"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)

martedì 3 febbraio 2015

Tar, biogas, amministrazioni

I giudici del Tar hanno definitivamente bocciato la centrale a biogas progettata in quel di Pilastro.
Una buona notizia per gli abitanti e per il comitato che vi si era opposto con determinazione. Decisiva, in verità, era già stata la presa di posizione del Consorzio del Parmigiano-Reggiano, preoccupato che nei foraggi e quindi nel latte finissero i clostridi del digestato, che fanno gonfiare le forme di grana.
Il Consorzio, in pratica, aveva già trascinato dalla sua parte Regione e Provincia.


Incomprensibile invece la posizione del comune di Felino e dell'allora sindaco Lori.
Felino si era opposto solo perché l'impianto era al di fuori del piano edilizio comunale, come dire che se fosse stato proposto in altra zona avrebbe avuto il loro benestare.
Una posizione che aveva giustamente fatto inquietare non poco il comitato no-biogas di Calicella.
Ma se il biogas è stato fermato, così non è per i cogeneretori a cippato di legna o a grasso animale.
Qualcuno si è messo in testa che produrre elettricità con le biomasse sia una cosa seria.
Partendo dal presupposto che legna e grasso sono rinnovabili, bruciarli per produrre energia viene equiparato a cosa buona e giusta.
Nonostante da questo tipo di combustione si ottenga poca energia e l'efficienza sia molto bassa, al punto che la loro economicità si sostiene solo con gli incentivi pubblici.
Finiti questi ultimi, i bruciatori saranno abbandonati ad arrugginire in mezzo al verde.
Pare che per i nostri amministratori sostenibilità, ambiente, salute dei cittadini, siano vuoti slogan da usare alla bisogna senza mai applicarli alla realtà quotidiana.
Non ci si preoccupa delle emissioni nocive che vengono effettivamente generate, ma ci si accontenta che rientrino nelle normative fissate dall'alto.
Si sa benissimo che quelle polveri nocive andranno a sommarsi ai livelli già insopportabili di PM10, PM 2,5 e ossidi di azoto, ma si sorvola.
Amministratori di comuni che si autodefiniscono virtuosi lasciano del tutto inapplicata la direttiva Aria della Ue che prescrive che ogni nuovo impianto abbassi i valori degli inquinanti della zona medesima.
Come volevasi dimostrare, il nuovo sindaco di Langhirano ha dichiarato che nel piano energetico comunale manca una centrale a biomassa, che bruci cippato di legna.
Nota, peraltro, è la sua posizione sui tagli boschivi: “Si potrebbe tagliare anche tutto ciò che è ricresciuto da quarant'anni a questa parte”, ha affermato ad un'assemblea pubblica del 2012 a Neviano Arduini.
L'ultimo atto come sindaco di Felino di Barbara Lori è stato recepire nel piano edilizio comunale la direttiva provinciale sull'Apea di Pilastro.
L'Area Produttiva Ecologicamente Attrezzata, all'interno di un'area di circa 40 ettari, prevede “impianti di adduzione, distribuzione e smaltimento, impianti per il trattamento dei rifiuti e simili, impianto di cogenerazione a biomassa della potenza di 900 KW elettrici abbinata ad una rete di teleriscaldamento”,
L'atto della Lori non pare casuale, vista la sua attuale rilevanza e molteplicità di funzioni: consigliere regionale, responsabile ambiente della Provincia, nonché soprattutto assessore all'edilizia nel Comune di Felino.
A Pilastro potrebbe capitare che ciò che è uscito dalla porta, il cogeneratore a biogas, rientri dalla finestra, come cogeneratore a grasso animale, di cui la Lori ha già esperienza all'interno del suo Comune, o come cogeneratore a cippato di legna di cui Bricoli è antesignano.
Nuvole nere all'orizzonte.

Giuliano Serioli
3 febbraio 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

martedì 13 gennaio 2015

Al lupo! Al lupo!

