"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)

martedì 28 agosto 2018

Inceneritore di Parma e prospettive per un futuro sostenibile

Lettera aperta
al Sindaco di Parma Federico Pizzarotti
all’Assessore all’Ambiente Tiziana Benassi

Parma, 28 agosto 2018

Come tutti i cittadini abbiamo avuto modo di seguire le ultime vicende relative all’impianto di incenerimento di Iren, situato ad Ugozzolo, ed in particolare la richiesta di incremento della capacità autorizzata di combustione (da 130.000 t/a al “carico termico” ovvero circa 190/195.000 t/a) inoltrata dallo stesso gestore.


Abbiamo letto l’accordo sottoscritto il 30 luglio tra Regione, Comune ed Iren, in cui quest’ultima “autolimita” la quantità di rifiuti all’inceneritore a 130.000 t/a, estendendo il territorio di conferimento oltre alle Province di Parma e Reggio Emilia (aggiunta nel 2016) alla Provincia di Piacenza.
Lo stop all’incremento è un passo in avanti ma è solo momentaneo e non del tutto rassicurante.
Da quel che si è capito il contenuto dell’accordo andava trasferito nella modifica autorizzativa, precisando che l’accordo cessa di efficacia al 31.12.2020, ovvero in corrispondenza al termine di validità del Piano regionale rifiuti che individua i flussi di rifiuti urbani da inviare anche all’impianto di Parma, “senza che ciò comporti la necessità di modifica dell’autorizzazione integrata ambientale” e comunque nel “rispetto della normativa nazionale e della pianificazione regionale”.
Dal sito regionale abbiamo scaricato il nuovo atto autorizzativo (determina ARPAE 3992 del 2 agosto 2018) nel quale ci sembra vi sia un passaggio stonato.
In tale atto, dopo aver richiamato l’accordo citato, si afferma che “a far data dal 1 gennaio 2021” la quantità di rifiuti (di ogni genere) in ingresso all’inceneritore sarà di 195.000 t/a.
Tale previsione stupisce e preoccupa in quanto ci saremmo aspettati che alla data di scadenza del 31.12.2020 la quantità autorizzata rimanesse vincolata alla (nuova) pianificazione regionale e che comunque, fino alla definizione della stessa, rimanesse la quota di 130.000 t/a.
Invece, da quanto indicato nella nuova autorizzazione, l’incremento a 195.000 t/a appare “automatico”, svincolato da qualunque atto programmatorio, come se la limitazione attuale fosse solo un preludio al via libera totale del gennaio 2021.
Non siamo affatto convinti, dalla lettura del provvedimento di VIA e di AIA del 2016, che vi sia un obbligo “automatico” di incremento nella quantità dei rifiuti e quindi qualunque modifica all’autorizzazione crediamo debba essere discussa tra gli enti (in questo caso in prosecuzione della conferenza dei servizi del 29.06.2018, come pure delle note inviate dal Comune, come ricordato in premessa nella nuova autorizzazione).
Ci chiediamo allora se l’accordo del 30 luglio scorso avesse come obiettivo semplicemente una dilazione temporale dell’incremento della quantità di rifiuti autorizzata all’inceneritore di Parma piuttosto che un serio ripensamento da parte di Iren sulla richiesta di aumentare i rifiuti inceneriti, una decisione questa che aveva visto l’opposizione di molti soggetti, anche di importanti realtà economiche locali, tutti compatti a dire no ad ogni possibile incremento.
Un netto no che non prevedeva un termine temporale o una momentanea e breve sospensione dell’incremento ma definiva una visione strategica del territorio per andare verso l’economia circolare, concetto che oggi l’Unione Europea spende come percorso ineluttabile.
Un percorso dove l’incenerimento deve diventare un fatto residuale in attesa di uno stop definitivo, come già deciso dalla regione Marche.
Ora le domande.
Il contenuto della nuova autorizzazione è stato approvato dall’amministrazione comunale di Parma? Oppure Arpae è andata oltre alla trasposizione dell’accordo nell’atto?
Se così fosse l’amministrazione intende intervenire e chiedere una modifica dell’atto del 2.08.2018 per la parte qui messa in evidenza?

Rete Ambiente Parma
Farmacia Annunziata Parma

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

lunedì 27 agosto 2018

Prato di Monchio, è allarme acquedotto

La rete idrica "fa acqua" e provoca smottamenti

Un appello alla Regione contro Iren e le stesse autorità comunali da parte di residenti e proprietari di seconde case.
La frazione di Prato di Monchio è sul piede di guerra per un movimento franoso che provoca colamenti di terra, fessurazioni nelle abitazioni e avvallamenti nella strada.
La frana sembra essere causata delle abbondanti perdite dell’acquedotto locale.



Il sindaco, interpellato più volte, addossa le responsabilità a Iren, che lo ha in gestione.
Me nessuno si fa carico delle proprie resposabilità, nessuno si occupa del problema.
E i cittadini si sentono abbandonati.
L'acqua sversata dall'acquedotto, che risulta essere ormai un colabrodo, le piogge frequenti dell’ultimo periodo, una miscela micidiale che sta facendo smottare il terreno verso valle, spingendolo contro le case e i muretti a secco, provocando perfino la deformazione dello stesso tracciato stradale.
A favorire il processo la roccia sottostante l’area, che fa da piano di scorrimento.
Si tratta di argilliti rosse della formazione argilloso-calcarea, dominante in zona.
L'argilla, impermeabile, impedisce all'acqua di penetrare in profondità e il suo dilavamento crea smottamenti quando non addirittura veri e propri colamenti di terra, che diventata fradicia assume un peso sproporzionato, una massa enorme che scivola a valle.
Quest'anno il movimento è più consistente e le fessuarzioni nei muri delle case più marcati.
Due case sono già state "legate" con moduli di ferro: senza interventi si sarebbero aperte e i muri sarebbero crollati.
A questo punto è urgente intervenire. Riparare l'acquedotto e riattivare ii canali di scolo, per favorire il drenaggio dei suoli.
Tutto l'assetto dei terreni a valle del passo del Ticchiano dovrebbe essere monitorato, come le frane di Ceda e di La Valle suggeriscono.
Tutta la conca che scende dal Passo è costituita da tale formazione argillitica ed evidentemente la direzione degli strati coincide col verso delle pendenze sul terreno.
La dismissione di ogni forma di agricoltura in zona ha significato l'abbandono di ogni opera di scolo delle acque, che in passato limitava il fenomeno e che ora sta letteralmente innescando un enorme movimento franoso verso valle.
Con la complicità del silenzio delle autorità locali.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

