"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)

sabato 11 aprile 2015

Dalla TiBre alla TiTre, una bufala milionaria

Dalla TiBre alla TiTre, una bufala milionaria
La Tirreno Brennero è il nostro Tav: oggi pomeriggio la manifestazione

La cosiddetta Tirreno Brennero, autostrada che collegherebbe il mare con le Alpi, è una bufala.
Non verrà mai costruita per intero, semplicemente per mancanza di fondi.
Il tratto tra Fontevivo e Trecasali, Titre, la cui costruzione sta per partire, rimarrà monco, si perderà nella campagna.
Come l'immagine surreale di una strada che non va da nessuna parte.
Perché farlo allora?
Perché è in autofinanziamento di Autocisa.


E dove trova i soldi? Aumentando del 7,5% i pedaggi autostradali tra il 2011 ed il 2018.
Li ha già presi e continuerà a prenderli dalle nostre tasche.
Semplice come passare sotto il varco del Viapass.
La Tibre è un vecchio progetto degli anni '70, rimasto nel cassetto, finché il rinnovo della concessione ad Autocisa in cambio di investimenti da parte della stessa non lo ha fatto riemergere dell'album degli orrori.
E' tornato il progetto, l'opera rimane inutile.
Non per chi costruisce.
Autocisa ha avuto la proroga della concessione, ha raccolto i soldi dagli ignari automobilisti, una ditta di costruzioni nota ha già vinto l'asta.
Pura speculazione, grasso che cola solo per alcuni, un affare obbligato e giusto per l'Unione Industriali.
D'altra parte, a suo tempo, la Provincia di Bernazzoli ed i Comuni attraversati dall'opera avevano dato il loro benestare, in cambio di alcune compensazioni ridicole ed invasive.
Si era opposto solo il Comitato di Trecasali, Ctt, nato contro la centrale a cippato da 130.000 tonnellate di Eridania, che poi alla fine non si è fatta.
Ora si tratta di mettersi a fianco del Comitato, per impedire che aborto stradale venga alla luce.
Si tratta di impedire che terreni agricoli essenziali per la produzione del parmigiano-reggiano vengano svenduti, asfaltati e persi per sempre.
Ci si meraviglia anzi che il Consorzio Parmigiano non si sia mai espresso e continui a tacere.
Sabato 11 aprile alle ore 15 si svolgerà la manifestazione a Trecasali e Sissa.
TiBre TiTre? Diventerà la nostra Tav!

Giuliano Serioli
11 aprile 2015
Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

lunedì 30 marzo 2015

Il prodigio delle rinnovabili

Come distruggere in poche mosse una buona idea

Gli indirizzi europei
Nel 2008 l'Unione Europea emanava una direttiva finalizzata alla diminuzione progressiva delle emissioni di CO2, 20% in meno entro il 2020, con l'intento di sostituire le fonti fossili con altre fonti rinnovabili, nella produzione di energia.
Da allora, sotto la spinta degli incentivi statali, l'energia prodotta da fonti rinnovabili ha avuto uno sviluppo prodigioso.
La richiesta di potenza elettrica nel nostro Paese è stata nel 2014 di 307 Tera Watt/ora.


Quella prodotta a livello termoelettrico è stata di 160 Twh, di cui circa 10 Twh sono stati prodotti da fonti rinnovabili (biomasse).
Quella importata dall'estero è stata pari a 40 Twh.
La produzione totale di energia elettrica da fonti rinnovabili è oggi pari al 45% dell'energia prodotta.
Di questa, circa il 25% è prodotta dall'idroelettrico e fa parte dello storico della produzione, così come l'1,5% da geotermia.
Ma circa il 20% della produzione è frutto di questo incessante sviluppo.
La produzione di energia da fotovoltaico è pari a 25 Twh, l'elettricità da eolico a 15 Twh, da geotermia 5 Twh, quella idroelettrica è pari a 63 Twh.
Centrali che bruciano cippato producono energia elettrica per un ammontare di 400 Mw di potenza, pari a 3 Twh.
Da 1300 centrali a biogas si producono 7,4 Twh, pari al 2,5% dei consumi.
L'idroelettrico, il fotovoltaico, l'eolico e la geotermia sono fonti di energia pulita, senza emissioni nocive e quindi preferibili a qualsiasi altra fonte di energia.

