"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)

giovedì 22 dicembre 2011

AMIANTO IN OGNI DOVE


La Regione Emilia - Romagna il 30/09/2011 ha reso nota la mappatura aggiornata dei siti contaminati da amianto, e in Valtaro – Valceno  ne risultano parecchi. Questa mappatura ha individuato e inserito solo i siti più estesi. Una elementare logica di tutela sanitaria avrebbe voluto che i Sindaci, nella loro funzione di autorità sanitaria, si fossero fatti parte diligente al fine di completare i rilievi sul territorio, finalizzati quantomeno ad individuare una priorità di interventi. Questo lavoro consentirebbe di prevenire almeno interventi di emergenza sanitaria che, nel prossimo futuro, stante l’attuale disinteresse, si renderanno sempre più frequenti.
Ricordo per inciso che la prima mappatura delle contaminazioni da amianto risale al 2005, che il decreto applicativo sulle metodiche di bonifica è del 1996, che la legge basilare che vieta l’uso dell’ amianto e dei materiali contenenti amianto e  dispone la bonifica dei siti contaminati è del 1992. Dunque da 19 anni tutti gli Amministratori Pubblici sanno.
Parlare più diffusamente sul tema mi imporrebbe di dare testimonianza di quanti  da tempo si battono in tutta Italia perché questo problema rientri nelle priorità assolute della politica e della  amministrazione pubblica.
Al problema dei manufatti in cemento-amianto, nelle nostre valli si aggiunge quello delle cave ofiolitiche che disperdono in ambiente nuove fibre di amianto, un vero tabù che dovrebbe risultare insopportabile per i cittadini più consapevoli e intellettualmente attivi.
Sul tema cave, sul   FORUM  di riferimento di Borgotaro, ho fatto qualche intervento totalmente ignorato. Negli ultimi in ordine di tempo scrivevo:
"Devo costatare con rammarico profondo che ancora oggi su questo tema la comunità Borgotarese non vuole riflettere, e quello delle cave ofiolitiche non è un problema localizzato, non riguarda solo il territorio di Bardi e di Borgotaro,  circostante alle aree di cava, ma coinvolge tutti i comuni e gli abitanti delle valli del Taro e del Ceno.
Da qualche mese seguo i dibattiti su FORUM  e ho potuto apprezzare la libertà di pensiero e la preparazione di molti interventi, ma sul tema il silenzio continua; ho l’impressione che la vicenda della cava di Roccamurata sia vissuta dalla maggioranza dei borgotaresi come problema locale, di pochi cittadini. Una impressione che mi turba parecchio e che vorrei mi venisse confutata.
Di questa problematica mi occupo ormai da due anni e mi sono radicato nella convinzione che nascondere e negare sarà sempre più difficile; e allora, Signori miei, rinviare ulteriormente una presa di coscienza  collettiva è autolesionismo puro.
"
 
Oggi assistiamo all’ultimo paradosso di avere dei Piani delle Attività Astrattive, approvati o in itinere, che prevedono il rilascio di nuove concessioni a cavare inerti in siti dichiarati dalla Regione contaminati da amianto, alla faccia della gente, della logica: la cava "Le Predelle", la cava "Groppo di Pietranera", la cava "Groppo di Goro", ma non solo, perché come ho già avuto modo di sostenere queste valli sono diventate, per volontà di una politica scellerata, il più grande polo estrattivo ofiolitico esistente in Italia.
Quanto ancora dobbiamo aspettare per vedere il coraggio civico di portare dentro i Consigli Comunali questo tema? In una recente intervista il presidente della giunta regionale Vasco Errani ebbe a dichiarare che la regione da Lui amministrata è l’unica in Italia dove non si apre una cava che il Sindaco non voglia.

Fabio Paterniti

sabato 17 dicembre 2011

Ospedale di Borgotaro, il cippato inquina. L'esposto ad Arpa e la risposta di Usl

Abbiamo denunciato in questi giorni la grave situazione venutasi a creare all'ospedale di Borgotaro, dove una centrale a biomassa a cippato, inaugurata da pochi mesi, sta creando non pochi problemi all'ospedale stesso, degenti ed operatori compresi.
La segnalazione, sviluppata in un esposto ad Arpa, verteva su diversi aspetti della vicenda, mettendo alla berlina le false rassicurazioni inerenti la corretta impostazione del progetto e lo sviluppo della sua messa in pratica.
Ieri Arpa-Usl hanno risposto tramite l'ufficio stampa (non proprio l'organo maggiormente deputato, ma ci dobbiamo accontentare), ammettendo di fatto che qualcosa non funzioni.
I problemi della centrale termica a cippato all'interno dell'ospedale di Borgotare rimangono diversi ed importanti, che qui è importante rimettere in evidenza, per far capire lo stato dell'arte della vicenda e cercare di porre rimedio a difetti macroscopici che fino a ieri erano stati del tutto ignorati, sostituiti da toni trionfalistici sull'aver realizzato un gioiello, che oggi si mostra appannato, e molto.

1) La tubazione in cui vengono convogliate le emissioni si presenta a livello del tetto, mentre dovrebbe esserci un camino più alto della sommità degli edifici di almeno 3 metri, per permettere un congruo allontanamento dei fumi
2) Una parte delle emissioni tende così a ristagnare all'interno dello spazio cortile dell'ospedale, soprattutto in caso di depressione delle condizioni atmosferiche, appestandone l'aria
3) Il ricambio d'aria delle sale di degenza e delle cucine, anche se attraverso i filtri, avviene pur sempre come scambio tra quella interna viziata e quella esterna, che con la nuova centrale si presenta nelle condizioni di cui sopra
4) La combustione di cippato di legna emette polveri sottili che nessun filtro a multiciclone, come quello esistente nell'impianto, può minimamente trattenere. La combustione della lignina e della cellulosa del cippato, inoltre, produce diossina che nessun filtro attuale può catturare.