martedì 7 agosto 2018

No al decreto brucia foreste

Un danno enorme e forse irreversibile per le nostre montagne

Pensate ad un albero, inserito in una entità unica, quale può essere un bosco, o una foresta.
Non è semplicemente un pezzo di legno che, se tagliato, produce energia e può essere sostituito (dopo almeno trent'anni) da un altro “pezzo di legno", un'altra pianta.
Non è così.
Un albero è soprattutto un essere complesso, necessario alla nostra respirazione, al nostro esistere.
Pensate ad un bosco, esso agisce come un pompa naturale, alimentata dall'energia del sole, che permette la circolazione dell'acqua sulla Terra.


Il bosco è un polmone, aiuta a filtrare e rinnovare l'aria fissando il carbonio contenuto nell'anidride carbonica e liberando ossigeno durante il giorno.
Vi siete mai chiesti perchè d'estate in città non piove mai ed invece in montagna agiscono frequenti temporali locali?
Proprio ci sono i boschi. Che determinano microclimi che ci permettono di respirare meglio e di vivere al fresco.
Attraverso microscopiche aperture presenti sulle foglie, le piante respirano e traspirano, cioè rilasciano vapore acqueo che va a formare nubi, da cui l'acqua tornerà al bosco coi temporali.
Medicina Democratica ha inviato un appello, sotto forma di lettera aperta, al Presidente della Repubblica, per la difesa delle foreste dalla loro “valorizzazione energetica" che costituisce in realtà un loro impoverimento, in nome della produzione di energia attraverso combustione.
Sono le cosidette biomasse, già sottoposte a critiche scientifiche da associazioni ambientaliste e da numerosi scienziati.
La lettera aperta si oppone al decreto riguardante “Disposizioni concernenti la revisione e l’armonizzazione della normativa nazionale in materia di foreste e filiere forestali” che viola la Costituzione Italiana e rappresenta un danno all’ambiente, alla salute e all’economia del paese.
È nostra convinzione, supportata da dati scientifici, che tale provvedimento contrasti con alcuni punti fondanti della Costituzione, in particolare con l’articolo 9 dove la carta recita “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
E poi all’artcolo 32 dove si legge “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.
Ed anche all’articolo 41. L’iniziativa economica…“non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Il nuovo dispositivo porterebbe danni enormi all’ambiente, all’economia e alla salute dei cittadini. Promuovendo la “valorizzazione energetica” del bosco, verrebbe in realtà promossa una fonte energetica inefficiente, favorendo il taglio del bosco in modo incondizionato e massiccio.
Ciò si tradurrebbe in danni al patrimonio ambientale, come consumo e degradazione del territorio, offesa al patrimonio boschivo e ambientale italiano, già incentivato dallo smantellamento del Corpo Forestale, degrado di fondamentali servizi ambientali quali la depurazione dell’aria, la regolazione del regime idrico, la conservazione del suolo e della biodiversità, l’aumento delle emissioni nette di gas a effetto serra, aumento dell’inquinamento atmosferico anche per il venir meno dell’azione depurativa dell’aria operata dalle piante, oltre che per l'aumento di combustione di biomassa.
Il nostro Paese è sotto procedura di infrazione da parte dell’UE per la cattiva qualità dell’aria.
Il rischio è che il proliferare incontrollato di impianti a biomassa porti alla combustione di materiale pericoloso per la salute pubblica.
Le centrali a biomassa portano con sé uno spreco di prezioso denaro pubblico. Quasi sempre sono in parte finanziate dalle Regioni, le stesse che finanziano la produzione di cippato perchè il mercato della legna da ardere, stante i suoi prezzi, non accetta di rifornire le centrali.
Le centrali a cippato di legna nel Parmense sono già cinque: ospedale di Borgotaro, Monchio delle Corti, Neviano Arduini, Calestano, Varano Melegari. Un totale di circa 3,5 megawatt di potenza termica e di circa 5.000 tonnellate di consumo annuo di cippato, corrispondenti a circa 50 ettari di bosco annui.
In sostanza il “Testo Unico sulle foreste e sulle filiere forestali” considera i boschi principalmente come fonte di energia rinnovabile, cioè legna da ardere e cippato per le centrali a biomassa.
Tale interpretazione del Testo Unico è avvalorata ancor più dal fatto che per conseguire gli obiettivi 2020 in materia di fonti rinnovabili, la legge finanziaria 2018 ha prorogato gli incentivi pubblici a favore degli esercenti di impianti per la produzione di energia elettrica alimentati da biomasse.
Risulta evidente che, a causa del combinato disposto di Testo Unico e Legge Finanziaria 2018, le nostre foreste subiranno una pressione molto forte da parte dei gruppi industriali che vogliono lucrare sugli incentivi.
Un danno enorme e forse irreversibile per le nostro montagne.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

martedì 17 luglio 2018

Tagli veri, risposte apparenti

Alla nostra lettera denuncia, inerente i tagli boschivi di questi ultimi due anni sui monti del parco del monte Fuso ( M.ti Fuso, Lavacchio, Faino), è stato risposto. Lo ha fatto la Comunità Montana Parma Est, a firma del suo presidente, nonché sindaco di Langhirano, Giordano Bricoli.