Sempre più di frequente si legge sulla stampa di avvistamenti di lupi e segnalazioni di impronte che testimoniano il loro passaggio vicino ai centri abitati, quando non addirittura si riportano le denunce presentate per animali domestici sbranati.


Una percezione di allarme e di paura sembra attraversare le valli delle nostre montagne, per essere poi ripetuta ed allargata nelle osterie dei paesi.
Il sindaco di Albareto Ferrando Botti si è messo alla testa di una cordata di 16 comuni delle valli di Taro e Ceno, richiedendo l'intervento delle istituzioni per poter abbattere i lupi.
L'allarme, dopo l'intervento della Forestale, si è ridotto a proporzioni normali con la conta di qualche animale d'allevamento perso, che godrà degli appositi risarcimenti, qualche incontro imprevisto col lupo, che è stato il primo a scappare, qualche cane da caccia ucciso perché magari è andato a rovistare vicino alle loro tane.
Il lupo, come si sa, ha una funzione fondamentale nella regolazione della popolazione di animali selvatici. Cacciando preferibilmente ungulati e cibandosi dei capi più deboli e malati, ne limita il numero, evitando così che si sviluppino infezioni virali che possono estendersi anche agli animali d'allevamento.
Vive in branco, guidato da una coppia dominante, la coppia alfa, che è l'unica che può riprodursi e quindi la popolazione cresce in modo molto limitato.
L'impressione è che tutta la storia sia montata dalle associazioni venatorie e dai contatti che hanno con gli amministratori di cui sono elettori.
E' chiaro che se, fino a ieri, i cacciatori erano abituati a battute al cinghiale con bottini inusitati e a gareggiare tra loro per quantità di capi abbattuti, ora hanno un competitore. Anche il lupo si ciba preferibilmente di cinghiali e non vede di buon occhio che i segugi li stanino al posto suo.
Da uno studio della Provincia di Arezzo risulta dalle feci che il lupo si ciba preferibilmente di ungulati selvatici (91%), di piccoli roditori (5%) e di pecore od altro (4%)
Da diversi anni la Provincia di Parma, in accordo con la Regione Emilia-Romagna, provvede a risarcire gli animali da allevamento uccisi da lupi, in tempi relativamente celeri, previa certificazione che l'attacco sia effettivamente opera sua. Il risarcimento è previsto per la perdita di bovini, caprini, cervidi, suini ed equini. Anni fa furono anche stanziati 250 mila euro per un progetto pubblico finalizzato a offrire agli allevatori la possibilità di installare recinzioni elettrificate sia fisse sia mobili.
In merito ai cani da caccia sbranati in massa, lo stesso Corpo Forestale dello Stato provinciale ridimensiona il problema.
Non è il caso di gridare al lupo.
Una società ideale è quella dove anche gli animali selvatici hanno diritto all'esistenza, se vogliamo che mantengano il ruolo di presidio della natura.

Giuliano Serioli - Paolo Mozzoni

13 gennaio 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

venerdì 19 dicembre 2014

Un altro inceneritore inutile e dannoso

Il caso Pilastro
Gazzetta di Parma - 19 dicembre 2014
pagina 45
Argomenti
di Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma

lunedì 24 novembre 2014

Montagna, disastri e progetti

Gli eventi disastrosi che hanno così gravemente segnato la nostra montagna ed in particolare la Val Baganza ed il Cornigliese devono farci riflettere.
L'evento atmosferico che ne è stato la causa è sicuramente di carattere eccezionale: 260 mm per m2 di acqua caduta a Bosco di Corniglio in sole due ore corrispondono a 260 litri d'acqua su ogni m2 tutto in una volta.


L'effetto spugna del bosco e della lettiera non poteva sicuramente essere sufficiente a trattenere tutta quell'acqua caduta in così poco tempo.
Ma col probabile perdurare di simili fenomeni atmosferici e con lo stato già disastroso degli eventi franosi degli ultimi anni, c'è da chiedersi come porsi nei confronti della nostra montagna e quali misure adottare per limitare i danni.
La ceduazione completa o con rilascio di matricine ha un effetto immediato sul soprassuolo rimasto. L'eliminazione dell'effetto copertura delle chiome espone il suolo all'azione diretta degli agenti atmosferici. Il dilavamento e l'aumento del deflusso delle acque superficiali crea un'alterazione della lettiera, aumenta l'erosione per instabilità del suolo, contribuisce alla maggior incidenza degli eventi atmosferici estremi ed altera le caratteristiche dei corpi idrici forestali.
Il taglio industriale del bosco implica, inoltre, l'apertura di piste da esbosco con rottura della copertura del suolo in grado di innescare movimenti franosi per il venir meno dell'effetto spugna della lettiera stessa.
La ceduazione con rilascio di matricine comporta spesso la caduta delle matricine stesse a causa di eventi atmosferici violenti contro cui il loro isolamento non può niente come ad esempio il fenomeno del vetro ghiaccio, contro cui piccole piante estremamente rade non hanno difesa alcuna.
In sostanza, la ceduazione con la perdita totale della chioma ha come conseguenza un impoverimento del suolo.
Erosione e dilavamento ne sono una conseguenza diretta.
La ceduazione in suoli molto acclivi può portare ad un graduale esaurimento del terreno a causa dello squilibrio tra sostanze asportate e quelle restituite.
La ceduazione spinta cui stiamo assistendo nel nostro Appennino ad opera del mercato speculativo della legna da ardere, l'indirizzo dei finanziamenti pubblici verso il taglio industriale con movimentazione del suolo di interi versanti, l'incentivazione pubblica di centrali a cippato di legna per produrre calore ed energia elettrica sono tutti fattori che contribuiranno al degrado idrogeologico della nostra montagna e ad un ulteriore crescita della sua franosità ed abbandono economico.
Delle intenzioni programmatiche della Regione Toscana non ci sono più dubbi: ha espressamente rivendicato di voler promuovere la costruzione di centrali a cippato di legna sotto il Mw per una potenza complessiva di 70 Mw elettrici, bruciando 700.000 tonnellate di legna, che corrispondono a circa 7.000 ettari di boschi.
Ma anche le intenzioni programmatiche della Regione Emilia Romagna sul progetto di centrali elettriche da legna non sono da meno.
Al termine di un incontro su un progetto di pala eolica presentato da un ingegnare di Parma è emerso che la regione sosterrà e finanzierà a breve progetti di centrali a biomassa legnosa per la produzione di energia elettrica da dislocare in tutto il territorio dell'Emilia Romagna.
Allora è tutto vero quello che andiamo dicendo ormai da anni.
Per la nostra regione l'uso della risorsa boschiva per ricavarne elettricità è un obiettivo.
Le centrali a cippato attuali sono solo termiche, ma rappresentano un cavallo di Troia per cominciare un processo che porterà ad un disboscamento industriale di cui la speculazione attuale sulla legna da ardere è solo un pallido riflesso.
Una montagna sempre più abbandonata e sempre meno abitata sarà predata delle sue risorse naturali, anche se le istituzioni identificheranno questo processo come un esempio virtuoso di economia sostenibile

Giuliano Serioli
24 novembre 2014

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

giovedì 16 ottobre 2014

Inquinamento, la madre di tutte le alluvioni

Il disastro ha una firma umana

E' vero, come denuncia Legambiente, che la cementificazione è la causa principale del mancato assorbimento dell'acqua piovana, e di conseguenza del suo dilavamento rapido verso valle.
Anche perché, se la cementificazione è statisticamente all'8% del territorio nazionale nel suo complesso, nella realtà, contando le aree montane che lo sono molto meno, nella pianura padana si arriva al 15%.
E' vero anche che sono troppi gli enti che fanno previsioni meteo in modo separato e che monitorano per loro conto gli eventi atmosferici: Protezione Civile, Ente Bonifica, Provincia,o quello che ne rimane, Comuni.


Dovrebbe invece funzionare meglio una catena unica, come quella della protezione civile, ma certo ha sbagliato le sue previsioni.
Tutti le hanno sbagliate.
Nessuno poteva immaginare che in due ore cadessero 26 centimetri di pioggia, come a Bosco di Corniglio. Una quantità d'acqua che nessuno ha previsto, come è successo nel fine settimana a Genova, o nei mesi passati nella pedemontana veneta, a Valdobbiadene.
Il cambiamento climatico è già in atto e ci trova impreparati a riconoscerlo, interpretarlo, prevenirlo.
I giornali hanno battezzato il fenomeno come “bombe d'acqua”, indicandolo come un evento anomalo.
Ma non basta, occorre chiarirne la dinamica.
Le previsioni sulla quantità di pioggia sono tarate sugli eventi precedenti, sullo storico delle precipitazioni in determinate località e non tengono conto di fattori nuovi, come ad esempio la maggior energia in gioco.
Nel nostro Appennino, un inverno senza neve fino a mille metri ha comportato che il calore immagazzinato dalla terra nei mesi estivi non si sia disperso con il ghiaccio e il gelo.
E' rimasto quasi intatto e si è sommato a quello dell'irraggiamento solare dalla primavera in poi.
Nella nostra montagna c'è sempre stato un microclima particolarmente umido, con temporali e massimi pluviometrici, perché l'irraggiamento solare su una foresta compatta creava le condizioni di evotraspirazione che favorivano temporali frequenti.
Ma questo nuovo rapporto energetico tra terra e cielo ha creato le condizioni per una estate anomala, con piogge quasi tutti i giorni, quasi fosse la condensa dell'evaporazione che il calore, l'energia in gioco, sviluppava.
Con l'autunno arrivano fronti di correnti fredde di differente temperatura che impattano su tale sistema energetico, sulla massa di umidità in eccesso presente, svuotandola dall'acqua tutta in una volta, con le conseguenze che vediamo.
Abbiamo innescato un meccanismo che esegue semplicemente le istruzioni date.
La pressione delle attività umane ha portato al surriscaldamento terrestre.
L'ambiente, per liberarsi dell'eccesso di calore, se lo scrolla semplicemente di dosso.
E sarà sempre peggio.

Giuliano Serioli
16 ottobre 2014

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

venerdì 3 ottobre 2014

Dissest Economy

Il lato oscuro del green washing

Giovedì scorso, presso il circolo Zerbini, Rete Ambiente Parma ha organizzato un incontro con l’adesione di Lesignano Futura, Commissione Audit e l'associazione Gestione Corretta Rifiuti.
Si è parlato dei tagli dei boschi nel nostro appennino, del dissesto idrogeologico e della cosiddetta green economy, tre temi molto connessi tra loro.


