"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)

domenica 28 maggio 2017

Il secco no di sindaci e popolazione alla cassa Aipo

Giovedì scorso a Felino l’assemblea
per discutere della cassa di espansione sul Baganza

Positiva assemblea giovedì 25 al cinema di Felino: tanta gente, tanti sindaci della val Baganza, politici come il deputato Giuseppe Romanini del Pd ed anche Cesare Azzali dell'Upi.
Ma, soprattutto, interventi veri sulla cassa d'espansione, sul torrente Baganza, sull’alveo disastrato e sui problemi della valle, dei suoi versanti boscati.


Organizzata dal Comitato del Casale, da Rete Ambiente Parma e dall'opposizione di sinistra in consiglio comunale, l’incontro ha messo subito al centro la discrepanza tra un manufatto così impattante sul territorio e un'asta di torrente abbandonata a se stessa nella sua parte montana.
Come volere testardamente mettere insieme una scarpa e una ciabatta.
Come se l'alluvione non fosse arrivata proprio dai pendii, da quei versanti ripidi e soggetti a taglio raso, da quel profilo di torrente il cui alveo si è abbassato lasciando terrazzi pensili non più inondabili dalle piene, in cui si è costruito e sottratto spazio all'acqua.
Quello che manca nel progetto Aipo è proprio l’assenza della valutazione dell'impatto territoriale dell’opera.
Gli ingegneri ci hanno frastornato di dati, slides e numeri per raccontarci quanto sia perfetto il loro manufatto, la loro cattedrale nel deserto, ma il problema vero è che non hanno messo nel progetto la riqualificazione dell'alveo del torrente.
Non hanno spiegato come ripristinarlo per metterlo in grado di affrontare le piene di un futuro in cui il cambiamento climatico si farà sentire.
Non hanno tenuto conto minimamente della gente, della necessità di informarla e consultarla in corso d'opera, mentre cresceva l'impianto progettuale.
E soprattutto si è omessa la comparazione tra il loro progetto e altri studi alternativi esistenti, come quello della Provincia del 2015, che prevede 3 casse lungo l'alveo, di impatto minore e con metà spesa.
Ma se il SIA (lo studio di impatto ambientale) è stato così platealmente insufficiente, come’è possibile arrivare a chiudere la VIA (la valutazione di impatto ambientale) con delle semplici osservazioni?
I sindaci sono stati invitati a portare il loro contributo e la risposta è stata un netto rigetto del progetto Aipo di una sola cassa, come mai prima avevano fatto, sostenendo invece lo scenario delle tre casse di espansione.
Perché non dirlo prima?
I sindaci hanno risposto di non avere le competenze per contraddire i progettisti e per scegliere diversamente.
Ma il principio di precauzione è lo strumento affidato proprio a loro per limitare i rischi di salti nel buio.
I sindaci non possono delegare le decisioni sull'ambiente del loro territorio solamente a tecnici.
Devono acquisire i pareri e sulla base di quelli decidere, consultando i cittadini.
La consigliera regionale Barbara Lori non ha saputo spiegare perché non sia stato posto all'assemblea dell’Emilia Romagna il contrasto tra l'opinione del territorio e il progetto di cassa.
Giuseppe Romanini ha espresso l'opinione che a questo stadio dell'iter sia difficile tornare indietro, manifestando così la confusione di posizioni che ci sono all'interno del PD parmense nell'avallare un progetto dettato in ultima analisi dalla Regione.
Un esponente del Comitato alluvionati del Montanara si è detto d'accordo con la posizione degli organizzatori dell'assemblea e disponibile a fare fronte comune nei confronti della Regione.
Con l'appoggio del Comitato alluvionati ora è possibile dispiegare con più forza l’opposizione alla cassa AIPO, presentando in Regione l’istanza sull'alternativa, controfirmata dai sindaci del territorio e divulgata pubblicamente attraverso i mezzi di informazione.
Finalmente è emersa pubblicamente l’opinione diversa del territorio sul progetto della cassa di espansione Aipo.
Un secco no dei sindaci e della popolazione che ora deve essere tenuto in seria considerazione.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

martedì 23 maggio 2017

No alla Cassa Aipo, il 25 maggio assemblea a Felino

L'assemblea del 25 maggio sarà un’occasione di informazione e dibattito sul progetto della cassa d'espansione del Baganza, un momento dove tutte le osservazioni critiche fatte al progetto AIPO possano trovare espressione ed avviare un serio confronto.
La necessità di una cassa d'espansione che metta in sicurezza la città è fuori discussione, soprattutto dopo l'alluvione dell'ottobre 2014.
Ma serviva una corretta comunicazione ai soggetti interessati e contestualità tra consultazione e avanzamento della progettualità, con un esame approfondito dell'impatto ambientale dell'opera, come prevede la UE e la Regione.


Una SIA effettiva, cioè uno studio di impatto ambientale in cui il progetto dell'opera sia comparato a studi alternativi esistenti.
Nel progetto di cassa di AIPO invece è stato sostanzialmente disatteso lo studio di impatto ambientale, comparando il progetto in atto con lo studio preliminare del progetto stesso.
E’ mancato il confronto con lo studio della Provincia del giugno 2015, quello delle tre casse in serie lungo l'asta del torrente.
Un progetto ingegneristico, quello di AIPO, che tratta il nodo di Colorno e disattende completamente la parte montana del torrente, un progetto disorganico e disomogeneo.
L'impatto dell'opera va considerato per tutta l'asta e soprattutto per la sua parte a monte.
Non si può glissare sull'abbassamento dell'alveo di 1,5 metri per l'eccesso di prelievo di ghiaia.
Occorre anche prendere in esame la conseguente diminuita capacità di alimentazione degli acquiferi, con formazione di terrazzi pensili e perdita di piane inondabili da cui dipende la capacità di laminazione naturale del torrente.
Come va valutata con attenzione la diminuzione dei tempi di corrivazione dell'acqua piovana lungo i versanti per perdita di manto boschivo dovuta a tagli matricinati sconsiderati.
C’è la necessità indifferibile di introdurre traverse per trattenere sedimenti in alveo contribuendo così al suo rialzo.
L’opera deve prevedere l'uso plurimo: non solo laminazione delle piene, ma anche ricarica degli acquiferi e uso irriguo dell'acqua invasata.
Infine da non dimenticare l'impatto dell'opera sulle abitazioni e costruzioni adiacenti, per il pericolo di crepe dovuto al compattamento delle argille.
Riteniamo disattesa la direttiva UE, nonché della Regione Emilia Romagna, del 2000/2006 sull'impatto ambientale di ogni opera idrica.
Appare più confacente alle esigenze di impatto ambientale lo studio della Provincia del 2015 che, prevedendo una serie di casse lungo l'alveo stesso, teneva conto direttamente dei punti sopra considerati.
Tre casse in alveo, una a Calestano, la seconda al Casale di Felino e la terza in zona Beneficio, nel comune di Collecchio.
Argini perimetrali di contenimento della cassa di Calestano di 9 metri, per limitare l'impatto sulle acque sotterranee. Capacità di invaso di 625.000 metri cubi.
Argini della cassa del Casale di 5 metri, mentre la capacità di invaso è di 2.300.000 metri cubi.
Quindi parte della cassa è in ipogeo, cioè ricavabile da bacini di cava già esistenti.
Stessa quota degli argini a Beneficio, con capacità di invaso di 700.000 metri cubi, utilizzando in parte bacini di cava già esistenti.
Il problema del nodo di Colorno con cui AIPO ha motivato la necessità di un'opera mastodontica al Casale di Felino, con argini di 16 metri, è più facilmente risolvibile con una piccola cassa in area
golenale nel corso della Parma, a valle della città.
Anche considerando che tutta l'area a valle della stessa è a rischio esondazione, per l'eccesso di cementificazione che rende una area molto vasta praticamente impermeabile a fronte di un evento piovoso particolarmente intenso, come si prevede per il futuro.

Rete Ambiente Parma
Vivere il Cambiamento
Comitato cittadini del Casale


salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

martedì 9 maggio 2017

Istituzioni, Tibre, Insostenibilità

Tutto è stato deciso fin dall'ottobre del 2015.
La Provincia votò a favore della Tibre, la Regione affermò che la priorità era la ferrovia, la ditta Pizzarotti si ritenne soddisfatta dell'escamotage della Regione.
Così il 1° tratto della Tibre era cosa fatta, con tanti saluti al Coordinamento dei gruppi ambientali.
Raffaele Donini, assessore regionale alle infrastrutture, ha sottolineato come la Regione abbia lavorato alla proposta “ascoltando anche i territori”, una affermazione che ha del surreale con tinte quasi comiche.


Le parole di Donnini “C’è stato un pronunciamento del Consiglio provinciale di Parma; ribadiamo che per noi la priorità è il potenziamento della linea ferroviaria Pontremolese, il secondo lotto del Ti-bre è priorità 2”.
Il primo tratto della Tibre è sottinteso che si farà, per lui e la Regione è priorità 1, col benestare di PD e destra e l'assenza del sindaco di Parma.
Il commento della Provincia: "Il Consiglio provinciale ha approvato un documento di indirizzo che recepisce l'importanza delle nuove priorità impostate dal Governo su progetti strategici e fondi correlati. Priorità pensate per spendere meglio le risorse realmente a disposizione”.
Spendere meglio i soldi? Con quei 9 chilometri che finiscono in mezzo alla campagna, dopo averla rovinata?
"Finalmente si punta sulle ferrovie" commenta il sindaco Federico Pizzarotti: “Il mio parere sulla Tirreno-Brennero l'ho già espresso ed è chiaro a tutti”.
Il Coordinamento dei comitati contro le autostrade Cr-Mn e Ti-Bre sono sconcertati per la mancata partecipazione del sindaco di Parma all'Assemblea dei sindaci in Provincia, che ha dato sponda alle forze di PD e centrodestra favorevoli all’autostrada Tibre.
Sempre in priorità 1 la Regione propone inoltre un intervento da 50 milioni per rendere funzionale il primo lotto del Ti-bre – di cui è imminente l’avvio del cantiere – collegandolo (con una strada ordinaria) alla Cispadana verso est.
La consigliera Canova sulla TiBre chiede al Governo di verificare, nelle more dell’approvazione del progetto esecutivo, se sussistono le condizioni per evitare di realizzare il primo lotto del raccordo autostradale Ti-Bre, relativo al tratto Fontevivo-San Quirico e di destinare alla Pontremolese le risorse già stanziate.
La scelta, dice, non è contro il trasporto su gomma, ma tra un’opera utile e una inutile.
Vescovi (PD) chiede al Consiglio: "Vogliamo veramente fare di Parma il luogo delle eccellenze agro-alimentari? L’autostrada aumenterà traffico e polveri sottili, aumentando il carico su questa area, Fontevivo è il Comune con meno terreno fertile della Provincia”.
Si vota sul documento della Provincia, che viene approvato. Contrari solo due: Canova e Vescovi.
Regione e Provincia hanno deciso contro i sindaci. Hanno parlato a vanvera di Pontremolese per far passare il primo tratto della Tibre. Pizzarotti, il sindaco, si è associato. Pizzarotti, il costruttore, ringrazia.
L'assemblea dei sindaci, complice l'assenza di quello di Parma, si è fatta tranquillamente beffare.
Forse alcuni volevano solo far figura, non opporsi seriamente.
Ma il territorio, che l'assessore Regionale Donini dice di aver ascoltato, è d'accordo sul disastro che gli sta rovinando addosso?
Crediamo proprio di no.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

giovedì 4 maggio 2017

Comitato del Casale, no alla cassa di espansione di Aipo

I cittadini di Casale di Felino hanno avuto notizia del progetto della cassa di espansione sul torrente Baganza soltanto a cose fatte.
Ma la normativa europea e nazionale prevede che la consultazione dei cittadini sia contestuale all'elaborazione del progetto ed alla normativa di VIA.


Così non capiscono perché il territorio in cui vivono debba essere messo a soqquadro da una cementificazione alta come un palazzo di 5 piani, con via vai di camion di ghiaia per anni.
Si chiedono come mai lo Studio di Impatto Ambientale (SIA) non abbia preso in considerazione un progetto preesistente della Provincia, che prevede 3 casse d'espansione lungo l'alveo del torrente tra Calestano e Collecchio.
Meno impattante sull'ambiente e sul loro territorio.
Sostengono che la Sia non si sia svolta correttamente: nessuna valutazione di opere alternative.
Lo studio delle 3 casse della Provincia, del maggio 2015, non risulta sottoposto a valutazione comparativa perché la comparazione è stata effettuata tra il progetto preliminare di AIPO e quello definitivo.
Eppure la normativa Ue per una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) include proprio una descrizione delle alternative pertinenti al progetto, come mezzo per migliorare la qualità della valutazione stessa.
Perfino lo "Sblocca Italia" prevede che le risorse di contrasto al rischio idrogeologico integrino la mitigazione del rischio con la tutela del territorio.
Inoltre, il Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) stabilisce che le opere di laminazione delle piene, ovvero le casse d'espansione, si integrino con quelle di riqualificazione del territorio, cioè col ripristino dell'alveo del torrente e delle sue golene e con la laminazione naturale delle piene.
Ma da uno studio della Provincia sappiamo che in tutti questi anni le aree esondabili del Baganza si sono dimezzate ad opera di occupazione abusiva di suolo, antropizzazione e cementificazione.
Non solo, la continua ed incontrollata asportazione di ghiaia lungo l'alveo lo ha abbassato
di un metro e mezzo trasformando le sue aree laterali in terrazzi pensili.
Quando il letto di un fiume si abbassa, altrettanto fa il livello della falda freatica.
In altre parole, l'acqua che scorre nel sottosuolo verso il fiume, trovandolo più basso, si abbassa anch'essa con gravi problemi per il pompaggio dai pozzi e per l'irrigazione dei campi.
E, ancora più grave, si sviluppa il drenaggio delle argille che tendono a comprimersi danneggiando la stabilità degli edifici costruiti sopra.
Questo è l'effetto che più temono gli abitanti del Casale, che gli strati profondi delle argilliti risentano dell'abbassamento della falda che un manufatto di quelle proporzioni provocherà fatalmente nel sottosuolo.
Ma la sicurezza della città, dopo la piena del 2014, deve essere garantita. Non si discute.
E' solo un problema di progetto: quale sia meno impattante per il territorio ed altrettanto sicuro per la città.
Diventa un problema di volumi. Quanti metri cubi d'acqua di piena possano essere invasati con la cassa AIPO ( 4,7 milioni di metri cubi) e quanti con le 3 casse ipotizzate dalla Provincia (3,6 milioni di metri cubi).
Solo 1 milione di metri cubi differenza che AIPO afferma necessari per il nodo di Colorno, per far si che la Parma non tracimi nella bassa.
Basterebbe, allora, un piccolo invaso prima di Colorno a risolvere il problema.
Al posto di una grosso manufatto 3 piccole casse lungo l'alveo.
Perché non se ne è discusso prima? Perché non discuterne ora?
E poi, come abbiamo sempre detto, occorre un progetto che serva a garantire acqua al territorio dell'alta pianura che ne ha sempre più bisogno.
Ma siamo anche certi che si possano spostare fabbriche e case da quei 500 ettari di golena del Baganza persi per l'antropizzazione?
Risistemare l'alveo è sacrosanto ma non è possibile farlo con petizioni di principio che non tengono conto di quanto è successo.
Gli amministratori che hanno fatto finta di niente quando si cementava nell'alveo dovrebbero ammettere le loro responsabilità.
Infine, qualcosa di cui nessuno parla, ma noi di Rete Ambiente si: occorre fermare i tagli boschivi in val Baganza.
Tagli rasi del ceduo con abbandono a terra delle ramaglie di cui l'ultima piena si è alimentata.
La conservazione del bosco è la garanzia principale contro il tempo di corrivazione dell'acqua piovana lungo i versanti ripidi della val Baganza.
Non tagliare i boschi è la condizione fondamentale per impedire le frane e gli effetti di un futuro di piogge sempre più intense in poco tempo.
I sindaci della valle devono impedire tagli che fanno solo danni al territorio e non creano economia per i residenti.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

lunedì 17 aprile 2017

L'assemblea al Montanara sulla cassa di espansione del Baganza

La sala del Centro Giovani del Montanara è piccola e infelice, r molti sono costretti a seguire da fuori.
Ai tecnici, all'assessore Regionale Gazzolo ed ai politici accorsi a far mostra di sé interessa poco, c'è solo da sbrigarsi per poter dire di aver ottemperato alla VIA, di aver dialogato con la gente e sentito le osservazioni.
Il solito trittico di ingegneri AIPO, già ascoltati al cinema di Felino, propinano slides e dati "scientifici" sul manufatto mastodontico del Casale di Felino, che a valle ha argini alti come un palazzo di 5 piani: 16 metri.



Lo scavo, a detta dell'ing. Vergnani, produrrà 1,4 milioni di metri cubi di ghiaia, che non verrà utilizzata e dovrà essere portata altrove e venduta.
Ovvio che ci penserà la grande impresa che avrà l'appalto. Pizzarotti?
Chi solleva dubbi non viene ascoltato, né chi propone alternative in base alla direttiva UE, che prescrive di non fare più opere simili ma di mettere in sicurezza tutta l'asta del torrente con opere minori.
I sostenitori del progetto fanno leva sull'emergenza, sul pericolo per la città capoluogo, anche se occorreranno 7 anni per completare i lavori. Per loro il progetto della Provincia del giugno 2016 delle tre casse in linea lungo l'asta del torrente neanche è da prendere in considerazione.
Sostengono che sia solo un'ipotesi di lavoro e non un progetto scientifico vero e proprio, anche se in realtà è corredato da studi dell'università.
L'opposizione al progetto dell'intero consiglio comunale di Felino neanche viene presa in considerazione. D'altra parte il sindaco di Felino si è ben guardato dall'esprimere la contrarietà del consiglio, mentre si arrende alla competenza degli ingegneri, non capendo che è un problema di scelte e non di conoscenze tecniche.
Le scelte tecniche sono la conseguenza di orientamenti generali, e quindi politici, come insegna la UE.
Non riusciamo a capire perché AIPO non ha ritenuto di partire dallo studio di fattibilità della Provincia del giugno 2015, che prevedeva di mettere in sicurezza l'intera asta del torrente da Calestano a Colorno, al costo di 31 milioni circa di euro.
Forse perché la scelta di AIPO è quella di fare grandi casse in pianura, come in tutta l'Emilia, a prescindere dagli impatti ambientali ed economici?
La cassa di Casale nello studio della Provincia non è una diga e non è alta 16 metri, in quanto è previsto che l'invaso abbia una capienza esattamente della metà di quello progettato da AIPO.
Il Comitato del Casale ha sollevato preoccupazioni per l'impatto ambientale dell'opera. Rileva, nelle sue osservazioni, i rischi per l'abbassamento delle falde e la precarizzazione delle fondamenta delle abitazioni nelle zone immediatamente circostanti il manufatto.
Il comitato, con le osservazioni inviate all'ente, ha chiesto che il progetto AIPO sia integrato con la messa in sicurezza di tutta l'asta del torrente Baganza.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

sabato 8 aprile 2017

Cassa di espansione o espansione di cemento?

Tra due progetti, si sceglie il peggiore

Rete Ambiente Parma si è schierata da tempo contro la cassa d'espansione sul torrente Baganza a Casale di Felino progettata da progetto AIPO, l'Autorità di Bacino competente.
Troppa cementificazione, inutili lavori invasivi sul territorio, argini a valle alti 16 metri, costi elevati (55 milioni di euro) che diventeranno sicuramente di più in corso d'opera.
Ma soprattutto un'opera mastodontica, sproporzionata, simile a quella di Marano, che resterà vuota ed inutilizzata.
Assolutamente necessario dare sicurezza alla città, ma per questo esisteva già un progetto della Provincia con dati messi a disposizione dall'università.


Tre casse in linea lungo l'asta del torrente e soprattutto su aree demaniali dell'alveo, senza l'esborso di 5 milioni di euro per l'esproprio dei 50 ettari di privati,come previsto da progetto AIPO.
Una cassa sotto Calestano con capacità di circa 600.000 metri cubi, l'altra al Casale con capacità di 2.300.000 metri cubi e la terza in zona Collecchio di circa 700.000 metri cubi.
In totale, circa 3,6 milioni di metri cubi di capacità di invaso.
Quella di AIPO è solo un milione in più.
Con il progetto della Provincia ci sarebbe anche la metà degli inerti da scavo, che per AIPO sono 3,2 milioni di metri cubi.
Ghiaie e sabbie tutte utilizzate nella messa in opera dei tre manufatti, mentre AIPO dice di avere 1,2 milioni di inerti in sovrannumero che dovranno essere piazzati e venduti, con ulteriore perdita di tempo e via vai di camion.
Alla messa in sicurezza della città deve accompagnarsi quella di tutta l'asta del torrente, soprattutto della sua parte collinare e montana, in cui l'alveo è stato fortemente cementificato e quindi a rischio.
Tra le alternative che AIPO prende in esame non nomina mai tale progetto esistente, accampando come motivazione definitiva quella di mettere in sicurezza l'abitato di Colorno.
Ma per tale obiettivo basterebbe un'altra piccola cassa a valle della città.
In sostanza, la spesa sarebbe poco più della metà di quella prevista da AIPO e i vantaggi sarebbero molteplici.
Tranne la cassa sotto Calestano che dovrebbe restare sempre vuota, le altre potrebbero trattenere l'acqua delle piene primaverili e fornirla d'estate ad un territorio che ne è già gravemente carente al punto di servirsi delle acque reflue per la campagna.
La soluzione della Provincia permetterebbe di dare un assetto al sistema idrologico della valle Baganza tale da sistemare una volta per tutte la viabilità della provinciale sempre soggetta a frane ed interruzioni.
Riteniamo infine che il patrimonio boschivo dovrebbe costituire il maggior presidio al ruscellamento lungo i versanti ed ai tempi di corrivazione.
In una valle stretta e con versanti ripidi, come quella del Baganza, non si dovrebbe fare il taglio raso del ceduo, ma trasformarlo in fustaia in modo da assestare al meglio con l'apparato radicale delle piante un terreno oltremodo franoso.
Il bosco ha la funzione di una spugna: trattiene l'acqua e la rilascia poco alla volta.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

sabato 11 marzo 2017

Dissesto, curare o prevenire?

Clima impazzito o stoltezza dell'uomo?

L'immagine riporta un tipico taglio raso effettuato nel nostro Appennino.
Come si può facilmente notare, è stato fatto su un versante che supera il 100% di acclività.



Un taglio sconsigliato perché denuda un versante ripido, soggetto a forte corrivazione in caso di piogge intense e quindi soggetto ad asportazione del suolo e denudamento del substrato roccioso. Lì il bosco ha smesso la sua funzione di spugna rispetto all'acqua piovana che scorrerà ancora più velocemente a valle. Se il suolo viene in gran parte asportato dalle piogge è impossibile che il bosco ricresca come prima. Sarà più rado e stentato.
La realtà dei tagli dissennati e dell'asportazione di soprasuolo boschivo è una amara realtà dn tutti i bacini imbriferi della nostra provincia. La Regione nega che, dal punto di vista quantitativo, questo sia un problema, affermando che rispetto ai due milioni di metri cubi di accrescimento annuo dei boschi il mezzo milione di metri cubi prelevato coi tagli sia poca cosa.
Anzi, si deve prelevare di più. Ma considera che non tutto è ceduo? Che l'acclività e la difficoltà di arrivare a strade in molte zone rende impossibili i tagli? Che quindi questi avvengono quasi sempre nelle zone boschive più accessibili e più vicine alle strade rotabili?
Che quindi si corre il rischio di denudare in modo massiccio una fascia boschiva ristretta?
La Regione dice che è “necessario attribuire un valore economico ai servizi ecosistemici prodotti dal patrimonio forestale a favore della intera società, a cominciare dalla sua capacità di regolazione del deflusso idrico in funzione dell’immagazzinamento della risorsa per scopi idropotabili, della tenuta dei versanti, ma soprattutto dalla sua funzione di assorbimento della CO2”.
Quello cui assistiamo, invece, è la sempre maggior monetizzazione della legna da ardere e dei suoi derivati, pellet e cippato. Il bosco vede una sola valorizzazzione, quella del mercato della legna da ardere. Con tutte le conseguenze che la combustione della biomassa comporta, non solo per l'incremento della CO2 in atmosfera, ma soprattutto per l'inquinamento da polveri altamente tossiche e cangerogene.
La recente iniziativa della Regione di concedere 420 mila euro a fondo perduto per diradare le pinete della nostra Provincia serve solo ad approvvigionare di cippato le centrali a legna di montagna, che visto che il prezzo della legna da ardere è più del doppio di quello del cippato, sono in seria difficoltà.
Altra spugna che se ne va per esigenze di bottega.
Il problema, col cambiamento climatico in atto e coi 200 mm di pioggia in poche ore dell'ultima alluvione del Baganza, è proprio la montagna che con i suoi boschi smette di trattenere l'acqua.
La cassa di espansione potrebbe servire a contenere gli effetti ma non sana le cause, che sono appunto il calo della capacità di assorbimento dei nostri boschi.
Regione, AIPO ed altre istituzioni pensano che per mettere in sicurezza il territorio la soluzione sia ingegneristica, appunto costruire una cassa d'espansione.


Un buco di 600 metri x 1000 e profondo 15 che trattenga la piena quando arriverà.
Ammesso che sia la soluzione e non lo crediamo, il problema è a monte, lungo l'alveo del torrente, nella cementificazione, nei boschi tagliati, nei versanti denudati.
Il problema è che senza una difesa attiva del territorio la cassa da sola non sarà sufficiente.
E veniamo al dunque della cassa d'espansione.
Basterebbe un progetto di difesa attiva per preservare dalle piene il territorio.
Ad esempio rialzare gli argini a valle di Sala Baganza con sfioratoi in grado di riversare l'acqua in eccesso nella campagna attorno.
Questo previo accordo coi contadini della zona, remunerandoli dei danni alle colture.
Niente scavo e cemento, che abbasserebbe ulteriormente la falda acquifera che provoca mancanza
d'acqua nell'alta pianura.
Ma coinvolgimento dei contadini e delle piccole aziende edili della zona agli argini e ad eventuali laghetti in cui contenere l'acqua in eccesso delle piene primaverili.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

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giovedì 9 febbraio 2017

Purgatorio di polvere

Domenica scorsa la chiusura totale del traffico veicolare in città.
Un unico blocco , quando viaggiano pochi mezzi, in una giornata di pioggia.
Stalla chiusa, buoi già scappati.
Più di due mesi senza pioggia.
Lo sforamento dal valore massimo consentito dei PM10 non fa più notizia.
Ci si è abituati.


In realtà, si erano sforati soprattutto i valori dei PM2,5.
Il particolato più fine è composto da minuscole particelle che rimangono in sospensione nell'aria e riescono ad arrivare ai polmoni, da qui negli alveoli polmonari e quindi nel sangue stesso.
Le polveri ultrafini sono molto pericolose perché veicolano il Benzopirene (cancerogeno) direttamente nel sangue.
I PM 2,5 derivano direttamente dalle emissioni di auto, industrie e stufe, cui si somma altro particolato detto di ricombinazione, costituito da nuclei gassosi quali gli ossidi di azoto prodotti da auto e centrali a biomassa e l'ammoniaca prodotta dagli allevamenti industriali.
Proprio prima che piovesse si era coagulata velocemente sulla Pianura Padana una massa d'aria impregnata di particolato di ricombinazione, altamente tossica, che ha percorso tutta la Lombardia e l'Emilia-Romagna che, del tutto ignari, abbiamo tranquillamente respirato.
Una massa d'aria trasparente, apparentemente non dissimile da quella degli altri giorni.
Non certo quella nebbia caliginosa delle immagini dalla Cina, in cui le emissioni nocive si mescolano alla polvere che scende dal deserto dei Gobi, che trasforma l'aria in una massa grigio scuro, costringendo le persone ad uscire con la mascherina.
Niente mascherine da noi.
Respiriamo veleni senza neanche accorgercene.
Con le autorità preposte silenti, come se non fosse compito loro allertarci e provvedere.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

venerdì 2 dicembre 2016

I Tagli boschivi e la fame delle Centrali

Di poco tempo fa l'annuncio da parte dell'Ente Regionale di una sovvenzione di poco più di 400.000 euro per il taglio ed il diradamento nei boschi di conifere dei Consorzi dell'Appennino Est.
Più precisamente il taglio dei pini disseccati di Lagdei e Trefiumi e il diradamento delle pinete di Riana, passo del Ticchiano e Trefiumi. Chiesto lumi al tecnico forestale provinciale, riferiva trattarsi di normale diradamento per un migliore sviluppo delle piante e per una maggior accessibilità al bosco, oltre alla normale prevenzione incendi.
Certo, i pini seccati di Lagdei e dintorni vanno tagliati. Non si è mai sentito, tuttavia, di incendi da autocombustione in pineta. Questo, dalle nostre parti, no.


Il diradamento, peraltro, è "quell'operazione con la quale, in un bosco coetaneo dove i fusti cominciano a differenziarsi, si tagliano gli individui soprannumeri, cioè quelli che, in relazione all'età ed allo sviluppo del soprassuolo, ne rendano la densità eccessiva".
Quindi un diradamento selezionato, pianta per pianta, volto a favorire l'accrescimento delle stesse in modo che non si perda la superficie fogliare complessiva.
Perché l'integrità della massa della superficie fogliare e del sottobosco è condizione imprescindibile all'effetto spugna del bosco, alla sua capacità di trattenere l'acqua piovana, rilasciandola lentamente. E' la funzione di presidio idrogeologico del bosco per la nostra martoriata montagna.
Avendolo visto già in essere diverse volte, crediamo che il taglio previsto non sarà come descritto sopra.
Il taglio sarà meccanizzato ed invasivo, atto a produrre il miglior risultato economico possibile, degradando la funzione idrogeologica delle pinete, così importante data la natura argilloso-calcarea dei nostri territori e dato il succedersi di vere e proprie bombe d'acqua causate dal cambiamento climatico in atto.
Crediamo che il diradamento sia stato deciso soprattutto per l'approvvigionamento delle centrali a cippato presenti nel nostro Appennino: Monchio, Palanzano, Neviano, Calestano, Varano Melegari, Borgotaro. Le centrali a cippato hanno difficoltà ad approvvigionarsi dato il costo della legna che è doppio di quello del cippato.
Chi taglia preferisce vendere la legna e non cipparla: guadagna molto di più.
I Comuni in possesso di centrali non sanno come fare ed allora interviene la Regione a sovvenzionare il taglio per rifornirle di cippato a basso costo.
Ma il problema principale delle centrali non è il loro approvvigionamento, ma le emissioni nocive, non avendo avendo nessun filtro, a parte un multiciclone per raccogliere le ceneri volanti.
I tecnici di Aiel (una ditta costruttrice) sostengono che è l'ottimizzazione della combustione a garantire una bassa emissione nociva.
Un dato falso, dato che il cippato fresco, ad elevato tenore di umidità, brucia male.
Infatti se non ci fosse pericolo per le polveri sottili, gli ossidi di azoto, come mai le grandi centrali a cippato di Brunico e Dobbiaco hanno filtri di ogni tipo? A maniche, elettrostatiche, ecc.?
Perché oltre alle polveri ed agli ossidi, la combustione del cippato di legna produce benzopirene (sostanza cancerogena) in quantità superiori alle normative, come verificato in diversi paesi del Trentino: 3 o 4 volte maggiori del massimo consentito (1 nanogrammo per ogni metro cubo di emissioni).
La scelta delle centrali a cippato è sbagliata, sia per i boschi che per la salute umana.
Gli investimenti pubblici dovrebbero puntare invece su efficientamento e risparmio energetico.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale

domenica 10 luglio 2016

Un'inutile e costosa cassa di espansione

Rete Ambiente Parma ha già espresso la sua opinione estremamente negativa sulla costruzione di una cassa d'espansione sul torrente Baganza.


La convinzione è che ci sia una soluzione alternativa meno invasiva dell'ambiente, con minor consumo di suolo, di spesa molto inferiore.
Non una soluzione artificiale che prevede un invaso di 74 ettari con l'asporto di diversi milioni di metri cubi di ghiaia, ma, col coinvolgimento di agricoltori da compensare, dotare di sfioratoi gli argini del torrente, in modo da limare le piene in una zona di campagna a valle dell'abitato di Sala Baganza.
Anche perché per la costruzione della prevista cassa di espansione occorreranno diversi anni, mentre la proposta di messa in sicurezza alternativa richiede molto meno tempo.
Occorre pensare anche cosa fare a monte, da dove l'acqua arriva.
In questo senso è necessario sfatare alcuni luoghi comuni sulla "manutenzione del territorio" e sulla necessità della "pulizia del fiume", spesso associati al rischio idrogeologico.
Questi termini indicano in montagna e collina le piccole opere idrauliche (canalizzazioni) finalizzate a limitare l'erosione del suolo e le piccole frane per colamento.
Altro luogo comune è che sia necessaria la "pulizia dei boschi", che oggi altro non è che un concetto gentile che nasconde il taglio industriale degli stessi, come si è visto a Cascinapiano, dove la delega di taglio ad una azienda privata da parte del sindaco di Langhirano ha determinato un vero e proprio scempio ambientale.
Il dissesto idrogeologico è spesso attribuito "all'abbandono della montagna"ed "alla mancata manutenzione".
Ma quasi mai l'abbandono delle pratiche agricole e la mancata manutenzione sono causa del dissesto.
Le opere di terrazzamento e di canalizzazione in terreni argillosi sono necessarie per evitare l'erosione da acqua piovana quando le aree sono coltivate, ma la maggior parte di queste aree sono da tempo abbandonate e soggette a ricolonizzazione della natura, che ha già portato alla copertura boschiva.
E' il bosco la più efficace protezione del suolo montano e la miglior riduzione del rischio idraulico a valle.
Le radici degli alberi, molto più vigorose ed estese di quelle delle coltivazioni, consolidano il terreno e la chioma degli alberi trattiene la pioggia accrescendo il tempo di corrivazione.
In sostanza, nel lungo termine, l'abbandono dei coltivi a favore del bosco ha portato al miglioramento dell'assetto idrogeologico di montagna e collina.
Al contrario, opere di manutenzione e di drenaggio dell'acqua nei coltivi di montagna hanno un effetto idrologico opposto a quello del bosco, perché accelerano il deflusso verso rii e torrenti, spostando il rischio idrologico a valle.
La "manutenzione del territorio" è invece assolutamente necessaria lungo le strade sui versanti montani. Strade e carraie aumentate a dismisura per il taglio boschivo meccanizzato di questi ultimi anni. Strade che sono la principale causa delle frane di versante: infatti l'alterazione del profilo di versante accresce l'incanalamento delle acque ed innesca le frane.
Inoltre, è opinione comune che per ridurre i rischi di piena occorra "manutenzione e pulizia degli alvei".
Sembra ragionevole eliminare la vegetazione che si forma naturalmente nelle golene, ai margini dell'alveo attivo di un torrente. Come se erbe, arbusti ed alberi attorno ai corsi d'acqua siano qualcosa da rimuovere.
Invece, dal punto di vista idraulico, la presenza di vegetazione in
golena aumenta la sua scabrezza e quindi rallenta le acque di piena, abbassandone il picco.
A monte dei centri abitati e soprattutto in  montagna un forte incremento della vegetazione lamina le piene.
Altro luogo comune della "pulizia fluviale" sembra essere costituito dalla necessità che gli alberi morti lasciati in alveo, trascinati dalla piena, non vadano ad incastrarsi nelle arcate dei ponti ostruendoli e provocando esondazioni.
Un motivo inconsistente.
Infatti le piene maggiori sono sempre accompagnate da frane degli stessi versanti boscati, fonte principale di alberi e spezzoni legnosi che l'acqua trascina fino ad ostruire le arcate dei ponti, come nella piena del Baganza.
Le pulizie fluviali sono inutili di fronte alla massa di alberi provenienti dalle frane a monte, in caso di piena. Forse addirittura dannose perché la vegetazione riparia eliminata avrebbe potuto fermare e
trattenere in golena i tronchi provenienti dalle frane a monte.

Giuliano Serioli

10 luglio 2016

Rete Ambiente Parma

salvaguardia e sostenibilità del territorio locale