Globalizzazione, finanziarizzazione dell'economia, sviluppo industriale e commerciale senza limiti, il mondo corre vero un disastro devastante.
Tutto ciò che è deleterio per la salute deriva dall’intervento dell’uomo sulla natura.
Dall'aria che respiriamo, ai boschi, alle campagne, ai coltivi, al paesaggio che dovrebbe riempirci gli occhi, non vi è luogo dove l’uomo abbia messo le mani, inaridendo il pianeta.
E' consumo di suolo la Tibre (Tirreno Brennero) che si attorciglia all'alveo del Taro, cementificando ed asfaltando senza sapere a cosa serva, per la collettività, quel troncone monco.
E' consumo di suolo la cassa d'espansione sul Baganza, che presto vedrà nascere il cantiere al Casale di Felino. Campagna cementificata per ottocento ettari, quando sono state delineate valide alternative per mettere in sicurezza il territorio dalle esonsdazioni del torrente.
E' consumo di suolo la costruzione incessante di supermercati ed ipermercati attorno alla città, cui si sommano magazzini e megastalle in aperta campagna, senza che l'idea di edificare "al netto del consumo di suolo" sia minimamente applicata perchè totalmente assente dalla logica delle amministrazioni, nonché dalla legislazione vigente.
Non è considerato consumo di suolo, però, il taglio ceduo dei boschi in montagna, in quanto si intende che il bosco ricrescerà, rinnovandosi.
Ma è solo astratta teoria.
Nella pratica invece il suolo si degrada e si consuma.
Il taglio raso matricinato lascia un soprasuolo indifeso ai picchi sempre più acuti delle intemperie e le gemme delle matricine come bocconi per gli ungulati.
Il taglio generalizzato del ceduo invecchiato, cui stiamo assistendo da tempo, sta letteralmente mangiando il manto boschivo di alcune zone della nostra montagna.
A nulla vale l'opinione degli stessi tecnici forestali, contraria al taglio raso del ceduo invecchiato e favorevole ad un suo diradamento solo se selettivo.
I progetti sono dettati alle amministrazioni dalle industrie dei combustori che producono stufe a pellet e centrali a cippato e rischiano di accrescere ancor più i tagli, addirittura nei parchi come quello del monte Fuso.
La perdita di manto boschivo compromette il suolo stesso di zone a forte pendenza.
Il consumo di suolo boschivo non avviene quindi solo in Amazzonia, il taglio raso matricinato nei nostri boschi ne è un esempio vicinissimo a noi.
Tagliare tutte le piante di un pendio montuoso, tranne qualche sottile matricina, significa degradarlo e condannarlo all'asportazione di humus al primo violento acquazzone.
Spesso significa sottoporlo addirittura a frane per colamento se il pendio è ripido (acclività del 100%, oltre i 45° di pendenza).
Le future bombe d'acqua in montagna troveranno sempre meno manto boschivo a frenarne la violenza e il tempo di corrivazione sarà sempre più rapido.
Dai ripidi pendii verrà giù di tutto, ad accrescere il livello dei torrenti.
Le piene diventeranno sempre più disastrose perché sarà maggiore il trasporto solido in sospensione. A simili disastri si opporranno lunghi periodi siccitosi in cui alle nostre campagne mancherà l'acqua alla cui fornitura non provvederanno certo le casse d'espansione sui torrenti, che devono sempre restare vuote, asciutte.
Una progettazione assurda quando non addirittura ridicola, fatta per compensare la cementificazione degli alvei dei torrenti, con una concezione perennemente emergenziale dell'assetto idrografico del territorio.
Di recente Legambiente ha reso noto che si è tolta da un tavolo di discussione orchestrato dalla Regione perché solo formale.
In realtà pare stia prendendo piede l’idea di un grosso bacino in montagna, la diga di Vetto.
Anche le dighe, oltre che cementificazione, sono consumo di suolo. Migliaia di ettari di superficie boschiva saranno invasi dall'acqua e si perderanno.
Acqua trattenuta in un invaso, probabilmente a scopo irriguo in pianura, senza tener conto del fatto che si blocca in tal modo la corrente di subalveo del torrente che alimenta i pozzi della conoide nell'alta pianura.
Trattenere acqua per perderne altra. Che senso ha?
Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio
"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)
domenica 22 aprile 2018
venerdì 2 marzo 2018
Distruggere il bosco, per legge
E'
alla firma del presidente Mattarella il decreto legislativo n° 154
"recante disposizioni concernenti la revisione e l'armonizzazione
della normativa nazionale in materia di foreste e filiere forestali".
Una legge forestale che punta a "valorizzare il nostro enorme
patrimonio boschivo".
Una valorizzazione economica, ovviamente, per "togliere i boschi dall'abbandono", come dicono politici, stampa e addetti del settore biomasse e combustione.
In pratica, per salvarli e toglierli dall'abbandono bisognerebbe tagliarli e farne legna e cippato. Tagliarli a livello industriale, si intende, cioè taglio massivo ed estensivo, non certo un diradamento controllato per scegliere le piante più vecchie e mature. Con un corredo di nuove strade forestali onde permettere il passaggio lungo i versanti di trattori, caterpillar ed altri macchinari industriali.
Sono le industrie della filiera del legno a pretendere questo, quelle, per intenderci, che producono stufe a pellet, centrali a cippato e camini, oltre a quelle che producono arnesi industriali di taglio e trattori.
E' tutto un mondo economico cresciuto con la green economy che spintona politici e giornali affinchè mettano i boschi a loro disposizione. E' dal 2010 che la Bresso, presidente della Regione Piemonte di allora, prevedeva un taglio più massiccio per produrre energia elettrica dalla legna. Ma anche l'attuale presidente della Regione Toscana, Rossi (di LEU), ha proposto la stessa cosa per la sua Regione.
Mentre in tutta Europa i boschi sono protetti e diventano foreste, da noi impera il liberismo. Regioni e sindaci vogliono trasformare i cedui invecchiati, che stanno trasformandosi in alto fusto per processo naturale, in cedui normali da tagliare lasciando qua e là qualche matricina.
Come dice il presidente della Federlegno Arredo, un'industria dello sfruttamento forestale, "se facesse manutenzione dei suoi boschi( sottinde l'Italia), l'industria del settore avrebbe materia prima da utilizzare e allo stesso tempo l'ambiente verrebbe protetto."
E' un’iperbole che ancora non si era sentita: tagliare di più i boschi per proteggere l'ambiente!
Come se il manto boschivo non proteggesse dalle piogge e dalle piene dei torrenti, come se le radici delle piante non trattenessero i versanti Appenninici soggetti a frane.
Ma sull'onda liberista ci si mettono anche giornali come La Stampa, "basta col bosco-museo, intoccabile, lasciato in completo abbandono, esposto a fenomeni di dissesto idrogeologico. Col nuovo testo unico si punta ad una gestione sostenibile del bosco, dice il viceministro dell’agricoltura".
Ma c'è anche la voce del presidente dell'Unione dei Comuni, "ora il bosco non è più un patrimonio solo da contemplare, bensì da gestire per evitare desertificazione, crisi idriche e dissesto idrogeologico".
Questi signori degli enti locali e dei giornali hanno mai visto un bosco messo in mano ad una ditta di taglio? Dopo che ci è passata sembra proprio un deserto.
Hanno idea di quanta acqua trattiene una foresta o anche solo un bosco d'alto fusto? Evidentemente no. Ma a loro non interessa davvero il dissesto e la crisi idrica.
A questi signori interessa solo dare una spinta all'industria del legno e della filiera della combustione.
L’appello lanciato dall’Isde
https://goo.gl/njVeJs
Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio
Una valorizzazione economica, ovviamente, per "togliere i boschi dall'abbandono", come dicono politici, stampa e addetti del settore biomasse e combustione.
In pratica, per salvarli e toglierli dall'abbandono bisognerebbe tagliarli e farne legna e cippato. Tagliarli a livello industriale, si intende, cioè taglio massivo ed estensivo, non certo un diradamento controllato per scegliere le piante più vecchie e mature. Con un corredo di nuove strade forestali onde permettere il passaggio lungo i versanti di trattori, caterpillar ed altri macchinari industriali.
Sono le industrie della filiera del legno a pretendere questo, quelle, per intenderci, che producono stufe a pellet, centrali a cippato e camini, oltre a quelle che producono arnesi industriali di taglio e trattori.
E' tutto un mondo economico cresciuto con la green economy che spintona politici e giornali affinchè mettano i boschi a loro disposizione. E' dal 2010 che la Bresso, presidente della Regione Piemonte di allora, prevedeva un taglio più massiccio per produrre energia elettrica dalla legna. Ma anche l'attuale presidente della Regione Toscana, Rossi (di LEU), ha proposto la stessa cosa per la sua Regione.
Mentre in tutta Europa i boschi sono protetti e diventano foreste, da noi impera il liberismo. Regioni e sindaci vogliono trasformare i cedui invecchiati, che stanno trasformandosi in alto fusto per processo naturale, in cedui normali da tagliare lasciando qua e là qualche matricina.
Come dice il presidente della Federlegno Arredo, un'industria dello sfruttamento forestale, "se facesse manutenzione dei suoi boschi( sottinde l'Italia), l'industria del settore avrebbe materia prima da utilizzare e allo stesso tempo l'ambiente verrebbe protetto."
E' un’iperbole che ancora non si era sentita: tagliare di più i boschi per proteggere l'ambiente!
Come se il manto boschivo non proteggesse dalle piogge e dalle piene dei torrenti, come se le radici delle piante non trattenessero i versanti Appenninici soggetti a frane.
Ma sull'onda liberista ci si mettono anche giornali come La Stampa, "basta col bosco-museo, intoccabile, lasciato in completo abbandono, esposto a fenomeni di dissesto idrogeologico. Col nuovo testo unico si punta ad una gestione sostenibile del bosco, dice il viceministro dell’agricoltura".
Ma c'è anche la voce del presidente dell'Unione dei Comuni, "ora il bosco non è più un patrimonio solo da contemplare, bensì da gestire per evitare desertificazione, crisi idriche e dissesto idrogeologico".
Questi signori degli enti locali e dei giornali hanno mai visto un bosco messo in mano ad una ditta di taglio? Dopo che ci è passata sembra proprio un deserto.
Hanno idea di quanta acqua trattiene una foresta o anche solo un bosco d'alto fusto? Evidentemente no. Ma a loro non interessa davvero il dissesto e la crisi idrica.
A questi signori interessa solo dare una spinta all'industria del legno e della filiera della combustione.
L’appello lanciato dall’Isde
https://goo.gl/njVeJs
Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio
domenica 11 febbraio 2018
Dighe e casse, il disastro è servito
Esporre con competenza e chiarezza le proprie idee.
Per favorire un’opposizione convinta e informata alle decisioni imposte dal potere amministrativo e politico.
La sicurezza della pianura si determina in montagna, mantenendo l'effetto spugna del manto boschivo.
La realtà attuale vede invece un disboscamento dissennato con tagli a raso.
Una sicurezza che non si costruisce attraverso dighe in montagna, la cui acqua trattenuta è la stessa che verrebbe a mancare nelle conoidi dei torrenti al loro sbocco nell'alta pianura.
Reteambiente ha già spiegato come impedire le alluvioni attraverso invasi a lato dei torrenti in cui sversare le piene e se necessario col rialzo degli argini e l'introduzione di fioratoi con cui allagare tratti di campagna a cui poi rifondere i danni. Un concetto di difesa attiva, già in parte delineato dal Consorzio di bonifica.
La spesa sarebbe molto inferiore a quella della grande opera, diga o cassa che sia.
Il problema di Colorno che va sott’acqua è causato, oltre che dall'imperizia nel far funzionare la cassa sul Parma, soprattutto dal fatto che il torrente si restringe molto nella bassa e l'acqua si innalza in proporzione. Per risolvere il problema di Colorno dovrebbe essere costruita una piccola cassa in golena prima dell'abitato, che metta definitivamente in sicurezza il paese.
I sindaci dicono che in montagna, in alcune decine di anni, il bosco ha preso il posto dei prati. Altrettanto vero è che da una decina di anni il taglio del bosco è invasivo, speculativo, industriale. Taglio raso con rilascio di matricine.
Piante sottolissime sempre sotto la norma (che prevede almeno 10 cm. di diametro delle stesse) che vengono spezzate regolarmente dalla neve e scalzate dall'acqua dei temporali. Quello che resta è un terreno fortemente acclive, privo di piante le cui radici siano in grado di trattenere il suolo, e costellato di cespuglieti per almeno dieci anni. Un bosco che tornerà a svolgere la sua funzione solo dopo venti o trent'anni.
Un cespuglietto in terreno fortemente acclive non trattiene il suolo come fanno le radici di un bosco. Questi versanti devastati con piogge forti franano a valle.
E' già successo a Pietta, a Marra, a Boschetto, ovunque i tagli si siano combinati con le frane.
Altro problema la scorta d'acqua per usi molteplici, che le casse d'espansione non affrontano nemmeno (devono sempre rimanere vuote). Qualcuno pensa di risolvere con dighe in montagna come la proposta di Franzini a Vetto.
Meglio sarebbe trattenere l'acqua delle piene in invasi lungo l'asta dei torrenti e usarla per innaffiare nella stagione secca. E' un'estensione della difesa attiva della Bonifica.
Il rilascio vitale minimo a valle di una diga, cui accennano i propugnatori delle dighe, quali falde rimpingua? Quelle di montagna? Ma lì la falda è già a livello superficiale. Mentre l'interruzione della corrente di subalveo che la diga comporta fa mancare l'acqua proprio dove è carente d'estate, in pianura, nelle conoidi alluvionali di sbocco dei torrenti.
In altre parole, che senso ha trattenere l'acqua in montagna con una diga, se la stessa fa mancare l'acqua in pianura?
E' assurdo.
Una diga in montagna, poi, per ripagare la spesa della cementificazione, dovrebbe produrre energia elettrica. Ma per produrla occorre che l'acqua nella diga sia al colmo o quasi perchè ci sia un salto sufficiente a mettere in moto la turbina. Ma allora quell'acqua non può andare da nessuna parte, non può essere portata giù per uso irriguo.
Inoltre, una diga crea un lago, cioè un consumo di suolo e di bosco. Quella massa d'acqua importante tende a basculare sui versanti, costituisce un fattore di pressione e di erosione sugli stessi, già portati di loro, per struttura sedimentaria, ad essere franosi.
Il lago sarò fonte di ulteriori condizioni di instabilità dei versanti.
Sono soluzioni senza vantaggi, ma con disastri assicurati.
Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio
Per favorire un’opposizione convinta e informata alle decisioni imposte dal potere amministrativo e politico.
La sicurezza della pianura si determina in montagna, mantenendo l'effetto spugna del manto boschivo.
La realtà attuale vede invece un disboscamento dissennato con tagli a raso.
Una sicurezza che non si costruisce attraverso dighe in montagna, la cui acqua trattenuta è la stessa che verrebbe a mancare nelle conoidi dei torrenti al loro sbocco nell'alta pianura.
Reteambiente ha già spiegato come impedire le alluvioni attraverso invasi a lato dei torrenti in cui sversare le piene e se necessario col rialzo degli argini e l'introduzione di fioratoi con cui allagare tratti di campagna a cui poi rifondere i danni. Un concetto di difesa attiva, già in parte delineato dal Consorzio di bonifica.
La spesa sarebbe molto inferiore a quella della grande opera, diga o cassa che sia.
Il problema di Colorno che va sott’acqua è causato, oltre che dall'imperizia nel far funzionare la cassa sul Parma, soprattutto dal fatto che il torrente si restringe molto nella bassa e l'acqua si innalza in proporzione. Per risolvere il problema di Colorno dovrebbe essere costruita una piccola cassa in golena prima dell'abitato, che metta definitivamente in sicurezza il paese.
I sindaci dicono che in montagna, in alcune decine di anni, il bosco ha preso il posto dei prati. Altrettanto vero è che da una decina di anni il taglio del bosco è invasivo, speculativo, industriale. Taglio raso con rilascio di matricine.
Piante sottolissime sempre sotto la norma (che prevede almeno 10 cm. di diametro delle stesse) che vengono spezzate regolarmente dalla neve e scalzate dall'acqua dei temporali. Quello che resta è un terreno fortemente acclive, privo di piante le cui radici siano in grado di trattenere il suolo, e costellato di cespuglieti per almeno dieci anni. Un bosco che tornerà a svolgere la sua funzione solo dopo venti o trent'anni.
Un cespuglietto in terreno fortemente acclive non trattiene il suolo come fanno le radici di un bosco. Questi versanti devastati con piogge forti franano a valle.
E' già successo a Pietta, a Marra, a Boschetto, ovunque i tagli si siano combinati con le frane.
Altro problema la scorta d'acqua per usi molteplici, che le casse d'espansione non affrontano nemmeno (devono sempre rimanere vuote). Qualcuno pensa di risolvere con dighe in montagna come la proposta di Franzini a Vetto.
Meglio sarebbe trattenere l'acqua delle piene in invasi lungo l'asta dei torrenti e usarla per innaffiare nella stagione secca. E' un'estensione della difesa attiva della Bonifica.
Il rilascio vitale minimo a valle di una diga, cui accennano i propugnatori delle dighe, quali falde rimpingua? Quelle di montagna? Ma lì la falda è già a livello superficiale. Mentre l'interruzione della corrente di subalveo che la diga comporta fa mancare l'acqua proprio dove è carente d'estate, in pianura, nelle conoidi alluvionali di sbocco dei torrenti.
In altre parole, che senso ha trattenere l'acqua in montagna con una diga, se la stessa fa mancare l'acqua in pianura?
E' assurdo.
Una diga in montagna, poi, per ripagare la spesa della cementificazione, dovrebbe produrre energia elettrica. Ma per produrla occorre che l'acqua nella diga sia al colmo o quasi perchè ci sia un salto sufficiente a mettere in moto la turbina. Ma allora quell'acqua non può andare da nessuna parte, non può essere portata giù per uso irriguo.
Inoltre, una diga crea un lago, cioè un consumo di suolo e di bosco. Quella massa d'acqua importante tende a basculare sui versanti, costituisce un fattore di pressione e di erosione sugli stessi, già portati di loro, per struttura sedimentaria, ad essere franosi.
Il lago sarò fonte di ulteriori condizioni di instabilità dei versanti.
Sono soluzioni senza vantaggi, ma con disastri assicurati.
Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio
lunedì 15 gennaio 2018
Incubo California
L'estate 2017 ha rappresentato per la California un vero incubo: colpita da una terribile siccità, km e km quadrati di boschi hanno preso fuoco, migliaia di alberi sono andati in fumo.
Arrivato l'inverno, l'incubo continua.
Nei giorni scorsi, infatti, piogge battenti hanno letteralmente dilavato via quelle colline ormai prive di manto boschivo, determinando colate di fango che hanno distrutto case e strade.
Ma non è solo un problema americano.
Piogge mai viste hanno provocato anche nel nostro territorio diversi disastri: l'allagamento della città di Parma ad opera del Baganza nel 2014 e quella di Colorno nel 2017.
Ma anche la siccità ha colpito duramente campagne e coltivi emiliani.
Dietro la spinta delle popolazioni colpite, le autorità locali e la Regione Emilia Romagna hanno predisposto e già approvato un progetto di cassa d'espansione sul torrente Baganza per evitare future alluvioni. Per far fronte alla siccità, la Regione ha stanziato 8 milioni di euro finalizzati all’aumento della capacità di captazione della rete degli acquedotti.
L'assessore Paola Gazzolo, inoltre, ha predisposto un tavolo in cui valutare la realizzazione di una nuova diga in montagna, forse a Vetto, come da tempo propongono gli amministratori locali.
Per affrontare siccità e inondazioni sono davvero necessarie dighe, casse e cemento con una spesa prevista per la sola cassa di espansione di 55 milioni di euro?
Sulle dighe si è espresso con autorevolezza il geologo Luigi Vernia. “Una diga in montagna - afferma- bloccherebbe la corrente di sub alveo del torrente, quella che alimenta le varie conoidi dell'alta pianura, dalle quali l'acqua affluisce nei pozzi per i coltivi “ .
Che senso avrebbe raccogliere acqua con una diga se poi la si perde nell'alta pianura e non la può utilizzare durante la siccità?
D'altra parte che senso ha un invaso di 4,7 milioni di metri cubi, la cassa d'espansione, che deve sempre restare vuoto per fronteggiare eventuali alluvioni future?
Va trovata una soluzione che affronti entrambi i problemi: siccità ed alluvioni.
Sarà sufficiente aumentare la capacità di captazione da nuove sorgenti per far fronte alla siccità? Forse per le esigenze degli acquedotti di alcuni comuni, ma non certo per le esigenze della campagna, per i coltivi.
Infatti, il Consorzio di Bonifica già da tempo ha individuato aree di scavo per laghetti in cui conservare l'acqua per irrigazione.
Stranamente aree troppo vicine ad insediamenti urbani, come a Medesano, che suscitano la protesta degli abitanti.
Il principio di difesa attiva, su cui si fonda l'azione del Consorzio, pare corretto.
Addirittura questa azione sembra una solida alternativa alla cassa stessa, alla cementificazione che questa comporta ed ai guai conseguenti.
Certo è che tale pratica deve basarsi sulla partecipazione attiva dei cittadini, delle amministrazioni locali e dei contadini. Non può essere calata dall'alto come successo a Medesano, suscitando ulteriori problemi e paure nelle popolazioni.
Crediamo sia possibile affrontare le piene del Baganza con un piano di difesa attiva capace di coinvolgere popolazione e contadini in un progetto di rialzo degli argini ed in un sistema di sfioratoi che porti l'acqua di piena in una serie di cave e opere di scavo a fianco del torrente.
Acqua che nei periodi di siccità dell'alta pianura è possibile riutilizzare.
E se l'eventuale alluvione fosse maggiore delle opere di contenimento è sempre possibile aumentare lo sfioramento fino ad allagare aree di campagna di agricoltori che partecipano al progetto, a cui rifondere i danni.
L'eventuale indennizzo ai contadini coinvolti sarebbe comunque inferiore alla spesa per la cassa d'espansione. I soldi risparmiati si potrebbero impegnare in una una cassa più piccola da costruire in aree golenali della bassa pianura, per proteggere dalle piene l'abitato di Colorno.
E cosa c'entra la California?
Se la principale attività industriale del nostro Appennino diventerà il taglio raso dei boschi, le piogge battenti, che il cambiamento climatico ci sta già mandando, faranno in poco tempo colare il fango giù dai monti, spazzando via interi paesi.
L'effetto spugna del manto boschivo, che permette di fermare il diluvio d'acqua per poi rilasciarla poco alla volta, rimarrebbe solo un ricordo del passato.
Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio
Nei giorni scorsi, infatti, piogge battenti hanno letteralmente dilavato via quelle colline ormai prive di manto boschivo, determinando colate di fango che hanno distrutto case e strade.
Ma non è solo un problema americano.
Piogge mai viste hanno provocato anche nel nostro territorio diversi disastri: l'allagamento della città di Parma ad opera del Baganza nel 2014 e quella di Colorno nel 2017.
Ma anche la siccità ha colpito duramente campagne e coltivi emiliani.
Dietro la spinta delle popolazioni colpite, le autorità locali e la Regione Emilia Romagna hanno predisposto e già approvato un progetto di cassa d'espansione sul torrente Baganza per evitare future alluvioni. Per far fronte alla siccità, la Regione ha stanziato 8 milioni di euro finalizzati all’aumento della capacità di captazione della rete degli acquedotti.
L'assessore Paola Gazzolo, inoltre, ha predisposto un tavolo in cui valutare la realizzazione di una nuova diga in montagna, forse a Vetto, come da tempo propongono gli amministratori locali.
Per affrontare siccità e inondazioni sono davvero necessarie dighe, casse e cemento con una spesa prevista per la sola cassa di espansione di 55 milioni di euro?
Sulle dighe si è espresso con autorevolezza il geologo Luigi Vernia. “Una diga in montagna - afferma- bloccherebbe la corrente di sub alveo del torrente, quella che alimenta le varie conoidi dell'alta pianura, dalle quali l'acqua affluisce nei pozzi per i coltivi “ .
Che senso avrebbe raccogliere acqua con una diga se poi la si perde nell'alta pianura e non la può utilizzare durante la siccità?
D'altra parte che senso ha un invaso di 4,7 milioni di metri cubi, la cassa d'espansione, che deve sempre restare vuoto per fronteggiare eventuali alluvioni future?
Va trovata una soluzione che affronti entrambi i problemi: siccità ed alluvioni.
Sarà sufficiente aumentare la capacità di captazione da nuove sorgenti per far fronte alla siccità? Forse per le esigenze degli acquedotti di alcuni comuni, ma non certo per le esigenze della campagna, per i coltivi.
Infatti, il Consorzio di Bonifica già da tempo ha individuato aree di scavo per laghetti in cui conservare l'acqua per irrigazione.
Stranamente aree troppo vicine ad insediamenti urbani, come a Medesano, che suscitano la protesta degli abitanti.
Il principio di difesa attiva, su cui si fonda l'azione del Consorzio, pare corretto.
Addirittura questa azione sembra una solida alternativa alla cassa stessa, alla cementificazione che questa comporta ed ai guai conseguenti.
Certo è che tale pratica deve basarsi sulla partecipazione attiva dei cittadini, delle amministrazioni locali e dei contadini. Non può essere calata dall'alto come successo a Medesano, suscitando ulteriori problemi e paure nelle popolazioni.
Crediamo sia possibile affrontare le piene del Baganza con un piano di difesa attiva capace di coinvolgere popolazione e contadini in un progetto di rialzo degli argini ed in un sistema di sfioratoi che porti l'acqua di piena in una serie di cave e opere di scavo a fianco del torrente.
Acqua che nei periodi di siccità dell'alta pianura è possibile riutilizzare.
E se l'eventuale alluvione fosse maggiore delle opere di contenimento è sempre possibile aumentare lo sfioramento fino ad allagare aree di campagna di agricoltori che partecipano al progetto, a cui rifondere i danni.
L'eventuale indennizzo ai contadini coinvolti sarebbe comunque inferiore alla spesa per la cassa d'espansione. I soldi risparmiati si potrebbero impegnare in una una cassa più piccola da costruire in aree golenali della bassa pianura, per proteggere dalle piene l'abitato di Colorno.
E cosa c'entra la California?
Se la principale attività industriale del nostro Appennino diventerà il taglio raso dei boschi, le piogge battenti, che il cambiamento climatico ci sta già mandando, faranno in poco tempo colare il fango giù dai monti, spazzando via interi paesi.
L'effetto spugna del manto boschivo, che permette di fermare il diluvio d'acqua per poi rilasciarla poco alla volta, rimarrebbe solo un ricordo del passato.
Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio
domenica 29 ottobre 2017
Kill the wood!
Quanto
è di moda lo stronca i tronchi
Tempo
fa, la regione Emilia Romagna aveva stanziato 420.000 euro per pagare
il taglio dei pini seccati di Lagdei e Trefiumi, nonchè per il
diradamento nella pineta del passo del Ticchiano e per
un
altro diradamento nella faggeta sopra Valditacca, seguito da un
tecnico forestale.
I
reali motivi di tale finanziamento, e l'utilizzo della legna
tagliata, erano per noi finalizzati ad aiutare il rifornimento delle
centrali a biomassa esistenti in Appennino, in cui il costo del
cippato (4 euro) non è compatibile con il costo della legna (12
euro).
Tuttavia
ci pareva che la strada imboccata del diradamento fosse un segnale di
svolta da parte dell'autorità verso i consorzi di taglio.
Invece
tutto continua come prima: taglio raso matricinato, con matricine
sempre più piccole e distanti l'una dall'altra.
La
speculazione sulla legna continua con squadre di taglio dell'est
europeo, pagati in nero e senza alcuna assicurazione.
Intere
parti di montagne spogliate del loro manto boschivo: monte Fageto,
monte Caio, monte Navert, monte Aguzzo, Alpe di Succiso ed ora monte
Faino e monte Fuso, nell'Appenino Est.
I
tagli sono fatti con criteri industriali: massima resa nel minor
tempo. Per questo motivo il taglio raso è il più adatto.
Ruspe
per spianare sentieri e trasformarli in carraie percorribili da
macchinari e camion.
Tagli
anche dove l'acclività è del 100%, pendii oltre i 45° di pendenza,
dove una pioggia successiva può asportare completamente il suolo e
denudare la roccia, contribuendo a creare frane e a trasformare le
bombe d'acqua in alluvioni nella stessa alta montagna.
Il
manto boschivo ovviamente ricresce, ma ci mette 30 anni a tornare
come prima dal punto di vista paesaggistico.
Le
ferite come buchi di gruviera sulla montagna.
Poca
cosa, dicono le autorità, l'importante è che il bosco ricrescendo
molto più in fretta catturi la stessa quantità di CO2 di prima.
Ma
non è vero.
Studi
recenti ci dicono che ad un bosco sottoposto a taglio raso occorrono
circa 2,5 anni per arrivare al livello di prima nell'assorbimento di
CO2.
Ma
non basta, altri studi hanno verificato che i rami abbandonati e
morti e il suolo sconvolto procurano altre emissioni di carbonio che
va sottratto alla capacità di cattura del manto boschivo.
Non
sono sciocchezze di ambientalisti precisini. Il manto bioschivo del
nostro Appennino è l'unica forma di contenimento e di contrasto ai
veleni che risalgono dalla Pianura Padana.
Dopo
la denuncia fatta alla forestale dal comitato ambientale di Palanzano
per i tagli sconsiderati sul Fageto ora è il turno del monte Fuso.
Con
tagli che vanno da quota 600 metri fino a quota 1.000. Con nuove
carraie che segnano il lato sud della montagna dove prima c'erano
solo sentieri.
Un
danno al suolo, visibile dalle foto, che provocherà colamenti di
terra e frane con le prossime piogge.
Pare
che la ditta che ha effettuato tale scempio sia la stessa che è
stata multata per il danno al Fageto.
Giuliano
Serioli
Dimitri
Bonanni
Giuliano
Serioli
Rete
Ambiente
Parma
salvaguardia
e sostenibilità del
territorio
locale
mercoledì 25 ottobre 2017
Sole nudo di pianura
Splende
il sole sulla Pianura Padana.
Un
vento provvido ha scacciato il manto grigio delle polveri sottili.
Un
fenomeno raro e momentaneo, presto PM10, polveri ultrasottili e
benzopirene torneranno ad accumularsi e a soffocarci.
Auto,
impianti industriali, allevamenti intensivi e centrali a biogas
saranno di nuovo padroni dell'aria che respiriamo, cui si aggiungerà
con l'inverno il riscaldamento domestico, i caminetti a legna, le
stufe a pellets.
La
meraviglia della nebbia in val Padana, una volta consueta,
trasformata in una cappa di smog giallo scura, un mix di veleni che
fa del nostro territorio il più pericoloso al mondo per la salute.
Il
problema è la contemporaneità con cui si sta verificando questo
accumulo con altre crisi: i cambiamenti climatici, la perdita di
suolo e di habitat, l’alterazione dei cicli dei nutrienti, la
sovrappopolazione, la mancanza di acqua dolce, le risorse rinnovabili
in rapido degrado.
La
nostra società considera gratuite le risorse naturali.
La
speculazione non investe nulla per il loro riuso e rinnovo, le
consuma e basta.
Assieme
all'aria, anche suolo ed acqua sono gravemente minacciati.
Nei
centri storici delle nostre città solo vetrine del lusso.
La
spesa ormai solo nei supermercati cresciuti come funghi a fianco dei
precedenti e di magazzini abbandonati per la crisi. Ma,
paradossalmente, il traffico auto anche nel centro è sempre più
intenso.
Sciami
di auto lungo i viali contendono la strada ad autobus sempre più
giganteschi ed inquinanti.
Forse
è il momento di ripensare il tutto.
Pedonalizzare
tutto il centro entro i viali, con le eccezioni ai mezzi che
riforniscono e agli autobus, piccoli ed elettrici.
I
parcheggi a pagamento in centro usarli gratuitamente per i residenti.
Attivare
seriamente i parcheggi scambiatori per chi arriva da fuori, fornendo
un servizio autobus rapido che porti ai viali.
I
viali percorsi in continuazione da un servizio autobus che permetta
di arrivare ovunque velocemenete, anche in centro.
Eliminare
gli autobus a gasolio, quelli troppo ingombranti e arrivare in pochi
anni a mezzi solo elettrici.
Il
consumo di suolo e la sua copertura avanzano a macchia d'olio oltre
le periferie.
Il
pericolo del ruscellamento rapido dell'acqua piovana dalla città
verso la bassa è sempre maggiore e provocherà allagamenti sempre
più frequenti in ragione delle bombe d'acqua previste. Le piccole
casse d'espansione sui canali collettori non basteranno ad impedirlo.
Campagne
sempre più siccitose e bisognose d'acqua per il cambiamento
climatico, ma anche per la mancata conservazione dell'acqua piovana.
Autorità
senza alcun progetto integrato per la difesa dalle alluvioni ed il
riuso dell'acqua da stoccare. Sanno solo progettare altro consumo di
suolo (casse d'espansione) e dighe in montagna che provocheranno
ulteriore carenza d'acqua nelle conoidi dell'alta pianura per il
blocco delle correnti di subalveo che alimentano quest'ultime.
Senza
considerare la perdita di suprficie boschiva per il laghi creati.
La
sicurezza della città dalle alluvioni dei torrenti in piena sta
nell'effetto spugna dei boschi, nella manutenzione dell'alveo, in un
contratto di difesa attiva coi contadini dell'alta pianura per la
manutenzione degli argini e lo sfioramento delle piene nelle cave in
disuso e in invasi
in
cui conservare l'acqua per l'irrigazione estiva.
Giuliano
Serioli
Rete
Ambiente
Parma
salvaguardia
e sostenibilità del
territorio
locale
martedì 19 settembre 2017
Casse, dighe, torrenti
Quando
al cemento si vuole rimediare col cemento
L'assessore
regionale all'ambiente Paola Gazzolo si è presa un mese di tempo per
valutare la fattibilità del progetto di una diga a Vetto, comune
montano della Val d’Enza.