A questo appuntamento tanti amanti della natura, ma anche attivisti di commissione Audit, Rifondazione, WWF, Slow Food, rappresentanti del comitato Palanzano, del Comitato di Felino, di Salviamo il Paesaggio.
Il primo intervento quello di Roberto Cavanna, Centro studi Monte Sporno, che ha mostrato e raccontato come vengono realizzati i tagli dei boschi, le condizioni dei sentieri e il paesaggio che si presenta dopo l'utilizzo scriteriato di motoseghe e mezzi pesanti.
Dalle foto del territorio della Val Baganza (è così in larga parte dell'appennino), un'area, che dovrebbe essere sotto tutela ambientale e con vincolo d'immutabilità, si è potuto capire quanto sia lontana la corretta gestione del patrimonio arboreo, a causa di tagli spesso non controllati e lasciati alla "competenza" di tagliatori improvvisati o non rispettosi delle norme vigenti.
Ci sono aree dove il taglio è stato realizzato lasciando una percentuale di matricine appena sufficiente, aree invece dove si è adottato un taglio raso, non lasciando in piedi nemmeno un albero.
Un altro elemento la "coincidenza" di alcuni tagli con la formazione di frane.
Esempio tipico la frana di Pietta nel Comune di Tizzano, e altre frane minori lungo la provinciale che da Calestano porta a Berceto.
Si taglia ovunque, vicino a una frana o su versanti fortemente in pendenza.
Difficile comprendere come le autorità non vedano tali pericoli.
Roberto Cavanna ha mostrato il taglio anche di alberi molto vecchi, utilissimi per il sostegno del suolo, anche con un diametro di un metro e più.
Piante secolari perse per sempre.
Un altro grosso problema è il dilavamento del suolo.
I solchi formatisi nel terreno vengono scavati dall'acqua, che non avendo più alberi che rallentano il suo deflusso, innescano una fase erosiva che porta smottamenti a valle.
L'utilizzo di mezzi pesanti per recuperare la legna tagliata, escavatori e caterpillar per creare vie d'accesso a trattori e camion creano strade che una volta terminata la missione vengono completamente abbandonate, provocando ulteriori erosioni.
Che peso ha la green economy sul territorio e sulle persone?
Giuliano Serioli si è posto la domanda su quali impianti servano alla montagna per sopravvivere, e le centrali a biomassa certo assomigliano di più ad una mera speculazione economica.
Tagliare migliaia di tonnellate di legna, disboscando l'appennino, bruciare e produrre una quantità misera di corrente elettrica, con un rendimento nell'ordine del 10%, è una follia.
Eppure la volontà della regione è di investire in centrali a biomassa, così come la Toscana, che intende realizzare impianti per 70 MW, che prevedono l'utilizzo di circa 700.000 tonnellate di legna ogni anno e un esborso di circa 42 milioni di euro, quando con una centrale a metano, meno impattante sotto il profilo dell'inquinamento da polveri e metalli pesanti, si spenderebbe circa la metà.
La strada per trovare energia è quella del risparmio, investire cioè quei 40 milioni nell'efficientamento energetico degli edifici.
La strada intrapresa dal mercato degli elettrodomestici, che oggi sono arrivati a rese energetiche inimmaginabili anni fa.
Gli impianti a biomassa invece portano sempre grandi problemi.
E' il caso del cogeneratore della Citterio a Poggio S.Ilario (Felino) che dopo lo stop per l'eccessiva acidità del grasso da bruciare, che potevano creare seri problemi al motore, ha risolto l'imbuto trattando lo scarto con reagenti chimici e soda caustica, soluzione poi sversata nel Rio S.Ilario, adiacente allo stabilimento, con conseguente inquinamento delle acque.
E la diffida arrivata dalla Provincia.
La strada da seguire per trovare un economia in montagna non può passare dal taglio indiscriminato dei boschi e dagli impianti a biomasse, ma da un piano di sviluppo rurale, turistico ed edilizio di recupero dei borghi ed efficientamento energetico.
Enzo Valloni, dell'università di Parma, ha portato l'esempio degli interventi contro l'erosione delle coste adriatiche, che avviene con annuali scarichi di tonnellate di sabbia, senza invece pensare a risolvere il problema a monte, cioè nei fiumi che non apportano più al mare la parte sedimentaria, che andrebbe a fermare il fenomeno erosivo.
Bisogna cambiare i PAES dei piccoli comuni della val Padana, in modo che prevedano di risolvere l’inquinamento del suolo agricolo da sversamenti di liquami degli allevamenti industriali.
Facendo sì che le 500 centrali a biogas esistenti, che digestano mangimi animali da coltivazioni dedicate, passino a trattare letame e, attraverso lo strippaggio dell’ammoniaca, producano biometano da autotrazione e da mettere in rete.

Andrea Ferrari

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

lunedì 22 settembre 2014

Tagli boschivi & green economy

L'appuntamento è per giovedì 25

I tagli boschivi, il saccheggio delle risorse naturali da parte del mercato e della politica miope delle Regioni nascono dal guazzabuglio dei programmi della UE, che sostiene di voler accrescere la superficie forestale e nel contempo sviluppare energia da biomasse boschive.
La Ue, dopo Kyoto, ha adottato il programma 20-20-20, da raggiungere entro il 2020.