La stessa Arpa, rispondendo alla nostra denuncia, comparsa su ParmaRepubblica.it del 15 dicembre scorso, ha dovuto ammettere che ripenserà alla possibilità di far applicare ulteriori sistemi di filtrazione.

Come dire, accidenti ci hanno beccato!

Giuliano Serioli

ASSEMBLEA BIOMASSE DEL 12 dicembre a BORGOTARO

Lo staff della provincia, Dall'Olio e Ferrari, il presidente della comunità montana ovest Bassi, nonchè sindaco di Varano, hanno annunciato e presentato la costruzione di 5 nuove centrali a cippato finanziate in
parte dalla Regione, a Berceto, Calestano, Neviano e Varano Melegari, oltre ad una più piccola alla fattoria di Vigheffio.
Ma il senso vero dell'incontro era tutto nella presentazione dei dati di funzionamento della centrale a cippato dell'ospedale S.Maria di Borgotaro da parte dell'ing. Saviano della Siram, la ditta costruttrice, e del dott. Francescato dell'AIEL, la filiera dell'energia da legno.
La cura dei tecnici nel monitorare i livelli della combustione nella centrale li ha portati a dosare la potenza della centrale a cippato su standard che permettessero contemporaneamente anche l'uso della caldaia a metano. Da quel che si è capito, hanno fatto in modo di non spegnere mai la centrale a cippato, mantenendola su valori che, alla bisogna, potessero essere integrati dall'intervento di quella a metano perchè le maggiori emissioni nocive si avevano proprio nelle fasi di spegnimento e di accensione della centrale a cippato. Solo con l'uso combinato delle due caldaie, a detta loro, è stato possibile smussare i bassi valori
della combustione del cippato e diminuire i volumi delle emissioni di polveri, facendoli rientrare nel range previsto dalle normative vigenti.
Ma da solo questo non sarebbe bastato, a detta dell'ing. Saviano. E' stato necessario ancorare la qualità del cippato e il suo stesso prezzo alla sua effettiva produttività in kw/h. A questo si è giunti, ha continuato Mortali, della comunalia fornitrice, con la miscelazione di vari tipi di pezzature di cippato, con l'aggiunta di segatura da segheria, ma soprattutto cippando solo legname stagionato ( abete e castagno ).
Tutti questi sforzi per rimanere nei range previsti dalla normativa. Ma proprio perchè si è all'interno di un ospedale, noi non crediamo che questo basti. Non crediamo che basti un filtro a multiciclone, capace solo di abbatere la fuliggine, a garantire dalle emissioni nocive gli ammalati, come ha invece assicurato il dott. Francescato, che però ha dovuto ammettere che sarebbe meglio aggiungere anche un filtro a maniche. Per questi motivi abbiamo dato seguito ad un esposto all'ARPA.
Inoltre, ci pare evidente che la modulazione di potenza attraverso due caldaie, di cui una a metano, non sia trasferibile alle altre centrali a cippato esistenti o in progetto e neppure ci pare possibile si possa realizzare tutta quella cura nella selezione del cippato che da altre parti è solo di legna fresca e stivato all'aperto.
Tutto questo, infatti, non lo si trova nelle centrali di Palanzano e di Monchio, nè lo si troverà nelle altre cinque centrali che saranno costruite. Perchè il cippato da pulizia dei boschi, come dice di volere la Provincia, ha un contenuto idrico elevato , anche più del 50%, producendo emissioni elevate ed un residuo di ceneri anche del 5%.
E' per questo motivo che il comune di Palanzano, dopo l'esperienza negativa col cippato fresco da pulizia del bosco, ha deciso di bruciare pellet fornito da una piccola ditta artigiana del vicino comune di Ramiseto che ne garantisce la tracciabilità. Il pellet è prodotto dal cippato per compressione ed ha un contenuto idrico inferiore al 10%, praticamente è asciutto. Col pellet, a detta dello stesso ufficio tecnico del comune, hanno emissioni e residui di cenere insignificanti, pari ad un decimo di quelle precedenti.
Il pellet ha un potere calorifico fino a 5 Kw per Kg, mentre nel cippato fresco si va da 1,5 a 1,8 kw per kg , circa 3 volte meno. Questo è il motivo per cui il pellet, pur costando 27 euro a quintale, avendo una resa molto più alta del cippato permette al comune di Palanzano non solo di avere molto meno in emissioni, ma anche di spendere meno : 16.000 euro contro i 18.000 euro dei 3000 q. di cippato che Monchio brucia per
riscaldare i medesimi edifici pubblici.
Ma a questo punto viene naturale chiedersi perchè spendere tanti soldi in queste centrali : 426.000 euro a Palanzano, 650.000 euro a Monchio, senza considerare la ulteriore spesa per il tracciato del teleriscaldamento. Perchè buttare i finanziamenti regionali in questi inceneritori inquinanti quando basterebbe dotare quegli stessi edifici comunali di normali caldaie a pellet automatizzate, come già sta facendo la gente dei borghi, il cui costo è molto inferiore e per di più detraibile al 55% dalla dichiarazione dei redditi in tre anni. E utilizzare, invece, tutti i finanziamenti per il risparmio energetico, cominciando a ristrutturare i borghi a tal fine e incentivando, in tal modo, una adeguata ricezione turistica assolutamente mancante.
Tali finanziamenti muoverebbero l'edilizia, coinvolgerebbero le piccole aziende artigiane del luogo, darebbero una continuità di lavoro che tratterrebbe i giovani dall'andarsene altrove, oltre a porre le condizioni necessarie per uno sviluppo turistico attualmente moribondo.

Parma 15/12/2011

Giuliano Serioli

domenica 13 novembre 2011

LA FOOD VALLEY MINACCIATA

Da più voci risulta che la food valley sia gravemente minacciata. Dalla Gazzetta dell'8 novembre si evince che Sartori, vicepresidente di Asser, associazione regionale dei suinicultori, afferma che le aziende con meno
di dieci capi chiudono perchè gli allevatori sono anziani e non c'è ricambio in famiglia e che le aziende con più di 100 capi chiudono perchè più capi vuol dire più costi a prezzi di vendita invariati. Come mai, invece, crescono le aziende con un numero di capi tra 10 e 100?
Sono più agevolate nello smaltimmento o meno sottoposte a controlli?
Non esiste una disciplinare sulle coscie che imponga la loro produzione locale, vietando l'importazione? Non esiste alcuna tracciabilità?
Le coscie di prosciutto vengono infatti ormai in gran parte importate dalla Romania perchè numerosi allevamenti suini hanno chiuso essendo troppo costosi gli impianti minimamente richiesti per lo smaltimento
delle deiezioni. Gli stessi allevamenti bovini, tutti rigorosamente industriali, stanno gravemente intasando di ammoniaca le falde e i suoli in pianura, quando non addirittura inquinando bellamente i torrenti in cui scaricano impunemente, come lungo l'Enza, il Cedra etc.
"La svolta negativa in zootecnia, afferma il dott. Cunial, è avvenuta alla fine degli anni 70 quando sono nati i mangimifici che riconvertono spesso rifiuti (vedi oli esausti e diossina nelle galline ) in alimenti zootecnici, slegando completamente la produzione animale dal suolo agricolo che prima era necessario per l'alimentazione degli animali e per lo spargimento delle deiezioni, inoltre l'inquinamento è divenuto
altissimo passando dal letame al liquame : un'autentica bomba per le falde perchè contiene azoto altamente solubile (nitrico nitroso ed ammoniacale). Il letame maturo ha tutto l'azoto in forma organica e quindi non solubile in acqua, inoltre ha un odore caratteristico non sgradevole, ma la politica soprattutto europea ha spinto verso la direzione sbagliata, inoltre posso testimoniare che si controllano le cose formali e non si vuole intervenire sull'inquinamento reale. I nitrati che si trovano nelle acque e nell'acquedotto di Parma arrivano
soprattutto dalle zone collinari ed appenniniche che alimentano le reti acquedottistiche. Mi è capitato di trovare negli acquedotti anche valori 6 volte superiori alla norma, ma se chiedi i dati ti danno dei
valori medi perodici. Per il prosciutto servirebbe il censimento dei capi così che si scoprirebbe che i suini italiani sono meno della metà ! 
Altro che trifoglio, l'importazione di balle di fieno da qualsiasi parte è ormai la norma e per ovviare alla disciplinare del parmigiano per quanto riguarda gli ettari in rapporto al numero di capi in stalla, pare si ricorra all'affitto senza il governo dei tagli, solo per essere formalmente in regola.
Tali allevamenti industriali stanno colonizzando anche la montagna, risalendo le valli fino ai crinali. Infatti dai dati del censimento bovino del 2010 risulta che le aziende con numero di capi tra 100 e 500
sono in crescita e ne sono a conferma le stalle sorte tra Selvanizza e Monchio, tra Selvanizza e Rigoso e tra Neviano e Lagrimone.
Come potranno suoli, torrenti e falde sempre più inquinati sostenere un processo industriale che sembra non porsi limiti di quantità di prodotto, mirando solo ad una speculazione forsennata e improvvida? 
Come ci si può basare solo su una tracciabilità igienica formale per produrre un alimentare che si pretende di elevata qualità e non soprattutto sull'eccellenza dei sapori che solo la qualità artigianale delle lavorazioni può garantire, insieme alla sostenibilità del tutto per l'integrità del territorio? Non è una mia affermazione, ma di Mutti dell'omonima azienda produttrice di conserve di pomodoro.
Una strada potrebbe essere quella dei biodigestori anaerobici per produrre metano dalle deiezioni e di quelli aerobici per produrre compost, fertilizzante naturale. Il comune di Montechiarugolo aveva accennato ad un progetto in tal senso, ma pareva dimensionato sullo smaltimento dell'intero comprensorio che dalla città andava fino a Neviano, con gli ovvi problemi di traffico e sostenibilità.
In ogni caso non se ne è più saputo niente.
Da ultimo ho saputo dal mio fornitore di prosciutto, cui è stato proposto, che un sacco di aziende si sono buttate sulle rinnovabili per specularci, producendo energia elettrica e incamerando incentivi dalla combustione di olio di colza importato da chissà dove. Se fosse una cosa diffusa sarebbe un'ulteriore fattore di inquinamento della valley.

Parma 10 -11 -2011
Serioli Giuliano

venerdì 4 novembre 2011

Albo pretorio, Informatizzazione e Trasparenza


Le Leggi 9 gennaio 2004, n. 4, e Legge 69/2009 ( nate con la finalità di migliorare l’accessibilità agli atti amministrativi e l’introduzione e utilizzo, nella circolazione e conservazione dei documenti delle P.A., su base elettronica) è portata come argomento per giustificare l’abolizione dell’albo pretorio fisico che consentiva a tutti i cittadini di visionare gli Atti Pubblici. Sono convinto che la legge impone il formato elettronico come unico mezzo di trasmissione degli atti solo fra Enti ( fonte questa di produzione di innumerevoli copia cartacee e non certo per risparmiare la carta di una unica copia per l’albo). Nelle comunicazione ai cittadini non è possibile né praticata la comunicazione esclusiva su base informatica poiché ciò richiederebbe l’obbligo per ogni cittadino di dotarsi di idoneo supporto informatico di ricezione. Ci e stato obbiettato che la pubblicazione su carta all’Albo Pretorio non ha più alcun valore legale ma ai fini della funzione informativa ciò è irrilevante a maggior ragione nelle more dell’attivazione di una posizione informatica, di consultazione, presso la sede comunale ,sostitutiva dell'albo cartaceo. Alla luce del comportamento attuale di molte P.A. sorge fra le tante possibili una domanda :

- Gli uffici comunali si rifiuteranno in futuro di rilasciare copia conforme su base cartacea di documenti?

In realtà credo che nel rapporto con i cittadini le P.A. continueranno a scrivere su carta per adempiere a una miriade di richieste e per un notevole numero di anni a venire. Una magnifica occasione per le Amministrazioni opache di complicare, con interpretazioni di comodo, l’accesso agli atti. Un problema in più per arrivare alla trasparenza amministrativa. Invito i cittadini civicamente attivi ad effettuare le verifiche delle prassi adottate dalle P.A. I resoconti provenienti dal territorio potranno servire a fotografare il livello di opacità esistente.

Fabio Paterniti

mercoledì 19 ottobre 2011

Sala Baganza : altra puntata del "fotovoltaico insieme" della Provincia

E' entrato in funzione il 28 Agosto scorso ma inaugurato ieri, 15 ottobre, il parco fotovoltaico di Castellaro di Sala Baganza. L'impianto ha una potenza di 243 Kwe ed è in grado di produrre 240.000 Kw annui. La spesa è stata di 693.000 euro, a totale carico della ditta Sthrold di Reggio Emilia che incamererà anche il totale degli incentivi statali per i prossimi vent'anni. Alla tariffa di 0,263 euro per Kw prodotto ( tariffa agosto 2011) la ditta costruttrice introiterà nei vent'anni 1.302.000 euro, quasi il doppio dell'investimento effettuato. 
Al comune andranno 21.000 euro annui, in pratica i soldi che Enel pagherà alla ditta per la vendita dell'energia prodotta alla tariffa di 0,09 euro a Kw e che la ditta girerà al comune. 

La Provincia si vanta di aver portato nel nostro territorio oltre 120 milioni di euro di investimenti per costruire parchi fotovoltaici in project-financing in quasi ogni comune. Non si capisce, tuttavia, di cosa si vanti. L'energia elettrica è tutta acquistata da Enel a 0,09 euro, la metà di quanto la fa poi pagare ai cittadini. I soldi degli incentivi, versati dalle nostre bollette, finiscono tutti in tasca a finanziarie e ditte private. Ai comuni non va nè elettricità a basso costo, nè la massa dei soldi delle nostre bollette per investirli od usarli a nostro vantaggio. A loro in pratica resta solo un affitto per gli ettari occupati dai parchi fotovoltaici. Una compensazione, non altro. Hanno forse sbagliato quei piccoli comuni come Monchio, Neviano e Montechiarugolo che hanno fatto debiti per intestarseli diventandone proprietari ? Non ci pare proprio. Con gli incentivi realizzati e la vendita dell'elettricità hanno i fondi per le rate del debito e gli resta un gruzzolo consistente da investire in altre iniziative come l'avvio della ristrutturazione dei borghi per il risparmio energetico o per l'impianto di biodigestori per lo smaltimento delle deiezioni animali degli allevamenti industriali. Un'amministrazione provinciale avrebbe dovuto garantire anche che il fotovoltaico finisse sui tetti, come tutti a parole si auguravano, e invece occupa ettari su ettari di superficie agricola che dopo vent'anni di uso dei pannelli perderà del tutto la sua fertilità. Gli impianti sui tetti delle case avrebbero coinvolto anche i cittadini in cambio di un minor costo dei loro consumi di elettricità. 

Insomma, il fotovoltaico come energia rinnovabile è probabilmente la maggior occasione di rinnovamento dell'assetto energetico del territorio e la maggior occasione di democrazia energetica ed economica. Non sfruttare i soldi delle nostre bollette per questo ci pare un grave errore. 

Serioli Giuliano

martedì 18 ottobre 2011

TRECASALI : LA CENTRALE E IL SINDACO

Nella delibera n° 51 del 26 luglio 2011 sulle Rinnovabili la Regione, nel prescrivere le normative, esclude espressamente da queste gli accordi intercorsi con la Sadam Eridania del 15 novembre 2010, che qui vi allego. 

" di prevedere che non siano soggetti alle disposizioni del presente atto, ai soli fini localizzativi e fermo restando l.’obbligo del rispetto delle prescrizioni tecniche previste ai sensi del presente atto, i procedimenti per l.’istallazione degli impianti: Progr. n. 51 12 1. per i quali, alla data di pubblicazione sul BURERT del presente atto, sia stata presentata domanda di accesso a finanziamento pubblico; 2. che siano previsti nei progetti di sviluppo o riconversione del settore bieticolo-saccarifero, in attuazione della normativa comunitaria e nazionale in materia, ivi compresi gli impianti derivanti dagli accordi interprofessionali sottoscritti in data 15 novembre 2010 fra le Associazioni bieticole con Eridania-Sadam COPROB/Italia Zuccheri, e Unionzucchero" 

In altre parole, la Regione, nell'ambito della riconversione del settore bieticolo-saccarifero, dichiara di di aver deciso di non porre limiti agli impianti a biomassa derivanti dagli accordi intercorsi tra associazioni bieticole e Sadam Eridania. Da qui il suo VIA dell'agosto scorso per gli impianti di Russi e Trecasali. 
Che il consiglio comunale si sia espresso contrario all'impianto, peraltro con grave ritardo e a cose ormai fatte, non può intaccare minimamente il piano regionale. Il sindaco dovrebbe opporsi alla realizzazione dell'impianto in qualità di massima autorità sanitaria del territorio comunale e chiamare alla mobilitazione l'intera cittadinanza. 

Solo una tale levata di scudi potrebbe far rimangiare la decisione presa dalla Regione. Non altro. 

ReteAmbienteParma 
Serioli Giuliano

PIANO DELLA REGIONE, TRECASALI, APPENNINO

"Nonostante la situazione sia in costante miglioramento, l'inquinamento atmosferico rimane per l'Emilia Romagna una criticità da affrontare, che le problematiche principali riguardano inquinanti secondari (articolato atmosferico, ossidi di azoto, ozono) e che la qualità dell'aria è fortemente influenzata dalle emissioni derivanti dalla combustione di biomasse, se si considera che una quota rilevante delle emissioni di PM 10 proviene da combustione da biomasse non industriali (riscaldamento), che per il PM10 e il diossido di azoto NO2 i dati rilevati dal monitoraggio della qualità dell'aria hanno evidenziato in varie zone del territorio il superamento di valori limite stabiliti dalla direttiva 2008/50/ CE attuata con D. Lgs. 155/2010....delega la giunta regionale in relazione alla criticità delle diverse aree a formulare i criteri per l'individuazione del computo emissivo per gli impianti con potenza maggiore di 250 Kwt."( Delibera della Regione sulle rinnovabili ) Su tali considerazioni si fonda la pretesa virtuosità della regione. Ammettere solo centrali a biomassa sotto il Mw per uso termico, per il teleriscaldamento dei borghi. Con due significative eccezioni, la centrale a legna della Sadam Eridania di Russi da 30 MWe e quella della Sadam Eridania di Trecasali da 15 MWe. Di fronte ai potentati economici e ai ricatti sindacali non c'è principio che tenga, nè criticità della situazione ambientale. La Regione fa finta di niente, al limite contratterà compensazioni. Ma anche le piccole centrali termiche abbattono ben poco delle emissioni nocive. I loro filtri meccanici a ciclone o multiciclone servono solo a trattenere la fuliggine e a raccogliere le ceneri. Tutto il resto, dalle polveri sottili agli NO2, agli ossidi di metalli pesanti va nelI'aria dove, trovando il cloro volatile della depurazione IREN degli acquedotti, diventa anche diossina. Quindi, mentre nel nostro Appennino si diffondono sempre più stufe a pellet con abbattimento automatico dei fumi ed emissioni sotto i 5 mg x m3, Regione e Provincia vogliono diffondere l'installazione di centrali termiche a cippato che, nella migliore delle ipotesi, hanno emissioni 10 volte superiori rispetto alle stufe a pellet, cioè 50 mg x m3, e questo solo se il cippato non ha un'umidità che supera il 20%, caso estremamente raro. Il cippato fresco ha umidità del 45-50% che provoca valori di emissione doppi o tripli rispetto ai 50 mg prima citati. Le stufe a legna sono inquinanti perchè vecchie, sporcano e sono poco pratiche per le famiglie. La gente in montagna ha trovato per suo conto un'alternativa valida nelle stufe a pellet, ma le amministrazioni vogliono buttare soldi nelle centrali a cippato costose ed inquinanti col loro mantra della filiera corta che dovrebbe essere il toccasana di ogni sostenibilità. In provincia di Parma ce ne sono 5 : la centrale della fattoria sperimentale Stuard della Provincia (100 KWt), le due centrali del comune di Palanzano da 35 KWt ciascuna, per palestra, scuola e casa per anziani, la centrale di Neviano Arduini di cui deve essere ancora assegnato il bando, quella dell'ospedale di Borgotaro da 700 KWt e quella di Monchio da 1 MWt, ma utilizzata al 15% perchè collegata soltanto a palestra, scuola, casa della forestale, casa anziani, utenze per le quali sarebbero bastati i 70 KWt di Palanzano. Se il solare è costoso e l’eolico poco conveniente se non sui crinali, ci si butta sulle biomasse che, in una montagna praticamente abbandonata, significa solo tagli boschivi e legna da ardere. Vorrebbero riempire di centrali a legna quei poveri borghi disabitati. Si inizia col teleriscaldamento per poi finire fatalmente a produrre energia elettrica dalla legna. Nello sfruttamento industriale dei pioppeti i tagli annuali dovevano limitarsi al 4% della superficie boschiva, pena il suo rapido deperimento. Erano i pioppeti del Po, quelli dallo sviluppo decennale. Ora, però, per rifornire le centrali a biomassa che vogliono impiantare nella bassa padana al posto degli zuccherifici chiusi, si parla di pioppeti triennali. A Russi, in Romagna, al posto dell’Eridania sorgerà una centrale a biomassa da 30 MW per la produzione di energia elettrica. Il suo rendimento è solo del 15% e per produrre 250 milioni di KWh annui dovrebbe bruciare circa 300.000 tonnellate di legna, mentre una centrale a gas metano, dal rendimento del 90%, avrebbe consumato molto meno : 1/6 della quantità di metano equivalente alla legna. Stimando la resa del pioppeto in 80 t. per ettaro, occorrerebbero 5000 ettari ogni anno, quindi 15.000 ettari nei tre anni della rotazione della crescita, vale a dire 150 Km2 di pianura padana da sottrarre ai coltivi alimentari di pregio. In pratica, un rettangolo di 30Km x 5Km. Un’enormità! Ma è un’enormità anche quella da 15 MW di Trecasali che avrebbe bisogno di 75 Km2 di pioppeti triennali, vale a dire 15 Km X 5Km di terra della bassa da sottrarre a coltivi ( per capirci : la superficie del comune di Monchio è di 69 Km2). Ma se a quei pioppeti occorrerebbero 3 anni di crescita, ai faggi e alle querce della montagna ne occorrono 30 di anni, per ricrescere. La realtà delle centrali a biomassa già esistenti nel nostro paese è un’altra. Bruciano tutto quello che trovavano e fanno arrivare la legna da dove ce n’è, anche dall’estero via nave, ma in futuro con la pensata della filiera corta si tratterà del nostro Appennino. La crescita a dismisura dei tagli in montagna non trova nessuno che si preoccupi della loro sostenibilità. I sindaci non vogliono inimicarsi nessuno ed altrettanto la comunità montana. Ma c’è la possibilità che la cosa l’abbiano anche studiata. Nessuno dice niente perché così la gente si abitua ad una nuova fonte di denaro, cui non potrebbe certo rinunciare volentieri in futuro. Stanno preparando il terreno per tagli ancor più consistenti per quando le centrali termiche da impiantare in montagna ne avranno bisogno. Legami omertosi con la gente di montagna, rendendola dipendente dalla speculazione del mercato della legna e disponibile al ricatto economico. Una volta che quei soldi si è cominciati a prenderli, ogni anno se ne vorrà di più. Il progetto della regione parla di centrali termiche per il teleriscaldamento dei paesi. Qualche sindaco ha fatto da battistrada e l'ha già impiantata, ma non funziona che al 15% della potenza, perché ci sarebbe da sventrare i borghi per posare i tubi del teleriscaldamento e la cosa costa. Ma costava già di suo l’impianto stesso, la centrale, per cui ci sono rate di debito da pagare. Insomma, quelle centrali termiche sono antieconomiche. I borghi d’inverno si svuotano e con poche utenze allacciate, è fatale che la centrale funzioni per una minima frazione della sua potenza. Eccezion fatta per quella di Borgotaro che serve l’ospedale( e la diossina ?). Erano stati così improvvidi quei sindaci che hanno già cominciato? Lo è la regione e la provincia che addirittura parlano di estenderle a tutta la montagna? No. Sono strategici. Il loro progetto è di mettere la gente davanti al fatto compiuto della centrale costruita, per poi convincerla che sarebbe follia non utilizzarla anche per produrre energia elettrica. La regione Piemonte, col progetto Bresso, aveva dichiarato apertamente di voler ricavare circa l’8% del suo fabbisogno elettrico dalle centrali a legna. La regione Emilia segue apparentemente una via più graduale, ma porterebbe alla stessa conclusione, il diradamento massiccio del patrimonio boschivo col taglio industriale. Le grandi amministrazioni hanno stabilito di sfruttare le risorse della montagna sempre più disabitata ed economicamente ricattabile. Non intendono fermare la speculazione della legna in atto perché pregiudicherebbe la loro rielezione, ma soprattutto perché gioca a loro favore, abituando già da ora a come sarà la montagna col taglio industriale dei boschi che vogliono instaurare. La Regione ha già stanziato 2,5 milioni di euro per l'acquisto di macchinari ( harwester e cippatrice) necessari ai progetti di filiera 10 e di filiera 41 di taglio industriale dei boschi nella provincia di Parma. Sarà una bella gara tra il mercato della legna da ardere ed il taglio industriale del bosco per produrre cippato. Forse non vincerà nessuno, più probabilmente vinceranno entrambi, distruggendo il patrimonio boschivo. Quei politici si riempiono la bocca di ambientalismo ma nei loro intenti di rinnovabile ci sono solo le chiacchiere. Consumeranno il patrimonio boschivo e quindi anche tutto il resto, acqua, aria pura ed ogni ipotesi di un artigianato alimentare di qualità. Nelle centrali a biomassa il bilancio delle emissioni di CO2 è a somma zero, dicono i teorici dell’effetto serra. Si tratta solo di una verità contabile. Tutta apparenza. I boschi da tagliare, crescendo, incorporano CO2. Bruciandoli, dicono, si rimette in atmosfera solo quella che avevano tolto dalla circolazione. La verità è che le piante tagliate non vengono sostituite da altre. Al loro posto vengono lasciate solo poche matricine che per anni non assorbiranno certo la stessa quantità di CO2 delle precedenti. Ma c’è di peggio. Con “la pulizia del bosco”, come loro chiamano la cippatura del secco e delle ramaglie tagliate di fresco, non si creerebbe più l’effetto riducente e la conseguente formazione di nuovo humus. Il bosco lasciato a se stesso, al suo ciclo naturale di degrado, lo produrrebbe a beneficio del suolo, ma la sua colonizzazione industriale no. Tutto quel disastro per niente. Quelle centinaia di migliaia di tonnellate di legna produrrebbero ben poca elettricità. Un bilancio ben poco conveniente, se non ci fossero incentivi statali per le rinnovabili. Ecco qual’à il succo della cosa : le amministrazioni riuscirebbero a finire in attivo solo rastrellando i soldi delle nostre bollette. Cosa importa se quella elettricità a tutti noi costerebbe di più che ad importarla dall’estero! Cosa importa a quelli se si mette a grave rischio il patrimonio boschivo e perciò anche quello dell’acqua e della fauna? Il paesaggio di montagna ne ricaverebbe un danno enorme, impedendo qualsiasi progetto di artigianato alimentare di qualità e qualsiasi seria iniziativa turistica. Se si permettesse che ogni sindaco di montagna si faccia bello coi propri elettori a spese dei boschi nascerebbero tante centrali a biomassa quanti sono i borghi. Centrali che produrrebbero poca elettricità e a carissimo prezzo e teleriscaldamento per gli edifici pubblici e poco altro. I danni sarebbero enormi anche per l’acqua e per l’aria. L’emissione di polveri nocive e di fumi inquinanti sfuggirebbe ad ogni possibilità di controllo che solo le grandi centrali come quelle dell'Alto Adige possono permettersi. Infatti i filtri meccanici delle centrali a legna sotto il MW sono dieci volte più inquinanti delle stufe a pellet. L’aria di montagna non sarà più così pura, anzi, data la presenza di cloro nell’acqua per la depurazione industriale degli acquedotti, le polveri emesse dalle centrali troverebbero l’ingrediente adatto perché si formi anche diossina. Le centrali avrebbero bisogno di molta acqua di raffreddamento che poi tornerebbe ai torrenti ad elevata temperatura, alterandone il ciclo termico, inquinandoli e facendo fuori la fauna ittica. Pur richiesti dalla primavera, i dati degli ettari di bosco chiesti al taglio nel 2010 nella nostra provincia non sono ancora disponibili. Pur avendoli non li danno. Ma l'accenno fatto da Bovis, sindaco di Langhirano, alle migliaia di euro di multa che sarebbe giusto comminare per l'esagerazione dei tagli la dice lunga sul disastro, che chiunque giri per le valli può vedere direttamente. A provocarlo non sono i singoli boscaioli, i tagli artigianali, quanto quelle nuove figure di impresari della montagna che acquistano le richieste di taglio all'ingrosso, mettono le motoseghe in mano ad albanesi (Pianadetto), macedoni (Ramiseto) o romeni (Borgotaro), li pagano in nero e al m3, al punto che si dice che lavorino anche di notte, alla luce artificiale, per aumentare la cubatura e prendere più soldi. Questi montanari coi soldi si sono inventati impresari da un giorno all'altro con la speculazione che corre. Qualcuno di loro è arrivato a tagliare fino a 20.000 t. di legna nel solo 2010, mentre un boscaiolo di Monchio, nello stesso anno, ha tagliato 800 tonnellate lavorando al massimo. La speculazione per viaggiare ha bisogno di autorità compiacenti e di speculatori. Non la fa chi lavora solo con le sue braccia. 

Parma 
4/10/ 2011 

Serioli Giuliano

mercoledì 31 agosto 2011

Voce ai cittadini: storica sentenza del TAR Piemonte

Ottime notizie da http://www.greenews.info:
Il cittadino ha diritto di sapere puntualmente dalle amministrazioni pubbliche perché le sue osservazioni non sono state accolte. La partecipazione del cittadino e dei comitati ai procedimenti amministrativi, con memorie e documenti, trova dunque ampia applicazione nelle valutazioni ambientali e nelle procedure di formazione degli strumenti urbanistici.
La sentenza n. 718/2011 del TAR Piemonte (Dott.Franco Bianchi, presidente, Dott. Ariberto Sabino Limongelli, estensore), ha portato all'annullamento di un provvedimento amministrativo per violazione dell’art. 10 della legge 241 del 1990, norma in virtù della quale l’amministrazione ha l’obbligo di esaminare memorie scritte e documenti presentati da soggetti portatori di interessi pubblici o privati, nonché di interessi diffusi costituiti in associazioni e comitati, ai quali possa derivare un pregiudizio dal provvedimento.

Nell’accogliere il ricorso la pronuncia del TAR ha annullato il provvedimento riconoscendolo illegittimo. Correttamente la sentenza rileva che “la funzione della partecipazione del cittadino al procedimento amministrativo attraverso la prospettazione di osservazioni e controdeduzioni è quella di far emergere interessi, anche spiccatamente privati, che sottostanno all’azione amministrativa discrezionale, in modo da orientare correttamente ed esaustivamente la stessa scelta della pubblica amministrazione attraverso una ponderata valutazione di tutti gli interessi (pubblici e privati) in gioco per il raggiungimento della maggiore soddisfazione possibile dell’interesse pubblico. E se ciò non comporta che l’amministrazione sia tenuta ad accogliere le osservazioni del privato, un rilievo invalidante del provvedimento amministrativo deve invece riconoscersi quando sia provato che l’amministrazione non abbia neppure esaminato le osservazioni e le controdeduzioni formulate dall’interessato a seguito della rituale comunicazione dell’avviso di avvio del procedimento (Consiglio Stato, Sez. IV, 22 ottobre 2004, n. 6959; Consiglio di Stato, sez. IV, 29 aprile 2002, n. 2280)
Questa sentenza calzerà a pennello con la situazione di "Cave All'Amianto? No Grazie" e di tutti i soggetti che hanno presentato osservazioni al Piano delle Attività Estrattive, se l'amministrazione Comunale di Bardi non le considererà con la dovuta attenzione non motivando l'eventuale non recepimento delle stesse.

sabato 6 agosto 2011

Provincia e Fotovoltaico: insieme per la speculazione?

Si chiama “Fotovoltaico insieme” il progetto della Provincia per fare in modo che in ogni comune venga allestito un campo solare che produca energia elettrica.
L'amministrazione ha dichiarato di di essere riuscita ad attirare nel nostro territorio ben 120 milioni di euro di investimenti. I parchi fotovoltaici crescono come funghi e non c'è comune che non ci stia.

Ma qualcosa non è chiaro.

Quando si vanno a leggere gli articoli della Gazzetta si vengono a sapere altri fatti, altre informazioni.
A Fidenza, a fronte di un parco fotovoltaico della potenza di 998 Kwh, costato 3,8 milioni di euro e che produrrà 1,2 milioni di Kwh, il comune incassa solo 100.000 euro, mentre il volume degli incentivi prodotto dall'impianto sarà invece di 530.000 euro.
A Varsi, a fronte di un impianto di 800 Kwh di potenza, che dovrebbe rendere circa 400.000 euro di incentivi, il comune ne introita solo 50.000.

Come mai?

La risposta è semplice. Le amministrazioni locali si occupano solo dell'affitto del terreno, e tutto il resto se lo intasca chi ha allestito il progetto.
A Roccabianca il comune incamererà solo 100.000 euro, anzi 80.000 perché 20.000, dice il scrive il giornalista della Gazzetta, li dovrà dare alla Provincia per le consulenze.
Anzi, ancora meno. Spetterà ancora al comune pagare l'affitto al proprietario del terreno, che è un privato.

Qualcosa non torna.

Tutti ormai sanno che il fotovoltaico, con gli incentivi, rende circa il 12% annuo del capitale investito. Quasi tutte le banche sono disposte a concedere mutui ai municipi per impiantare campi fotovoltaici fino ad un massimo di 5 milioni di euro.
Anche se le banche chiedono interessi del 6%, gli incentivi sono sufficienti a ripagare mutuo ed interessi e resta sempre un gruzzolo da utilizzare, soprattutto perché nel frattempo il costo dei pannelli tende continuamente a diminuire.
Perché allora ogni comune della provincia non fa in modo di dotarsi di impianti energetici propri? Perché non copiare Monchio, che utilizzerà una parte dei proventi degli incentivi per ristrutturare le case del paese ai fini del risparmio energetico?
O meglio ancora come Fornovo che, costituita una E.S.Co., coinvolge i cittadini stessi e i loro tetti nell'impianto, facendo lavorare artigiani del luogo all'installazione.
Se l'energia rinnovabile è un'occasione di diffusione di nuova impresa nel territorio, come tutti concordano, non si capisce perché ogni comune non ne possa diventare il motore.
Non si capisce perché gli incentivi, prelevati dalle nostre bollette, debbano finire nella maggior parte dei casi in tasca ad aziende già ampiamente consolidate ed estranee al mondo del lavoro locale, sia per la progettazione che per l'installazione.
Certo, si può capire che piccoli comuni di montagna o della bassa non si sentano tecnicamente attrezzati per farlo da soli. Ecco allora che si capirebbe l'intervento della Provincia per sussidiarli, integrando le loro capacità. Non certo per sostituirsi ad essi, delegando ai privati sia il lavoro che il finanziamento e gli introiti. O peggio, addirittura per chiedere quel 5% ai comuni che ha il sapore di un balzello per non dire di peggio.
I soldi degli incentivi vengono da tutti noi e devono principalmente finire in tasche pubbliche. Devono servire a finanziare opere e servizi per il bene comune e rivitalizzare quell'imprenditoria minuta che è alla base della democrazia economica.
Ma questo non sembra proprio l'intento del meccanismo messo in piedi dalla Provincia.
Un impianto fotovoltaico sui tetti riceve una tariffa di incentivazione, un impianto a terra ne ricava una inferiore.
I parchi fotovoltaici di cui stiamo parlando, quelli da 1Mwh,in gran parte vengono installati a terra. Se un'azienda o una finanziaria se li intestassero, ne fossero i proprietari, percepirebbero 0,30 euro di tariffa onnicomprensiva. Per i comuni, al contrario, sia che l'impianto sia sui tetti, sia che sia a terra la tariffa onnicomprensiva è la stessa, quella massima, cioè 0,44 euro.

Tutto questo, nelle intenzioni, è per favorire i Comuni.
Ma le cose nella pratica vanno diversamente.

Nel conto energia che fa capo al Gse è prevista la possibilità di cedere la concessione ventennale di cui si è intestatari ad altri, ad una banca, ad una finanziaria. Una volta che, con atto notarile, la concessione ventennale è passata alla finanziaria, è questa che riceve tutti i soldi della incentivazione.

Il meccanismo della Provincia funziona proprio in questo modo.

L'amministrazione, attraverso il project-financig, raccoglie investitori disposti a mettere i soldi. I comuni si intestano il parco fotovoltaico da costruire e quando arriva l'omologazione dal Gse cedono la concessione ventennale alla finanziaria, che si tiene la tariffa onnicomprensiva corrispondente all'energia prodotta, cioè tutti soldi degli incentivi.
Ma in quel modo intasca il massimo della tariffa garantita ai comuni, gli 0,44 euro a Kwh e non gli 0,30 euro che spetterebbero ad una normale azienda privata.
In tal modo, le finanziarie truffano legalmente il Gse per 0,14 euro a Kwh.
Moltiplicando gli 0,14 euro per i 30 milioni di Kwh prodotti da tutti gli impianti coinvolti, circa 24 parchi fotovoltaici come affermato dalla Provincia, si ottengono circa 4.200.000 euro che, moltiplicato 20, gli anni di concessione, fanno circa 84 milioni di euro.
Questo l'importo totale che le finanziarie agguantano al Gse e che, guarda caso, corrisponde a più dei due terzi del capitale che hanno investito.
Tutto il resto degli incentivi è quindi per loro guadagno netto, grasso che cola.
Ma andiamo avanti.

L'energia che viene prodotta e che fa scattare gli incentivi è energia elettrica, ha un valore definito, cioè 0,09 euro a Kwh, e viene venduta a quel prezzo all'Enel.
Un impianto da circa 1 Mw di potenza produce mediamente 1200 Mwh, cioè 1.200.000 Kwh.
Provate voi a fare i conti. Sono circa 108.000 euro.
Proprio quei centomila euro da cui eravamo partiti, a Fidenza: i soldi che il comune si prende da tutta la storia.
In altre parole, le finanziarie girano ai comuni solo i proventi della vendita all'Enel dell'elettricità prodotta.
Anzi, un po' meno perché c'è da dare qualcosa alla Provincia che ha organizzato il project-financing attraverso l'assessorato all'ambiente.
Pare siano 20.000 euro ad impianto.
Alle finanziarie va la massa dei soldi degli incentivi. Alla fine coi circa 30 Mw installati e i 120 milioni di euro investiti si prenderanno circa 15 milioni annui per venti anni, cioè 300 milioni.


I comuni non avranno nemmeno l'energia elettrica gratis, ma solo pochi spiccioli, chi più chi meno.
Ma soprattutto non avrranno colto l'occasione di diventare impresa, di essere in grado di produrre progetti e lavoro.

Alla Provincia andrà la sua piccola percentuale per il disturbo che, però, moltiplicata per 24,il numero degli impianti, fa una cifra niente male.
Appunto per questo si chiama "fotovoltaico insieme".
Ma insieme a chi, in realtà? Insieme alla speculazione, ci sembra di poter dire.
E questa massa di denaro che circola, a quali tasche giunge?


Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
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Comitati Uniti per la Salvaguardia del Territorio Parmense

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