La
siccità di quest'anno ha fatto diventare ancora d'attualità un
vecchio progetto abbandonato da tempo a causa del pericolo sismico
legato ad una faglia che corre lungo l'asta del torrente.
Abbandonato
per il pericolo che milioni di metri cubi d'acqua, basculando su
pareti montane argilloso-flyschoidi, possano creare frane.
Abbandonato
perchè il manufatto, spostando il punto neutro a monte, riempirebbe
presto di sedimenti l'invaso medesimo.
Abbandonato
soprattutto perché rimaneggerebbe le falde acquifere dell'alta
pianura.
Nelle
conoidi alluvionali, che i nostri torrenti appenninici formano
entrando nell'alta pianura, si sono depositati circa 100 metri di
alternanze di ghiaie, sabbie ed argille, sede fin dalla loro
formazione, nell'epoca della glaciazione Wurmiana, di falde acquifere
ad uso sia idropotabile che per l'irrigazione dei campi.
Tali
falde acquifere non sono inesauribili. La loro continuità è
garantita dalla falda sotto l'alveo stesso esistente in ogni torrente
(Enza, Parma, Baganza, Taro, Ceno).
Si
tratta di una corrente d'acqua che corre sotte le ghiaie dei nostri
torrenti.
"Ma
se l'acqua non scorre nel fiume, perchè trattenuta a monte nel
bacino d'invaso (formato da una diga), il processo si arresta e noi
rischiamo di perdere una risorsa la cui rialimentazione esige
centinaia di anni. Insomma l'acqua che estraiamo dalle falde può
essere considerata 'acqua fossile' e per riaverla occorrono tempi
lunghi".
Come
afferma il Luigi Vernia, docente dell’Università di Parma.
Ma
il problema della siccità, di come irrigare i coltivi, si mescola a
quello delle bombe d'acqua, piogge di particolare intensità che in
breve tempo possono minacciare il nostro territorio, come l'alluvione
di Parma ad opera della piena del Baganza nell'ottobre del 2014.
Amministratori
locali e forze politiche si sono orientati su grandi opere: cassa di
espansione sul Baganza per mettere in sicurezza la città da piene
bicentenarie, un manufatto da 55 milioni di euro che forse non verrà
mai utilizzato, e dighe in montagna per avere acqua disponibile in
caso di siccità.
Ancora
cemento per riparare ai danni fatti dalla cementificazione degli
alvei dei torrenti che ha eliminato le golene in cui si laminavano
naturalmente le piene.
E'
evidente che il bisogno d'acqua in primavera-estate è collegabile
alla laminazione delle piene autunnali dei nostri torrenti. Qualcuno
ha suggerito che invece della cassa-monstre di Casale di Felino e
della diga di Vetto, sia possibile la creazione di piccoli invasi
lungo l'asta dei torrenti, laghetti da mezzo milione di metri cubi,
in cui trattenere l'acqua delle piene per i mesi siccitosi.
E'
altrettanto evidente che in caso di una piena massiccia come quella
del Baganza del 2014 sarebbe
necessario
dell'altro. Una manutenzione dell'alveo e degli argini tale da
consentire, tramite sfioratoi, l'allagamento controllato e concordato
di parti di campagna a lato dei torrenti, con congruo risarcimento
danni alle aziende agricole che partecipano al progetto.
Chi
può allestire tali piccoli invasi e gestire un piano di allagamento
controllato?
Il
Consorzio di Bonifica parmense.
L'ente
ha già avviato una collaborazione con agricoltori ed istituzioni
locali, ha già iniziato a costruire piccoli invasi ad uso irriguo.
Si
tratterebbe di trasformare in progetto complessivo per il territorio
la sua attività minuta.
Il
tutto supervisionato e monitorato dall'Autorità di Bacino.
Giuliano
Serioli
Rete
Ambiente
Parma
salvaguardia
e sostenibilità del
territorio
locale
lunedì 7 agosto 2017
Il sindaco Lucchi contro la cassa Aipo
Vengo
etichettato come sindaco campanilista.
Non
è vero; sopratutto perché già da scolaro ero educato, in quegli
anni sessanta, per mia fortuna, a considerarmi un cittadino del
mondo.
Non
è vero perché, grazie all’educazione del Prof. Moroni, mi sono
sempre considerato un abitante della Val Baganza e ho portato, con
piacere, la maglietta che Don Tonino aveva fatto realizzare nel 1986
e che come Sindaco di Berceto ho ripetuto e distribuito nel 2009:
Sono un cittadino della Val Baganza.
Ho
sempre condiviso l’impegno di Don Moroni, supportato anche dalla
bella rivista di Pietro Bonardi: La Val Baganza, di far condividere,
come terra d’origine, lo stesso territorio, della vallata, dalle
sorgenti del Baganza (Berceto) alla foce (Via Varese Parma), a tutti
i suoi abitanti.
E’
proprio per essere coerente a questa educazione e a questi
insegnamenti che non posso considerare la vasca d’espansione,
presentata il 15 marzo, a un folto pubblico, nel Teatro di Felino,
dall’assessore regionale Paola Gazzolo, come un fatto che puo’
interessare unicamente al Comune di Parma ed eventualmente, per
l’impatto e la vicinanza, al Comune di Felino, Sala e Collecchio.
Come
cittadino della Val Baganza ritengo d’avere titolo per fare alcune
considerazioni e non limitarmi solo al mio ruolo di sindaco di
Berceto che mi porterebbe, giustamente, a richiedere soltanto,
indipendentemente dal progetto della vasca d’espansione di Parma,
interventi anche nel tratto del Torrente che attraversa, per alcune
decine di chilometri, il Comune di Berceto.
Sempre
come Sindaco, volendo essere previdente e cogliere la buona pratica
di altri Paesi Europei, debbo continuare ad insistere, inoltre, con
la Regione, perché attui, finalmente, il Patto di Fiume (Torrente
Baganza) che è inserito, dal 2009, nel PSC (Piano Strutturale
Comunale) come progetto strategico.
Il
Patto di fiume e un accordo tra tutte le Amministrazioni interessate
dal Torrente Baganza (Berceto, Corniglio, Terenzo, Calestano, Felino,
Sala Baganza, Collecchio e Parma) oltre la Regione, il Governo e
l’Unione Europea per salvaguardare e sviluppare, correttamente, la
valle ritenuta la piu’ bella e selvaggia del Nord Italia.
Un
Patto che non riguarda solo questioni ambientali e idrogeologiche ma
che coinvolge anche il settore produttivo, la promozione e il
turismo.
Ovviamente
queste richieste legittime e doverose, indipendentemente dal giudizio
sulla cassa d’espansione, vengono, ancora una volta, rimarcate
presso gli uffici competenti della Regione e sollecitati ai nostri
Consiglieri Regionali.
Il
progetto della vasca d’espansione, che dovrebbe, ben presto,
trovare i finanziamenti ed essere avviato, con molta dovizia di
particolari ed eccellente capacità comunicativa, è stato illustrato
dall’ing. Mirella Vergnani, dirigente Aipo.
Per
riflesso condizionato, e forse“ingiusto” retaggio politico,
ritengo che spesso un pessimo progetto, inteso come scelta
progettuale, viene presentato ottimamente da un ottimo tecnico.
Proprio
per questo, forse sbagliando, non mi sono lasciato suggestionare da
un’infinità di dati e verifiche, oltre che da foto dei luoghi in
cui sono state inserite le foto finzioni dell’immane opera.
E’
un progetto che come Sindaco mi spiazza avendo ragionato, sempre,
anche con altri sindaci, sul progetto e idea progettuale
dell’amministrazione provinciale che abbiamo anche approvato in
Consiglio Comunale
Un
progetto, quello della Provincia, realizzato quando l’Ente era
governato seriamente da amministratori scelti dal Popolo Sovrano e
non dalla piccola e infima casta dei Sindaci e Consiglieri Comunali.
Un
progetto meno impattante e con una logica che mi pareva e ritenevo
razionale visto che con meno risorse, rispetto a quelle previste
attualmente, tutelava la città di Parma da eventuali alluvioni ma
cercava d’intervenire anche a monte iniziando da Calestano e poi
Felino e Sala.
Nessuno,
fino ad oggi, con motivazioni tecniche reali, ha spiegato il perché
il progetto della Provincia non andava piu’ bene.
Si
basava, infatti, su dati, misure di portata, livelli di pioggia,
modalità della piovosità, che abbracciavano oltre un secolo.
Aveva
coinvolto se non addirittura tratto ispirazione da luminari, forse
gli stessi, che ora propongono un progetto completamente diverso.
Ho
l’impressione che il progetto della grande vasca d’espansione non
abbia padri e nel caso li avesse non è chiaro il loro ruolo.
Gli
amministratori, di contro, se sentiti in camera caritatis, dicono
tutti d’essere fortemente perplessi se non contrari, ma poi, forse,
presi dallo sfinimento, non fanno nessuna azione per contrastarlo,
discuterlo per davvero.
Pare
un progetto imposto ma nessuno sa dire da chi.
Escludono
perfino, i beni informati, che possa essere sponsorizzato da quanti
desiderano realizzare solo le grandi opere visto che garantiscono
maggiori guadagni.
Resta
il fatto che contrastare questo progetto dopo, che dal 1963,
commissione Marchi, si parla, facendo poco o nulla, di opere per
difendere la città dalle alluvioni, è difficile.
Contrastare
il progetto, ormai definito, sarebbe ritenuto come parlare male di
Garibaldi.
Siamo,
insomma, tutti inviluppati in questa situazione Kafkiana in cui
arriva un progetto dal nulla che annulla tutte le precedenti ipotesi
e che costa quasi il doppio ma i soldi che prima non c’erano adesso
possono esserci. Ci saranno.
Chi
s’è adoperato per avere i soldi: il Presidente della Regione e
l’Assessore Regionale Gazzolo, invece di venire osannati, come
sarebbe giusto, vengono posti nelle condizioni di sgolarsi per farlo
accettare e soprattutto lo debbono imporre ai sindaci del territorio
ad esclusione del Sindaco di Parma il quale pur di non rivivere,
giustamente, giornate come quella del 13 ottobre 2014, sarebbe
disponibile ad accettare tutto.
Accetta
tutto e sembra non porsi nessun problema. Come Sindaco di Berceto non
mi sentirei, ad esempio, tranquillo, ad avere un “invaso” di
quelle dimensioni a monte del centro abitato di Berceto.
Avrei
perfino paura, nonostante la bravura italiana a costruire dighe
(eravamo i migliori del mondo), che l’argine crollasse e milioni di
metri cubi d’acqua, con un’irruenza paurosa, spazzassero via
interi quartieri della città.
E’
pur vero che sono quartieri che Parma, da sempre, non ama e infatti
in passato aveva scelto quelle zone, che io ritengo bellissime, per
farvi costruire i capannoni di memoria fascista e tanto altro mai
ritenuto di pregio ad iniziare dal nome di un quartiere: Montanara,
che richiama, seppur allegramente, l’insulto bonario rivolto, dai
cittadini, a noi montanari: “ve montaner”.
In
tutti i modi Parma non ha mai apprezzato la zona, che per me, ripeto,
è bellissima, che scorre da Via Milazzo verso il Baganza, Felino e
Sala.
Da
tutta questa vicenda, un montanaro, trae insegnamenti negativi che
provocano scoramento.
I
Torrenti, anche se provocano, come il 13 ottobre 2014, disastri anche
in montagna, cambiano l’aspetto delle montagne stesse, possono
essere sistemati, anche negli anni duemila, solo alle periferie delle
città.
I
soldi non si trovano mai per fare manutenzione, prevenire
razionalmente i disastri, ma li si trovano solo per grandi opere.
Immaginare
d’avere finanziamenti adeguati, per il Torrente, anche per la
tratta vasca d’espansione/sorgenti, visto i costi, diventerà
velleitario.
Basterebbe,
alla fin fine, che lo Stato, su queste opere, visto i motivi per cui
vengono realizzate, non chiedesse, l’immediata restituzione del 22%
dell’IVA (per gli Enti locali è un costo) che è una ragguardevole
somma, oltre 9.000.000 (novemilioni) per avere tutto il tratto del
Baganza e la strada di Calestano SP 15, sicuri.
Prima
d’essere intruppato in un sogno è bene che mi dica, ancora una
volta, che siamo in Italia.
Ecco
il progetto della grande vasca d’espansione, alle porte della
città, ha come padre la logica italiana: solo emergenza, grandi
opere e tutto dopo le disgrazie annunciate addirittura dal 1963.
Nonostante
questo mio giudizio, non lusinghiero, debbo dare atto dell’impegno
del Presidente della Regione e dell’assessore Gazzolo nel far
giungere, come pare imminente, i finanziamenti
Luigi Lucchi Sindaco di Berceto
mercoledì 2 agosto 2017
Grande secco, grandi alluvioni, grandi silenzi
Il
rifugio Gonella sul Monte Bianco, a 3073 metri di altezza, ha chiuso
per mancanza d’acqua. La ricavava dal nevaio che ogni anno calava
un po’ e che quest’anno è sparito.
Un
fatto preciso, non può essere interpretato.
E’
il cambiamento climatico.
Che
è ormai evidente e confermato dal caldo torrido di questa estate.
Con
un futuro caratterizzato da lunghe siccità e forti precipitazioni
concentrate in poco tempo, capaci di creare alluvioni tipo quella che
ha colpito Parma nel 2014.
Coldiretti
e l’Ente di Bonifica hanno chiamato l’emergenza idrica e già
quantificato i danni all’agricoltura nel territorio parmense.
Proprio
quest’estate AIPO deve rispondere alle osservazioni dei cittadini e
dare il suo parere definitivo sul progetto di cassa d’espansione
sul Baganza, presentato in primavera. Due casse di capienza di circa
2,35 milioni di metri cubi ciascuna. La prima sotto il piano
campagna, ottenuta scavando ghiaia e sabbia e la seconda sopra lo
stesso, praticamente una grande vasca alta fino a 16 metri nel suo
punto più elevato, a valle del Casale di Felino.
La
campagna ha fame d’acqua, non basta quella delle falde. Occorrono
invasi che la raccolgano quando piove e la rilascino quando ce n’è
bisogno. Ma non ci sono.
Di
utilizzare la cassa d’espansione presentata neanche parlarne, serve
a difesa della città e per definizione deve restare sempre vuota, a
disposizione di eventuali piene.
Si
dice che non ci sono i soldi per la cassa, ma che salteranno fuori.
Soliti discorsi.
Servono
55 milioni di euro. Altri se ne dovranno trovare per gli invasi in
cui trattenere l’acqua piovana come chiesto quest’estate. Il
problema siccità non è solo del territorio parmense ma di tutto il
Paese, come la mancanza d’acqua a Roma testimonia chiaramente.
Quindi
il problema soldi è acuto se il problema acqua è così diffuso.
Gli
invasi ad uso irriguo che mancano e la costruenda cassa d’espansione
sul Baganza sembrano due rette parallele che non si incontrano mai,
incapaci di aiutarsi l’un l’altra.
Ma
occorrerebbe proprio il contrario, la capacità di fare sistema.
Il
progetto AIPO di cassa è un’enorme vasca sospesa sul territorio,
costosa, che richiederà 5 o 6 anni per essere costruita. Noi
riteniamo anche di più perché i 2,4 milioni di metri cubi di ghiaie
e sabbie scavati dalla prima cassa dovranno essere pur piazzati da
qualche parte. Se non vanno alla Tibre, come pareva, perché per il
sostrato la Pizzarotti utilizza terra mista a calce, con la crisi
dell’edilizia in cui versa la nostra economia, dove finirà tutta
quella ghiaia? Un problema che richiede altro tempo e soldi.
Perché,
per la cassa d’espansione, non utilizzare lo studio fatto da
Provincia per mettere in sicurezza la città e contemporaneamente
trattenere l’acqua per l’estate siccitosa.
Lo
studio del 2015 prevede 3 casse lungo l’asta del Baganza, a
Calestano, al Casale ed in zona Bonifacio (Collecchio). La prima deve
rimanere sempre vuota per l’eventuale improvvisa portata di piena.
La seconda e la terza potrebbero trattenere l’acqua delle piogge
autunnali in quantità ragionevoli: metà della capacità quella del
Casale, l’intera capacità di invaso quella di Collecchio. In caso
di una portata di piena di 600 metri cubi al secondo, occorrerebbero
20 minuti per riempire quella di Calestano (un invaso di 600.000
metri cubi), tempo in cui quella del Casale e di Collecchio
scaricherebbero i loro invasi.
Non
si capisce perché AIPO non abbia preso in considerazione lo studio
della Provincia.
Non
si capisce perché non abbia partecipato all’assemblea organizzata
a Felino il 25 maggio scorso.
Il
perché è semplice.
Le
autorità competenti sono autoreferenziali, non ascoltano i
cittadini.
Giuliano
Serioli
Rete
Ambiente
Parma
salvaguardia
e sostenibilità del
territorio
locale
giovedì 8 giugno 2017
Il bosco mitigatore delle piene
Per
spiegare il disordine idrogeologico dovuto al disboscamento
dissennato e quindi alla riduzione dell'efficienza del bosco, occorre
aver presente l'azione che esercita sul ciclo dell'acqua piovana e
quindi considerare il sistema integrato vegetazione-suolo.
Il
bosco ha la capacità di ridurre le portate di piena nei corsi
d’acqua.
Le
piante intervengono per limitare l’azione della pioggia battente
sia intercettando le precipitazioni coi loro apparati fogliari, sia
riducendo la velocità delle gocce di acqua che penetrano attraverso
esse.
Con
l'intercettazione l’acqua piovana viene trattenuta dalle foglie e
scorre lungo rami delle piante, per poi tornare per evaporazione
nell’atmosfera.
L’entità
dell’intercettazione dipende dalla quantità della pioggia, dalla
densità della massa fogliare, dalla specie arborea, dall'età delle
piante e dagli interventi colturali effettuati.
All’inizio
di una pioggia,con le chiome asciutte, una notevole parte dell’acqua
caduta può restare intercettata; col crescere della quantità di
pioggia, vale a dire della sua durata o intensità l’intercettazione
va attenuandosi, fino a diventare minima o nulla.
Nel
caso di eventi pluviometrici eccezionali, essa diventa trascurabile.
Ma
l’azione frenante dell'apparato fogliare ha il potere di ridurre la
velocità e quindi la forza di penetrazione delle gocce di pioggia,
impedendo che la maggior parte di esse percuota direttamente e
violentemente la superficie del suolo.
In
tal modo le foglie, i rami e i fusti rallentano e distribuiscono
l’afflusso dell’acqua al suolo riducendo lo scorrimento
superficiale, moderando le punte delle piene e contenendo l’erosione
del suolo.
L’acqua
trattenuta dall'apparato fogliare delle piante e quella che cade
direttamente a terra viene poi ulteriormente rallentata nel suo moto
dalla base dei fusti, dai cespi, da rami caduti, dalla lettiera
grossolana. Per cui riesce raramente a formare rivoli di una certa
consistenza.
La
ritardata e impedita confluenza di questi rivoli in rigagnoli giova a
prolungare i tempi di corrivazione.
Ma
l’effetto regimante dell’ecosistema bosco si sviluppa soprattutto
a livello del suolo, dove il deflusso superficiale e l’infiltrazione
delle gocce che scivolano lungo i fusti approfittano dei piccoli
vuoti ai piedi degli stessi per penetrare nel suolo favorendola
ancora di più e dove avviene la ritenzione dell’acqua all’interno
del suolo.
Il
bosco ceduo, anche invecchiato di 30 o 40 anni, è talmente fitto ed
intricato da non riuscire a
sviluppare un apparato arboreo in grado di garantire una superficie
fogliare consistente.
Ha
difficoltà, inoltre, a trattenere il suolo in aree
argilloso-calcaree o flyschoidi, come dimostrano le
troppe frane del nostro territorio Appenninico.
Si
presta al taglio raso matricinato, oggi sempre più diffuso e
pericoloso a livello idrogeologico, in quanto accresce a dismisura il
tempo di corrivazione dell'acqua piovana, favorendo le piene improvvise
dei torrenti di montagna.
L'unica
forma di taglio, valido anche dal punto di vista economico, è il
diradamento del ceduo per l’avviamento all’alto fusto.
Lasciando
circa duemila piante ogni ettaro, come suggerisce lo studio di
Ricci-don Moroni, riesce a produrre
circa 30 quintali di legna per ettaro, porta ad uno sviluppo omogeneo
della superficie fogliare
e fa si che un apparato radicale rafforzato trattenga meglio il
suolo.
Giuliano
Serioli
Rete
Ambiente
Parma
salvaguardia
e sostenibilità del
territorio
locale
Iscriviti a:
Post (Atom)