Ridurre le emissioni di CO2 del20%, accrescere del 20% l'energia da fonti rinnovabili, incrementare del 20% l'efficienza energetica.
In realtà è solo la crisi ad aver fatto ridurre le emissioni inquinanti, mentre l'efficientamento è ancora molto basso e lontano dal traguardo, e solo l'energia prodotta da fonti rinnovabili ha incrementato nettamente il suo valore attestandosi al 65%.
La direttiva europea Aria invece (no ad altre emissioni oltre la soglia esistente) è di fatto inapplicata.
In altre parole, un'economia liberista non è in grado di sviluppare l'energia da fonti rinnovabili senza penalizzare l'ambiente e l'aria che respiriamo.
E' la stessa Ue che ha prodotto lo sviluppo speculativo dell'energia da fonti rinnovabili, la cosiddetta green economy, che di verde ha molto poco se non niente.
La politica degli incentivi, slegati da qualsiasi grado di efficienza, spinta dai governi del nostro Paese, dalle Regioni e dalle altre istituzioni locali, ha fatto il resto: si costruiscono impianti non per usare in loco l'energia prodotta, ma con il solo scopo di incamerare soldi pubblici, i famosi incentivi.
Per dare una parvenza di progettualità alle fonti rinnovabili gli enti locali hanno promosso i Paes,
progetti molto astratti redatti da docenti universitari che mescolano impianti speculativi già esistenti e future applicazioni locali, frutto di cervellotiche farneticazioni di burocrati comunali.
Gli incentivi dovrebbero invece andare ad impianti promossi dalle istituzioni locali con la partecipazione ed il consenso dei cittadini, allo scopo di migliorare la qualità dell'aria, delle falde acquifere e dei terreni agricoli.
Non più soldi dal pubblico ai privati, ma dal pubblico al pubblico.

Se ne parlerà giovedì 25 settembre, alle ore 21, presso il circolo Zerbini di Parma (vicolo S.Caterina 1) in una serata di dibattito con Roberto Cavanna, esponente del Centro Studi Monte Sporno, Renzo Valloni, geologo, docente al Dicatea dell'Università di Parma, Giuliano Serioli, geologo, coordinatore di R ete Ambiente Parma.
Rete Ambiente Parma
per la salvaguardia del territorio parmense


Aderiscono : Associazione Lesignano Futura, Commissione Audit, Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse GCR

martedì 26 agosto 2014

Tagliare e bruciare

Il piano della regione per fare cassa con il grande falò

La Regione Emilia Romagna sta redigendo il nuovo piano forestale per gli anni 2014-2020.
Dopo il solito rituale retorico, “gli interventi nel bosco devono essere all'insegna di una selvicoltura naturale, accostandosi il più possibile a come il bosco si sviluppa naturalmente per conto suo”,
si arriva al sodo: “E' in atto una forte tendenza all’abbandono delle attività gestionali del bosco... Per questo, pur riconfermando la primaria funzione protettiva e di conservazione della biodiversità svolta dalle nostre foreste, si rende necessario introdurre sul piano programmatico, alcune rilevanti novità tese a favorire la ricostruzione, in chiave di moderna imprenditoria forestale, della filiera produttiva, soprattutto a fini energetici, della risorsa boschiva”.
E' la dichiarazione formale di voler favorire tramite finanziamenti il taglio industriale del bosco.
Il fine principale è quello di costruire centrali a cippato che sfruttino la legna a fini energetici.
Saranno solo centrali termiche per il teleriscaldamento, come dichiarato finora?
No di certo.