La risposta è in burocratese. Per capirci che roba sia ve ne diamo esemplificazione: "...dalle foto prodotte si ritiene che i tagli indicati - -ultimo taglio Lavacchio ovest - possano riguardare a) domanda prot 1253 del 24/02/2016 oggetto di sopraluogo in data 15/3/2016 autorizzata in data 22/3/2016 prot 1843 in cui è stato ammesso il taglio per i mappali 115 109 foglio 116 Neviano con rilascio di matricine con diametro minimo pari a 20 cm. ad 1,30 metri di altezza ad una distanza di 8 metri l'una dall'altra...".
La lettera di risposta è tutta così per ben 4 pagine. In astratto, con una precisione burocratica proterva, scavalcando la realtà distruttiva del taglio.
Saranno reali i 20 cm delle matricine e gli 8 metri di distanza dichiarati?
Ci crediamo poco.
In ogni caso matricine isolate sono sottoposte alla sferza delle intemperie.
Il fatto è che non si prende nemmeno in considerazione la sostanza del nostro esposto, non si risponde nel merito.
Parlavamo di forte pendenza dei versanti, con un'acclivita sempre intorno al 100%, se non maggiore in alcuni punti.
Dicevamo che un taglio raso matricinato in simili versanti di monti, costituiti da sedimenti tipo flysc, cioè alternanze di arenarie basali, marne ed argilliti, alla prima forte pioggia rischia di produrre l'asportazione del soprasuolo, del suolo e degli apparati radicali dei polloni così indeboliti.
Si noti che il suolo, in montagne a struttura geologica tipo flysc ed in versanti ripidi, tende ad essere molto sottile e asportabile facilmente dando luogo a colamenti e frane.
Dicevamo nella lettera che l'aver trasformato sentieri in carraie per il passaggio di mezzi pesanti avrebbe degradato ulteriormente tali versanti.
La normativa Regionale, infatti, prevede il ripristino da carraie a sentieri una volta concluso il taglio. Cosa che nessuno si preoccupa di fare.
Nel 2016 un imprenditore era stato multato dalla forestale proprio per tale motivo in seguito a tagli sul monte Fageto.
Ribadivamo che ci sono versanti sul monte Faino neanche attraversati da sentieri su cui chi ha tagliato ha letteralmente impostato nuove carraie con grave degrado e pericolo di frane.
Nei borghi la gente è a conoscenza del fatto che alcuni imprenditori danno da tagliare con mezzi meccanici pesanti a gente dell'est pagati in chissà qual modo.
Tutti quei tagli non portano ricchezza alla montagna, i soldi se ne vanno altrove assieme alla legna.
Quello che resta dopo un taglio raso lo si vede dopo un paio d'anni.
Matricine stente, apatto che si siano salvate dalle intemperie, e cespuglieti.
Questi, da lontano, colorano di verde i versanti come niente fosse successo, mentre in realtà le loro radici non danno alcun sostegno alla montagna, non tratterranno il soprasuolo.
Con piogge torrenziali verrà giù tutto.
E intanto il manto boschivo di prima non c'è più. Non se avvantaggia di certo il paesaggio, ma neanche la cattura di CO2 da parte del verde.
Che se qualcuno pensa che i cespuglieti, cresciuti dopo un paio d'anni, catturino la stessa quantità, sbaglia. E' il manto boschivio integro a farlo.
Diversi tecnici forestali ormai affermano che il taglio raso di un ceduo invecchiato 40 o 50 anni è sbagliato, che sarebbe molto meglio per la struttura geologica della nostra montagna avviare un diradamento selezionato.
In tal modo la copertura boschiva rimarrebbe integra dal punto di vista sia paesaggistico che di cattura della CO2.
I versanti non subirebbero il degrado cui sono sottoposti ora, con grave pericolo per le valli in caso di piogge distruttive.
Il taglio a diradamento selezionato sarebbe più controllato dalle autorità preposte, schivato dagli imprenditori del taglio raso speculativo e favorirebbe la crescita di cooperative locali di taglio, garantendo un'attività economica congra e stabile per gli abitanti della montagna.

Giuliano Serioli
Dimitri Bonani
Raffaella Sassi (Neviano Arduini)

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

venerdì 18 maggio 2018

Dopo il Fuso il Faino, E' distruzione scellerata del bosco.

Constatiamo che la Comunità Montana invece di mettere un freno ai tagli, continua ad autorizzarne su forti pendenze, addirittura su torrenti.
Come si può vedere dalla cartina, sono stati fatti altri nuovi tagli nella valle del "Rio del Faino" a circa quota 820 metri, come dalle foto stesse.
Hanno tagliato proprio il giorno martedì 8 maggio (il verde delle piante tagliate ne è testimonianza) che è ben oltre il limite massimo, il 15 Aprile.
Inoltre hanno tagliato, come dalle foto, su forte pendenza, ostruendo addirittura il torrente con il legname tagliato, oltre ad aver creato una strada con la ruspa proprio sul torrente del Faino per passare con mezzi pesanti (zona 1 della mappa).
Oltre a questo, hanno fatto un nuovo taglio sul sentiero Cai 761A sempre sul Faino, in quello che fino all'anno scorso era un bellissimo sentiero immerso nei boschi in cui insiste una carraia segnalata per il trekking a cavallo, proprio per la bellezza di transitare per quel (ex) verde bosco (zona 2 della mappa).
Infine, hanno fatto un altro taglio proprio a pochi metri a nord della cima del Monte Faino scendendo poi nel versante ovest non molto sopra al taglio precedente (zona 3 della mappa).
Di seguito le foto.
Rete Ambiente Parma

La carraia costruita addirittura sul torrente del Faino per poter accedere coi mezzi pesanti sull'altro versante appena disboscato
Ben visibile è il torrente completamente ostruito sia destra che a sinistra
Il disboscamento sopra alla suddetta carraia
La pendenza su cui è stato fatto l'esbosco è notevole, anche se la foto non rende molto
Evviva i tagli meccanizzati industriali...
Da come si evince dal verde delle piante tagliate in foto, i tagli sono stati appena fatti e si è andati ben oltre al limite di data consentito dalla legge
Le piante verdissime appena tagliate e quelle tagliate tempo addietro, hanno completamente ricoperto il torrente del Faino


Guardando a valle rispetto alle foto precedenti, si vede che a destra (lato ovest) sono andati a tagliare le piante fino al limite massimo, in terreno estremamente delicato a ridosso del torrente.
Il taglio prosegue poi in maniera molto più ampia verso ovest, dove nella foto non è visibile la carraia da cui sono scesi nella valle e che hanno aperto.
Qui siamo nella zona 2 della mappa, dove il sentiero Cai in oggetto era immerso in un bellissimo bosco lussureggiante...




Qui invece siamo nella zona 3 della mappa, appena sotto alla cima del monte Faino.
Il taglio prosegue poi in modo molto ampio scendendo a destra nel versante ovest (verso il Rio del Faino).

martedì 1 maggio 2018

Lo scempio del monte Fuso


Regione Emilia Romagna - servizio Ambiente, viale della Fiera 8 – 40127 Bologna 
Comandante Gruppo Carabinieri Forestali Parma, Via Macedonio Melloni 4 – 43121 Parma
Unione Montana Appennino Parma Est, Piazza Ferrari 5 – 43013 Langhirano
Sindaco di Neviano Degli Arduini, P.zza IV Novembre 1 – 43024 Neviano degli Arduini
Sindaco di Palanzano, Piazza Cardinal Ferrari 1 – 43025 Palanzano
Sindaco di Tizzano Val Parma, Piazza Roma 1 – 43028 Tizzano Val Parma
Oggetto: Monte Fuso e zone limitrofe – Segnalazioni varie.
La presente, in qualità Coordinatore dell’Associazione Rete Ambiente Parma. L’associazione, nella sua attività di salvaguardia del territorio, ha raccolto tra i cittadini segnalazioni relative alla zona del Monte Fuso ingeneranti dubbi e preoccupazioni tra i cittadini riguardo i tagli boschivi.



In particolare, si vuole portare alla attenzione delle competenti Autorità, le seguenti situazioni anomale.
La prima segnalazione è relativa ad irregolarità nei tagli perpetrati nel versante nord. In primis, creazione e stato di conservazione di recinti e carraie del versante in oggetto.
Negli anni scorsi, al fine di valorizzare l’antica tradizione della coltivazione del marrone, sono stati effettuati, anche con finanziamenti comunitari e regionali, vari interventi per apportare migliorie. Gli interventi, di fatto, si sono risolti nella costruzione di recinti a protezione dai caprioli, nonché una fitta rette di carraie per il trasporto del legname (…foto…). I disboscamenti paiono indiscriminati. Addirittura risulta realizzata una strada in cemento, cui fa seguito una ghiaiata, in apparenza al solo servizio dei due immobili posti al loro termine (…foto…). Gli interventi di disbosco così realizzati, a nostro parere, ingenerano un rischio idrogeologico per la forte pendenza ed esposizione. Alcune recinzioni ed i cancelli sono addirittura in stato di abbandono e risultano pericolosi. Si chiede di valutarne lo smantellamento definitivo, fattore che potrebbe risultare positivo anche per gli spostamenti della fauna selvatica.



Si invita infine a verificare la conformità alla normativa forestale delle vie di accesso al bosco realizzate, in particolare per quanto riguarda le pavimentazioni e le larghezze (…foto…).  
A questa situazione volevamo aggiungere anche alcune anomalie riscontrate nei due immobili che si trovano poco dopo il termine della strada cementata e a poche centinaia di metri da cui inizia quella ghiaiata.
A detta di alcuni escursionisti che bazzicano spesso la zona, parrebbe che l’edificio che si trova a valle di essa e di recentissima costruzione (…foto…), in apparenza sarebbe stato eretto con la motivazione di un “deposito attrezzi”, mentre parrebbe eretto solo per “uso privato”, in quanto invece che di attrezzi da lavoro, esso sembra essere fornito di una serie di tavoli e panche per l’organizzazione di feste, insieme ad un forno per barbecue e tanto di illuminazione notturna per l’esterno.
Inoltre, sempre a detta di alcuni escursionisti che hanno visitato la zona durante la costruzione del fabbricato, sembrerebbe siano state predisposte anche tubazioni idrauliche ed alcuni presidi sanitari interni con relativo scarichi delle acque nere, che dai progetti non sarebbero dovute esistere. Si invita quindi a verificare la fondatezza di tali segnalazioni che ci sono state pervenute.



Per quanto riguarda invece l’immobile che si trova a monte della strada ghiaiata e vicinissimo al precedente (…foto…), anche in questo caso alcuni escursionisti ci hanno riferito di aver visto una fonte intubata 15 metri a monte dal cortile ovest della casa in oggetto, nel cui cortile sarebbe sito anche un tombino con dei rubinetti di recentissima costruzione.
Chiediamo quindi che venga verificata anche la veridicità di quest’altra situazione anomala che ci è stata comunicata.
L’ultima grossa irregolarità riscontrata nel versante nord e più precisamente sopra a Campora nei pressi del cippo del Monte Fuso, è stata il consistente allargamento di una zona di crinale adibita al decollo per alianti e deltaplani, che ha causato una frana di dimensioni notevoli. E’ opportuno far presente che in realtà la zona non ha mai ricevuto un reale apprezzamento per queste pratiche sportive, dato che gli appassionati preferiscono fare i decolli dal più comodo e altrettanto vicino Monte Caio. Infatti, è già tanto se dal monte Fuso viene fatto un lancio all’anno. Insensato quindi il recente allargamento di quest’area che pare solo un pretesto per disboscare ulteriormente, senza contare che l’acclività della zona avrebbe dovuto suggerire di evitare qualsiasi taglio boschivo.
Da qui l’innesco di una frana lunga quasi un chilometro, danneggiando i boschi e gli essiccatoi dei proprietari sottostanti, i quali, quando hanno chiesto un risarcimento per il danno subito, si sono visti chiudere la porta in faccia e pare che come unico “ripiego” sia stato fatto il posizionamento di una rete sull’intera area allo scopo di contenere ulteriori frane, quando però il danno era già stato fatto (…foto…).
Come se questo non fosse bastato, è stato deciso di aprire una nuova area per i decolli in un’altra zona del crinale del Monte Fuso, più precisamente sopra al paese di Vezzano nella parte nord del Fuso e di Rusino a sud. Siccome a differenza dell’altro caso non si tratta di un allargamento ma di una creazione, è stata disboscata una zona molto vasta, la quale è ben visibile da Vezzano e addirittura fin dal paese di Boschetto (…foto…).
A detta degli escursionisti che hanno bazzicato la zona, pare che anche qui ci siano stati problemi di dissesto.
Una seconda segnalazione, è relativa al versante nord-nord/ovest nei pressi di Rusino. Anche qui sono stati tagliati alberi secolari, sono state allargate carraie e aperte vie nel bosco. Per arrivare in quel punto, si supera in auto l’abitato di Rusino e dopo qualche centinaia di metri, andando in direzione di Scurano, si vede sulla sinistra una carraia che sale. La carraia, inizialmente di pietrato, diventa poi in terra battuta e coincide con quello che dovrebbe essere il sentiero Cai 763°.
La carraia è stata oltremodo ampliata e resa percorribile da mezzi 4x4 e, seguendone il corso sulla sinistra, si giunge all’area disboscata. Come ben si può vedere dalle foto, la dimensione delle carraie boschive è inusitata; la scarsa qualità costruttiva ha lasciato un sostrato cedevole ed a rischio frana. Anche la metodologia di esbosco è tutta da verificare: numerosi sono i ceppi sradicati e le buche create non ricoperte.
La terza segnalazione è relativa al versante sud del Fuso, coincidente col versante est del monte Faino da un lato e dal versante ovest del monte Lavacchio dall’altra parte del torrente sottostante.
In auto nei pressi dell’abitato di Ruzzano si sale alla chiesetta del Querceto; da qui si prende il sentiero 761sud che arriva al “Centro Turistico Monte Fuso” e quando si è a circa metà percorso, se prima si era immersi in verdi boschi, ora ci si trova in una vasta radura. Anche in questo caso, oltre ai tagli sono state aperte carraie nel bosco per favorire il transito dei mezzi pesanti. I tagli sono attualmente in corso e la consistenza dell’intervento è ben visibile in lontananza ed addirittura dal satellite (---foto---). L’apertura di nuove carraie per il transito di mezzi pesanti unito ad un disboscamento massiccio, ha dato origine per la prima volta all’instaurarsi di una frana proprio in quello che sarebbe il sentiero Cai 761sud (---foto---).
Recentissimo e dalla parte opposta della vallata in cui sono stati fatti questi disboscamenti, ovvero sul versante occidentale del monte Lavacchio, è stato fatto un altro grande disboscamento su un terreno in forte pendenza e proprio a ridosso di un torrente.
In tutti questi esboschi non si è tenuto conto del rischio di dissesto idrogeologico, cui si aggiunge anche in questo caso la costruzione di nuove larghe carraie laddove prima esisteva solo il bosco fitto (---foto---).
Un altro taglio di vaste proporzioni è stato eseguito nei pressi della cresta che dal monte Faino porta a nord sulla strada provinciale alta che collega Rusino a Scurano. Il taglio è proprio adiacente ad essa (---foto---).
La quarta segnalazione concerne invece diversi tagli boschivi prevalentemente sempre nel versante sud del Fuso, di cui uno dei più vistosi è quello coincidente con la parte meridionale del monte Castellaro.
Sulla strada bassa che da Lagrimone va verso Scurano e più precisamente poco dopo la località “La Massagna”, sono stati fatti due grandi disboscamenti nel versante sud del monte Castellaro, in forte pendenza, arrivando addirittura a coprire un’area che va dalle pendici del monte alla sua cresta sommitale. Anche in questo caso, sono state aperte e abbandonate grandi carraie per il trasporto dei mezzi pesanti (---foto---).
Mentre a sud di Ruzzano e precisamente alle pendici del “Monte di Ruzzano” proprio sopra al torrente Bardea e di fronte al monte “Poggio della Torre”, sono stati fatti due grandi tagli boschivi in zona di calanchi e quindi a rischio frane (---foto---).
Esattamente di fronte a questi tagli, ne sono stati fatti altri due molto consistenti sul versante nord del monte Guido, sull’altro lato della val Bardea (---foto---).
Poi nell’abitato di Scurano, è ben visibile anche da grande distanza il taglio vasto fatto su un intero versante del monte che sovrasta a nord il lago di Scurano (---foto---).
Altre deforestazioni sono state effettuate sui versanti ovest del monte Faino (di cui abbiamo già parlato prima per alcuni tagli imponenti nel lato sud) (---foto---), poi nei pressi dei paesi di Trinità e Bottazzo vicino a Moragnano (---foto---) e nella zona adiacente al paese di Pignone (---foto---).
Infine sono da segnalare notevoli tagli boschivi proprio sul crinale principale ovest-est del monte Fuso, che dal cippo va verso la Pieve di Sasso. Tra l’altro questa zona è una delle più frequentate a livello turistico in quanto vi transita il sentiero Cai 763° che è uno di quelli principalmente frequentati dagli escursionisti (---foto---).
L’ultima segnalazione in zona riguarda invece quella del paese di Pietta, che era agli onori della cronaca poco tempo fa proprio per un taglio selvaggio avvenuto nei boschi che fiancheggiavano i ripidi pendii a ovest sotto al paese stesso, i quali hanno fatto avanzare la frana già preesistente rendendo inagibile parte del paese (---foto---).
Nelle vicinanze di questo, sono stati effettuati altri due nuovi e notevoli tagli boschivi (---foto---).
Siamo convinti che danneggiare a livello idrogeologico questo territorio ed eliminarne quasi del tutto il patrimonio boschivo non sia “valorizzarlo”, ma solo una speculazione a danno dello stesso.
Altresì riteniamo che per valorizzare un ambiente come quello del Monte Fuso, sia più opportuna una politica come era in essere negli anni ’70 e ’80 in cui invece di tagliare foreste senza sosta, si facevano investimenti per rimboschire. Infatti si era creata sul monte Fuso una grande zona di “Parco” che era il fiore all’occhiello ad un passo da Parma ammirato da tutti. Non a caso arrivavano corriere anche da lontano, ad esempio da Reggio Emilia e da Modena, per ammirarne le bellezze naturali. Bellezza che oggi la si sta quasi completamente annientando.
Riteniamo necessario che l’Unione Montana Appennino Parma Est non sia sempre così disponibile al rilascio di permessi di taglio a chiunque voglia disboscare in questa zona.
Ci sono “imprenditori” forestieri che vengono a prendere in affitto i boschi per poi letteralmente ripulirli (come nel caso del versante est del monte Faino in cui si sono originate preoccupanti frane).
Senza contare il fatto che tutti questi permessi vengono dati senza nemmeno assicurarsi che i terreni da disboscare siano su ripidi acclivi, in zone calanchive o adiacenti a torrenti.

Le autorità che dovrebbero vigilare su tutto questo, pare lo facciano un tanto al chilo. In tal modo vengono costruite abusivamente nuove carraie ed allargate le preesistenti con tutti i rischi idrogeologici che ne conseguono. Per non parlare del fatto che ormai in quasi tutto il nostro territorio, è utilizzata mano d’opera Est Europea a basso costo ed in nero, senza alcun controllo da parte di qualsiasi autorità.

Giuliano Serioli
Dimitri Bonani

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

domenica 22 aprile 2018

Che senso ha

Globalizzazione, finanziarizzazione dell'economia, sviluppo industriale e commerciale senza limiti, il mondo corre vero un disastro devastante.
Tutto ciò che è deleterio per la salute deriva dall’intervento dell’uomo sulla natura.
Dall'aria che respiriamo, ai boschi, alle campagne, ai coltivi, al paesaggio che dovrebbe riempirci gli occhi, non vi è luogo dove l’uomo abbia messo le mani, inaridendo il pianeta.


E' consumo di suolo la Tibre (Tirreno Brennero) che si attorciglia all'alveo del Taro, cementificando ed asfaltando senza sapere a cosa serva, per la collettività, quel troncone monco.
E' consumo di suolo la cassa d'espansione sul Baganza, che presto vedrà nascere il cantiere al Casale di Felino. Campagna cementificata per ottocento ettari, quando sono state delineate valide alternative per mettere in sicurezza il territorio dalle esonsdazioni del torrente.
E' consumo di suolo la costruzione incessante di supermercati ed ipermercati attorno alla città, cui si sommano magazzini e megastalle in aperta campagna, senza che l'idea di edificare "al netto del consumo di suolo" sia minimamente applicata perchè totalmente assente dalla logica delle amministrazioni, nonché dalla legislazione vigente.
Non è considerato consumo di suolo, però, il taglio ceduo dei boschi in montagna, in quanto si intende che il bosco ricrescerà, rinnovandosi.
Ma è solo astratta teoria.
Nella pratica invece il suolo si degrada e si consuma.
Il taglio raso matricinato lascia un soprasuolo indifeso ai picchi sempre più acuti delle intemperie e le gemme delle matricine come bocconi per gli ungulati.
Il taglio generalizzato del ceduo invecchiato, cui stiamo assistendo da tempo, sta letteralmente mangiando il manto boschivo di alcune zone della nostra montagna.
A nulla vale l'opinione degli stessi tecnici forestali, contraria al taglio raso del ceduo invecchiato e favorevole ad un suo diradamento solo se selettivo.
I progetti sono dettati alle amministrazioni dalle industrie dei combustori che producono stufe a pellet e centrali a cippato e rischiano di accrescere ancor più i tagli, addirittura nei parchi come quello del monte Fuso.
La perdita di manto boschivo compromette il suolo stesso di zone a forte pendenza.
Il consumo di suolo boschivo non avviene quindi solo in Amazzonia, il taglio raso matricinato nei nostri boschi ne è un esempio vicinissimo a noi.
Tagliare tutte le piante di un pendio montuoso, tranne qualche sottile matricina, significa degradarlo e condannarlo all'asportazione di humus al primo violento acquazzone.
Spesso significa sottoporlo addirittura a frane per colamento se il pendio è ripido (acclività del 100%, oltre i 45° di pendenza).
Le future bombe d'acqua in montagna troveranno sempre meno manto boschivo a frenarne la violenza e il tempo di corrivazione sarà sempre più rapido.
Dai ripidi pendii verrà giù di tutto, ad accrescere il livello dei torrenti.
Le piene diventeranno sempre più disastrose perché sarà maggiore il trasporto solido in sospensione. A simili disastri si opporranno lunghi periodi siccitosi in cui alle nostre campagne mancherà l'acqua alla cui fornitura non provvederanno certo le casse d'espansione sui torrenti, che devono sempre restare vuote, asciutte.
Una progettazione assurda quando non addirittura ridicola, fatta per compensare la cementificazione degli alvei dei torrenti, con una concezione perennemente emergenziale dell'assetto idrografico del territorio.
Di recente Legambiente ha reso noto che si è tolta da un tavolo di discussione orchestrato dalla Regione perché solo formale.
In realtà pare stia prendendo piede l’idea di un grosso bacino in montagna, la diga di Vetto.
Anche le dighe, oltre che cementificazione, sono consumo di suolo. Migliaia di ettari di superficie boschiva saranno invasi dall'acqua e si perderanno.
Acqua trattenuta in un invaso, probabilmente a scopo irriguo in pianura, senza tener conto del fatto che si blocca in tal modo la corrente di subalveo del torrente che alimenta i pozzi della conoide nell'alta pianura.
Trattenere acqua per perderne altra. Che senso ha?

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

venerdì 2 marzo 2018

Distruggere il bosco, per legge


E' alla firma del presidente Mattarella il decreto legislativo n° 154 "recante disposizioni concernenti la revisione e l'armonizzazione della normativa nazionale in materia di foreste e filiere forestali". Una legge forestale che punta a "valorizzare il nostro enorme patrimonio boschivo".
Una valorizzazione economica, ovviamente, per "togliere i boschi dall'abbandono", come dicono politici, stampa e addetti del settore biomasse e combustione.


In pratica, per salvarli e toglierli dall'abbandono bisognerebbe tagliarli e farne legna e cippato. Tagliarli a livello industriale, si intende, cioè taglio massivo ed estensivo, non certo un diradamento controllato per scegliere le piante più vecchie e mature. Con un corredo di nuove strade forestali onde permettere il passaggio lungo i versanti di trattori, caterpillar ed altri macchinari industriali.
Sono le industrie della filiera del legno a pretendere questo, quelle, per intenderci, che producono stufe a pellet, centrali a cippato e camini, oltre a quelle che producono arnesi industriali di taglio e trattori.
E' tutto un mondo economico cresciuto con la green economy che spintona politici e giornali affinchè mettano i boschi a loro disposizione. E' dal 2010 che la Bresso, presidente della Regione Piemonte di allora, prevedeva un taglio più massiccio per produrre energia elettrica dalla legna. Ma anche l'attuale presidente della Regione Toscana, Rossi (di LEU), ha proposto la stessa cosa per la sua Regione.
Mentre in tutta Europa i boschi sono protetti e diventano foreste, da noi impera il liberismo. Regioni e sindaci vogliono trasformare i cedui invecchiati, che stanno trasformandosi in alto fusto per processo naturale, in cedui normali da tagliare lasciando qua e là qualche matricina.
Come dice il presidente della Federlegno Arredo, un'industria dello sfruttamento forestale, "se facesse manutenzione dei suoi boschi( sottinde l'Italia), l'industria del settore avrebbe materia prima da utilizzare e allo stesso tempo l'ambiente verrebbe protetto."
E' un’iperbole che ancora non si era sentita: tagliare di più i boschi per proteggere l'ambiente!
Come se il manto boschivo non proteggesse dalle piogge e dalle piene dei torrenti, come se le radici delle piante non trattenessero i versanti Appenninici soggetti a frane.
Ma sull'onda liberista ci si mettono anche giornali come La Stampa, "basta col bosco-museo, intoccabile, lasciato in completo abbandono, esposto a fenomeni di dissesto idrogeologico. Col nuovo testo unico si punta ad una gestione sostenibile del bosco, dice il viceministro dell’agricoltura".
Ma c'è anche la voce del presidente dell'Unione dei Comuni, "ora il bosco non è più un patrimonio solo da contemplare, bensì da gestire per evitare desertificazione, crisi idriche e dissesto idrogeologico".
Questi signori degli enti locali e dei giornali hanno mai visto un bosco messo in mano ad una ditta di taglio? Dopo che ci è passata sembra proprio un deserto.
Hanno idea di quanta acqua trattiene una foresta o anche solo un bosco d'alto fusto? Evidentemente no. Ma a loro non interessa davvero il dissesto e la crisi idrica.
A questi signori interessa solo dare una spinta all'industria del legno e della filiera della combustione.

L’appello lanciato dall’Isde
https://goo.gl/njVeJs

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

domenica 11 febbraio 2018

Dighe e casse, il disastro è servito

Esporre con competenza e chiarezza le proprie idee.
Per favorire un’opposizione convinta e informata alle decisioni imposte dal potere amministrativo e politico.
La sicurezza della pianura si determina in montagna, mantenendo l'effetto spugna del manto boschivo.


La realtà attuale vede invece un disboscamento dissennato con tagli a raso.
Una sicurezza che non si costruisce attraverso dighe in montagna, la cui acqua trattenuta è la stessa che verrebbe a mancare nelle conoidi dei torrenti al loro sbocco nell'alta pianura.
Reteambiente ha già spiegato come impedire le alluvioni attraverso invasi a lato dei torrenti in cui sversare le piene e se necessario col rialzo degli argini e l'introduzione di fioratoi con cui allagare tratti di campagna a cui poi rifondere i danni. Un concetto di difesa attiva, già in parte delineato dal Consorzio di bonifica.
La spesa sarebbe molto inferiore a quella della grande opera, diga o cassa che sia.
Il problema di Colorno che va sott’acqua è causato, oltre che dall'imperizia nel far funzionare la cassa sul Parma, soprattutto dal fatto che il torrente si restringe molto nella bassa e l'acqua si innalza in proporzione. Per risolvere il problema di Colorno dovrebbe essere costruita una piccola cassa in golena prima dell'abitato, che metta definitivamente in sicurezza il paese.
I sindaci dicono che in montagna, in alcune decine di anni, il bosco ha preso il posto dei prati. Altrettanto vero è che da una decina di anni il taglio del bosco è invasivo, speculativo, industriale. Taglio raso con rilascio di matricine.
Piante sottolissime sempre sotto la norma (che prevede almeno 10 cm. di diametro delle stesse) che vengono spezzate regolarmente dalla neve e scalzate dall'acqua dei temporali. Quello che resta è un terreno fortemente acclive, privo di piante le cui radici siano in grado di trattenere il suolo, e costellato di cespuglieti per almeno dieci anni. Un bosco che tornerà a svolgere la sua funzione solo dopo venti o trent'anni.
Un cespuglietto in terreno fortemente acclive non trattiene il suolo come fanno le radici di un bosco. Questi versanti devastati con piogge forti franano a valle.
E' già successo a Pietta, a Marra, a Boschetto, ovunque i tagli si siano combinati con le frane.
Altro problema la scorta d'acqua per usi molteplici, che le casse d'espansione non affrontano nemmeno (devono sempre rimanere vuote). Qualcuno pensa di risolvere con dighe in montagna come la proposta di Franzini a Vetto.
Meglio sarebbe trattenere l'acqua delle piene in invasi lungo l'asta dei torrenti e usarla per innaffiare nella stagione secca. E' un'estensione della difesa attiva della Bonifica.
Il rilascio vitale minimo a valle di una diga, cui accennano i propugnatori delle dighe, quali falde rimpingua? Quelle di montagna? Ma lì la falda è già a livello superficiale. Mentre l'interruzione della corrente di subalveo che la diga comporta fa mancare l'acqua proprio dove è carente d'estate, in pianura, nelle conoidi alluvionali di sbocco dei torrenti.
In altre parole, che senso ha trattenere l'acqua in montagna con una diga, se la stessa fa mancare l'acqua in pianura?
E' assurdo.
Una diga in montagna, poi, per ripagare la spesa della cementificazione, dovrebbe produrre energia elettrica. Ma per produrla occorre che l'acqua nella diga sia al colmo o quasi perchè ci sia un salto sufficiente a mettere in moto la turbina. Ma allora quell'acqua non può andare da nessuna parte, non può essere portata giù per uso irriguo.
Inoltre, una diga crea un lago, cioè un consumo di suolo e di bosco. Quella massa d'acqua importante tende a basculare sui versanti, costituisce un fattore di pressione e di erosione sugli stessi, già portati di loro, per struttura sedimentaria, ad essere franosi.
Il lago sarò fonte di ulteriori condizioni di instabilità dei versanti.
Sono soluzioni senza vantaggi, ma con disastri assicurati.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

lunedì 15 gennaio 2018

Incubo California

L'estate 2017 ha rappresentato per la California un vero incubo: colpita da una terribile siccità, km e km quadrati di boschi hanno preso fuoco, migliaia di alberi sono andati in fumo.


Arrivato l'inverno, l'incubo continua.
Nei giorni scorsi, infatti, piogge battenti hanno letteralmente dilavato via quelle colline ormai prive di manto boschivo, determinando colate di fango che hanno distrutto case e strade.
Ma non è solo un problema americano.
Piogge mai viste hanno provocato anche nel nostro territorio diversi disastri: l'allagamento della città di Parma ad opera del Baganza nel 2014 e quella di Colorno nel 2017.
Ma anche la siccità ha colpito duramente campagne e coltivi emiliani.
Dietro la spinta delle popolazioni colpite, le autorità locali e la Regione Emilia Romagna hanno predisposto e già approvato un progetto di cassa d'espansione sul torrente Baganza per evitare future alluvioni. Per far fronte alla siccità, la Regione ha stanziato 8 milioni di euro finalizzati all’aumento della capacità di captazione della rete degli acquedotti. 
L'assessore Paola Gazzolo, inoltre, ha predisposto un tavolo in cui valutare la realizzazione di una nuova diga in montagna, forse a Vetto, come da tempo propongono gli amministratori locali.
Per affrontare siccità e inondazioni sono davvero necessarie dighe, casse e cemento con una spesa prevista  per la sola cassa di espansione di 55 milioni di euro?
Sulle dighe si è espresso con autorevolezza il geologo Luigi Vernia. “Una diga in montagna - afferma-  bloccherebbe la corrente di sub alveo del torrente, quella che alimenta le varie conoidi dell'alta pianura, dalle quali l'acqua affluisce nei pozzi per i coltivi “ .
Che senso avrebbe raccogliere acqua con una diga se poi la si perde nell'alta pianura e non la può utilizzare durante la siccità?
D'altra parte che senso ha un invaso di 4,7 milioni di metri cubi, la cassa d'espansione, che deve sempre restare vuoto per fronteggiare eventuali alluvioni future?
Va trovata una soluzione che affronti entrambi i problemi: siccità ed alluvioni.
Sarà sufficiente aumentare la capacità di captazione da nuove sorgenti per far fronte alla siccità? Forse per le esigenze degli acquedotti di alcuni comuni, ma non certo per le esigenze della campagna, per i coltivi.
Infatti, il Consorzio di Bonifica già da tempo ha individuato aree di scavo per laghetti in cui conservare l'acqua per irrigazione.
Stranamente aree troppo vicine ad insediamenti urbani, come a Medesano, che suscitano la protesta degli abitanti.
Il principio di difesa attiva, su cui si fonda l'azione del Consorzio, pare corretto.
Addirittura questa azione sembra una solida alternativa alla cassa stessa, alla cementificazione che questa comporta ed ai guai conseguenti. 
Certo è che tale pratica deve basarsi sulla partecipazione attiva dei cittadini, delle amministrazioni locali e dei contadini. Non può essere calata dall'alto come successo a Medesano, suscitando ulteriori problemi e paure nelle popolazioni.
Crediamo sia possibile affrontare le piene del Baganza con un piano di difesa attiva capace di coinvolgere popolazione e contadini in un progetto di rialzo degli argini ed in un sistema di sfioratoi che porti l'acqua di piena in una serie di cave e opere di scavo a fianco del torrente.
Acqua che nei periodi di siccità dell'alta pianura è possibile riutilizzare.
E se l'eventuale alluvione fosse maggiore delle opere di contenimento è sempre possibile aumentare lo sfioramento fino ad allagare aree di campagna di agricoltori che partecipano al progetto, a cui rifondere i danni.
L'eventuale indennizzo ai contadini coinvolti sarebbe comunque inferiore alla spesa per la cassa d'espansione. I soldi risparmiati si potrebbero impegnare in una una cassa più piccola da costruire in aree golenali della bassa pianura, per proteggere dalle piene l'abitato di Colorno.
E cosa c'entra la California?
Se la principale attività industriale del nostro Appennino diventerà il taglio raso dei boschi, le piogge battenti, che il cambiamento climatico ci sta già mandando, faranno in poco tempo colare il fango giù dai monti, spazzando via interi paesi.
L'effetto spugna del manto boschivo, che permette di fermare il diluvio d'acqua per poi rilasciarla poco alla volta, rimarrebbe solo un ricordo del passato.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio