"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)

mercoledì 12 marzo 2014

Bardi, uno sguardo su Terzigno

Dall'appennino parmense alle terra dei fuochi, passando per l'Aquila
Il 28 marzo Alessandro Chiappanuvoli presenta a Bardi il suo libro-reportage

Promossa dall'associazione Il Cammino Val Ceno, si svolgerà a Bardi, al teatro Maria Luigia, ore 21, il prossimo 28 marzo la presentazione del libro-reportageLacrime di poveri Christi”, dell'autore aquilano Alessandro Chiappanuvoli.
Terzigno, comune di 17 mila abitanti in provincia di Napoli, alle falde del Vesuvio, l'area della Terra dei Fuochi, è salito ai (dis)onori della cronaca per lo scandalo rifiuti, che prima di ogni altra cosa è un dramma umanitario, che sta falcidiando vite umane in tutto il territorio campano.
La fotografia di una Italia perduta, suicidatasi con le proprie mani, martoriata fino allo sfinimento definitivo.


Nel parco Vesuvio la discarica voluta per risolvere i problemi dei rifiuti di Napoli, e dannare gli abitanti di Terzigno, famoso nel mondo proprio per quel vino, Lacrime Christi, ripreso in un gioco di parole dal titolo del libro.
Due gli ospiti della serata di Bardi dedicata al tema rifiuti e a come lo Stato affronta le emergenze, situazioni dove la Camorra non fa mai mancare la propria presenza.
L'autore del libro Alessandro Chiappanuvoli, L'Aquila, 1981, sociologo della multiculturalità, da sedici anni scrive per passione, trattando temi della quotidianità e dedicandosi con particolare attrazione alla poesia. Suoi articoli sono apparsi sul Messaggero, Il Manifesto, Abruzzo 24ore e sul blog di letteratura Nazione Indiana. Nel 2013 ha pubblicatoGolgota, vincitore del premio opera prima dell'Aquila.
Maria Rosaria Esposito, avvocato, terzignese, è attivista in temi ambientali su discariche, inceneritori e centrali a biomassa. E' nata a Benevento nel '65 ma risiede a Terzigno.
Lacrime di poveri ChristiTerzigno: cronache dal fondo del Vesuvio(Edizioni Arkhè 2011) racconta, anche con il prezioso contributo delle immagini di Janos, la crisi del 2010, quando la popolazione si barricò contro Stato e Forze di polizia che volevano aprire l'ennesima discarica.
Cronaca dal di dentro raccontata da uno sfollato del terremoto aquilano che si sente ormai abitante di Terzigno. Cronaca di un eterno conflitto fra le direttive romane e la quotidianità dei cittadini-sudditi.
Il contributo di Maria Rosaria Esposito sarà focalizzato sul baratro apertosi tra potere centrale e cittadinanza, tra doveri imposti e diritti negati.
Bardi, accoccolato sullo sperone di diaspro, parrebbe lontano anni luce dalla terra dei fuochi.
Eppure un filo rosso lega i due territori.
E' l'assalto alle finte energie verdi, come le enormi pale eoliche di cui si sta cercando di coprire gli appennini, o le centrali a biomassa, che stanno letteralmente invadendo il territorio, progetti contro i quali si sono attivati diversi comitati di cittadini, che lottano per la salvaguardia del proprio ambiente, come gli abitanti di Terzigno.

Camminare a Terzigno, camminare a Bardi: un orizzonte comune.

mercoledì 5 marzo 2014

La frana di Pietta e le inquietanti ipotesi sul tappeto


E' una immagine d'archivio, dall'alto, attraverso lo strumento Google Earth.
Si vede chiaramente che sotto l'abitato di Pietta c'era un bosco, grandi alberi fitti.
Dovevano essere querce o lecci perché la loro chioma era già verde pur essendo ad inizio primavera, e non a caso il ceduo più sotto era in gran parte ancora grigio.
Bosco di querce che è stato sottoposto a taglio raso nel 2012.
Anche il ceduo di sotto è stato ampiamente tagliato e diradato.
La frana di Pietta si è sviluppata proprio dove è stato effettuato il taglio.
E' come se, non essendoci più copertura alla pioggia battente (l'effetto spugna della copertura fogliare), la massa argilloso detritica del declivio, infiltrata dall'acqua in profondità, fosse scivolata verso il basso lasciando scoperta una nicchia di distacco calcarea, caratteristica proprio della formazione argilloso-calcarea che qui ritroviamo.


*

Ed ecco la disastrosa immagine della frana di Pietta in atto.
In alto è rimasta solo nuda roccia, gli strati calcarei della formazione argilloso-calcarea.
Il bosco di querce e lecci è scomparso, tagliato.
E' stato quel taglio a provocare la frana?
Sicuramente il taglio ha eliminato la copertura di argille detritiche, permettendo alle forti piogge di andare in profondità nella massa stessa.
Si è creato così un piano di scorrimento delle acque in profondità, che forse ha messo in movimento la frana dell'intera massa, diventata incoerente.
Tutti i boschi del ceduo attorno (colore grigio) risultano ugualmente ed estremamente diradati, a testimonianza di un taglio generale e dissennato.
E, per inciso, la Forestale ha denunciato penalmente gli autori dei tagli.
La domanda sorge spontanea.
Nel disastro di Pietta c'è la mano dell'uomo?
Sono domande che ci dobbiamo porre.
Sono dubbi che ci devono scuotere le coscienze e impedirci di dormire la notte.
Se fosse vero che siamo stati noi ad accendere la miccia del crollo, saremmo dei dannati.
Dei killer ambientali senza scrupoli.
Sono ipotesi, certo, ma che davanti ad un occhio esperto si concretizzano avvicinandosi alla realtà.
Non abbiamo ancora trovato amministratori che si pongono queste domande.
Domande ingombranti.
A proposito.
Anche la frana di Boschetto è una frana rotazionale ed anch'essa ha avuto come concausa il taglio di un bosco sotto la strada.
Ovviamente è la quantità di pioggia caduta che ha innescato il movimento, ma tali precipitazioni sarebbero state meno impattanti se a riceverle fossero state delle fitte chiome invece che la nuda terra.

Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma
5 marzo 2014

lunedì 3 marzo 2014

Fedele al bosco

Martedì 11 febbraio, presso la sede del Corpo Forestale di Parma, si è svolto un incontro col comandante provinciale del Corpo Forestale dello Stato Pier Luigi Fedele, al quale ha partecipato anche Rossana Rossi di Libera.
Rete Ambiente Parma ha delineato un quadro desolante del nostro territorio montano.
Tagli massivi e distruttivi del suolo, scriteriati nelle modalità, che si saldano con la forte intensità delle piogge che hanno sostituito la neve anche in montagna.
Come conseguenza i versanti denudati, le strade sfondate, interrotte dalle frane, i borghi isolati e minacciati.
Cosa ne pensa il capo della Forestale?


Sulle modalità di taglio Fedele concorda con alcune criticità evidenziate dalla nostra analisi.
In 5 anni, dal 2009 al 2013, la Forestale ha comminato sanzioni amministrative sul vincolo idrogeologico e sui tagli dei boschi per 220 mila euro elevando circa 300 verbali. Liter amministrativo per il pagamento delle sanzioni, dopo la fase di accertamento e verbalizzazione, non è a carico del Corpo Forestale dello Stato, ma delle autorità amministrative che sono le Unioni di Comuni (Comunità montane) o la Provincia, talvolta le sanzioni di importo non elevato, possono non rappresentare una elevata deterrenza rispetto ai ricavi di un taglio boschivo scriteriato.
La Forestale segnala un incremento delle utilizzazioni boschive negli ultimi anni e in particolare che, a causa della crisi in altri settori (edilizia e movimentazione degli inerti) alcune ditte si sono spostate verso il taglio dei boschi, questo può portare ad utilizzare tecniche operative lontane dal rispetto del bosco e da un suo utilizzo razionale. Non sono le ditte che adeguano strumenti ed attrezzature al bosco e al suo fragile equilibrio, ma è il bosco che deve piegarsi rispetto a tecnologie poco rispettose funzionali solo ad un abbattimento dei costi di utilizzazione.
Spesso si creano micro dissesti idrogeologici, perdita degli orizzonti superficiali, dello strato umifero con perdita di fertilità e innesco di fenomeni erosivi.
Enecessaria una maggior attenzione da parte della pubblica amministrazione dal momento che le fasi di autorizzazione, comunicazione, verifica, controllo, rilevamento degli illeciti, verbalizzazione ed erogazione delle sanzioni sono attribuite ad enti diversi.
Il Corpo Forestale dello Stato è particolarmente attivo nella difesa del bosco e ultimamente ha segnalato alcune situazioni di utilizzo dei boschi che hanno determinato fenomeni di alterazione paesaggistica allAutorità giudiziaria.
Con riferimento ai vasti fenomeni di frane e dissesti idrogeologici attivi in provincia di Parma si è evidenziato come molte delle situazioni derivino da movimenti di grandi proporzioni con piani di scivolamento profondi, che non derivano e che non possono essere sanati dalla presenza del bosco. Evero però che il bosco con la sua azione regimante e di trattenuta e rilascio graduale delle precipitazioni contribuisce grandemente a contrastare i fenomeni di degrado più superficiali. Il bosco è il primo presidio contro il dissesto e il suo utilizzo deve essere in sintonia con il mantenimento di una buona capacità di tutela dei versanti. Non cè forse correlazione diretta, ma in qualche caso tagli boschivi eccessivi possono aver determinato alcuni fenomeni di innesco e di degrado.
Gran parte dei nostri boschi è governata a ceduo, nei decenni passati, grazie alle mancate utilizzazioni, molti si sono evoluti verso cedui invecchiati. 
Eun peccato che questi boschi stiano rapidamente tornando a cedui con ridotte masse legnose, questo determina purtroppo anche ridotte capacità di tutela idrogeologica, ridotto valore naturalistico e ricreativo, scarsità di biodiversità.
Almeno una parte di queste formazioni forestali, come peraltro previsto dalle norme forestali, andrebbe avviato alla conversione all'alto fusto, con una politica di incentivazione che si ripagherebbe nel lungo periodo con i tanti benefici forniti dal bosco daltofusto, che tra laltro fornisce assortimenti legnosi dei quali il nostro Paese è fortemente deficitario.
Insomma la situazione non è certo rosea.
E sono rimasti in pochi a difendere la nostra montagna e i nostri boschi dal profitto senza regole e dall'assalto dissennato e senza futuro. 
La Forestale è fra questi ultimi.

Giuliano Serioli.


Rete Ambiente Parma

giovedì 27 febbraio 2014

Veri ecologisti cercasi

La Provincia, il finto green think, l'ondivago agire sull'ambiente

E' comparsa recentemente sui media la presa di posizione di Nicola Dall'Olio e Vincenzo Bernazzoli sulla necessità di non sforare i limiti del consumo di suolo, per Parma e Fontevivo non oltre il 10% di cementificazione.
La dichiarazione è stata fatta soprattutto in polemica con l'ipotesi della concessione da parte dell'amministrazione comunale di Parma di un terreno per un altro supermercato a Ugozzolo.
Un ulteriore cementificazione sicuramente deprecabile, anche se ereditata dalle precedenti amministrazioni.

Vediamo però di valutare il pulpito da cui è giunta la reprimenda.
In realtà il presidente della Provincia solo due anni fa voleva cementificare a tutto spiano.
Infatti durante la serata alla corale Verdi di venerdì scorso Liana Avanzini, responsabile ambiente territorio del Pd, ha affermato che non si poteva tacere che Bernazzoli nel 2011 presentava a Fontevivo un Psc con un consumo di suolo dal 13 al 19%, 43 ettari di terra da immolare al tondino.
E se lo dicono loro...
Il limite del 10% oggi elevato a icona dello pseudo ambientalismo de noantri era quindi decisamente superato.
L'evento a cui fa riferimento la responsabile ambiente è la presentazione del nuovo PSC di Fontevivo da parte dell’assessorato all’Urbanistica del Comune di Fontevivo.
Un incontro aperto al pubblico, svoltosi il 17 febbraio 2011, durante il quale venivano presentate le linee programmatiche dello strumento urbanistico.
Ecco le auliche e promettenti parole che presentavano il dibattito.
“Il Piano Strutturale di Fontevivo completa il suo percorso e arriva ai cittadini. In attesa del passaggio finale di approvazione in Consiglio comunale, infatti, il nuovo PSC sarà presentato al pubblico giovedì prossimo, 17 febbraio, alle ore 18.30 a Ponte Taro. L’incontro – a cui interverrà il presidente della Provincia Vincenzo Bernazzoli – sarà introdotto da Raffaella Pini. Seguirà un intervento del Presidente stesso e del sindaco di Fontevivo, Massimiliano Grassi, che affronterà le linee guida ed i criteri di individuazione del programma di sviluppo. Il compito di illustrare i contenuti del PSC spetterà all’architetto Sergio Beccarelli, che ha curato il Piano per la società Policreo srl. L’appuntamento si concluderà con un rinfresco”.
Evidentemente un piano ritenuto di grande qualità e visione.
Ma la retromarcia fu repentina.
L'assessore provinciale Ugo Danni corresse quell'impostazione, come si desume dalla risposta data a due consiglieri di opposizione.
Eccone il resoconto sulla stampa.
“PSC di Fontevivo: parlano gli atti. Danni risponde ai consiglieri del Pdl che hanno interrogato la Provincia: <Va ricordato ancora una volta - secondo Danni - che le scelte urbanistiche del territorio sono prerogativa dei rispettivi comuni. Siamo ora in attesa delle controdeduzioni che saranno elaborate da quel Comune materia su cui, come per tutti gli altri Comuni, ci sono stati fra gli uffici preposti dei due enti momenti di confronto>”.
Su un sito web il commento di un meravigliato lettore.
“Solo duemila metri quadrati. A tanto ammonterà la superficie che dovrà accogliere il nuovo polo logistico, direzionale e commerciale del Comune di Fontevivo previsto dal Psc (Piano sviluppo comunale) nell'area cosiddetta Case Rosi. Un progetto partito con ben altri volumi - 43 ettari, quanto l'abitato del comune, scrive il Nuovo di Parma - che la Provincia, d'accordo con l'Amministrazione del sindaco Pd Massimiliano Grassi alla fine ha deciso di ridimensionare nel nome del risparmio del suolo agricolo”.
Altro intervento.
Nonsolodisinformazione. “Si legge e si sente di tutto e di più, ma da profano mi piacerebbe
capire più precisamente come mai (motivazioni esatte) la provincia ha “bloccato” il PSC originario, redatto da un pool di architetti di comprovata esperienza?”.

Insomma un girovagare a casaccio, che non da certo nessun imprimatur di salvatori del suolo alla Provincia ed ai suoi funzionari, che oggi si stracciano le vesti di fronte al progetto di Ugozzolo.

lunedì 24 febbraio 2014

Montagna, la tempesta perfetta

Il rifacimento della Massese, il taglio dei boschi, ora la pioggia al posto della neve

Negli anni dietro di noi la “riqualificazione” della Massese, una spesa da 20 milioni di euro.
Con dentro una variante necessaria, quella di Ranzano, (e la sistemazione della frana appena oltre il paese), ed un'altra inutile, quella di Groppo, con un costoso nuovo viadotto.
E una marea di “rettifiche stradali”, un eufemismo per semplici tagli e arrotondamenti di curve.
Sulle frane, solo qualche piccola opera qua e là, di pura evidenziazione.
Nel complesso si è trattati di un lavoro costoso, fatto principalmente di immagine, ben simbolizzato dalla variante di Ponte di Lugagnano, con uno scavo durato un anno e mezzo, costato un milione di euro, costituito principalmente dall'eliminazione dal tracciato di un'imprevista grande lente di calcare.


Nella provincia più franosa d'Europa, la nostra, non si è pensato di mettere in sicurezza il tracciato dalle frane relitte o storiche. Bastavano dieci milioni per le varianti fondamentali, e gli altri dieci si potevano spendere per lavori di assestamento dei versanti e di canalizzazione delle acque a ridosso della strada.
Ma sarebbe state opere di scarsa visibilità, e per politici ed per gli amministratori è di fondamentale importanza mostrare e mostrarsi, in vista delle urne a venire.
Un'occasione mancata.
E' in quegli stessi anni che è incominciata la speculazione sulla legna da ardere, spinta da un mercato povero, di sussistenza, originato dalla crisi, un mercato però in grado di muovere numeri notevoli in termini finanziari.
Alcune decine di milioni di euro ogni anno, solo per la nostra provincia.
Ma che produce solo briciole a chi sfacchina, mentre il malloppo andava a chi ha impiantato ditte di taglio con manovalanza non in regola, ed al grande commercio.
Quello che è visibile per le strade fa impressione: ripidi versanti denudati con poche matricine rimaste, che verranno spezzate alla la prima burrasca.
Ma il volume delle cataste di legna tagliata, allineate lungo le strade, ci suggeriscono un taglio più massiccio, che non si vede perché realizzato più in alto. Chi taglia si è fatto furbo ed evita che lo scempio sia visibile. Chi cammina invece, chi va sui crinali, osserva quello che succede, un paesaggio irrimediabilmente intaccato, compromesso.
La Guardia Forestale afferma di aver comminato ammende per 200.000 euro tra il 2009 ed il 2013, ma si dice scettica che vengano effettivamente pagate per le compensazioni attuate dalle amministrazioni.
In pratica non c'è alcun deterrente al taglio senza regole.
Altrettanto grave del taglio dei boschi è la movimentazione del suolo da parte di caterpillar, trattori e altri meccanismi industriali in possesso di aziende edili trasferitesi armi e bagagli in montagna a far man bassa del “nuovo petrolio”, la definizione data ai nostri alberi da un funzionario della Provincia.
Nel suolo dei boschi è contenuta una grande quantità di carbonio, il doppio della CO2 catturata dalla loro superficie fogliare. La movimentazione del suolo, oltre a creare carraie dove prima c'erano piccoli sentieri e vere e proprie strade carrozzabili dove prima c'erano solo carraie, produce la dispersione in aria del carbonio immagazzinato nel terreno in centinaia di anni, contribuendo all'aumento dell'effetto serra ed al cambiamento del clima della nostra montagna.
Tutti tagliano ma di soldi in montagna ne girano ben pochi.
Chi fa tagliare il suo bosco prende qualcosa, e neanche tutto.
Poi, per vent'anni, non se ne parla più.
Chi taglia, invece, prende quello che la sua fatica ha prodotto. Magari lo si vede con un trattore nuovo fiammante, con il finanziamento a fondo perduto del 60%, così i soldi non rimangono in montagna, ma finiscono alle aziende industriali del settore che producono materiali per il taglio.
Tagli massivi, distruttivi del suolo, scriteriati nelle modalità, che si saldano con la forte intensità della pioggia, che ha preso oggi il posto della neve anche in montagna.
Versanti denudati, strade sfondate, interrotte dalle frane, borghi isolati e minacciati.
E nessuno in grado di fermare questo scempio.
Se i boschi stanno diventando delle gruviere, se le strade sono sfondate dai camion che portano via la legna, Massese compresa, ora ci si è messo anche un inverno atipico a dare il colpo di grazia.
Poca neve, molta pioggia.
Si tratta delle avvisaglie di ciò che capiterà sempre più spesso, un cambiamento climatico per il quale occorre attrezzarsi.
Non è più possibile rincorrere i disastri dopo che sono capitati, senza aver fatto niente per evitarli.
Le responsabilità vanno individuate e denunciate.
La gente deve sapere.
Pietta non nasce dalla casualità, ma dalla causalità.


Giuliano Serioli

sabato 22 febbraio 2014

Petizione contro il cogeneratore del Poggio di Felino

E' stata attivata una petizione online contro il cogeneratore del Poggio (Felino).

http://www.change.org/it/petizioni/stop-cogeneratore-citterio-del-poggio-felino-pr

Chiediamo a tutti uno sforzo per raccogliere le firme e diffondere la petizione. Grazie!

mercoledì 22 gennaio 2014

Cementificazione del suolo agricolo ed esondazioni

La presa di posizione di Legambiente e dell'Ente Bonifica Parmense a favore di una legge regionale contro il consumo di suolo agricolo e la cementificazione, non possono che vederci interessati e favorevoli.
Tuttavia, perchè non rimanga una mera petizione di principio, come troppo spesso accade, occorre anche delineare una casistica concreta per la nostra città in cui l'analisi della cementificazione ( area SPIP) si
saldi con quella acquedottistica e di scorrimento delle acque.

Dal punto di vista strutturale per l’ambiente, specie per la zona nord, occorre considerare che la città è il contrario di una spugna, non assorbe e non trattiene l’acqua piovana che arriva. Lo sviluppo della urbanizzazione e la cementificazione tendono anzi a sovraccaricare la zona a valle , la campagna fino al Po, limitando fortemente la sua capacità di assorbire, ed immagazzinare l’acqua meteorica.

Lo scorrimento veloce delle acqua dalla zone urbanizzate, oltre a provocare esondazioni a valle, determina effetti di saturazione e quindi di ulteriore scorrimento delle stesse anche nelle campagna. Tale processo , altresì, produce dilavamento e trasporto degli inquinanti urbani verso le reti idriche superficiali con gravi danni per i suoli agricoli.

Città e campagne a valle costituiscono sempre di più un sistema unico dal punto di vista idrico e dell’inquinamento ed in tal modo occorre analizzarli.

Da qui l’importanza di reperire dati su:

- Assetto dell’acquedotto e dei punti di captazione acqua dalla falda

- Profondità delle stessa e caratteristiche organolettiche dell’acqua tal quale

- Caratteristiche tecniche della depurazione e sua incidenza sul costo a mc dell’acqua

- Smaltimento fognario e suo collegamento col sistema di canali e collettori dell’ente di bonifica

- Incidenza della cementificazione sull’assorbimento delle acque di prima pioggia

- Storico delle esondazioni a nord della città



Giuliano Serioli 

giovedì 19 dicembre 2013

Considerazioni sui tagli di faggete (tra un tecnico dei tagli e Reteambiente)


Una premessa. Ciò cui qui si fa riferimento è un elaborato di Dimitri Bonani, in cui l'autore, tra le altre cose, accenna al taglio completo di una faggeta secolare in zona preparco, nella comunalia di Valditacca. Che senso ha, si è chiesto Dimitri, abbattere alberi centenari in nome della biodiversità?

Da qui prendono spunto considerazioni sul tema da parte di un tecnico dei tagli e il sottoscritto.
Ho appena letto il vostro articolo.
Quante lacune tecniche di tipo selvicolturale!
una domanda: "Ora c'è stato un altro taglio in Val di Tacca, addirittura più grande, in cui sono stati smantellati in un attimo ettari di faggete di 120 anni di età, con la ridicola scusa di creare maggiore biodiversità."
Mi dici su che basi scientifiche sostenete questa sciocchezza?
Sono molto curioso.
Ciao!
Simone Barbarotti
2013/12/9 Giuliano Serioli ha risposto
“Il bosco, se non viene tagliato, muore”, è una frase che si sente spesso. Ma poiché i boschi erano presenti sulla Terra da molto prima degli uomini, è chiaro che possono fare a meno di noi e delle nostre “cure”, i boschi servono agli uomini e non viceversa.
Ma questa frase un senso ce l’ha. In un bosco che non viene tagliato gli alberi continuano a crescere facendosi concorrenza, ci sarà quindi una selezione naturale ed alcuni alberi moriranno per mancanza di luce.
Quindi se il bosco non viene tagliato alcuni alberi muoiono, ma non l’intero bosco, anzi un bosco naturale è caratterizzato proprio dall’abbondante presenza di alberi morti in piedi e a terra, che permettono la vita di tanti organismi piccoli e grandi, come i coleotteri del legno, ormai sempre più rari in tutta Europa tanto da essere oggetto di specifici atti di tutela.
C’è un’altra situazione, i boschi naturali sono fustaie, cioè gli alberi sono nati dal seme, mentre molti boschi gestiti dall’uomo sono cedui, in pratica gli alberi nati da seme sono stati tagliati e sono ricresciute delle piante (polloni) dal ceppo tagliato (ceppaia). Nei boschi cedui, che vengono tagliati ogni 15-20 anni, c’è un numero di alberi molto elevato e se non si interviene col taglio, la competizione è molto forte portando alla morte di un numero considerevole di piante, può sembrare quindi che il “bosco muore”.
Nella faggeta, invece, dove i faggi sono ancora relativamente giovani, sotto non nascono nuove piantine, ma dove i faggi cadono perché vecchi o per altre “cause naturali”, allora nascono e si sviluppano nuovi faggi.
Anche nella faggeta, il bosco non muore in mancanza di tagli, anzi si rinnova da solo, per “cause naturali”.
Molto probabilmente, in tal modo, anche la biodiversità aumenta non tagliando una vecchia faggeta.
Serioli Giuliano

Il 09/12/2013 16.06, Simone Barbarotti ha risposto :
Partire da basi di dicerie "il bosco non tagliato muore" (sciocchezza pazzesca) e su una base di nozioni diciamo "leggere" per criticare interventi programmati, studiati, e approfonditi da anni di ricerche non è un giusto approccio e soprattutto rispetto per chi continuamente osserva e studia le dinamiche dei boschi la gestione degli stessi negli anni.
Permettimi di farti notare che stiamo parlando di tecnica e scienza. E soprattutto di SELVICOLTURA. Che va prima di tutto conosciuta e studiata e poi messa in pratica per anni prima di conoscerla un minimo e di disquisirne. Io stesso mi sento ancora un allievo e mi stupisco quando persone che hanno meno basi di me si sentono tranquillamente in grado di arrivare a conclusioni assolute.
Comunque nel caso di Valditacca, si è fatto un taglio di rinnovazione riconducibile alla Selvicoltura naturalistica. Un taglio a buche.
E' l'intervento che più simula una dinamica naturale di rinnovazione tramite schianti dovuti ad eventi traumatici come crolli e schianti in seguito a tempeste ed eventi traumatici.
Tali interventi vengono realizzati in sintonia con quanto previsto con la gestione del S.I.C. e concorrono all'incremento della biodiversità come lo testimoniano le aree di studio dell''indice di Shannon-Wiener fatti da varie università.
I tecnici naturalisti dell'università profondi conoscitori degli habitat del nostro appennino continuano a sostenere che NONOSTANTE TUTTO gli habitat di faggeta sono in generale di buona qualità e costantemente in aumento.
Se poi la vostra idea è non fare più selvicoltura ed abbandonare i boschi all'evoluzione naturale è inutile parlare di Selvicoltura.

Barbarotti, permettimi:
" il bosco non tagliato muore", che io riporto, non è una diceria è proprio una delle opinioni di selvicoltori e soprattutto di chi taglia.
Non a caso oppongo ad essa l'idea che i boschi possano benissimo fare a meno delle nostre cure per continuare ad esistere.
Con questo non teorizzo che non si debba più tagliare o che la selvicoltura debba essere abbandonata, affermo solo che occorre avere un progetto di tagli differente dal loro stato attuale. Oggi è il mercato speculativo sulla legna da ardere a decidere dove e quanto tagliare.
Non credo sia un criterio valido nè per l'autoconsumo delle genti di montagna, nè per il valore di bene comune che ormai i boschi hanno assunto.
Infatti, la massa boschiva dell'Appennino Tosco-Emiliano, oltre ad avere valore paesaggistico inestimabile, è uno dei polmoni con cui contrastare i veleni e le polveri sottili della Pianura Padana. La sua superficie fogliare è anche la garanzia di continuità della cattura di CO2, necessaria ad impedirne l'ulteriore sviluppo nell'atmosfera.
Se coi tagli massicci attuali non si perde superficie boschiva, si perde sicuramente superficie fogliare ( per ogni taglio ceduo occorrono minimo trent'anni perchè essa si ripristini come prima, per una faggeta di 120 anni è facile immaginare quanti ne occorrano.
Col taglio della faggeta di Valditacca, tu dici si sia fatto un taglio a buche che più simula la rinnovazione naturale del bosco. Un taglio di rinnovazione, dici, per aumentare la biodiversità. Ma in quella stessa faggeta,prima che fosse tagliata, ho visto piante crollate naturalmente per tempeste e bufere di vento.
Quella faggeta stava provvedendo da sola al proprio rinnovamento ed allo sviluppo della rinnovabilità.
Perchè allora tagliarla?
Me l'hai detto tu stesso a voce: per produrre legna da ardere. Non altro.
Ma ha senso tagliare una faggeta secolare per produrre legna da ardere?
Secondo me no.
Ma è solo la mia opinione.
E non voglio assolutamente essere polemico. Credo, anzi, che il confronto di opinioni al riguardo sia necessario perchè la gente sappia cosasta avvenendo e partecipi delle decisioni.

Serioli Giuliano

lunedì 9 dicembre 2013

Il nostro Appennino che muore




La situazione dei boschi nel nostro Appennino è pesantemente cambiata negli ultimi anni.
Se ne sono resi conto in particolare coloro che risiedono nei paesi delle nostre montagne e gli escursionisti, che ripercorrevano quelli che fino a poco tempo fa erano bellissimi sentieri immersi in boschi ricchi di castagni, faggi e betulle.
Ora si ritrovano in enormi radure assolate, con i sentieri sostituiti da larghe carraie adibite al transito di mezzi pesanti per il trasporto di legname e mezzi escavatori.


Una situazione veramente drammatica che non risparmia più nessuna vallata delle nostre montagne, e le segnalazioni di questi scempi giungono da ogni regione italiana.
Per quale motivo la politica ambientale è volta a distruggere il nostro territorio anziché tutelarlo?
La ragione iniziale di tutto questo è da ricercarsi in ambito europeo.
L’Ue infatti elargisce forti finanziamenti a tutti gli enti comunali e provinciali che fanno costruire nel loro territorio centrali a biomasse.

Queste centrali avrebbero la funzione di trasformare il legname in energia termica e a prima vista questa potrebbe anche sembrare una gran bella cosa, ecologica ed economica.

Ma gli studi dicono altro.

Mentre la la resa  resa delle centrali termiche per la produzione di calore può essere del 80%, quella delle centrali a cippato per produzione di elettricità è del 10-15%, il che significa che ben l’85-90% dell’energia termica derivata dalla combustione di legname non viene utilizzata. 
Si spreca così la maggior parte di questa enorme quantità di boschi abbattuti e al contempo si rilascia nell’aria una grande quantità di metalli pesanti derivanti da tale processo di trasformazione, oltre che ovviamente altre grandi quantità di CO2, come ha sottolineato anche Federico Valerio, chimico genovese che ha fatto luce su questi nuovi sistemi.
E' evidente che per alimentare le centrali a biomasse, come ad esempio quelle installate a Monchio e Palanzano, sono necessarie enormi quantità di legname, e il vantaggio economico garantito dagli incentivi fa sì che quasi tutti i comuni del nostro Appennino se ne stiano dotando.
Questo modo di produrre energia elettrica è costoso, inquinante, poco produttivo a livello di energia e totalmente distruttivo per il nostro ambiente boschivo.
Quando le nostre risorse forestali saranno completamente annientate, saremo di nuovo al punto di partenza, con la differenza che poche persone si saranno arricchite e tutti noi resteremo completamente senza boschi sulle nostre montagne, con un tasso di inquinamento evidentemente incrementato dalle combustioni.
E pensare che il bosco è molto importante anche per la pulizia dell’aria, dato che abbiamo valori di PM10 altissimi nel capoluogo.
Il monte Fuso da qualche anno è oggetto di continue deforestazioni pesantissime, in cui gli enti pubblici preposti (come Provincia e Comunità Montana Parma Est) non si fanno problemi a rilasciare continue autorizzazioni per il taglio di ettari e ettari di boschi, su qualsiasi versante e in qualsiasi pendenza, dato che serve continuamente nuovo legname per alimentare gli impianti a biomassa.
Alla richiesta da parte delle associazioni ambientaliste di avere documenti relativi a tutti questi tagli boschivi in atto, gli Enti pubblici come la Provincia di Parma e la Comunità Montana hanno risposto in maniera elusiva, rimpallandosi a vicenda, mentre in realtà sappiamo bene che essi hanno sempre collaborato assieme su questi fronti.
Il taglio selvaggio di ettari di faggete secolari a stretto confine col Parco Nazionale dei Cento Laghi nei pressi di Prato Spilla aveva qualche tempo fa suscitato l'attenzione dei media.
Ora c'è stato un altro taglio in Val di Tacca, addirittura più grande, in cui sono stati smantellati in un attimo ettari di faggete di 120 anni di età, con la ridicola scusa di creare maggiore biodiversità.
Tutto questo è reso anche possibile dallo sfruttamento di mano d’opera proveniente dall’Est europeo pagata con stipendi bassissimi.
Nel solo versante nord del Monte Fuso lavoravano contemporaneamente e in modo ininterrotto sei squadre di taglia-legna con relativi mezzi escavatori.
Io credo che sia un nostro diritto pretendere che il nostro ambiente rimanga intatto come lo è sempre stato e che i nostri figli possano un giorno fare delle belle escursioni nei boschi come le abbiamo potute fare noi e non trovarsi invece in uno spettrale paesaggio devastato, solo per il mero arricchimento di poche persone senza scrupoli che riescono a vedere i boschi solo come una risorsa da sfruttare completamente per un personale ritorno economico.
Se ci uniamo e cerchiamo tutti insieme di fermare l’avanzata di questo eco-mostro, nemmeno i vari enti compiacenti possono fare nulla contro il volere unito della gente, ma se decidiamo invece di chiudere tutti gli occhi, non possiamo poi lamentarci delle conseguenze.
A Parma il gruppo che più di tutti si è battuto su questo fronte è stato quello di Rete Ambiente al quale tutti possono aderire alla pagina web http://www.reteambienteparma.it/
Potete trovare testimonianze fotografiche del taglio dissennato e spiegazioni tecniche ancora più esaurienti.
Ricordiamoci che il futuro nasce dal presente e il presente ce lo stiamo costruendo noi, quindi specialmente ora in cui la persistenza nel voler restare a tutti i costi in questa Unione Europea ci sta procurando seri problemi (tra cui questo), abbiamo il dovere di lottare per riprenderci tutto quello che ci stanno portando via e per uscirne vittoriosi dobbiamo essere tutti più uniti che mai e lottare insieme.

Dimitri Bonani