno minimamente. Investimenti per la ristrutturazione dei borghi finalizzata al risparmio energetico ed alla ricezione agrituristica ed ospitativa, capaci di creare lavoro nell'edilizia e nell'indotto e a seguire nel turismo, ormai moribondo.
Ma nella nostra montagna, altrettanto grave dell'abbandono dei borghi e della mancanza di lavoro è il taglio dei boschi causato dalla speculazione sulla legna da ardere. Le tonnellate di cippato che bruceranno nelle decine di future centrali termiche si andranno a sommare alle migliaia di tonnellate di legna che ogni anno vengono portate via su camion, con grave dissesto per i boschi, i versanti dei monti e le strade delle valli.
Su circa 300.000 tonnellate potenzialmente prelevabili dai boschi del nostro Appennino, stando ai dati delle comunità montane, nel 2009 ne sono state effettivamente tagliate 190.000, sotto la voce di autoconsumo.
Ma questa parola, in borghi semiabbandonati, è ormai un eufemismo.
Era valida quando le case erano tutte abitate, ma non certo ora che lo è una casa su quattro.
Tutta quella legna viene portata via dal nostro territorio e venduta a caro prezzo chissà dove.
Il prezzo di mercato della legna da ardere stagionata 3 mesi è di 11 euro al quintale, arriva anche a 18 euro se stagionata 2 anni.
Di quei soldi in montagna resta ben poco. Gli anziani dei borghi che fanno tagliare i loro boschi di proprietà incamerano solo 1.000 euro all'ettaro.
La gran parte dei soldi del taglio finisce giù in città.
A coloro che vi si sono trasferiti da tempo e che hanno conservato la proprietà della casa e di appezzamenti boschivi. Certo, qualche boscaiolo in ogni borgo mette in tasca un pò di più, 4 o 5.000 euro per ogni ettaro tagliato, ma col sudore della fronte non si arricchisce di sicuro.
Nè quel pò di euro in più che girano per i borghi ne cambiano l'assetto economico.
I soldi veri finiscono nelle tasche dei commercianti e dei grossisti della filiera della legna da ardere. Gente che non tornerà certo ad investirli lassù.
I dati degli ettari richiesti al taglio nel 2011 non sono ancora disponibili, ma non lo sono nemmeno quelli del 2010, nonostante siano stati richiesti per un anno intero.
Tutti i boscaioli dicono che si è tagliato molto di più, forse molto più del doppio e che sono nate delle aziende che hanno assunto in nero extracomunitari che tagliano a più non posso e pagati un tanto a mc.
A confermare l'enormità dei tagli e il mancato rispetto spesso delle regole minime sono le parole stesse del sindaco Bovis di Langhirano ad un'assemblea aperta del Pd sullo stato della montagna del settembre scorso : " Se dovessimo punire quest'anno chi ha sgarrato dalle regole dei tagli, dovremmo comminare ammende per alcune decine di migliaia di euro. Ma non so se è il caso di farlo : alcune aziende fallirebbero."
Ma se i tagli hanno ormai superato la sostenibilità e stanno intaccando la rinnovabilità dei nostri boschi, non si può più accettare che le autorità amministrative impongano il silenzio ai funzionari preposti. La risorsa verde dei boschi non è "il nuovo petrolio su cui siamo seduti", come affermato da un funzionario della Provincia, ma una risorsa preziosa che va salvaguardata proprio nell'interesse della montagna, di chi vi abita e del suo futuro possibile.
"Ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità
della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni
e le sue intenzioni. Cerca di sottrarsi alla visibilità del
pubblico, perchè questo è il modo migliore per difendersi
dallo scrutinio critico." ( Max Weber )
Serioli Giuliano
venerdì 1 giugno 2012
Risposta di Rete Ambiente Parma alla Meo
Accolgo le sue precisazioni e volentieri rispondo.
Nelle considerazioni del comunicato fatto ieri riprendevamo il comunicato di Reteambienteparma del 15-09-2011, in cui si rendeva noto della visita ad Eridania di S.Quirico di Pierluigi Ferrari, vicepresidente Provincia, e Tiberio Rabboni, assessore regionale all'agricoltura, che riferivano all'azienda in merito alla VIA depositata dall'azienda il 27 luglio in regione, come da lei confermato.
La notizia era comparsa il 10-09-2011 su "Gazzetta di Parma" e "La Sera".
Nell'articolo si affermava espressamente che la visita era da mettere in relazione alla concessione della VIA, da considerarsi ormai cosa fatta come per lo stabilimento di Russi.
Lei stessa, consigliere Meo, nella sua interpellanza chiedeva quali impianti più inquinanti andassero chiusi, in caso di rilascio dell'autorizzazione per tale progetto di centrale a biomassa.
Quindi, a quel tempo, anche per lei la Regione era tutt'altro che contraria alla chiusura positiva per Eridania della VIA e al rilascio dell'autorizzazione.
Di più, era girata voce nel comune di Trecasali che il procedimento della VIA fosse stato aperto il 27 e chiuso lo stesso 5 agosto seguente, senza attendere le considerazioni di comuni interessati e comitati.
I giornali riportavano, infatti, lo sconcerto del sindaco di Trecasali perchè dalla Regione non c'era stata nessuna risposta alle considerazioni di inopportunità per la centrale depositate dalla giunta e dal consiglio comunale.
Il sindaco, a quel punto, aveva deciso di opporsi al progetto, proponendo che l'impianto a biomasse si riducesse all'effettivo bisogno energetico dell'azienda, cioè massimo 2 o 3 Mwe con un consumo di cippato di "sole" 30.000 t. annue.
Il nostro comunicato, apparso negli organi di stampa e on line, non era stato smentito da nessuno.
Solo nel novembre successivo Bernazzoli e Provincia si dicevano contrari all'impianto per motivi di opportunità ambientale, chiedendo un tavolo di consultazione tra azienda, istituzioni locali, Provincia e Regione, ovviamente per addivenire ad un compromesso, presumibilmente la soluzione proposta dal sindaco di Trecasali.
Tutto questo, dopo che diversi consigli comunali della "bassa" si erano espressi decisamente contro l'impianto a biomassa.
Impressione nostra e di tanti altri era che la Regione avesse già una sua opinione al riguardo e fosse arrivata ad un accordo con Sadam Eridania, che la Provincia avesse già avallato la cosa e che solo l'opposizione determinata della popolazione abbia prima ritardato e poi bloccato il parere favorevole della Regione.
Solo a questo punto devono essere parse significative alla giunta regionale le sue interpellanze ed interrogazioni tese a non considerare l'Eridania di S.Quirico non assoggettabile, come invece quella di Russi, alle più stringenti norme della Regione.
La sua interpellanza, consigliera Meo, a nostro avviso meritoria e degna di stima, deve essere apparsa, a quel punto, alla Regione come l'unica strada percorribile per non perdere del tutto la faccia sia verso i cittadini che verso la stessa azienda Sadam- Eridania.
Per tutte queste considerazioni, anche se il procedimento della VIA è rimasto formalmente aperto fino ai nostri giorni, ci sentiamo di affermare che Regione e Provincia fossero favorevoli alla centrale di S.Quirico e che solo l'opposizione dei cittadini, del comitato e dei comuni abbia imposto alle istituzioni di cambiare parere.
Nostra convinzione è che, stanti gli alti valori dei Pm 10 nell'area e l'opposizione dei cittadini, abbiano proposto ad Eridania un dimagrimento della centrale fino a 3 Mwe.
A quel punto l'interesse speculativo per l'azienda si era ridotto a tal punto da farla desistere del tutto, come sabato scorso ha comunicato.
Onestamente, consigliere Meo, per quanto tempo le sue interpellanze affinchè il progetto di centrale a biomassa di S. Quirico fosse assoggettato a norme più stringenti sono rimaste inascoltate dalla giunta regionale?
Per quanto riguarda la sua proposta di moratoria di nuovi impianti a biomasse e biogas in Regione, peraltro richiesta a gran voce da comitati di cittadini e sindaci, ci vede totalmente d'accordo con lei.
Serioli Giuliano
Nelle considerazioni del comunicato fatto ieri riprendevamo il comunicato di Reteambienteparma del 15-09-2011, in cui si rendeva noto della visita ad Eridania di S.Quirico di Pierluigi Ferrari, vicepresidente Provincia, e Tiberio Rabboni, assessore regionale all'agricoltura, che riferivano all'azienda in merito alla VIA depositata dall'azienda il 27 luglio in regione, come da lei confermato.
La notizia era comparsa il 10-09-2011 su "Gazzetta di Parma" e "La Sera".
Nell'articolo si affermava espressamente che la visita era da mettere in relazione alla concessione della VIA, da considerarsi ormai cosa fatta come per lo stabilimento di Russi.
Lei stessa, consigliere Meo, nella sua interpellanza chiedeva quali impianti più inquinanti andassero chiusi, in caso di rilascio dell'autorizzazione per tale progetto di centrale a biomassa.
Quindi, a quel tempo, anche per lei la Regione era tutt'altro che contraria alla chiusura positiva per Eridania della VIA e al rilascio dell'autorizzazione.
Di più, era girata voce nel comune di Trecasali che il procedimento della VIA fosse stato aperto il 27 e chiuso lo stesso 5 agosto seguente, senza attendere le considerazioni di comuni interessati e comitati.
I giornali riportavano, infatti, lo sconcerto del sindaco di Trecasali perchè dalla Regione non c'era stata nessuna risposta alle considerazioni di inopportunità per la centrale depositate dalla giunta e dal consiglio comunale.
Il sindaco, a quel punto, aveva deciso di opporsi al progetto, proponendo che l'impianto a biomasse si riducesse all'effettivo bisogno energetico dell'azienda, cioè massimo 2 o 3 Mwe con un consumo di cippato di "sole" 30.000 t. annue.
Il nostro comunicato, apparso negli organi di stampa e on line, non era stato smentito da nessuno.
Solo nel novembre successivo Bernazzoli e Provincia si dicevano contrari all'impianto per motivi di opportunità ambientale, chiedendo un tavolo di consultazione tra azienda, istituzioni locali, Provincia e Regione, ovviamente per addivenire ad un compromesso, presumibilmente la soluzione proposta dal sindaco di Trecasali.
Tutto questo, dopo che diversi consigli comunali della "bassa" si erano espressi decisamente contro l'impianto a biomassa.
Impressione nostra e di tanti altri era che la Regione avesse già una sua opinione al riguardo e fosse arrivata ad un accordo con Sadam Eridania, che la Provincia avesse già avallato la cosa e che solo l'opposizione determinata della popolazione abbia prima ritardato e poi bloccato il parere favorevole della Regione.
Solo a questo punto devono essere parse significative alla giunta regionale le sue interpellanze ed interrogazioni tese a non considerare l'Eridania di S.Quirico non assoggettabile, come invece quella di Russi, alle più stringenti norme della Regione.
La sua interpellanza, consigliera Meo, a nostro avviso meritoria e degna di stima, deve essere apparsa, a quel punto, alla Regione come l'unica strada percorribile per non perdere del tutto la faccia sia verso i cittadini che verso la stessa azienda Sadam- Eridania.
Per tutte queste considerazioni, anche se il procedimento della VIA è rimasto formalmente aperto fino ai nostri giorni, ci sentiamo di affermare che Regione e Provincia fossero favorevoli alla centrale di S.Quirico e che solo l'opposizione dei cittadini, del comitato e dei comuni abbia imposto alle istituzioni di cambiare parere.
Nostra convinzione è che, stanti gli alti valori dei Pm 10 nell'area e l'opposizione dei cittadini, abbiano proposto ad Eridania un dimagrimento della centrale fino a 3 Mwe.
A quel punto l'interesse speculativo per l'azienda si era ridotto a tal punto da farla desistere del tutto, come sabato scorso ha comunicato.
Onestamente, consigliere Meo, per quanto tempo le sue interpellanze affinchè il progetto di centrale a biomassa di S. Quirico fosse assoggettato a norme più stringenti sono rimaste inascoltate dalla giunta regionale?
Per quanto riguarda la sua proposta di moratoria di nuovi impianti a biomasse e biogas in Regione, peraltro richiesta a gran voce da comitati di cittadini e sindaci, ci vede totalmente d'accordo con lei.
Serioli Giuliano
giovedì 31 maggio 2012
Precisazioni di Gabriella Meo
Gentile Giuliano Serioli,
ho seguito la vicenda della centrale a biomasse di Trecasali e mi corre l’obbligo di fare alcune precisazioni al suo post di ieri.
Come ho accennato nel mio recente comunicato stampa (che può trovare a questo link http://www.gabriellameo.it/2012/05/trecasali-salta-la-centrale-a-biomasse/) e come ha giustamente ricordato anche lei, Eridania Sadam, nell’annunciare il ritiro del progetto, ha citato come cause della sua decisione, oltre alla decisa opposizione dei Comuni, anche la normativa regionale sulle biomasse divenuta più stringente e le intenzioni del Governo di rivedere l’ammontare degli incentivi per le fonti rinnovabili.
Non è esatto, invece, affermare che il progetto sarebbe stato autorizzato, nel settembre 2011, da Provincia e Regione con la Valutazione di Impatto Ambientale. Infatti, la procedura di autorizzazione e valutazione è stata attivata da Eridania il 27 luglio 2001 (con lettera che allego), è stata pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione (di cui allego un estratto) n. 170 del 23 novembre 2011 e, fino a pochi giorni fa, era ancora in corso, come può verificare direttamente accedendo al sito della Regione Emilia-Romagna, nella pagina relativa alle valutazioni ambientali http://ambiente.regione.emilia-romagna.it/servizi-on-line/valutazioni-ambientali.
Quindi, nessuna autorizzazione è stata rilasciata dalla Regione a Eridania per realizzare la centrale a biomasse di Trecasali.
Per quanto riguarda la normativa regionale sulle biomasse, e principalmente la Delibera di Assemblea legislativa n. 1570 del 26 luglio 2011, essa prevede che non siano assoggettati gli impianti “che siano previsti nei progetti di sviluppo o riconversione del settore bieticolo-saccarifero, in attuazione della normativa comunitaria e nazionale in materia, ivi compresi gli impianti derivanti dagli accordi interprofessionali sottoscritti in data 15 novembre 2010 fra le Associazioni bieticole con Eridania-Sadam COPROB/Italia Zuccheri, e Unionzucchero.”
Quindi, in sintesi, la centrale a biomasse di Russi può non applicare le stringenti norme regionali in quanto trattasi di riconversione di un ex zuccherificio, quella di Trecasali no, ed è questo passaggio che, grazie alle mie interrogazioni ed interpellanze, alla fine è risultato chiaro (allego la risposta alla mia ultima interpellanza), contrariamente a quanto cercava di far intendere Eridania.
Tutto ciò per spiegare che la presa in giro, se di presa in giro si può parlare, non è certo venuta da Provincia o Regione che hanno semplicemente seguito le procedure vigenti.
Colgo l’occasione per segnalarle anche gli altri interventi che ho diffuso in questi mesi sul progetto di Trecasali e sulla proposta di una moratoria regionale delle centrali a biomasse e biogas avanzata dal nostro Gruppo assembleare :
http://www.gabriellameo.it/2012/01/trecasali-serve-una-alternativa-alle-biomasse/
http://www.gabriellameo.it/2011/09/giusto-il-no-a-trecasali-pr-alla-centrale-a-biomassa/
http://www.gabriellameo.it/2012/03/una-moratoria-regionale-sugli-impianti-a-biogas/
Cordiali saluti
Gabriella Meo
Allegati:
Richiesta ERIDANIA
Estratto BUR
Interpellanza
Linee guida energie rinnovabili
mercoledì 30 maggio 2012
La centrale a biomassa di Trecasali non si fa più
In occasione di un incontro coi sindacati, avvenuto sabato 26 in provincia, Sadam-Eridania ha annunciato il ritiro del progetto di centrale a biomassa.
E' la vittoria del comitato di Trecasali.
Oltre ad aver mobilitato i cittadini, il comitato è riuscito a convincere i sindaci e le amministrazioni comunali dei paesi limitrofi ad opporsi al piano speculativo di Eridania.
Questo prevedeva di bruciare 150.000 t. annue di cippato di legna, con emissioni gravemente nocive per la salute degli abitanti della "bassa" e con una pesante sottrazione di suolo agricolo agli usuali coltivi alimentari, da adibire a pioppeti triennali per alimentare il forno inceneritore.
Eridania cita espressamente la decisa opposizione dei comuni come causa del suo ritiro.
Accenna anche alla normativa più stringente della Regione e all'intenzione del governo di abbassare il volume degli incentivi.
In realtà Regione e Provincia, nel settembre scorso, avevano autorizzato il progetto con la VIA.
Poi, la mobilitazione del comitato e l'opposizione dei consigli comunali aveva costretto la Provincia a far marcia indietro : c'erano le elezioni al comune di Parma in vista.
Che sia vero, come afferma la consigliera regionale Meo, che la Regione non abbia applicato la deroga per gli zuccherifici alla sue normative sulle biomasse?
E allora la conferma della VIA per la centrale a biomassa di Russi, anch'essa in deroga?
Non è vero, poi, che il governo Monti non intenda incentivare le biomasse. Ha addirittura previsto lo stanziamento di 100 milioni di finanziamenti espressamente per centrali a biomasse e biogas nel mezzogiorno.
In ogni caso Provincia e Regione ci devono una spiegazione. Anzi la devono al comitato di Trecasali, che per tanto tempo si è visto da loro preso in giro.
Serioli Giuliano
E' la vittoria del comitato di Trecasali.
Oltre ad aver mobilitato i cittadini, il comitato è riuscito a convincere i sindaci e le amministrazioni comunali dei paesi limitrofi ad opporsi al piano speculativo di Eridania.
Questo prevedeva di bruciare 150.000 t. annue di cippato di legna, con emissioni gravemente nocive per la salute degli abitanti della "bassa" e con una pesante sottrazione di suolo agricolo agli usuali coltivi alimentari, da adibire a pioppeti triennali per alimentare il forno inceneritore.
Eridania cita espressamente la decisa opposizione dei comuni come causa del suo ritiro.
Accenna anche alla normativa più stringente della Regione e all'intenzione del governo di abbassare il volume degli incentivi.
In realtà Regione e Provincia, nel settembre scorso, avevano autorizzato il progetto con la VIA.
Poi, la mobilitazione del comitato e l'opposizione dei consigli comunali aveva costretto la Provincia a far marcia indietro : c'erano le elezioni al comune di Parma in vista.
Che sia vero, come afferma la consigliera regionale Meo, che la Regione non abbia applicato la deroga per gli zuccherifici alla sue normative sulle biomasse?
E allora la conferma della VIA per la centrale a biomassa di Russi, anch'essa in deroga?
Non è vero, poi, che il governo Monti non intenda incentivare le biomasse. Ha addirittura previsto lo stanziamento di 100 milioni di finanziamenti espressamente per centrali a biomasse e biogas nel mezzogiorno.
In ogni caso Provincia e Regione ci devono una spiegazione. Anzi la devono al comitato di Trecasali, che per tanto tempo si è visto da loro preso in giro.
Serioli Giuliano
martedì 1 maggio 2012
Basta giocare con la salute delle persone !
Nel secondo appuntamento del ciclo “Le mani sulla montagna” dal tema “Cave in ofiolite e rischio amianto”, tenutosi il 21 aprile a Borgo Val di Taro, un qualificato relatore aveva sostenuto che, sulla base dei dati desunti da documenti ufficiali, il numero di casi di mesotelioma nei comuni ofiolitici del parmense sarebbe risultato doppio rispetto alla media regionale. Con comunicazione del 27-04, il relatore ci informava che, ad una verifica successiva dei dati con il responsabile del ReNaM, l'ipotesi non poteva essere sostenuta. Dunque la "pistola fumante" in forma di dato statistico, non sarebbe stata ancora trovata! Un vero peccato perchè, quando il riscontro dovesse arrivare, agli organi sanitari non resterebbe altro che contare i morti. Una storia questa che ci pare sia già stata raccontata nelle aule dei tribunali e dalle famiglie delle vittime.
Noi non attenderemo inerti! La battaglia continuerà fino alla chiusura per legge di tutte le cave con la presenza accertata di amianto.
Per meglio capire il preoccupante presente, sarà utile inquadrare la problematica nel contesto normativo e alle luce delle determinazioni pubbliche recenti.
Dai primi anni '50 venne accertata la relazione medico-scientifica tra il mesotelioma maligno e l’amianto. Prima che la politica italiana ne prendesse atto sono passati però 40 anni. Solo nel 1992 venne portata a compimento la legge 257 ed occorsero, perché diventasse pienamente operativa, altri 4 anni. Quattro anni che per le lobbies non passarono inutilmente.
Nel D.M. 14 maggio 1996, contravvenendo al principio generale della legge, fu autorizzata la prosecuzione dell’escavazione delle matrici minerali dalle quali veniva estratto l’amianto.
Nel silenzio generalizzato, con il concorso attivo di Comuni, Province e Regioni, si consentì per legge di avvelenare persone e territorio. Solo pochi sapevano, quei pochi hanno taciuto.
Per anni sono state negate a cittadini e amministratori inadeguati, informazioni importanti. Le uniche a parlare a voce alta sono state le associazioni e nel 2004 il sorprendente, per alcuni aspetti, documento Arpa “Progetto regionale pietre verdi” scandalosamente disatteso e "congelato" dal governo della regione Emilia Romagna e da tutta la classe politica.
Oggi al vecchio insulto dell’allegato 4, se ne aggiunge uno nuovo: il censimento Arpa del 30 settembre 2011 ha inserito fra i siti contaminati da amianto naturale le cave ofiolitiche, ma ancora una volta i tre livelli decisionali, comune, provincia, regione si sono fatti gioco della logica più elementare, non adottando provvedimenti coerenti con la finalità della legge 257.
Ancora in questi giorni, a livello politico assistiamo ad un indegno teatrino, che preannuncia nuovi trucchi. Nuovi studi, nuove indagini, un congruo numero di anni per accertare quello che è già chiaro da decenni. E ancora nuove regole, controlli ferrei.
Nel frattempo per questa classe dirigente l'importante è che le cave ofiolitiche restino in attività e i cittadini non si allarmino.
Se oggi il fronte della battaglia contro l’utilizzazione e la dispersione di fibre di amianto in Italia è ancora aperto, lo dobbiamo ad una norma probabilmente illegittima e anticostituzionale. Di questo aspetto investiremo ufficialmente il parlamento italiano e europeo, ma è facile prevedere che il percorso richiederà tempo.
A livello locale c’è molto da fare perché i ruoli decisivi sulla questione, contrariamente a quanto si è voluto far credere per anni, restano in capo alle amministrazioni comunali e agli organi di controllo sanitario, tecnico, giudiziario.
Sarà utile chiarire anche alcuni aspetti relativi ai ruoli delle istituzioni pubbliche, troppo spesso travisati o dimenticati. Nel recente caso del PAE del Comune di Bardi si è voluto attribuire ai pareri favorevoli rilasciati da Ausl e Arpa il significato improprio di dichiarazione di non pericolosità della escavazione in matrice ofiolitica, dimenticando che la lunga lista di prescrizioni è una palese dichiarazione del contrario.
Chiedere o attendersi dagli organi di controllo sanitario e tecnico un divieto ad una attività prevista per legge, significa non comprendere ruolo, competenze, responsabilità. In effetti il compito di Ausl e Arpa in questa procedura deliberativa è sostanzialmente regolato e limitato dal principio “conforme, non conforme”.
Ben diverso è il ruolo dell’amministrazione locale e del Sindaco. Questo ruolo viene esercitato? E come? Su questo fronte abbiamo un bagaglio di esempi talmente negativi da compromettere il rapporto fiduciario tra cittadini e classe dirigente. Oggi è assolutamente vitale che una cittadinanza attiva si riappropri della funzione di controllo, ritorni ad un ruolo attivo nella vita della comunità pretendendo dai propri amministratori il massimo della trasparenza nel processo decisionale.
Abbiamo tutti estremo bisogno di cittadini che ci mettano la faccia e che entrino nel palazzo comunale, non per chiedere e ottenere “favori”, ma per consultare gli atti pubblici, saggia pratica anche sotto il profilo della difesa dei propri legittimi interessi, sia individuali che collettivi.
Fabio Paterniti
Cave all'amianto no grazie
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