Qui si stanno mettendo le carte in tavola come ha fatto molto più esplicitamente la Regione Toscana, che ha esplicitamente espresso la volontà di ottenere 70 Mw/h elettrici dalla legna con piccole centrali sotto il Mw. (http://www.greeneconomytoscana.it/)
La Regione Toscana vuole produrre energia elettrica, con efficienza del 10%, (è il livello dichiarato dal sindaco del comune di Monchio, per la sua caldaia a cippato). Non crediamo che le centrali toscane siano differenti, perché utilizzeranno cippatura di ramaglie, sfalci lungo le strade e scarti di disbosco e non certo legna da ardere, che ha un prezzo di vendita al dettaglio doppio rispetto al cippato: 12 euro la legna, 6 euro il cippato.
Monchio per fare funzionare la sua turbina da 100 Kwe brucia ogni anno 1.000 tonnellate di cippato. Per capire i numeri, i 70 Mw elettrici proposti dalla Toscana corrispondono a 700 volte la potenza elettrica della turbina di Monchio.
Quindi per produrre quella miseria di elettricità la Regione Toscana vuol bruciare 700.000 tonnellate di legna ogni anno.
Proprio una bella idea.
70 Mwe di potenza per 7.000 ore utili all'anno producono circa 500.000 Mwe, cioè 500 milioni di Kw/h.
Produrli con il cippato costa 42 milioni di euro (700.000 tonnellate di cippato per 60 euro).
In una moderna centrale a gas per produrre la stessa energia servono 90 milioni di metri cubi di metano che, a 30 centesimi di euro a metro cubo, fa 27 milioni di euro.
L'energia elettrica prodotta col metano costa il 35% in meno.
Ecco che però a coprire l'inefficienza entrano in gioco gli incentivi pubblici per le biomasse.
Produrremo energia elettrica come a fine '800 e la pagheremo carissima, con la scusa della riduzione di emissioni di CO2.
Ma è vero?
Dopo che si è fatto il taglio raso in un bosco ceduo, la superficie fogliare ci mette 2,5 anni per ricrescere e catturare la stessa CO2 di prima del taglio.
Dalla pubblicistica selvicolturale si sa che un albero cattura in un anno 20 Kg di CO2.
In un ettaro di bosco ceduo ci sono mediamente 400 alberi che moltiplicati per 20 kg danno 8 tonnellate di CO2.
Gli ettari da tagliare sarebbero 7.000 (700.000 t./100 tonnellate per ettaro) e quindi la CO2 che non verrebbe catturata, che resterebbe in aria, se tagliassimo tutti quegli alberi, sarebbe la modica cifra di 56.000 tonnellate.
Ma non è finita.
Occorre moltiplicare quelle 56.000 t. di CO2 per i 2,5 gli anni che impiega il bosco ad avere la superficie fogliare sufficiente a catturare la stessa quantità di CO2 di prima.
Quindi le tonnellate di CO2 diventano139.000.
Occorre tener presente che il bosco ci mette 30 anni a ricrescere, tempo in cui le sue funzioni idrogeologica e paesaggistica restano degradate e debilitate.
La nostra Regione sta seguendo le orme di quella toscana, elettricità dalla legna.
Ma non pare proprio una idea sostenibile.

Giuliano Serioli
26 agosto 2014

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

lunedì 7 luglio 2014

Tagli suicidi

La crisi della montagna sembra non aver mai fine

L'ultima notizia è sulla bocca di tutti: la legna a tronchetti viene pagata 4,5 euro al quintale.
Questo significa che se ne è tagliata troppa rispetto alla domanda e il mercato ha fatto scendere il prezzo.
Nel 2009 era venduta a 9 euro, ma poi si è cominciato a tagliare a più non posso.
E' scesa a 5,5 euro nel 2011 per poi stabilizzarsi a 6 euro nel 2012.
Ed ora l'ulteriore sensibile calo.


Il prezzo al quintale è un indicatore infallibile di quanto si sia tagliato: più il prezzo scende, più boschi sono stati decimati.
Ma di dati provinciali non ce ne sono e nemmeno a livello regionale.
E' disponibile un dato nazionale sulla legna consumata nel 2013, elaborato da AIEL (azienda italiana energia dal legno).
In totale sono 19,3 milioni di tonnellate.
Di queste, 3,5 milioni vengono importate dall'estero, che sottratte al totale ci danno la legna prodotta in Italia, 15,8 milioni di tonnellate.
Stiamo superando la sostenibilità ed intaccando la rinnovabilità dei nostri boschi.
Infatti la superficie boschiva da cui è possibile ricavare legna è costituita dai 3.663.000 ettari di bosco ceduo che, moltiplicati per il 4% di accrescimento annuo per ettaro, danno 14,6 milioni di tonnellate.
Solo l'anno scorso, quindi, abbiamo tagliato 1,2 milioni di tonnellate di legna in più di quanto consentito dalle normative nazionali e regionali che preservano la rinnovabilità.
Le autorità, gli enti preposti, la stessa AIEL, la Coldiretti, negano che la rinnovabilità sia intaccata, anzi per loro c'è ancora tanto da tagliare. Il loro giochino è di riferire quanto si è tagliato non al bosco ceduo, ma all'intera superficie boscata nazionale che è di quasi 11 milioni di ettari.
Ma la superficie boschiva totale contiene anche boschi ripariali, macchia mediterranea, parchi.
Ettari che non possono essere tagliati per produrre legna.
Nella nostra montagna, invece, ed in tutto l'Appennino Tosco-Emiliano la situazione è ancora più grave perché il bosco ceduo rappresenta l'80% di tutta la superficie boschiva e quindi i tagli riguardano la quasi totalità dei boschi.
Da Cervarezza a Corniglio i boschi dei nostri monti: Ventasso, Alpe di Succiso, Fageto, Costa Maria Gallina, Caio, Navert ed Acuto, sono costellati di buchi come gruviere.
Si stima che in questi ultimi 5 anni sia stato tagliato il 20% della loro superficie fogliare, con gravi danni idrogeologici ai versanti (frane), danni paesaggistici e altrettanto gravi danni a tutte le strade: comunali, provinciali e statali, rese difficilmente percorribili non solo per le frane, ma anche perché il manto stradale risulta letteralmente sfondato dal peso dei camion che portano legna in pianura.
Quelli che tagliano non sono solo boscaioli del posto che hanno sempre fatto il mestiere.
Si sono messi a tagliare un po' tutti, magari pagando in nero operai dell'Est Europa, perché da soli non ce la fanno.
Tagliano anche aziende edili in crisi provenienti dalla pianura o dalla città (come sottolinea la Forestale), con tutto il loro armamentario di scavatrici e pale meccaniche cingolate che trasformano sentieri in carraie, rovinando interi versanti.
Quelli che tagliano si difendono dicendo che sia l'unico lavoro che c'è e che fa girare un po' l'economia in montagna.
E' proprio vero?
A 4,5 euro al quintale la spesa per il taglio forse supera il guadagno.
Molti di quei soldi vanno a chi effettua il taglio, altri servono a pagare il proprietario del bosco, altri ancora servono a pagare le spese e infine una grossa fetta va a coprire le rate per i trattori nuovi che si vedono ormai da ogni parte.
Il prezzo del trattore nuovo da 120 cavalli è molto scontato per gli incentivi statali.
Per i primi 3 anni di mutuo non si pagano interessi perché paga la Regione.
Ma dopo le rate arrivano tutte in una volta e sono salate.
Nei borghi non si vede un negozio che apre.
Anzi ne chiudono in continuazione perché non ce la fanno, così anche le osterie perché di turismo non ce n'è quasi più.
E quei soldi che dicono girino per la montagna dove vanno allora?
Forse proprio alle industrie che producono attrezzi di taglio e trattori, oltre che nelle tasche di qualche furbo che li mette in banca o si compra un appartamento al mare.
E' così che si crea un'economia che fa rivivere la montagna?
Crediamo proprio di no.
Così si contribuisce solo a distruggerne le risorse.
Di attenzione cosciente, per il destino delle terre alte, proprio non se ne vede.

Giuliano Serioli
7 luglio 2014

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense