"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)

mercoledì 22 maggio 2019

CONTRO L'ABBANDONO DELLA MONTAGNA

La montagna parmense è un corollario di disastri.
Frane, frazioni abbandonate, strade interrotte o difficilmente percorribili per il manto quasi sempre sfondato.
Senza un'economia è impossibile fare prevenzione e attuare una cura attenta del territorio.
In questi trent'anni l'industria ha distrutto l'artigianato e l'agricoltura di sussistenza, costringendo le genti a trovare occupazione altrove.


Oggi l'80% degli abitanti delle terre alte sono anziani, mentre i giovani lavorano nella pedemontana.
Prato Spilla, con l'impianto di risalita e l'albergo, è la testimonianza lampante degli errori fatti in passato dalle amministrazioni, dei soldi buttati al vento per un progetto turistico sbagliato.
Oggi, quei pochi finanziamenti si concentrano sulla legna.
Soldi dalla Regione per finanziare centrali a cippato, teleriscaldamento e produzione di energia elettrica e soldi per finanziare cooperative di taglio.
Questo nuovo filone si aggiunge alla devastazione causata dalla speculazione sulla legna da ardere in tutt'Italia.
Autorità e statistiche affermano che la superficie boschiva è in continuo aumento, mentre i boschi, in realtà, vanno in fumo.
Sembra un paradosso ma è la realtà : aumenta la superficie boscata ma diminuicono i boschi.
100.000 Km2 di superficie boschiva in Italia produce di suo un accrescimento annuale di 1.000 m2 al minuto, cioè 500 km2 di superficie in più ogni anno.
Che corrisponde a circa 5,4 milioni di tonnellate in più di legna. Che vanno a sopperire alla sottrazione dei 2 milioni di tonnellate di legna dichiarata tagliata, oltre ai 3,3 milioni
di tonnellate di legna importata, quasi totalmente per rifornire le centrali a cippato e le stufe a pellet.
Apparentemente siamo a posto, quello che viene tagliato è uguale a quello che riscresce naturalmente. Tutto si tiene, sembra non esserci alcun problema!
Ma statistiche di AIEL e di altre aziende del settore legno affermano che il consumo reale di legna in Italia è di circa 25 milioni di tonnellate.
Ciò vuol dire che se l'accrescimento naturale+la legna ufficialmente tagliata+ quella importata sono poco più di 10 milioni di tonnellate, gli altri 15 milioni sono tagliati in nero.
15 milioni di tonnellate corrispondono a 1.500 km2 di boschi che spariscono ogni anno dal nostro patrimonio boschivo. Tre volte tanto l'accrescimento naturale.
Certo la superficie boschiva non scompare, ma per almeno trent'anni i boschi tagliati non ci sono, stanno solo ricrescendo lentamente.
Così i nostri boschi vanno in fumo, è la speculazione sulla legna da ardere.
Si finge poi che il taglio della risorsa bosco crei un'economia, inondi di soldi i borghi e impedisca che negozi e servizi chiudano.
I soldi invece sciamano lontano, come i camion verso la pianura, per giungere nelle tasche di chi la legna la commercia.
Ancor meno economia creano le centrali a cippato, né lavoro.
Centrali che sono impianti industriali senza filtri, con solo un multiciclone per raccogliere le ceneri volanti.
Del cui calore possono usufruire solo i residenti nel capoluogo, mentre le frazioni  ne sono totalmente escluse.
Per contrastare i tagli speculativi, le frane, il dissesto delle strade, per fermare l'abbandono della montagna occorre crearvi un'economia.

Canalizzare i finanziamenti nell'edilizia per il recupero dei borghi col risparmio energetico, capace di costruire una ricezione dignitosa, oggi inesistente, per un turismo diffuso.
Una ricezione capace di contrastare l'abbandono sempre più massiccio delle seconde case ed il loro totale disfacimento.
Un turismo basato inizialmente su una serie di piccole strutture nei borghi in grado di supportare a livello di accoglienza e logistica i percorsi turistici della alte vie, coordinati ai rifugi esistenti e soprattutto a quelli abbandonati e da ripristinare.
Un turismo collegato ai parchi e alla possibilità che questi non rimangano solo sulla carta, ma si facciano portavoce della praticabilità della natura nelle scuole e nell'università.
Lo scoutismo è un'esperienza positiva che va allargata alla scuola dell'obbligo, con una leva di guide volontarie capaci di  organizzare e condurre i ragazzi, anche dal punto di vista descrittivo e culturale.
Tramite le unioni di comuni occorre costruire condizioni infrastrutturali (ad esempio macelli intercomunali), fornire incentivi finanziari, locativi e disponibilità bancarie ad iniziative per la produzione e la stagionatura artigianali di eccellenze alimentari che l'aria pulita e l'elevata umidità possono garantire con un livello superiore di qualità rispetto alla loro produzione industriale.
Che si è impiantata anche nella nostra montagna con stalle di 500 vacche che, oltre ad imporre condizioni insostenibili di vita agli animali, non producono lavoro in loco.
E' pensabile trasformare dei giovani senza lavoro in artigiani di montagna, dei laureati senza occupazione in imprenditori di se stessi con idee giuste per un agroalimentare di eccellenza.

serioli giuliano


sabato 16 marzo 2019

DIGHE,CASSE, TRACIMAZIONI CONTROLLATE


Si fa un gran parlare di dighe nel nostro Appennino. Quella di Armorano
come alternativa alla cassa d'espansione sul Baganza, quella di Vetto soprattutto come
scorta di acqua per i periodi siccitosi. Le dighe nella nostra montagna sono minime ed in alto,
Verde, Ballano,lagastrello.



Ci sarà un motivo!
Le formazioni rocciose,prevalentemente argillitiche e marnose, fanno si che
i torrenti scavino a più non posso quella roccia friabile producendo un elevato trasporto solido a valle.
Un esempio è la diga del Piacentino sul Trebbia, degli anni ’30, che ha creato un lago grigiastro per l’apporto di sedimenti e che tende ad interrarsi sempre più.
Poi l'abbiamo già detto, le fondamenta di una diga bloccherebbero la corrente di subalveo
del torrente e la conoide dell'alta pianura resterebbe asciutta.
Che senso ha costruire un manufatto da cui far scendere l'acqua che verrebbe a mancare
in pianura proprio a causa della diga stessa?
Una cosa da Sisifo e Tantalo.
Si dice, inoltre, che si avrebbe da esse energia elettrica, ma nel caso ci vorrebbe un salto notevole
per produrla, cioè il livello dell'acqua dentro la diga dovrebbe essere sufficientemente elevato.
Quindi pericoloso, in caso di piogge concentrate in breve tempo ed improvvise, cui il cambiamento climatico ci ha già ampiamente dato prova con la piena del Baganza dell’ottobre 2014.
Si parla anche di uso plurimo delle stesse, cioè di trattenere acqua, produrre energia e fare in qualche
modo anche da cassa d’espansione per eventuali copiose ed improvvise precipitazioni.
Siamo davvero convinti che una cosa così complessa come un uso plurimo sia adatto a piccoli invasi
su una montagna come la nostra che, per sua struttura, provoca grandi piene improvvise?
E poi un altro manufatto, un'altra cementificazione costosa ad imbrigliare
il torrente.
E la zona SIC? Andrà a farsi benedire, così come migliaia di piante della valle.
Un non senso. Quando c'è una vera alternativa :

TRACIMAZIONI CONTROLLATE E RICARICA NATURALE DELLE FALDE

Un modo economico ed efficace di ricarica naturale delle falde acquifere è l'inondazione
di aree estese in occasione delle piene.
Alle falde acquifere delle conoidi dei torrenti appenninici non manca l'acqua solo
nelle estati siccitose, manca già in piena primavera quando i coltivi ne abbisognano.
Per trovarla si arriva a pescare nei pozzi fino a 100 metri di profondità.
La logica suggerirebbe di ricaricare tali falde sotterranee durante le
piene autunnali,allagando le campagne con esondazioni controllate e sfioratoi
appositamente dedicati lungo le aste dei torrenti.
Servirebbero anche traverse per convogliare parte dell'acqua torrentizia
in vasche di sedimentazione e di ricarica, usando cave estinte.
Ma il principio da utilizzare è di conservare l'acqua di alluvioni
controllate per ricaricare con la stessa le falde sotterranee.
Si eviterebbe così la necessità di manufatti costosi ed insufficienti,
come dighe montane e casse d'espansione in pianura,
che porterebbero ad una ulteriore, nefasta cementificazione del regime
acquifero e del nostro territorio.


In più l'estensione della falda sotterranea potrebbe essere rimpinguata da pozzi
a dispersione e da gallerie di infiltrazione a fianco dell'asta torrentizia.
In pratica, c’è da aver chiaro che una cassa d'espansione non è altro che un innalzamento
abnorme degli argini di un torrente in un determinato sito.
Quello dell'innalzamento degli argini è una via senza sbocco per diversi
fiumi già troppo antropizzati.
Alcuni tecnici, come Berselli, dicono che una cassa d'espansione è necessaria ma non
sufficiente.
E' un'affermazione che ha poco senso : se non è sufficiente, una spesa così gravosa
come quella di una cassa d’espansione non è neanche necessaria.
E l'alternativa esiste : AREE ALLUVIONABILI.
Di fatto, esistono zone allagabili nelle nostre campagne e il periodo stesso
autunnale delle piene corrisponde alla messa a riposo della terra dopo i raccolti.
Eventuali danni ai coltivi ed alle case isolate di agricoltori sono molto meno gravosi
di quelli di interi paesi sott'acqua o addirittura di quartieri della città e sicuramente
più facilmente e rapidamente rifondibili.
Si tratta in molti casi di vecchie golene strappate ai corsi d'acqua che
potrebbero gradualmente tornare al loro antico ruolo.
Di fatto, sono casse d'espansione naturali,
le antiche aree golenali fa ripristinare in parte.

Serioli Giuliano

ReteambienteParma




martedì 12 febbraio 2019

FALDE ACQUIFERE ED ALLUVIONI


Uno dei modi di ricarica naturale delle falde acquifere è l'inondazione
di aree estese in occasione delle piene.
Alle falde acquifere delle conoidi dei torrenti appenninici manca
l'acqua nelle estati siccitose.
Per trovarla si arriva a pescare nei pozzi fino a 100 metri di profondità.
Si fa un gran parlare di invasi di montagna con dighe per trattenere
l'acqua e rifornire così la pianura,
con gravi problemi di costi, di perdita di aree boschive SIC ( siti di
interesse comunitario) e di erosione dei sedimenti rocciosi delle nostre
montagne.
La logica suggerirebbe di ricaricare tali falde sotterranee durante le
piene autunnali,
alluvionando le campagne con esondazioni controllate e sfioratoi
appositamente dedicati.
Servirebbero anche traverse per convogliare parte dell'acqua torrentizia
in vasche di sedimentazione e di ricarica, usando cave estinte.
Ma il principio da utilizzare è di conservare l'acqua di alluvioni
controllate per ricaricare con la stessa le falde sotterranee.
Si eviterebbe così la necessità di manufatti costosi ed insufficienti,
come dighe montane e casse d'espansione in pianura,
che porterebbero ad una ulteriore, nefasta cementificazione del regime
acquifero e del nostro territorio.
A parte considerazioni ambientali e di costi, il problema generato da
tali manufatti è l'eccesso di sedimenti che in breve tempo
ne pregiudicherebbe la funzionalità, dato il carattere argillitico del
substrato roccioso del nostro Appennino.
Al contrario l'estensione della falda sotterranea potrebbe essere
rimpinguata da pozzi a dispersione e da gallerie di infiltrazione a fianco
dell'asta torrintizia.
In pratica una cassa d'espansione non è altro che un innalzamento
abnorme degli argini di un torrente in un determinato sito.
Quello dell'innalzamento degli argini è una via senza sbocco per diversi
fiumi già troppo antropizzati. E' il Caso del Po, dove da tempo si
parla di tracimazioni controllate perchè innalzare ancor più gli argini
è impossibile e pericoloso.
Alcuni tecnici dicono che una cassa d'espansione è necessaria ma non
sufficiente.
E' un'affermazione che ha poco senso : se non è sufficiente non è
neanche necessaria. E l'alternativa esiste, è un'altra, aree alluvionabili.
Di fatto le zone alluvionabili ci sono nelle nostre campagne e i danni
ai coltivi ed alle case isolate di agricoltori sono molto meno gravosi
che non quelli di interi paesi sott'acqua e sono più facilmente e
rapidamente rifondibili.
Si tratta in molti casi di vecchie golene strappate ai corsi d'acqua che
potrebbero gradualmente tornare al loro antico ruolo.
Di fatto, sono casse d'espansione naturali e l'infiltrazione dell'acqua
le renderà ancora più fertili di quanto non siano oggi perchè l'acqua
stessa, trattenuta
in cave o laghetti artificiali, sarà utilizzabile nella stagione secca.

Serioli Giuliano

ReteambienteParma

venerdì 1 febbraio 2019

AUTORITA' DI BACINO E DIGA DI VETTO

L'Autorità di bacino del Po è stata investita dalla Regione Emilia del 
ruolo di decisore della fattibilità tecnica di un invaso a Vetto.
Dopo l'alluvione a Lentigione il problema è anche di sicurezza nei 
confronti della popolazioni della bassa, ma il problema principale è 
irriguo :
manca l'acqua nella Pedemontana, sia Reggiana che Parmigiana.
La temperatura degli ultimi anni tende a crescere e nel contempo le 
piogge tendono a diminuire nella media annuale.


Di più, le piogge durano poco ma con una intensità mai vista prima. 
Arrivano prevalentemente in autunno, dopo la siccità estiva, e trovano 
una terra indurita
per cui scivolano via verso il torrente Enza ingrossandolo a dismisura. 
Di quell'acqua non filtra niente nel suolo, va direttamente in Po, 
magari facendo
danni, come a Lentigione o come nel quartiere Montanara a Parma nel 2014 
ad opera del torrente Baganza.
I coltivi di pianura hanno bisogno d'acqua soprattutto d'estate ma la 
falda ne ha sempre meno e i pozzi nella pedemontana arrivano a pescare 
fino a 100
metri di profondità. Siamo alla frutta, manca l'acqua nella zona del 
parmigiano reggiano. Occorre trovare una soluzione in fretta.
L'annoso e sterile dibattito sulla diga di Vetto torna improvvisamente 
di attualità.
Ma non i 120 milioni di m3 di invaso del vecchio progetto caldeggiato 
dal povero Lino Franzini, sindaco di Palanzano, lasciato solo a parlare 
al vento  sognando
uno sviluppo turistico della montagna legato al lago. Un sogno folle e 
sterile come l'invaso di acque grigiastre sul torrente Arda testimonia 
da tempo.
No, uno di dimensioni molto più contenute, pare di 40 milioni di m3, 
utile alla bisogna, ma senza essere troppo invasivo, che metta d'accordo 
tutti, ambientalisti ed agricoltori e senza, soprattutto, scontri 
ideologici tra fautori delle dighe e loro detrattori.
Ma come faranno i nostri tecnici a fare i conti coi problemi che una 
diga comporta nel nostro territorio montano?
Con l'interruzione del deflusso di subalveo del torrente, quello che 
alimenta la falda sotterranea della conoide pedemontana?
Dove pescheranno l'acqua i pozzi degli agricoltori se già ora non la 
trovano a 100 metri di profondità?
Ma soprattutto, come farà il lago che si creerà a monte della diga a non 
riempirsi di sedimenti per l'enorme trasporto solido delle acque di piena?
Occorre, infatti, considerare la struttura flyschoide-argillitica delle 
rocce della valle che le piogge battenti eroderanno in gran quantità 
convogliandole
all'interno dell'invaso.
Come si farà, in tal modo, a produrre energia elettrica? Fatale sarà 
ogni 2 o 3 anni svuotare il lago e togliere i sedimenti che havranno 
preso il posto dell'acqua.
Non è più ragionevole, come afferma il professor Valloni, dotare l'asta 
del torrente di laghetti di cava o artificiali nella conoide in modo 
che  si allarghi la
falda sotterranea alimentata dalle piogge primaverili ed invernali?
Non è più logico dotare il torrente di traverse che portino l'acqua a 
tale sistema di laghetti quando le piene autunnali rovescieranno il loro 
carico abnorme?
Trattenedone una parte consistente in modo che la bassa non vada sotto?
Molto meglio un progetto di fiume che non una diga, o che una cassa 
d'espansione.
Si, meglio anche di una cassa d'espansione. Perchè se il futuro ci 
riserva le sorprese sgradevoli di un cambiamento climatico è chiaro che 
neanche una cassa d'espansione di capacità millenaria sarà in grado di 
far fronte alle masse d'acqua che tali eventi produrranno. Mentre 
tracimazioni controllate in terreni agricoli
riusciranno a sfogarle senza arrivare nei centri abitati.
La rifusione dei danni sarà molto meno costosa di dighe o casse 
d'espansione, per le quali si parla di diverse decine di milioni di euro.


Vetto d'Enza 31-01- 2019

Serioli Giuliano

ReteambienteParma

sabato 19 gennaio 2019

Impianto a SYNGAS nel Campus, inquinante


All'interno del campus dell'Università di Parma è stato inaugurato nel dicembre scorso un gassificatore di 200 Kw di potenza termica ( in grado di
produrre circa 1.500 Mw annui di calore) e di 20 Kw di potenza elettrica ( in grado di produrre circa 150 Mw annui di elettricità)
Viene affermato che bruciare legna al posto di metano riduce le emissioni di CO2 nell'aria e quindi si tratta di un impianto sostenibile dal punto
di vista energetico.
Ma bruciare legna immette in aria polveri, ossidi di azoto (NOx) e monossido di carbonio (CO) ben più di quanto risultava dalla
combustione del metamo.
Non a caso, a compensazione di queste maggiori emissioni, l'università ha stabilito che le auto a gasolio fino E3  e quelle a benzina E1
non possono entrare. Ridicolo! C'è anche la tangenziale per tutta la lunghezza del campus.

Ma vediamo l'impianto.



Considerazioni specifiche sulle caratteristiche dell'impianto UNIPR


1-Nel reattore viene immesso cippato vergine che verrà essiccato solo
ricevendo calore dalla zona di combustione, quindi si presume che abbia
elevata umidità e quindi il vapore acqueo che ne deriverà aumenterà
notevolmente il calore di processo della pirolisi. Non si capisce come
possano parlare di cippato in arrivo con umidità al 10%. E' una bufala
totale, il più secco ha umidità del 30%. Di più, questa maggior quantità
d'acqua, se realizza una migliore combustione determina un volume
maggiore di fumi con una minore efficacia dei cicloni, cioè più polveri
di quelle previste.

2- Il cogeneratore, avendo potenza di 200 Kw termici e quindi inferiore ai
250, non è tenuto ad alcun rispetto delle pur minime normative
riguardo le emissioni.
      Perchè?
Pensano che la diluizione degli inquinanti in atmosfera ne
diminuisca la concentrazione al di sotto delle soglie di attenzione,
come se l'esposizione agli inquinanti fosse risibile.
Quale sarà allora
l'effettiva efficacia del sistema di filtraggio?
Risibile!

3- Il ciclone serve solo a raccogliere le ceneri volanti, quelle che
non cadono sotto griglia. Tutte le altre polveri passano comunque e sono
sostanze gassose ed
      aerosol ben più difficili da filtrare e ben più  pericolose per
l'ambiente e la salute.

4- Lo scrubber dovrebbe eliminare i catrami. Sono torri di lavaggio
ad H2O a pressione che dovrebbero eliminare anche le polveri di carbone.
Il saturatore dovrebbe   eliminare l'acqua in eccesso dello scrubber e
far si che l'aria di flusso saturata, piena di COV(composti organici
volatili), arrivi allo scarico del motore del cogeneratore per essere a
sua volta poi filtrata nel DeNOx. Come è possibile che tutte quelle
particelle di carbone e di catrame vengano eliminate per decantazione a
gravità? Fatale che il Syngas che esce dallo scrubber ne contenga
ancora e crei malfunzionamento del motore a 8. Gli scrubber dovrebbero
rompere l'aerosol, la  massa gassosa in goccioline con acqua in
pressione. Ma l'acqua spesso non basta a creare tale coalescenza tra le
goccioline. Parte dei catrami restano in sospensione.

5- Si dice che la pulitura totale del syngas avviene col filtro
elettrostatico, capace di attrarre con le cariche negative degli
elettroni ogni possibile gocciolina di catrame o polvere presente in
esso e di far colare il catrame verso il basso del sistema di filtri. Il
suo funzionamento è basato sulla presenza di un campo elettrico che
provoca la migrazione di particelle in direzione perpendicolare al
flusso della corrente gassosa, cioè funziona come un condensatore che
però, in presenza di acqua, può provocare scariche elettriche in grado
di distruggere il filtro. L'impressione,poi, è che le varie batterie di
filtri elettrostatici siano sottoposte ad un logorio e ad un intasamento
tali da dover essere pulite molto spesso e forse cambiate del tutto.
Quante volte li cambieranno?

6- Se il motore comincia a malfunzionare, a raggiungere temperature
superiori, immediatamente il DeNOx non riesce ad eliminare la maggior
quantità di ossidi di azoto che si producono. Se il motore perde
temperatura si produce molto più CO che il catalizzatore ossidante non
riesce ad eliminare, figurarsi i COV, gli idrocarburi incombusti, che
arrivano dal saturatore dello scrubber.



Un tecnico del settore afferma:

"Sfortunatamente, a tutt’oggi la completa rimozione del tar( catrame)
dal syngas da biomassa non e' possibile, se ne riesce solo a ridurre la
quantità ma insufficiente a garantire il buon funzionamento di un motore
a combustione interna.  Perché un gas possa essere utilizzato come
combustibile in una turbina o in un motore a combustione interna, esso
deve rispondere a ben determinati requisiti soprattutto per quanto
riguarda tar e particolato, responsabili rispettivamente di
incrostazioni e di fenomeni di erosione, quindi di blocco delle valvole,
di residui carbonizzati nei cilindri per via della combustione delle
incrostazioni, corrosione dei metalli a contatto con il particolato ecc.
  Queste dovrebbero essere le caratteristiche di un discreto syngas
utilizzabile sui motori (ma non tutti):
  Particolato mg/Nm3 <35
  Dimensione particelle µm <7
  Tar mg/Nm3 <60
  Metalli alcalini mg/Nm3

  Siamo arrivati a circa 80 impianti di gassificazione fermi per tutti i
problemi suddetti.
  Pertanto è indispensabile capire affinchè altri impianti non si
aggiugano agli 80 e affinchè altri utenti non buttino i loro soldi al
vento. "


venerdì 28 dicembre 2018

DIGHE,CASSE E PERICOLO ALLUVIONI

Si fa un gran parlare di dighe e casse d'espansione quali soluzioni definitive ai problemi posti dalle ultime alluvioni.

Il tempo di ritorno di un evento meteo, come una forte pioggia, o addirittura un'alluvione, è T= 1/p. In cui p è la probabilità.

Quando T =1/100 vuol dire che la probabilità che un evento capiti negli anni a venire è dell'1%. Quando T =1/1000 e dell'uno per mille.

L'alluvione che ha colpito la città nell'ottobre 2014 ha avuto un tempo di ritorno duecentennale, T=1/200.

Cioè la probabilità che si verifichi altre volte è molto bassa statisticamente.

Ma la statistica riguarda lo storico delle alluvioni già avvenute, non contempera variabili nuove come il cambiamento climatico in atto.

Peraltro, come riportato in studi del prof. Valloni, già in passato il livello di piogge che ha colpito il nostro Appennino era incredibilmente predittivo di ciò che sarebbe successo dopo : nel 1970 il livello di piogge a Marra aveva un tempo di ritorno addirittura millenario dopo 9 ore di pioggia. L'Appennino settentrionale, come ci testimonia la Liguria, non è solo colpito da nord ma è barriera perpendicolare ad ogni sistema di nubi che arrivi da sud.

Col cambiamento climatico in atto non è solo in grave pericolo alluvioni la Liguria, ma anche l'alta pianura dell'Emilia, l'altro versante del Nord Appennino.

Le dighe in montagna per prevenire le alluvioni in pianura sono pura follia.

Quella di Vetto di cui si parla, ma anche quella ipotizzata ad Armorano in val Baganza, finirebbero con l'essere una enorme occupazione di suolo montano e soprattutto distruzione di boschi con una misera produzione di energia eletterica a meno che non si voglia che il salto sia massimo e l'acqua raggiunga il colmo stagionale.

Cosa estremamente pericolosa. Infatti, in caso di forti piogge a monte, l'acqua tracimerebbe dalle dighe provocando un disastro peggiore dell'alluvione medesima.

In più, le fondamenta necessarie alla costruzione di una diga bloccherebbero del tutto la corrente di subalveo che alimenta le conoidi di sbocco dei torrenti nell'alta pianura, il cui spessore arriva anche a 100 metri, togliendo acqua ai pozzi che servono ad irrigare i coltivi, già di loro non sufficienti alla bisogna.

Quindi anche la funzione irrigua, tramite canalizzazioni, delle dighe stesse sarebbe vanificata dall'interruzione della corrente di subalveo.

Da una parte si darebbe acqua e dall'altra la si toglierebbe.

Un non senso logico ed uno sperpero di soldi pubblici.


La ipotizzata diga di Vetto, di cui si è tornato a parlare in alto loco, fa male alla montagna.

L'invaso così creato si riempirebbe rapidamente di sedimenti apportati dall'Enza e dal Cedra, data la litologia prevalentemente argillitica del substrato roccioso.

Quella massa d'acqua dell'invaso che si produrrebbe avrebbe un effetto anche sui versanti montani, creando frane e dissesti.

Quanto al preconizzato vantaggio turistico occorre pensare all'effetto che i sedimenti argillitici avranno sulla colorazione del lago, non dissimile dalle acque grigiastre dell'invaso di Mignano nel Piacentino in cui, per di più, circa il 20% del volume invasato viene a disperdersi per percolazione, infiltrazione ed evaporazione prima che l’acqua giunga alla bocca di presa dell’agricoltore.

Lo stesso direttore dell'Agenzia di bacino del Po ammette che la cassa d'espansione del Casale di Felino non è sufficiente a fermare le piene che arriveranno col cambiamento climatico. Che occorreranno anche tracimazioni controllate.

Ma è ciò che sosteniamo noi!

Perchè allora spendere 1,7 milioni per un studio esecutivo della cassa della durata di un anno se non risolve il problema alluvioni?

Perchè soprattutto spendere 61 milioni per costruirla che diventeranno sicuramente 80 a lavori ultimati?

Perchè costruire una cassa al Casale che non garantisce da alluvioni nemmeno Colorno?

Quando la soluzione c'è e costa molto meno.

Quando la soluzione delle tracimazioni controllate permette di modulare gli interventi a seconda dei cambiamenti in atto, allagando parti di campagna nei mesi di fine ottobre/novembre quando i coltivi sono stati già raccolti, attraverso sfioratoi negli argini direttamente collegati al monitoraggio delle piagge in alta montagna?

Risarcendo direttamente gli agricoltori, coivolti in tal modo in una DIFESA ATTIVA, con costi molto inferiori a quelli della cassa?

la gente ormai ha capito, le grandi opere servono solo a chi le costruisce per far soldi.

giovedì 20 dicembre 2018

Rischi idrogeologici a Colorno

Comunicato stampa dell'ing. Roberto Colla membro del coordinamento per i rischi idrogeologici, del gruppo AMO - COLORNO:
Il giorno 7 dicembre presso la sala del consiglio comunale di Colorno, si è svolto un importante incontro riguardante le opere realizzate da Aipo ed Enti assimilabili (Autorità di bacino e Bonifica Parmense) per le difese idrauliche dei territori. 
Le dettagliate descrizioni di opere nei centri abitati rivolte a difese puntuali dei punti critici hanno evidenziato da subito una impostazione idraulico/filosofica molto discutibile. Si è parlato di milioni di euro spesi in interventi tesi a rinforzare strutture portanti sempre in crisi per le enormi pressioni idrodinamiche nelle fasi di piena. Ricordo, molto stupito, di un dilemma su aperture vetrate con wasistas (?!) per far sfiorare i portici della Reggia....Oppure di rinforzi dei ponticelli soggetti a incoerenti spinte trasversali. Se questi denari fossero stati messi a disposizione per sottrarre definitivamente le piene dai centri abitati, oggi non ci sarebbero più problemi. E così si è chiesto ai tecnici di Aipo come mai non si sono indirizzati verso le cosiddette "tracimazioni controllate" nonostante la pubblicità fatta. Secondo loro trattavasi esclusivamente di far sormontare dalle acque le arginature esistenti in zone ben definite. Caso raro. Secondo noi trattasi invece di ogni presidio idraulico teso a scaricare le acque in aree esterne all'alveo, come diversivi, traverse, scolmatori, sfiratori, ecc. fattibili in ogni conformazione geomorfologica, come ad esempio nell'alveo inciso del Baganza. Chiariti i termini, sono iniziati i dubbi. Forti dubbi. Interesse di Aipo è continuare a lavorare puntualmente per tentare di difendere i centri abitati agendo in funzione dei livelli di piena, peraltro in perenne aumento, vuoi per le piogge pazze di oggi, vuoi per le continue diminuzioni degli attriti dovuti a folli disboscamenti o interventi in alveo. Soprattutto facendosi finanziare a suon di milioni. Ma non certo per costruire opere definitive. Un Sindaco accorto allora dovrebbe cominciare ad avere anch'esso i nostri dubbi; in Università hanno sofisticati programmi che determinano le zone esondabili dei bacini fluviali in funzione delle portate, egli dovrebbe utilizzarli per appaltare le facili opere di pubblica utilità per una difesa definitiva, semplicemente facendosi dirottare i finanziamenti continuamente mal spesi da Aipo. In pratica si tratterebbe per lo più di scavare canali derivatori verso laghetti di accumulo, molto utili per l'irrigazione estiva. Progettazione scartata, come affermato da Aipo, con motivazioni assolutamente risibili: costi eccessivi e mancanza di aree esondabili. È esattamente l'opposto. I costi sarebbero decine di volte inferiori e le aree esondabili nei bacini pluviali di pianura sono praticamente infinite.....ma soprattutto il tutto si risolverebbe in pochi mesi. Altro importante risultato sarebbe la verifica, per quanto occorrer possa, della inutilità delle costose e devastanti casse di espansione. Ma in tal modo.....ad Aipo cosa resta? 
Forse però la situazione più delicata e assurda spetta ai perenni alluvionati. Mentre le esondazioni/tracimazioni controllate/programmate difenderebbero in maniera veloce ed efficace i centri abitati, l'impostazione di Aipo lascia tutto tal quale ed incerto per anni a venire. Compreso la cassa di espansione di Casale, la quale, anche se realizzata, potrebbe non essere di capacità sufficente. Oltretutto nessuno sa cosa succede con determinate piogge nel bacino che sottende l'alveo nel tragitto verso Colorno!. La prova è che, secondo i loro sofisticati (?!) calcoli, Colorno non si sarebbe dovuta allagare con la piena ultima di un anno fa. Quindi ai calcoli nessuno deve più credere. Chi, come noi, li ha sperimentati sa che, ad iniziare dalle piogge storiche, dai coefficienti di attrito o di permeabilità e per finire alle portate solide, molto meglio è l'esperienza del barcaiolo/pescatore.
Ing. Roberto Colla
Coordinatore rischi idrogeologici
AMO - COLORNO