Fotovoltaici divoratori di suoli
Occorre sottolineare come circa i 2/3 del fotovoltaico è costituito da parchi fotovoltaici a terra, costruiti col metodo del project-financing, cioè enti ed istituzioni pubbliche che hanno proposto progetti attrattivi per capitali privati.
Inizialmente i parchi fotovoltaici sono intestati ai Comuni, che poi però ne girano la titolarità alle finanziarie che hanno messo i capitali, che ottengono così anche gli incentivi pubblici maggiorati delle spettanze dei Comuni, con qualche dubbio sulla moralità dell'operazione.
Inoltre questi 2/3 dei 25 Twh corrispondono a circa 10.000 parchi fotovoltaici tra i 700 e i 1.500 Kwe di potenza, ognuno dei quali copre circa 3 ettari di suolo, per un totale, così, di circa 30.000 ettari di consumo di suolo, pari a 300 km2, cioè 1/1000 dell'intera superficie del nostro paese.
Che non è poco, sommato a tutto il resto.
Non dimentichiamo i parchi eolici in Appennino, costruiti a detrimento del paesaggio e quasi del tutto inefficienti perché la velocità media del vento non supera i 7 m/s, inferiore ai 12 m/s necessari per una produzione efficiente di elettricità.
Si tratta di pura speculazione, accaparramento di incentivi pubblici senza vantaggi reali.
Un esempio significativo è il parco eolico dei monti dell'Uccellina.

Biomasse, moderni mangia boschi
Ma l'energia da fonti rinnovabili su cui oggi si concentrano maggiormente gli incentivi pubblici è quella ricavata da biomasse.
La gran parte delle 1300 centrali a biogas (80%) è stata realizzata nella pianura padana, notoriamente una delle aree più inquinate al mondo.
Queste centrali dovrebbero provvedere a bio-digestare scarti agricoli, residuo organico della raccolta differenziata e reflui animali, ma in realtà vengono alimentate con mangimi vegetali da coltivazioni dedicate, come nel cremonese, sottraendo così terreno alle coltivazioni agricole e inquinando il mercato dell'affittanza agraria.
Il biogas per poter essere utilizzato al meglio nei motori a cogenerazione deve subire una complicata serie di depurazioni, senza le quali si ha malfunzionamento, addirittura corrosione dei motori e il tutto si riverbera in maggiori emissioni nocive.
Il biogas che esce dal digestore non è pronto all'uso.
Deve essere prima desolforato tramite lavaggio, poi deumidificato tramite refrigerazione, quindi filtrato dalle polveri con filtri a sabbia che trattengono il particolato.
A loro volta le emissioni della cogenerazione prima di poter essere rilasciate in aria devono subire un processo di lavaggio, passare attraverso biofiltri e meglio ancora attraverso filtri a carboni attivi, senza i quali non si abbattono le emissioni odorigene.
Ma tutto questo vale solo nella teoria.
Un impianto a biogas non è subordinato al rilascio di alcuna autorizzazione alle emissioni in atmosfera, ai sensi dell'art. 269, comma 14,parte V del D.Lgs. 152/2006.
Così il computo emissivo, criterio sbandierato dalla Regione Emilia Romagna, va a farsi benedire. Questo criterio limiterebbe nuove installazioni solo in due casi: in sostituzione di vecchi impianti o se l'intervento comporta una diminuzione dell'inquinamento. Cogenerazione e trigenerazione, utilizzo del calore, teleriscaldamento, efficienza energetica, piste ciclo-pedonali...
In pratica si dice che queste centrali sono ammissibili solo se c'è ricupero di calore e se questo serve per il teleriscaldamento.
Ma non avviene mai.
Una pista ciclo pedonale non può certo mitigare gli ossidi di azoto, le polveri sottili e gli ossidi di metalli pesanti. Al limite ci può distrarre dal problema, con una bella sgambata.
Non si è in una posizione di contrasto al biogas tout court.
Il biogas ha un senso solo se serve a trattare il residuo organico della differenziata e i reflui zootecnici, con la finalità di produrre biometano.
Nella pianura padana gli allevamenti zootecnici industriali sono innumerevoli.
I loro reflui, se non trattati adeguatamente, inquinano il suolo e le falde acquifere.
L'utilizzo del biogas in un cogeneratore per produrre elettricità genera emissioni nocive e polveri sottili, ma se lo si utilizza solo per produrre biometano da autotrazione o da mettere in rete allora la situazione cambia decisamente.
Con il decreto governativo del 18 dicembre 2013 il biometano può essere messo in rete e le aziende agricole che lo producono possono aprire impianti di distribuzione di metano per autotrazione.
Gli impianti che producono elettricità col biogas possono passare a produrla col biometano.
Le centrali a cippato, 400 Mw di potenza con una produzione di 3 Twh di elettricità, sono localizzate per la metà in Alto Adige e Trentino e per l'altra metà in Calabria e Puglia.
Al Sud si tratta di impianti dichiaratamente speculativi, volti solo ad accaparrare incentivi pubblici. Sono di proprietà di grandi aziende nazionali e la legna che bruciano arriva via nave.
Si tratta di scarti legnosi del taglio delle foreste equatoriali.
Le emissioni nocive sono imponenti.
In Trentino Alto Adige c'è maggiore attenzione all'ambiente.
I grandi impianti a cippato nascono per iniziativa della regione e dei comuni, fanno effettivamente cogenerazione e il calore, prodotto insieme all'elettricità, non va perduto, viene utilizzato per il teleriscaldamento delle abitazioni. Inoltre, gli incentivi pubblici incamerati vengono usati anche per dotare al meglio la depurazione dei cogeneratori e limitare il più possibile le emissioni nocive.
Tuttavia.
Dove andare a recuperare i 2 milioni di tonnellate di cippato da bruciare ogni anno?
Non certo dai boschi di abeti della valle, che fanno la fortuna turistica di queste regioni.
Il cippato arriva dal porto di Rotterdam, la stessa origine del carburante degli impianti calabresi e pugliesi. E a Rotterdam arriva dai confini del mondo.

Cippato, la versione di Parma
Arriviamo all'Appennino parmense.
Sono sostenibili le piccole centrali a cippato a Km 0 che stanno per essere impiantate nelle terre alte?
La Regione Emilia Romagna ha redatto il nuovo piano forestale per gli anni 2014-2020.
Afferma che sia in atto una forte tendenza all’abbandono delle attività gestionali del bosco e per questo, pur riconfermando la primaria funzione protettiva e di conservazione della biodiversità svolta dalle nostre foreste, crede sia necessario introdurre sul piano programmaticola moderna imprenditoria forestale, soprattutto a fini energetici, della risorsa boschiva.
Si chiama taglio industriale del bosco.
Come in Toscana, che vuole impiantare centrali a cippato per 70 Mw/h elettrici di potenza complessiva da piccole centrali sotto il Mw. per produrre 1/2 Twh di elettricità.
Non saranno nemmeno centrali di cogenerazione, perché d'inverno funzioneranno come quella di Monchio solo per scaldare edifici pubblici e famiglie collegate e d'estate solo per produrre poca elettricità con un'efficienza del 10%.
Le centrali toscane utilizzeranno cippatura di ramaglie, sfalci lungo le strade e scarti di esbosco, non certo legna da ardere che ha un prezzo di vendita al dettaglio doppio rispetto a quello del cippato, 12 euro la legna, 6 euro il cippato.
Ma le stesse centrali a cippato solo termiche, di taglia inferiore al Mw, sono sostenibili?
Molto costose, hanno bisogno di manutenzione importante, non producono posti di lavoro.
La centrale di Monchio, un piccolo paese dell'Appennino Parmense, è costata oltre 800 mila euro. Non possiede filtri per depurare le emissioni, ha un multiciclone che serve solo ad abbattere le ceneri volanti, la fuliggine.
Le centrali dovrebbero servire in teoria ad abbattere le emissioni delle vecchie stufe di paese.
Ma non è più la realtà. Nei paesi di montagna, oltre alle stufe a pellet con abbattimento delle emissioni, si vanno diffondendo soprattutto stufe a legna a riciclo di fiamma con abbattimento dei fumi, il cui costo non supera i 1.000, 1.500 euro.
Coi soldi spesi per la centrale il Comune di Monchio avrebbe potuto regalare una stufa a tutte le famiglie.
In sostanza la AIEL stessa (azienda italiana energia dal legno) che produce sia le caldaie a cippato che le stufe a pellet, ammette che le emissioni di una stufa moderna a pellet o legna arriva a 45mg per Nm3, mentre quelle teoriche di una centrale a cippato sono tra i 75 mg e i 150 mg per Nm3.
Ammette cioè che una centrale a cippato è più inquinante delle moderne stufe da casa.
Mentre la legna bruciata nelle stufe è di proprietà e ben stagionata, il cippato da ramaglie e da scarti di taglio è molto umido, brucia male ed ha emissioni che vanno ben oltre quelle dichiarate.
La centrale a cippato viene impiantata nel borgo capoluogo del Comune e del teleriscaldamento ne usufruiscono solo i residenti.
E tutti gli altri che abitano nelle frazioni?
Per loro il comune non spende un soldo.
Le centrali a cippato solo termiche sono uno specchietto per le allodole.
Come si è visto a Monchio ad esse si aggiungerà una turbina per produrre elettricità, come nei piani della Regione Toscana, assolutamente senza fare nemmeno cogenerazione.
E la scelta dell'Europa, quell'indirizzo virtuoso e denso di futuro?
Se ne andrà in fumo.
Di cippato.

Chi decide?
A determinare le decisioni delle istituzioni, UE, governi degli stati ed amministrazioni locali, sono le lobby della combustione, il settore industriale di riferimento, che per il nostro Paese è costituito dalle grandi utilities degli inceneritori, Iren, A2A, Hera, da AIEL per caldaie a cippato e stufe, da Termoindustriale per i motori lenti da cogenerazione.
Lobbies che decidono assieme alle istituzioni il livelli di emissione, magari addirittura superiori a quelle in vigore nel nord Europa se gli impianti prodotti non sono in grado di rientrarvi, se la tecnologia per abbattere le emissioni è troppo complessa e costosa.

Giuliano Serioli
30 marzo 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

martedì 3 febbraio 2015

Tar, biogas, amministrazioni

I giudici del Tar hanno definitivamente bocciato la centrale a biogas progettata in quel di Pilastro.
Una buona notizia per gli abitanti e per il comitato che vi si era opposto con determinazione. Decisiva, in verità, era già stata la presa di posizione del Consorzio del Parmigiano-Reggiano, preoccupato che nei foraggi e quindi nel latte finissero i clostridi del digestato, che fanno gonfiare le forme di grana.
Il Consorzio, in pratica, aveva già trascinato dalla sua parte Regione e Provincia.


Incomprensibile invece la posizione del comune di Felino e dell'allora sindaco Lori.
Felino si era opposto solo perché l'impianto era al di fuori del piano edilizio comunale, come dire che se fosse stato proposto in altra zona avrebbe avuto il loro benestare.
Una posizione che aveva giustamente fatto inquietare non poco il comitato no-biogas di Calicella.
Ma se il biogas è stato fermato, così non è per i cogeneretori a cippato di legna o a grasso animale.
Qualcuno si è messo in testa che produrre elettricità con le biomasse sia una cosa seria.
Partendo dal presupposto che legna e grasso sono rinnovabili, bruciarli per produrre energia viene equiparato a cosa buona e giusta.
Nonostante da questo tipo di combustione si ottenga poca energia e l'efficienza sia molto bassa, al punto che la loro economicità si sostiene solo con gli incentivi pubblici.
Finiti questi ultimi, i bruciatori saranno abbandonati ad arrugginire in mezzo al verde.
Pare che per i nostri amministratori sostenibilità, ambiente, salute dei cittadini, siano vuoti slogan da usare alla bisogna senza mai applicarli alla realtà quotidiana.
Non ci si preoccupa delle emissioni nocive che vengono effettivamente generate, ma ci si accontenta che rientrino nelle normative fissate dall'alto.
Si sa benissimo che quelle polveri nocive andranno a sommarsi ai livelli già insopportabili di PM10, PM 2,5 e ossidi di azoto, ma si sorvola.
Amministratori di comuni che si autodefiniscono virtuosi lasciano del tutto inapplicata la direttiva Aria della Ue che prescrive che ogni nuovo impianto abbassi i valori degli inquinanti della zona medesima.
Come volevasi dimostrare, il nuovo sindaco di Langhirano ha dichiarato che nel piano energetico comunale manca una centrale a biomassa, che bruci cippato di legna.
Nota, peraltro, è la sua posizione sui tagli boschivi: “Si potrebbe tagliare anche tutto ciò che è ricresciuto da quarant'anni a questa parte”, ha affermato ad un'assemblea pubblica del 2012 a Neviano Arduini.
L'ultimo atto come sindaco di Felino di Barbara Lori è stato recepire nel piano edilizio comunale la direttiva provinciale sull'Apea di Pilastro.
L'Area Produttiva Ecologicamente Attrezzata, all'interno di un'area di circa 40 ettari, prevede “impianti di adduzione, distribuzione e smaltimento, impianti per il trattamento dei rifiuti e simili, impianto di cogenerazione a biomassa della potenza di 900 KW elettrici abbinata ad una rete di teleriscaldamento”,
L'atto della Lori non pare casuale, vista la sua attuale rilevanza e molteplicità di funzioni: consigliere regionale, responsabile ambiente della Provincia, nonché soprattutto assessore all'edilizia nel Comune di Felino.
A Pilastro potrebbe capitare che ciò che è uscito dalla porta, il cogeneratore a biogas, rientri dalla finestra, come cogeneratore a grasso animale, di cui la Lori ha già esperienza all'interno del suo Comune, o come cogeneratore a cippato di legna di cui Bricoli è antesignano.
Nuvole nere all'orizzonte.

Giuliano Serioli
3 febbraio 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

martedì 13 gennaio 2015

Al lupo! Al lupo!

Sempre più di frequente si legge sulla stampa di avvistamenti di lupi e segnalazioni di impronte che testimoniano il loro passaggio vicino ai centri abitati, quando non addirittura si riportano le denunce presentate per animali domestici sbranati.


Una percezione di allarme e di paura sembra attraversare le valli delle nostre montagne, per essere poi ripetuta ed allargata nelle osterie dei paesi.
Il sindaco di Albareto Ferrando Botti si è messo alla testa di una cordata di 16 comuni delle valli di Taro e Ceno, richiedendo l'intervento delle istituzioni per poter abbattere i lupi.
L'allarme, dopo l'intervento della Forestale, si è ridotto a proporzioni normali con la conta di qualche animale d'allevamento perso, che godrà degli appositi risarcimenti, qualche incontro imprevisto col lupo, che è stato il primo a scappare, qualche cane da caccia ucciso perché magari è andato a rovistare vicino alle loro tane.
Il lupo, come si sa, ha una funzione fondamentale nella regolazione della popolazione di animali selvatici. Cacciando preferibilmente ungulati e cibandosi dei capi più deboli e malati, ne limita il numero, evitando così che si sviluppino infezioni virali che possono estendersi anche agli animali d'allevamento.
Vive in branco, guidato da una coppia dominante, la coppia alfa, che è l'unica che può riprodursi e quindi la popolazione cresce in modo molto limitato.
L'impressione è che tutta la storia sia montata dalle associazioni venatorie e dai contatti che hanno con gli amministratori di cui sono elettori.
E' chiaro che se, fino a ieri, i cacciatori erano abituati a battute al cinghiale con bottini inusitati e a gareggiare tra loro per quantità di capi abbattuti, ora hanno un competitore. Anche il lupo si ciba preferibilmente di cinghiali e non vede di buon occhio che i segugi li stanino al posto suo.
Da uno studio della Provincia di Arezzo risulta dalle feci che il lupo si ciba preferibilmente di ungulati selvatici (91%), di piccoli roditori (5%) e di pecore od altro (4%)
Da diversi anni la Provincia di Parma, in accordo con la Regione Emilia-Romagna, provvede a risarcire gli animali da allevamento uccisi da lupi, in tempi relativamente celeri, previa certificazione che l'attacco sia effettivamente opera sua. Il risarcimento è previsto per la perdita di bovini, caprini, cervidi, suini ed equini. Anni fa furono anche stanziati 250 mila euro per un progetto pubblico finalizzato a offrire agli allevatori la possibilità di installare recinzioni elettrificate sia fisse sia mobili.
In merito ai cani da caccia sbranati in massa, lo stesso Corpo Forestale dello Stato provinciale ridimensiona il problema.
Non è il caso di gridare al lupo.
Una società ideale è quella dove anche gli animali selvatici hanno diritto all'esistenza, se vogliamo che mantengano il ruolo di presidio della natura.

Giuliano Serioli - Paolo Mozzoni

13 gennaio 2015

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

venerdì 19 dicembre 2014

Un altro inceneritore inutile e dannoso

Il caso Pilastro
Gazzetta di Parma - 19 dicembre 2014
pagina 45
Argomenti
di Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma

lunedì 24 novembre 2014

Montagna, disastri e progetti

Gli eventi disastrosi che hanno così gravemente segnato la nostra montagna ed in particolare la Val Baganza ed il Cornigliese devono farci riflettere.
L'evento atmosferico che ne è stato la causa è sicuramente di carattere eccezionale: 260 mm per m2 di acqua caduta a Bosco di Corniglio in sole due ore corrispondono a 260 litri d'acqua su ogni m2 tutto in una volta.


L'effetto spugna del bosco e della lettiera non poteva sicuramente essere sufficiente a trattenere tutta quell'acqua caduta in così poco tempo.
Ma col probabile perdurare di simili fenomeni atmosferici e con lo stato già disastroso degli eventi franosi degli ultimi anni, c'è da chiedersi come porsi nei confronti della nostra montagna e quali misure adottare per limitare i danni.
La ceduazione completa o con rilascio di matricine ha un effetto immediato sul soprassuolo rimasto. L'eliminazione dell'effetto copertura delle chiome espone il suolo all'azione diretta degli agenti atmosferici. Il dilavamento e l'aumento del deflusso delle acque superficiali crea un'alterazione della lettiera, aumenta l'erosione per instabilità del suolo, contribuisce alla maggior incidenza degli eventi atmosferici estremi ed altera le caratteristiche dei corpi idrici forestali.
Il taglio industriale del bosco implica, inoltre, l'apertura di piste da esbosco con rottura della copertura del suolo in grado di innescare movimenti franosi per il venir meno dell'effetto spugna della lettiera stessa.
La ceduazione con rilascio di matricine comporta spesso la caduta delle matricine stesse a causa di eventi atmosferici violenti contro cui il loro isolamento non può niente come ad esempio il fenomeno del vetro ghiaccio, contro cui piccole piante estremamente rade non hanno difesa alcuna.
In sostanza, la ceduazione con la perdita totale della chioma ha come conseguenza un impoverimento del suolo.
Erosione e dilavamento ne sono una conseguenza diretta.
La ceduazione in suoli molto acclivi può portare ad un graduale esaurimento del terreno a causa dello squilibrio tra sostanze asportate e quelle restituite.
La ceduazione spinta cui stiamo assistendo nel nostro Appennino ad opera del mercato speculativo della legna da ardere, l'indirizzo dei finanziamenti pubblici verso il taglio industriale con movimentazione del suolo di interi versanti, l'incentivazione pubblica di centrali a cippato di legna per produrre calore ed energia elettrica sono tutti fattori che contribuiranno al degrado idrogeologico della nostra montagna e ad un ulteriore crescita della sua franosità ed abbandono economico.
Delle intenzioni programmatiche della Regione Toscana non ci sono più dubbi: ha espressamente rivendicato di voler promuovere la costruzione di centrali a cippato di legna sotto il Mw per una potenza complessiva di 70 Mw elettrici, bruciando 700.000 tonnellate di legna, che corrispondono a circa 7.000 ettari di boschi.
Ma anche le intenzioni programmatiche della Regione Emilia Romagna sul progetto di centrali elettriche da legna non sono da meno.
Al termine di un incontro su un progetto di pala eolica presentato da un ingegnare di Parma è emerso che la regione sosterrà e finanzierà a breve progetti di centrali a biomassa legnosa per la produzione di energia elettrica da dislocare in tutto il territorio dell'Emilia Romagna.
Allora è tutto vero quello che andiamo dicendo ormai da anni.
Per la nostra regione l'uso della risorsa boschiva per ricavarne elettricità è un obiettivo.
Le centrali a cippato attuali sono solo termiche, ma rappresentano un cavallo di Troia per cominciare un processo che porterà ad un disboscamento industriale di cui la speculazione attuale sulla legna da ardere è solo un pallido riflesso.
Una montagna sempre più abbandonata e sempre meno abitata sarà predata delle sue risorse naturali, anche se le istituzioni identificheranno questo processo come un esempio virtuoso di economia sostenibile

Giuliano Serioli
24 novembre 2014

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

giovedì 16 ottobre 2014

Inquinamento, la madre di tutte le alluvioni

Il disastro ha una firma umana

E' vero, come denuncia Legambiente, che la cementificazione è la causa principale del mancato assorbimento dell'acqua piovana, e di conseguenza del suo dilavamento rapido verso valle.
Anche perché, se la cementificazione è statisticamente all'8% del territorio nazionale nel suo complesso, nella realtà, contando le aree montane che lo sono molto meno, nella pianura padana si arriva al 15%.
E' vero anche che sono troppi gli enti che fanno previsioni meteo in modo separato e che monitorano per loro conto gli eventi atmosferici: Protezione Civile, Ente Bonifica, Provincia,o quello che ne rimane, Comuni.


Dovrebbe invece funzionare meglio una catena unica, come quella della protezione civile, ma certo ha sbagliato le sue previsioni.
Tutti le hanno sbagliate.
Nessuno poteva immaginare che in due ore cadessero 26 centimetri di pioggia, come a Bosco di Corniglio. Una quantità d'acqua che nessuno ha previsto, come è successo nel fine settimana a Genova, o nei mesi passati nella pedemontana veneta, a Valdobbiadene.
Il cambiamento climatico è già in atto e ci trova impreparati a riconoscerlo, interpretarlo, prevenirlo.
I giornali hanno battezzato il fenomeno come “bombe d'acqua”, indicandolo come un evento anomalo.
Ma non basta, occorre chiarirne la dinamica.
Le previsioni sulla quantità di pioggia sono tarate sugli eventi precedenti, sullo storico delle precipitazioni in determinate località e non tengono conto di fattori nuovi, come ad esempio la maggior energia in gioco.
Nel nostro Appennino, un inverno senza neve fino a mille metri ha comportato che il calore immagazzinato dalla terra nei mesi estivi non si sia disperso con il ghiaccio e il gelo.
E' rimasto quasi intatto e si è sommato a quello dell'irraggiamento solare dalla primavera in poi.
Nella nostra montagna c'è sempre stato un microclima particolarmente umido, con temporali e massimi pluviometrici, perché l'irraggiamento solare su una foresta compatta creava le condizioni di evotraspirazione che favorivano temporali frequenti.
Ma questo nuovo rapporto energetico tra terra e cielo ha creato le condizioni per una estate anomala, con piogge quasi tutti i giorni, quasi fosse la condensa dell'evaporazione che il calore, l'energia in gioco, sviluppava.
Con l'autunno arrivano fronti di correnti fredde di differente temperatura che impattano su tale sistema energetico, sulla massa di umidità in eccesso presente, svuotandola dall'acqua tutta in una volta, con le conseguenze che vediamo.
Abbiamo innescato un meccanismo che esegue semplicemente le istruzioni date.
La pressione delle attività umane ha portato al surriscaldamento terrestre.
L'ambiente, per liberarsi dell'eccesso di calore, se lo scrolla semplicemente di dosso.
E sarà sempre peggio.

Giuliano Serioli
16 ottobre 2014

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

venerdì 3 ottobre 2014

Dissest Economy

Il lato oscuro del green washing

Giovedì scorso, presso il circolo Zerbini, Rete Ambiente Parma ha organizzato un incontro con l’adesione di Lesignano Futura, Commissione Audit e l'associazione Gestione Corretta Rifiuti.
Si è parlato dei tagli dei boschi nel nostro appennino, del dissesto idrogeologico e della cosiddetta green economy, tre temi molto connessi tra loro.


A questo appuntamento tanti amanti della natura, ma anche attivisti di commissione Audit, Rifondazione, WWF, Slow Food, rappresentanti del comitato Palanzano, del Comitato di Felino, di Salviamo il Paesaggio.
Il primo intervento quello di Roberto Cavanna, Centro studi Monte Sporno, che ha mostrato e raccontato come vengono realizzati i tagli dei boschi, le condizioni dei sentieri e il paesaggio che si presenta dopo l'utilizzo scriteriato di motoseghe e mezzi pesanti.
Dalle foto del territorio della Val Baganza (è così in larga parte dell'appennino), un'area, che dovrebbe essere sotto tutela ambientale e con vincolo d'immutabilità, si è potuto capire quanto sia lontana la corretta gestione del patrimonio arboreo, a causa di tagli spesso non controllati e lasciati alla "competenza" di tagliatori improvvisati o non rispettosi delle norme vigenti.
Ci sono aree dove il taglio è stato realizzato lasciando una percentuale di matricine appena sufficiente, aree invece dove si è adottato un taglio raso, non lasciando in piedi nemmeno un albero.
Un altro elemento la "coincidenza" di alcuni tagli con la formazione di frane.
Esempio tipico la frana di Pietta nel Comune di Tizzano, e altre frane minori lungo la provinciale che da Calestano porta a Berceto.
Si taglia ovunque, vicino a una frana o su versanti fortemente in pendenza.
Difficile comprendere come le autorità non vedano tali pericoli.
Roberto Cavanna ha mostrato il taglio anche di alberi molto vecchi, utilissimi per il sostegno del suolo, anche con un diametro di un metro e più.
Piante secolari perse per sempre.
Un altro grosso problema è il dilavamento del suolo.
I solchi formatisi nel terreno vengono scavati dall'acqua, che non avendo più alberi che rallentano il suo deflusso, innescano una fase erosiva che porta smottamenti a valle.
L'utilizzo di mezzi pesanti per recuperare la legna tagliata, escavatori e caterpillar per creare vie d'accesso a trattori e camion creano strade che una volta terminata la missione vengono completamente abbandonate, provocando ulteriori erosioni.
Che peso ha la green economy sul territorio e sulle persone?
Giuliano Serioli si è posto la domanda su quali impianti servano alla montagna per sopravvivere, e le centrali a biomassa certo assomigliano di più ad una mera speculazione economica.
Tagliare migliaia di tonnellate di legna, disboscando l'appennino, bruciare e produrre una quantità misera di corrente elettrica, con un rendimento nell'ordine del 10%, è una follia.
Eppure la volontà della regione è di investire in centrali a biomassa, così come la Toscana, che intende realizzare impianti per 70 MW, che prevedono l'utilizzo di circa 700.000 tonnellate di legna ogni anno e un esborso di circa 42 milioni di euro, quando con una centrale a metano, meno impattante sotto il profilo dell'inquinamento da polveri e metalli pesanti, si spenderebbe circa la metà.
La strada per trovare energia è quella del risparmio, investire cioè quei 40 milioni nell'efficientamento energetico degli edifici.
La strada intrapresa dal mercato degli elettrodomestici, che oggi sono arrivati a rese energetiche inimmaginabili anni fa.
Gli impianti a biomassa invece portano sempre grandi problemi.
E' il caso del cogeneratore della Citterio a Poggio S.Ilario (Felino) che dopo lo stop per l'eccessiva acidità del grasso da bruciare, che potevano creare seri problemi al motore, ha risolto l'imbuto trattando lo scarto con reagenti chimici e soda caustica, soluzione poi sversata nel Rio S.Ilario, adiacente allo stabilimento, con conseguente inquinamento delle acque.
E la diffida arrivata dalla Provincia.
La strada da seguire per trovare un economia in montagna non può passare dal taglio indiscriminato dei boschi e dagli impianti a biomasse, ma da un piano di sviluppo rurale, turistico ed edilizio di recupero dei borghi ed efficientamento energetico.
Enzo Valloni, dell'università di Parma, ha portato l'esempio degli interventi contro l'erosione delle coste adriatiche, che avviene con annuali scarichi di tonnellate di sabbia, senza invece pensare a risolvere il problema a monte, cioè nei fiumi che non apportano più al mare la parte sedimentaria, che andrebbe a fermare il fenomeno erosivo.
Bisogna cambiare i PAES dei piccoli comuni della val Padana, in modo che prevedano di risolvere l’inquinamento del suolo agricolo da sversamenti di liquami degli allevamenti industriali.
Facendo sì che le 500 centrali a biogas esistenti, che digestano mangimi animali da coltivazioni dedicate, passino a trattare letame e, attraverso lo strippaggio dell’ammoniaca, producano biometano da autotrazione e da mettere in rete.

Andrea Ferrari

Rete Ambiente Parma

per la salvaguardia del territorio parmense

lunedì 22 settembre 2014

Tagli boschivi & green economy

L'appuntamento è per giovedì 25

I tagli boschivi, il saccheggio delle risorse naturali da parte del mercato e della politica miope delle Regioni nascono dal guazzabuglio dei programmi della UE, che sostiene di voler accrescere la superficie forestale e nel contempo sviluppare energia da biomasse boschive.
La Ue, dopo Kyoto, ha adottato il programma 20-20-20, da raggiungere entro il 2020.



Ridurre le emissioni di CO2 del20%, accrescere del 20% l'energia da fonti rinnovabili, incrementare del 20% l'efficienza energetica.
In realtà è solo la crisi ad aver fatto ridurre le emissioni inquinanti, mentre l'efficientamento è ancora molto basso e lontano dal traguardo, e solo l'energia prodotta da fonti rinnovabili ha incrementato nettamente il suo valore attestandosi al 65%.
La direttiva europea Aria invece (no ad altre emissioni oltre la soglia esistente) è di fatto inapplicata.
In altre parole, un'economia liberista non è in grado di sviluppare l'energia da fonti rinnovabili senza penalizzare l'ambiente e l'aria che respiriamo.
E' la stessa Ue che ha prodotto lo sviluppo speculativo dell'energia da fonti rinnovabili, la cosiddetta green economy, che di verde ha molto poco se non niente.
La politica degli incentivi, slegati da qualsiasi grado di efficienza, spinta dai governi del nostro Paese, dalle Regioni e dalle altre istituzioni locali, ha fatto il resto: si costruiscono impianti non per usare in loco l'energia prodotta, ma con il solo scopo di incamerare soldi pubblici, i famosi incentivi.
Per dare una parvenza di progettualità alle fonti rinnovabili gli enti locali hanno promosso i Paes,
progetti molto astratti redatti da docenti universitari che mescolano impianti speculativi già esistenti e future applicazioni locali, frutto di cervellotiche farneticazioni di burocrati comunali.
Gli incentivi dovrebbero invece andare ad impianti promossi dalle istituzioni locali con la partecipazione ed il consenso dei cittadini, allo scopo di migliorare la qualità dell'aria, delle falde acquifere e dei terreni agricoli.
Non più soldi dal pubblico ai privati, ma dal pubblico al pubblico.

Se ne parlerà giovedì 25 settembre, alle ore 21, presso il circolo Zerbini di Parma (vicolo S.Caterina 1) in una serata di dibattito con Roberto Cavanna, esponente del Centro Studi Monte Sporno, Renzo Valloni, geologo, docente al Dicatea dell'Università di Parma, Giuliano Serioli, geologo, coordinatore di R ete Ambiente Parma.
Rete Ambiente Parma
per la salvaguardia del territorio parmense


Aderiscono : Associazione Lesignano Futura, Commissione Audit, Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse GCR