"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)

lunedì 15 gennaio 2018

Incubo California

L'estate 2017 ha rappresentato per la California un vero incubo: colpita da una terribile siccità, km e km quadrati di boschi hanno preso fuoco, migliaia di alberi sono andati in fumo.


Arrivato l'inverno, l'incubo continua.
Nei giorni scorsi, infatti, piogge battenti hanno letteralmente dilavato via quelle colline ormai prive di manto boschivo, determinando colate di fango che hanno distrutto case e strade.
Ma non è solo un problema americano.
Piogge mai viste hanno provocato anche nel nostro territorio diversi disastri: l'allagamento della città di Parma ad opera del Baganza nel 2014 e quella di Colorno nel 2017.
Ma anche la siccità ha colpito duramente campagne e coltivi emiliani.
Dietro la spinta delle popolazioni colpite, le autorità locali e la Regione Emilia Romagna hanno predisposto e già approvato un progetto di cassa d'espansione sul torrente Baganza per evitare future alluvioni. Per far fronte alla siccità, la Regione ha stanziato 8 milioni di euro finalizzati all’aumento della capacità di captazione della rete degli acquedotti. 
L'assessore Paola Gazzolo, inoltre, ha predisposto un tavolo in cui valutare la realizzazione di una nuova diga in montagna, forse a Vetto, come da tempo propongono gli amministratori locali.
Per affrontare siccità e inondazioni sono davvero necessarie dighe, casse e cemento con una spesa prevista  per la sola cassa di espansione di 55 milioni di euro?
Sulle dighe si è espresso con autorevolezza il geologo Luigi Vernia. “Una diga in montagna - afferma-  bloccherebbe la corrente di sub alveo del torrente, quella che alimenta le varie conoidi dell'alta pianura, dalle quali l'acqua affluisce nei pozzi per i coltivi “ .
Che senso avrebbe raccogliere acqua con una diga se poi la si perde nell'alta pianura e non la può utilizzare durante la siccità?
D'altra parte che senso ha un invaso di 4,7 milioni di metri cubi, la cassa d'espansione, che deve sempre restare vuoto per fronteggiare eventuali alluvioni future?
Va trovata una soluzione che affronti entrambi i problemi: siccità ed alluvioni.
Sarà sufficiente aumentare la capacità di captazione da nuove sorgenti per far fronte alla siccità? Forse per le esigenze degli acquedotti di alcuni comuni, ma non certo per le esigenze della campagna, per i coltivi.
Infatti, il Consorzio di Bonifica già da tempo ha individuato aree di scavo per laghetti in cui conservare l'acqua per irrigazione.
Stranamente aree troppo vicine ad insediamenti urbani, come a Medesano, che suscitano la protesta degli abitanti.
Il principio di difesa attiva, su cui si fonda l'azione del Consorzio, pare corretto.
Addirittura questa azione sembra una solida alternativa alla cassa stessa, alla cementificazione che questa comporta ed ai guai conseguenti. 
Certo è che tale pratica deve basarsi sulla partecipazione attiva dei cittadini, delle amministrazioni locali e dei contadini. Non può essere calata dall'alto come successo a Medesano, suscitando ulteriori problemi e paure nelle popolazioni.
Crediamo sia possibile affrontare le piene del Baganza con un piano di difesa attiva capace di coinvolgere popolazione e contadini in un progetto di rialzo degli argini ed in un sistema di sfioratoi che porti l'acqua di piena in una serie di cave e opere di scavo a fianco del torrente.
Acqua che nei periodi di siccità dell'alta pianura è possibile riutilizzare.
E se l'eventuale alluvione fosse maggiore delle opere di contenimento è sempre possibile aumentare lo sfioramento fino ad allagare aree di campagna di agricoltori che partecipano al progetto, a cui rifondere i danni.
L'eventuale indennizzo ai contadini coinvolti sarebbe comunque inferiore alla spesa per la cassa d'espansione. I soldi risparmiati si potrebbero impegnare in una una cassa più piccola da costruire in aree golenali della bassa pianura, per proteggere dalle piene l'abitato di Colorno.
E cosa c'entra la California?
Se la principale attività industriale del nostro Appennino diventerà il taglio raso dei boschi, le piogge battenti, che il cambiamento climatico ci sta già mandando, faranno in poco tempo colare il fango giù dai monti, spazzando via interi paesi.
L'effetto spugna del manto boschivo, che permette di fermare il diluvio d'acqua per poi rilasciarla poco alla volta, rimarrebbe solo un ricordo del passato.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

domenica 29 ottobre 2017

Kill the wood!

Quanto è di moda lo stronca i tronchi

Tempo fa, la regione Emilia Romagna aveva stanziato 420.000 euro per pagare il taglio dei pini seccati di Lagdei e Trefiumi, nonchè per il diradamento nella pineta del passo del Ticchiano e per
un altro diradamento nella faggeta sopra Valditacca, seguito da un tecnico forestale.


I reali motivi di tale finanziamento, e l'utilizzo della legna tagliata, erano per noi finalizzati ad aiutare il rifornimento delle centrali a biomassa esistenti in Appennino, in cui il costo del cippato (4 euro) non è compatibile con il costo della legna (12 euro).
Tuttavia ci pareva che la strada imboccata del diradamento fosse un segnale di svolta da parte dell'autorità verso i consorzi di taglio.
Invece tutto continua come prima: taglio raso matricinato, con matricine sempre più piccole e distanti l'una dall'altra.
La speculazione sulla legna continua con squadre di taglio dell'est europeo, pagati in nero e senza alcuna assicurazione.
Intere parti di montagne spogliate del loro manto boschivo: monte Fageto, monte Caio, monte Navert, monte Aguzzo, Alpe di Succiso ed ora monte Faino e monte Fuso, nell'Appenino Est.
I tagli sono fatti con criteri industriali: massima resa nel minor tempo. Per questo motivo il taglio raso è il più adatto.
Ruspe per spianare sentieri e trasformarli in carraie percorribili da macchinari e camion.
Tagli anche dove l'acclività è del 100%, pendii oltre i 45° di pendenza, dove una pioggia successiva può asportare completamente il suolo e denudare la roccia, contribuendo a creare frane e a trasformare le bombe d'acqua in alluvioni nella stessa alta montagna.
Il manto boschivo ovviamente ricresce, ma ci mette 30 anni a tornare come prima dal punto di vista paesaggistico.
Le ferite come buchi di gruviera sulla montagna.
Poca cosa, dicono le autorità, l'importante è che il bosco ricrescendo molto più in fretta catturi la stessa quantità di CO2 di prima.
Ma non è vero.
Studi recenti ci dicono che ad un bosco sottoposto a taglio raso occorrono circa 2,5 anni per arrivare al livello di prima nell'assorbimento di CO2.
Ma non basta, altri studi hanno verificato che i rami abbandonati e morti e il suolo sconvolto procurano altre emissioni di carbonio che va sottratto alla capacità di cattura del manto boschivo.
Non sono sciocchezze di ambientalisti precisini. Il manto bioschivo del nostro Appennino è l'unica forma di contenimento e di contrasto ai veleni che risalgono dalla Pianura Padana.
Dopo la denuncia fatta alla forestale dal comitato ambientale di Palanzano per i tagli sconsiderati sul Fageto ora è il turno del monte Fuso.
Con tagli che vanno da quota 600 metri fino a quota 1.000. Con nuove carraie che segnano il lato sud della montagna dove prima c'erano solo sentieri.
Un danno al suolo, visibile dalle foto, che provocherà colamenti di terra e frane con le prossime piogge.
Pare che la ditta che ha effettuato tale scempio sia la stessa che è stata multata per il danno al Fageto.

Giuliano Serioli
Dimitri Bonanni

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

mercoledì 25 ottobre 2017

Sole nudo di pianura

Splende il sole sulla Pianura Padana.
Un vento provvido ha scacciato il manto grigio delle polveri sottili.
Un fenomeno raro e momentaneo, presto PM10, polveri ultrasottili e benzopirene torneranno ad accumularsi e a soffocarci.
Auto, impianti industriali, allevamenti intensivi e centrali a biogas saranno di nuovo padroni dell'aria che respiriamo, cui si aggiungerà con l'inverno il riscaldamento domestico, i caminetti a legna, le stufe a pellets.


La meraviglia della nebbia in val Padana, una volta consueta, trasformata in una cappa di smog giallo scura, un mix di veleni che fa del nostro territorio il più pericoloso al mondo per la salute.
Il problema è la contemporaneità con cui si sta verificando questo accumulo con altre crisi: i cambiamenti climatici, la perdita di suolo e di habitat, l’alterazione dei cicli dei nutrienti, la sovrappopolazione, la mancanza di acqua dolce, le risorse rinnovabili in rapido degrado.
La nostra società considera gratuite le risorse naturali.
La speculazione non investe nulla per il loro riuso e rinnovo, le consuma e basta.
Assieme all'aria, anche suolo ed acqua sono gravemente minacciati.
Nei centri storici delle nostre città solo vetrine del lusso.
La spesa ormai solo nei supermercati cresciuti come funghi a fianco dei precedenti e di magazzini abbandonati per la crisi. Ma, paradossalmente, il traffico auto anche nel centro è sempre più intenso.
Sciami di auto lungo i viali contendono la strada ad autobus sempre più giganteschi ed inquinanti.
Forse è il momento di ripensare il tutto.
Pedonalizzare tutto il centro entro i viali, con le eccezioni ai mezzi che riforniscono e agli autobus, piccoli ed elettrici.
I parcheggi a pagamento in centro usarli gratuitamente per i residenti.
Attivare seriamente i parcheggi scambiatori per chi arriva da fuori, fornendo un servizio autobus rapido che porti ai viali.
I viali percorsi in continuazione da un servizio autobus che permetta di arrivare ovunque velocemenete, anche in centro.
Eliminare gli autobus a gasolio, quelli troppo ingombranti e arrivare in pochi anni a mezzi solo elettrici.
Il consumo di suolo e la sua copertura avanzano a macchia d'olio oltre le periferie.
Il pericolo del ruscellamento rapido dell'acqua piovana dalla città verso la bassa è sempre maggiore e provocherà allagamenti sempre più frequenti in ragione delle bombe d'acqua previste. Le piccole casse d'espansione sui canali collettori non basteranno ad impedirlo.
Campagne sempre più siccitose e bisognose d'acqua per il cambiamento climatico, ma anche per la mancata conservazione dell'acqua piovana.
Autorità senza alcun progetto integrato per la difesa dalle alluvioni ed il riuso dell'acqua da stoccare. Sanno solo progettare altro consumo di suolo (casse d'espansione) e dighe in montagna che provocheranno ulteriore carenza d'acqua nelle conoidi dell'alta pianura per il blocco delle correnti di subalveo che alimentano quest'ultime.
Senza considerare la perdita di suprficie boschiva per il laghi creati.
La sicurezza della città dalle alluvioni dei torrenti in piena sta nell'effetto spugna dei boschi, nella manutenzione dell'alveo, in un contratto di difesa attiva coi contadini dell'alta pianura per la manutenzione degli argini e lo sfioramento delle piene nelle cave in disuso e in invasi
in cui conservare l'acqua per l'irrigazione estiva.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

martedì 19 settembre 2017

Casse, dighe, torrenti

Quando al cemento si vuole rimediare col cemento

L'assessore regionale all'ambiente Paola Gazzolo si è presa un mese di tempo per valutare la fattibilità del progetto di una diga a Vetto, comune montano della Val d’Enza.
La siccità di quest'anno ha fatto diventare ancora d'attualità un vecchio progetto abbandonato da tempo a causa del pericolo sismico legato ad una faglia che corre lungo l'asta del torrente.
Abbandonato per il pericolo che milioni di metri cubi d'acqua, basculando su pareti montane argilloso-flyschoidi, possano creare frane.
Abbandonato perchè il manufatto, spostando il punto neutro a monte, riempirebbe presto di sedimenti l'invaso medesimo.
Abbandonato soprattutto perché rimaneggerebbe le falde acquifere dell'alta pianura.



Nelle conoidi alluvionali, che i nostri torrenti appenninici formano entrando nell'alta pianura, si sono depositati circa 100 metri di alternanze di ghiaie, sabbie ed argille, sede fin dalla loro formazione, nell'epoca della glaciazione Wurmiana, di falde acquifere ad uso sia idropotabile che per l'irrigazione dei campi.
Tali falde acquifere non sono inesauribili. La loro continuità è garantita dalla falda sotto l'alveo stesso esistente in ogni torrente (Enza, Parma, Baganza, Taro, Ceno).
Si tratta di una corrente d'acqua che corre sotte le ghiaie dei nostri torrenti.
"Ma se l'acqua non scorre nel fiume, perchè trattenuta a monte nel bacino d'invaso (formato da una diga), il processo si arresta e noi rischiamo di perdere una risorsa la cui rialimentazione esige centinaia di anni. Insomma l'acqua che estraiamo dalle falde può essere considerata 'acqua fossile' e per riaverla occorrono tempi lunghi".
Come afferma il Luigi Vernia, docente dell’Università di Parma.
Ma il problema della siccità, di come irrigare i coltivi, si mescola a quello delle bombe d'acqua, piogge di particolare intensità che in breve tempo possono minacciare il nostro territorio, come l'alluvione di Parma ad opera della piena del Baganza nell'ottobre del 2014.
Amministratori locali e forze politiche si sono orientati su grandi opere: cassa di espansione sul Baganza per mettere in sicurezza la città da piene bicentenarie, un manufatto da 55 milioni di euro che forse non verrà mai utilizzato, e dighe in montagna per avere acqua disponibile in caso di siccità.
Ancora cemento per riparare ai danni fatti dalla cementificazione degli alvei dei torrenti che ha eliminato le golene in cui si laminavano naturalmente le piene.
E' evidente che il bisogno d'acqua in primavera-estate è collegabile alla laminazione delle piene autunnali dei nostri torrenti. Qualcuno ha suggerito che invece della cassa-monstre di Casale di Felino e della diga di Vetto, sia possibile la creazione di piccoli invasi lungo l'asta dei torrenti, laghetti da mezzo milione di metri cubi, in cui trattenere l'acqua delle piene per i mesi siccitosi.
E' altrettanto evidente che in caso di una piena massiccia come quella del Baganza del 2014 sarebbe
necessario dell'altro. Una manutenzione dell'alveo e degli argini tale da consentire, tramite sfioratoi, l'allagamento controllato e concordato di parti di campagna a lato dei torrenti, con congruo risarcimento danni alle aziende agricole che partecipano al progetto.
Chi può allestire tali piccoli invasi e gestire un piano di allagamento controllato?
Il Consorzio di Bonifica parmense.
L'ente ha già avviato una collaborazione con agricoltori ed istituzioni locali, ha già iniziato a costruire piccoli invasi ad uso irriguo.
Si tratterebbe di trasformare in progetto complessivo per il territorio la sua attività minuta.
Il tutto supervisionato e monitorato dall'Autorità di Bacino.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

lunedì 7 agosto 2017

Il sindaco Lucchi contro la cassa Aipo

Vengo etichettato come sindaco campanilista.
Non è vero; sopratutto perché già da scolaro ero educato, in quegli anni sessanta, per mia fortuna, a considerarmi un cittadino del mondo.
Non è vero perché, grazie all’educazione del Prof. Moroni, mi sono sempre considerato un abitante della Val Baganza e ho portato, con piacere, la maglietta che Don Tonino aveva fatto realizzare nel 1986 e che come Sindaco di Berceto ho ripetuto e distribuito nel 2009:
Sono un cittadino della Val Baganza.
Ho sempre condiviso l’impegno di Don Moroni, supportato anche dalla bella rivista di Pietro Bonardi: La Val Baganza, di far condividere, come terra d’origine, lo stesso territorio, della vallata, dalle sorgenti del Baganza (Berceto) alla foce (Via Varese Parma), a tutti i suoi abitanti.
E’ proprio per essere coerente a questa educazione e a questi insegnamenti che non posso considerare la vasca d’espansione, presentata il 15 marzo, a un folto pubblico, nel Teatro di Felino, dall’assessore regionale Paola Gazzolo, come un fatto che puo’ interessare unicamente al Comune di Parma ed eventualmente, per l’impatto e la vicinanza, al Comune di Felino, Sala e Collecchio.
Come cittadino della Val Baganza ritengo d’avere titolo per fare alcune considerazioni e non limitarmi solo al mio ruolo di sindaco di Berceto che mi porterebbe, giustamente, a richiedere soltanto, indipendentemente dal progetto della vasca d’espansione di Parma, interventi anche nel tratto del Torrente che attraversa, per alcune decine di chilometri, il Comune di Berceto.
Sempre come Sindaco, volendo essere previdente e cogliere la buona pratica di altri Paesi Europei, debbo continuare ad insistere, inoltre, con la Regione, perché attui, finalmente, il Patto di Fiume (Torrente Baganza) che è inserito, dal 2009, nel PSC (Piano Strutturale Comunale) come progetto strategico.


Il Patto di fiume e un accordo tra tutte le Amministrazioni interessate dal Torrente Baganza (Berceto, Corniglio, Terenzo, Calestano, Felino, Sala Baganza, Collecchio e Parma) oltre la Regione, il Governo e l’Unione Europea per salvaguardare e sviluppare, correttamente, la valle ritenuta la piu’ bella e selvaggia del Nord Italia.
Un Patto che non riguarda solo questioni ambientali e idrogeologiche ma che coinvolge anche il settore produttivo, la promozione e il turismo.
Ovviamente queste richieste legittime e doverose, indipendentemente dal giudizio sulla cassa d’espansione, vengono, ancora una volta, rimarcate presso gli uffici competenti della Regione e sollecitati ai nostri Consiglieri Regionali.
Il progetto della vasca d’espansione, che dovrebbe, ben presto, trovare i finanziamenti ed essere avviato, con molta dovizia di particolari ed eccellente capacità comunicativa, è stato illustrato dall’ing. Mirella Vergnani, dirigente Aipo.
Per riflesso condizionato, e forse“ingiusto” retaggio politico, ritengo che spesso un pessimo progetto, inteso come scelta progettuale, viene presentato ottimamente da un ottimo tecnico.
Proprio per questo, forse sbagliando, non mi sono lasciato suggestionare da un’infinità di dati e verifiche, oltre che da foto dei luoghi in cui sono state inserite le foto finzioni dell’immane opera.
E’ un progetto che come Sindaco mi spiazza avendo ragionato, sempre, anche con altri sindaci, sul progetto e idea progettuale dell’amministrazione provinciale che abbiamo anche approvato in Consiglio Comunale
Un progetto, quello della Provincia, realizzato quando l’Ente era governato seriamente da amministratori scelti dal Popolo Sovrano e non dalla piccola e infima casta dei Sindaci e Consiglieri Comunali.
Un progetto meno impattante e con una logica che mi pareva e ritenevo razionale visto che con meno risorse, rispetto a quelle previste attualmente, tutelava la città di Parma da eventuali alluvioni ma cercava d’intervenire anche a monte iniziando da Calestano e poi Felino e Sala.
Nessuno, fino ad oggi, con motivazioni tecniche reali, ha spiegato il perché il progetto della Provincia non andava piu’ bene.
Si basava, infatti, su dati, misure di portata, livelli di pioggia, modalità della piovosità, che abbracciavano oltre un secolo.
Aveva coinvolto se non addirittura tratto ispirazione da luminari, forse gli stessi, che ora propongono un progetto completamente diverso.
Ho l’impressione che il progetto della grande vasca d’espansione non abbia padri e nel caso li avesse non è chiaro il loro ruolo.
Gli amministratori, di contro, se sentiti in camera caritatis, dicono tutti d’essere fortemente perplessi se non contrari, ma poi, forse, presi dallo sfinimento, non fanno nessuna azione per contrastarlo, discuterlo per davvero.
Pare un progetto imposto ma nessuno sa dire da chi.
Escludono perfino, i beni informati, che possa essere sponsorizzato da quanti desiderano realizzare solo le grandi opere visto che garantiscono maggiori guadagni.
Resta il fatto che contrastare questo progetto dopo, che dal 1963, commissione Marchi, si parla, facendo poco o nulla, di opere per difendere la città dalle alluvioni, è difficile.
Contrastare il progetto, ormai definito, sarebbe ritenuto come parlare male di Garibaldi.
Siamo, insomma, tutti inviluppati in questa situazione Kafkiana in cui arriva un progetto dal nulla che annulla tutte le precedenti ipotesi e che costa quasi il doppio ma i soldi che prima non c’erano adesso possono esserci. Ci saranno.
Chi s’è adoperato per avere i soldi: il Presidente della Regione e l’Assessore Regionale Gazzolo, invece di venire osannati, come sarebbe giusto, vengono posti nelle condizioni di sgolarsi per farlo accettare e soprattutto lo debbono imporre ai sindaci del territorio ad esclusione del Sindaco di Parma il quale pur di non rivivere, giustamente, giornate come quella del 13 ottobre 2014, sarebbe disponibile ad accettare tutto.
Accetta tutto e sembra non porsi nessun problema. Come Sindaco di Berceto non mi sentirei, ad esempio, tranquillo, ad avere un “invaso” di quelle dimensioni a monte del centro abitato di Berceto.
Avrei perfino paura, nonostante la bravura italiana a costruire dighe (eravamo i migliori del mondo), che l’argine crollasse e milioni di metri cubi d’acqua, con un’irruenza paurosa, spazzassero via interi quartieri della città.
E’ pur vero che sono quartieri che Parma, da sempre, non ama e infatti in passato aveva scelto quelle zone, che io ritengo bellissime, per farvi costruire i capannoni di memoria fascista e tanto altro mai ritenuto di pregio ad iniziare dal nome di un quartiere: Montanara, che richiama, seppur allegramente, l’insulto bonario rivolto, dai cittadini, a noi montanari: “ve montaner”.
In tutti i modi Parma non ha mai apprezzato la zona, che per me, ripeto, è bellissima, che scorre da Via Milazzo verso il Baganza, Felino e Sala.
Da tutta questa vicenda, un montanaro, trae insegnamenti negativi che provocano scoramento.
I Torrenti, anche se provocano, come il 13 ottobre 2014, disastri anche in montagna, cambiano l’aspetto delle montagne stesse, possono essere sistemati, anche negli anni duemila, solo alle periferie delle città.
I soldi non si trovano mai per fare manutenzione, prevenire razionalmente i disastri, ma li si trovano solo per grandi opere.
Immaginare d’avere finanziamenti adeguati, per il Torrente, anche per la tratta vasca d’espansione/sorgenti, visto i costi, diventerà velleitario.
Basterebbe, alla fin fine, che lo Stato, su queste opere, visto i motivi per cui vengono realizzate, non chiedesse, l’immediata restituzione del 22% dell’IVA (per gli Enti locali è un costo) che è una ragguardevole somma, oltre 9.000.000 (novemilioni) per avere tutto il tratto del Baganza e la strada di Calestano SP 15, sicuri.
Prima d’essere intruppato in un sogno è bene che mi dica, ancora una volta, che siamo in Italia.
Ecco il progetto della grande vasca d’espansione, alle porte della città, ha come padre la logica italiana: solo emergenza, grandi opere e tutto dopo le disgrazie annunciate addirittura dal 1963.
Nonostante questo mio giudizio, non lusinghiero, debbo dare atto dell’impegno del Presidente della Regione e dell’assessore Gazzolo nel far giungere, come pare imminente, i finanziamenti


Luigi Lucchi Sindaco di Berceto

mercoledì 2 agosto 2017

Grande secco, grandi alluvioni, grandi silenzi

Il rifugio Gonella sul Monte Bianco, a 3073 metri di altezza, ha chiuso per mancanza d’acqua. La ricavava dal nevaio che ogni anno calava un po’ e che quest’anno è sparito.


Un fatto preciso, non può essere interpretato.
E’ il cambiamento climatico.
Che è ormai evidente e confermato dal caldo torrido di questa estate.
Con un futuro caratterizzato da lunghe siccità e forti precipitazioni concentrate in poco tempo, capaci di creare alluvioni tipo quella che ha colpito Parma nel 2014.
Coldiretti e l’Ente di Bonifica hanno chiamato l’emergenza idrica e già quantificato i danni all’agricoltura nel territorio parmense.
Proprio quest’estate AIPO deve rispondere alle osservazioni dei cittadini e dare il suo parere definitivo sul progetto di cassa d’espansione sul Baganza, presentato in primavera. Due casse di capienza di circa 2,35 milioni di metri cubi ciascuna. La prima sotto il piano campagna, ottenuta scavando ghiaia e sabbia e la seconda sopra lo stesso, praticamente una grande vasca alta fino a 16 metri nel suo punto più elevato, a valle del Casale di Felino.
La campagna ha fame d’acqua, non basta quella delle falde. Occorrono invasi che la raccolgano quando piove e la rilascino quando ce n’è bisogno. Ma non ci sono.
Di utilizzare la cassa d’espansione presentata neanche parlarne, serve a difesa della città e per definizione deve restare sempre vuota, a disposizione di eventuali piene.
Si dice che non ci sono i soldi per la cassa, ma che salteranno fuori. Soliti discorsi.
Servono 55 milioni di euro. Altri se ne dovranno trovare per gli invasi in cui trattenere l’acqua piovana come chiesto quest’estate. Il problema siccità non è solo del territorio parmense ma di tutto il Paese, come la mancanza d’acqua a Roma testimonia chiaramente.
Quindi il problema soldi è acuto se il problema acqua è così diffuso.
Gli invasi ad uso irriguo che mancano e la costruenda cassa d’espansione sul Baganza sembrano due rette parallele che non si incontrano mai, incapaci di aiutarsi l’un l’altra.
Ma occorrerebbe proprio il contrario, la capacità di fare sistema.
Il progetto AIPO di cassa è un’enorme vasca sospesa sul territorio, costosa, che richiederà 5 o 6 anni per essere costruita. Noi riteniamo anche di più perché i 2,4 milioni di metri cubi di ghiaie e sabbie scavati dalla prima cassa dovranno essere pur piazzati da qualche parte. Se non vanno alla Tibre, come pareva, perché per il sostrato la Pizzarotti utilizza terra mista a calce, con la crisi dell’edilizia in cui versa la nostra economia, dove finirà tutta quella ghiaia? Un problema che richiede altro tempo e soldi.
Perché, per la cassa d’espansione, non utilizzare lo studio fatto da Provincia per mettere in sicurezza la città e contemporaneamente trattenere l’acqua per l’estate siccitosa.
Lo studio del 2015 prevede 3 casse lungo l’asta del Baganza, a Calestano, al Casale ed in zona Bonifacio (Collecchio). La prima deve rimanere sempre vuota per l’eventuale improvvisa portata di piena. La seconda e la terza potrebbero trattenere l’acqua delle piogge autunnali in quantità ragionevoli: metà della capacità quella del Casale, l’intera capacità di invaso quella di Collecchio. In caso di una portata di piena di 600 metri cubi al secondo, occorrerebbero 20 minuti per riempire quella di Calestano (un invaso di 600.000 metri cubi), tempo in cui quella del Casale e di Collecchio scaricherebbero i loro invasi.
Non si capisce perché AIPO non abbia preso in considerazione lo studio della Provincia.
Non si capisce perché non abbia partecipato all’assemblea organizzata a Felino il 25 maggio scorso.
Il perché è semplice.
Le autorità competenti sono autoreferenziali, non ascoltano i cittadini.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

giovedì 8 giugno 2017

Il bosco mitigatore delle piene

Per spiegare il disordine idrogeologico dovuto al disboscamento dissennato e quindi alla riduzione dell'efficienza del bosco, occorre aver presente l'azione che esercita sul ciclo dell'acqua piovana e quindi considerare il sistema integrato vegetazione-suolo.
Il bosco ha la capacità di ridurre le portate di piena nei corsi d’acqua.

Le piante intervengono per limitare l’azione della pioggia battente sia intercettando le precipitazioni coi loro apparati fogliari, sia riducendo la velocità delle gocce di acqua che penetrano attraverso esse.
Con l'intercettazione l’acqua piovana viene trattenuta dalle foglie e scorre lungo rami delle piante, per poi tornare per evaporazione nell’atmosfera.
L’entità dell’intercettazione dipende dalla quantità della pioggia, dalla densità della massa fogliare, dalla specie arborea, dall'età delle piante e dagli interventi colturali effettuati.
All’inizio di una pioggia,con le chiome asciutte, una notevole parte dell’acqua caduta può restare intercettata; col crescere della quantità di pioggia, vale a dire della sua durata o intensità l’intercettazione va attenuandosi, fino a diventare minima o nulla.
Nel caso di eventi pluviometrici eccezionali, essa diventa trascurabile.
Ma l’azione frenante dell'apparato fogliare ha il potere di ridurre la velocità e quindi la forza di penetrazione delle gocce di pioggia, impedendo che la maggior parte di esse percuota direttamente e violentemente la superficie del suolo.
In tal modo le foglie, i rami e i fusti rallentano e distribuiscono l’afflusso dell’acqua al suolo riducendo lo scorrimento superficiale, moderando le punte delle piene e contenendo l’erosione del suolo.
L’acqua trattenuta dall'apparato fogliare delle piante e quella che cade direttamente a terra viene poi ulteriormente rallentata nel suo moto dalla base dei fusti, dai cespi, da rami caduti, dalla lettiera grossolana. Per cui riesce raramente a formare rivoli di una certa consistenza.
La ritardata e impedita confluenza di questi rivoli in rigagnoli giova a prolungare i tempi di corrivazione.
Ma l’effetto regimante dell’ecosistema bosco si sviluppa soprattutto a livello del suolo, dove il deflusso superficiale e l’infiltrazione delle gocce che scivolano lungo i fusti approfittano dei piccoli vuoti ai piedi degli stessi per penetrare nel suolo favorendola ancora di più e dove avviene la ritenzione dell’acqua all’interno del suolo.
Il bosco ceduo, anche invecchiato di 30 o 40 anni, è talmente fitto ed intricato da non riuscire a sviluppare un apparato arboreo in grado di garantire una superficie fogliare consistente.
Ha difficoltà, inoltre, a trattenere il suolo in aree argilloso-calcaree o flyschoidi, come dimostrano le troppe frane del nostro territorio Appenninico.
Si presta al taglio raso matricinato, oggi sempre più diffuso e pericoloso a livello idrogeologico, in quanto accresce a dismisura il tempo di corrivazione dell'acqua piovana, favorendo le piene improvvise dei torrenti di montagna.
L'unica forma di taglio, valido anche dal punto di vista economico, è il diradamento del ceduo per l’avviamento all’alto fusto.
Lasciando circa duemila piante ogni ettaro, come suggerisce lo studio di Ricci-don Moroni, riesce a produrre circa 30 quintali di legna per ettaro, porta ad uno sviluppo omogeneo della superficie fogliare e fa si che un apparato radicale rafforzato trattenga meglio il suolo.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

domenica 28 maggio 2017

Il secco no di sindaci e popolazione alla cassa Aipo

Giovedì scorso a Felino l’assemblea
per discutere della cassa di espansione sul Baganza

Positiva assemblea giovedì 25 al cinema di Felino: tanta gente, tanti sindaci della val Baganza, politici come il deputato Giuseppe Romanini del Pd ed anche Cesare Azzali dell'Upi.
Ma, soprattutto, interventi veri sulla cassa d'espansione, sul torrente Baganza, sull’alveo disastrato e sui problemi della valle, dei suoi versanti boscati.


Organizzata dal Comitato del Casale, da Rete Ambiente Parma e dall'opposizione di sinistra in consiglio comunale, l’incontro ha messo subito al centro la discrepanza tra un manufatto così impattante sul territorio e un'asta di torrente abbandonata a se stessa nella sua parte montana.
Come volere testardamente mettere insieme una scarpa e una ciabatta.
Come se l'alluvione non fosse arrivata proprio dai pendii, da quei versanti ripidi e soggetti a taglio raso, da quel profilo di torrente il cui alveo si è abbassato lasciando terrazzi pensili non più inondabili dalle piene, in cui si è costruito e sottratto spazio all'acqua.
Quello che manca nel progetto Aipo è proprio l’assenza della valutazione dell'impatto territoriale dell’opera.
Gli ingegneri ci hanno frastornato di dati, slides e numeri per raccontarci quanto sia perfetto il loro manufatto, la loro cattedrale nel deserto, ma il problema vero è che non hanno messo nel progetto la riqualificazione dell'alveo del torrente.
Non hanno spiegato come ripristinarlo per metterlo in grado di affrontare le piene di un futuro in cui il cambiamento climatico si farà sentire.
Non hanno tenuto conto minimamente della gente, della necessità di informarla e consultarla in corso d'opera, mentre cresceva l'impianto progettuale.
E soprattutto si è omessa la comparazione tra il loro progetto e altri studi alternativi esistenti, come quello della Provincia del 2015, che prevede 3 casse lungo l'alveo, di impatto minore e con metà spesa.
Ma se il SIA (lo studio di impatto ambientale) è stato così platealmente insufficiente, come’è possibile arrivare a chiudere la VIA (la valutazione di impatto ambientale) con delle semplici osservazioni?
I sindaci sono stati invitati a portare il loro contributo e la risposta è stata un netto rigetto del progetto Aipo di una sola cassa, come mai prima avevano fatto, sostenendo invece lo scenario delle tre casse di espansione.
Perché non dirlo prima?
I sindaci hanno risposto di non avere le competenze per contraddire i progettisti e per scegliere diversamente.
Ma il principio di precauzione è lo strumento affidato proprio a loro per limitare i rischi di salti nel buio.
I sindaci non possono delegare le decisioni sull'ambiente del loro territorio solamente a tecnici.
Devono acquisire i pareri e sulla base di quelli decidere, consultando i cittadini.
La consigliera regionale Barbara Lori non ha saputo spiegare perché non sia stato posto all'assemblea dell’Emilia Romagna il contrasto tra l'opinione del territorio e il progetto di cassa.
Giuseppe Romanini ha espresso l'opinione che a questo stadio dell'iter sia difficile tornare indietro, manifestando così la confusione di posizioni che ci sono all'interno del PD parmense nell'avallare un progetto dettato in ultima analisi dalla Regione.
Un esponente del Comitato alluvionati del Montanara si è detto d'accordo con la posizione degli organizzatori dell'assemblea e disponibile a fare fronte comune nei confronti della Regione.
Con l'appoggio del Comitato alluvionati ora è possibile dispiegare con più forza l’opposizione alla cassa AIPO, presentando in Regione l’istanza sull'alternativa, controfirmata dai sindaci del territorio e divulgata pubblicamente attraverso i mezzi di informazione.
Finalmente è emersa pubblicamente l’opinione diversa del territorio sul progetto della cassa di espansione Aipo.
Un secco no dei sindaci e della popolazione che ora deve essere tenuto in seria considerazione.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

martedì 23 maggio 2017

No alla Cassa Aipo, il 25 maggio assemblea a Felino

L'assemblea del 25 maggio sarà un’occasione di informazione e dibattito sul progetto della cassa d'espansione del Baganza, un momento dove tutte le osservazioni critiche fatte al progetto AIPO possano trovare espressione ed avviare un serio confronto.
La necessità di una cassa d'espansione che metta in sicurezza la città è fuori discussione, soprattutto dopo l'alluvione dell'ottobre 2014.
Ma serviva una corretta comunicazione ai soggetti interessati e contestualità tra consultazione e avanzamento della progettualità, con un esame approfondito dell'impatto ambientale dell'opera, come prevede la UE e la Regione.


Una SIA effettiva, cioè uno studio di impatto ambientale in cui il progetto dell'opera sia comparato a studi alternativi esistenti.
Nel progetto di cassa di AIPO invece è stato sostanzialmente disatteso lo studio di impatto ambientale, comparando il progetto in atto con lo studio preliminare del progetto stesso.
E’ mancato il confronto con lo studio della Provincia del giugno 2015, quello delle tre casse in serie lungo l'asta del torrente.
Un progetto ingegneristico, quello di AIPO, che tratta il nodo di Colorno e disattende completamente la parte montana del torrente, un progetto disorganico e disomogeneo.
L'impatto dell'opera va considerato per tutta l'asta e soprattutto per la sua parte a monte.
Non si può glissare sull'abbassamento dell'alveo di 1,5 metri per l'eccesso di prelievo di ghiaia.
Occorre anche prendere in esame la conseguente diminuita capacità di alimentazione degli acquiferi, con formazione di terrazzi pensili e perdita di piane inondabili da cui dipende la capacità di laminazione naturale del torrente.
Come va valutata con attenzione la diminuzione dei tempi di corrivazione dell'acqua piovana lungo i versanti per perdita di manto boschivo dovuta a tagli matricinati sconsiderati.
C’è la necessità indifferibile di introdurre traverse per trattenere sedimenti in alveo contribuendo così al suo rialzo.
L’opera deve prevedere l'uso plurimo: non solo laminazione delle piene, ma anche ricarica degli acquiferi e uso irriguo dell'acqua invasata.
Infine da non dimenticare l'impatto dell'opera sulle abitazioni e costruzioni adiacenti, per il pericolo di crepe dovuto al compattamento delle argille.
Riteniamo disattesa la direttiva UE, nonché della Regione Emilia Romagna, del 2000/2006 sull'impatto ambientale di ogni opera idrica.
Appare più confacente alle esigenze di impatto ambientale lo studio della Provincia del 2015 che, prevedendo una serie di casse lungo l'alveo stesso, teneva conto direttamente dei punti sopra considerati.
Tre casse in alveo, una a Calestano, la seconda al Casale di Felino e la terza in zona Beneficio, nel comune di Collecchio.
Argini perimetrali di contenimento della cassa di Calestano di 9 metri, per limitare l'impatto sulle acque sotterranee. Capacità di invaso di 625.000 metri cubi.
Argini della cassa del Casale di 5 metri, mentre la capacità di invaso è di 2.300.000 metri cubi.
Quindi parte della cassa è in ipogeo, cioè ricavabile da bacini di cava già esistenti.
Stessa quota degli argini a Beneficio, con capacità di invaso di 700.000 metri cubi, utilizzando in parte bacini di cava già esistenti.
Il problema del nodo di Colorno con cui AIPO ha motivato la necessità di un'opera mastodontica al Casale di Felino, con argini di 16 metri, è più facilmente risolvibile con una piccola cassa in area
golenale nel corso della Parma, a valle della città.
Anche considerando che tutta l'area a valle della stessa è a rischio esondazione, per l'eccesso di cementificazione che rende una area molto vasta praticamente impermeabile a fronte di un evento piovoso particolarmente intenso, come si prevede per il futuro.

Rete Ambiente Parma
Vivere il Cambiamento
Comitato cittadini del Casale


salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

martedì 9 maggio 2017

Istituzioni, Tibre, Insostenibilità

Tutto è stato deciso fin dall'ottobre del 2015.
La Provincia votò a favore della Tibre, la Regione affermò che la priorità era la ferrovia, la ditta Pizzarotti si ritenne soddisfatta dell'escamotage della Regione.
Così il 1° tratto della Tibre era cosa fatta, con tanti saluti al Coordinamento dei gruppi ambientali.
Raffaele Donini, assessore regionale alle infrastrutture, ha sottolineato come la Regione abbia lavorato alla proposta “ascoltando anche i territori”, una affermazione che ha del surreale con tinte quasi comiche.


Le parole di Donnini “C’è stato un pronunciamento del Consiglio provinciale di Parma; ribadiamo che per noi la priorità è il potenziamento della linea ferroviaria Pontremolese, il secondo lotto del Ti-bre è priorità 2”.
Il primo tratto della Tibre è sottinteso che si farà, per lui e la Regione è priorità 1, col benestare di PD e destra e l'assenza del sindaco di Parma.
Il commento della Provincia: "Il Consiglio provinciale ha approvato un documento di indirizzo che recepisce l'importanza delle nuove priorità impostate dal Governo su progetti strategici e fondi correlati. Priorità pensate per spendere meglio le risorse realmente a disposizione”.
Spendere meglio i soldi? Con quei 9 chilometri che finiscono in mezzo alla campagna, dopo averla rovinata?
"Finalmente si punta sulle ferrovie" commenta il sindaco Federico Pizzarotti: “Il mio parere sulla Tirreno-Brennero l'ho già espresso ed è chiaro a tutti”.
Il Coordinamento dei comitati contro le autostrade Cr-Mn e Ti-Bre sono sconcertati per la mancata partecipazione del sindaco di Parma all'Assemblea dei sindaci in Provincia, che ha dato sponda alle forze di PD e centrodestra favorevoli all’autostrada Tibre.
Sempre in priorità 1 la Regione propone inoltre un intervento da 50 milioni per rendere funzionale il primo lotto del Ti-bre – di cui è imminente l’avvio del cantiere – collegandolo (con una strada ordinaria) alla Cispadana verso est.
La consigliera Canova sulla TiBre chiede al Governo di verificare, nelle more dell’approvazione del progetto esecutivo, se sussistono le condizioni per evitare di realizzare il primo lotto del raccordo autostradale Ti-Bre, relativo al tratto Fontevivo-San Quirico e di destinare alla Pontremolese le risorse già stanziate.
La scelta, dice, non è contro il trasporto su gomma, ma tra un’opera utile e una inutile.
Vescovi (PD) chiede al Consiglio: "Vogliamo veramente fare di Parma il luogo delle eccellenze agro-alimentari? L’autostrada aumenterà traffico e polveri sottili, aumentando il carico su questa area, Fontevivo è il Comune con meno terreno fertile della Provincia”.
Si vota sul documento della Provincia, che viene approvato. Contrari solo due: Canova e Vescovi.
Regione e Provincia hanno deciso contro i sindaci. Hanno parlato a vanvera di Pontremolese per far passare il primo tratto della Tibre. Pizzarotti, il sindaco, si è associato. Pizzarotti, il costruttore, ringrazia.
L'assemblea dei sindaci, complice l'assenza di quello di Parma, si è fatta tranquillamente beffare.
Forse alcuni volevano solo far figura, non opporsi seriamente.
Ma il territorio, che l'assessore Regionale Donini dice di aver ascoltato, è d'accordo sul disastro che gli sta rovinando addosso?
Crediamo proprio di no.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

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