"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)

sabato 20 ottobre 2018

Biomasse, una coltre nera nei polmoni


I tagli dissennati sul nostro appennino si susseguono.
Taglio raso di un'abetaia di 20 ettari nel reggiano a Succiso. Taglio sul Lavecchio e sul Fuso, su pendii ripidi attorno e sopra i 45° di pendenza, tali da provocare frane di scorrimento di un suolo strutturalmente sottile per le caratteristiche di impermeabilità del flysch omonimo.


Tutta la nostra montagna è soggetta a tagli sconsiderati di boschi. Motoseghe in mano a operatori dell'Est che lavorano in nero e che utilizzano attrezzature industriali per tagliare, cippare, trasportare, trasformando sentieri in carraie e mettendo a rischio interi pendii alle prime forti piogge.
Se qualcuno pensa ancora che l'energia da biomasse sia stata concepita per nobili fini ambientali si sbaglia di grosso.
Gli “scarti” legnosi sono ormai tutti diretti alle centrali a biomassa con grave danno anche all'industria del mobile che da questi scarti ricavava pannelli multistrato.
E' l'import, quindi, che sostiene la speculazione.
Alla scusa della pulizia dei boschi non crede più nessuno.
Pellet dalla Germania che utilizza legname bielorusso, pellet che viaggia per centinaia di km per tutta Europa. O cippato e ramaglie dall'Austria, dalla Croazia. Ma ci sono anche navi che portano in Europa materiale legnoso dall’Estremo Oriente e dalle Americhe, dove si tagliano foreste naturali. O cippato da piantagioni a rapida crescita (con uso di ogm e pesticidi) lungo il corso del Po.
L'uso di energia da biomasse non provoca solo aumento di polveri sottili ma anche di pericolosi microinquinanti. Nei fumi che si crerano con la combustione del legno sono presenti sostanze tossiche e cancerogene quali benzene, formaldeide, idrocarburi policiclici aromatici (IPA), diossine, polveri fini ed ultrafini.
Un preciso marker è il benzopirene, una molecola da tempo classificata come cancerogena: dove si brucia legna la presenza di benzopirene aumenta nettamente. Eppure anche in aree critiche come la Pianura Padana, dove la soglia massima di benzopirene di 1 nanogrammo (milionesimo di grammo) fissata dalla Ue è già superata, si autorizzano centrali a cippato e a scarti legnosi da diversi megawatt termici se non decine e decine come in Trentino-Alto Adige o in Puglia e Calabria.
Mentre una centrale termoelettrica con caldaia e turbina alimentata a cippato ha una efficienza elettrica del 15%, una centrale termoelettrica moderna a gas naturale “turbo-gas” ha efficienze elettriche del 60%. Unita alla grande differenza nelle emissioni. Una centrale a biomasse legnose dovrebbe rispettare limiti di 20-30 mg/Nmc (metro cubo normalizzato alla pressione atmosferica e alla temperatura di 0°C.) di polveri totali. Una centrale a gas naturale emette polveri totali in misura inferiore a 1 mg/Nmc.
Enel, però, sottoutilizza le centrali a turbo-gas per obbedire al diktat dell'immissione prioritaria in rete di energia elettrica da biomasse. In Pianura Padana è un attentato alla salute, la scelta consapevole di far morire delle persone in più per favorire una pura speculazione finanziaria.
Studi epidemiologici sperimentali evidenziano una possibile correlazione tra esposizione a fumo di legna e effetti sulla salute.
Diminuita funzionalità polmonare, ridotta resistenza alle infezioni, aumento dell'incidenza e della gravità dell'asma. L'esposizione a fumo di legna produce effetti simili a quelli dell'inalazione di particelle da combustione di combustibili fossili. Forse peggio, come evidenziano statistiche che calcolano 480.000 morti in Europa per particolato e fumi.
Ci stiamo annerendo tutti quanti.
E solo per una questione di business.

Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

lunedì 8 ottobre 2018

Energia, ambiente, sostenibilità


L'economia liberista e la finanza internazionale che la governa non trovano ostacoli alla loro espansione energivora.
Il consumo non riguarda però soltanto l’energia, ma soprattutto l'ambiente naturale dal quale essa viene estratta.
Tutte le amministrazioni locali cercano di contemperare, a parole, l'uso paesaggistico e turistico del bosco con "la sua valorizzazione economica".
E’ il mantra di oggi.
Sono consapevoli che i loro progetti di valorizzazione turistica dell'Appennino sono del tutto falliti. Parlano di coesistenza dei due aspetti, quando invece ormai puntano principalmente alla liberalizzazione del taglio boschivo.
L'ultimo fatto è la vendita all'impiedi di un'abetaia di 20 ettari nella zona di Succiso per 0.80 euro a quintale per 4.500 quintali complessivi.
L'ha venduta il Consorzio omonimo ad una ditta austriaca e ne ricaverà la miseria di neanche 40.000 euro.
Non è un caso isolato. La regione ha fatto nascere consorzi forestali per organizzare minutamente tale spoliazione dei boschi, in modo da non comparire direttamente.
I consorzi raggruppano proprietari privati e proprietà pubbliche indivise, le comunalie. Ci sono sempre meno cooperative di taglio locali. I consorzi vendono ettari di bosco a ditte che sfruttano il
lavoro nero di extracomunitari. Questo avviene soprattutto perché si è sviluppata enormemente la produzione di stufe a pellet, oltre che quella di centrali a biomassa.
La domanda di legna da ardere dipende quindi dallo sviluppo del settore industriale della combustione, che ha sostituto completamente il gpl in montagna.
I bomboloni del gpl, quando non dismessi, servono solo a cucinare. A riscaldare si è tornati ad usare la legna.
Nei nostri monti, la green economy ha prodotto solo combustione di biomasse di legna. Con uno sviluppo abnorme di emissioni di polveri sottili e sostanze cancerogene, come il benzopirene. Ma la combustione di pellet si è sviluppata soprattutto nell'alta pianura. I cilindretti di pellet derivano dalla lavorazione ad alta temperatura e pressione della legna sminuzzata.
Siamo arrivati al punto che le autorità che favoriscono i tagli boschivi sono le stesse che dal 1° ottobre 2018 impongono di non accendere le stufe a pellet sotto i 350 metri di altitudine, nella fascia di alta pianura dove è massima la loro diffusione e dove costante è la nube di polveri gravemente nocive alla salute.
Sono temi con cui occorre confrontarsi da subito.
Si tende a credere che tecnologie innovative risolveranno qualsiasi problema, ma non è ciò che sta avvenendo. Le innovazioni tecnologiche nella combustione di biomasse non riescono a garantire filtri sufficienti a fermare l'emissione di polveri, come il gravissimo dato di emissione di benzopirene in Trentino Alto Adige conferma, e quindi portano all'abnorme sviluppo di sostanze nocive nella pianura Padana, già congestionata dai fumi industriali.
Al punto che dopo aver venduto centinaia di migliaia di stufe si è arrivate al paradosso di vietarne l'accensione.
Non occorrono tanto tecnologie, quanto strategie per affrontare la questione delle risorse naturali con una popolazione che cresce esponenzialmente.
Per affrontare i temi ecologici impellenti, l'enorme espandersi dell'urbanizzazione nel pianeta, le migrazioni che non cesseranno perché spinte sempre più dall'impoverimento dei più e dal vorticoso circolare di immagini di ricchezza del primo mondo.
L'immaginario attuale ci ripropone di continuo una soluzione globalista dei problemi, intesa come sviluppo economico-finanziario incessante. Ma è pura mitologia. Occorre pensare invece a soluzioni per il piccolo, per micro comunità immerse nella natura, opposte a metropoli senza fine come suggerisce l'attuale economia di scala. Architetture semplici, integrate nella natura, invece di grattacieli che superino le nuvole come nelle metropoli.
Occorre pensare alla montagna e ai boschi come ad un bene da conservare ed accrescere non solo per lo sviluppo turistico, ma soprattutto per piccoli insediamenti produttivi agricoli e di allevamento animale. Non ha senso che non ci siano mucche al pascolo in montagna e che siano costrette in allevamenti industriali in cui non vedono mai il cielo e l'erba, come a Selvanizza, Monchio e Tizzano.
Il progresso non è tanto nell'evoluzione tecnologica quanto in quella morale, in cui inquadrare lo sviluppo industriale medesimo.
La produzione di merci non deve essere fine a se stessa, cioè tesa alla massimizzazione del profitto e alla distruzione di risorse, ma contemperare la conservazione delle stesse. Anche perché una produzione di merci sempre più massiccia ci porterà presto alla loro invendibilità, ad una crisi di sovraproduzione che creerà un'ennesima crisi finanziaria, come le attuali bolle del debito preconizzano.
Occorre pensare il futuro come liberazione da ogni forma di prevaricazione, liberazione da ogni domesticazione dell'uomo attraverso immagini di potere e ricchezza. Occorre fermare tutto questo, investire più sull'innovazione sociale che tecnica.
Occorre un'innovazione che scardini il principio della proprietà e della divisione del lavoro che la società automatizzata dovrebbe addirittura amplificare.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

martedì 28 agosto 2018

Inceneritore di Parma e prospettive per un futuro sostenibile

Lettera aperta
al Sindaco di Parma Federico Pizzarotti
all’Assessore all’Ambiente Tiziana Benassi

Parma, 28 agosto 2018

Come tutti i cittadini abbiamo avuto modo di seguire le ultime vicende relative all’impianto di incenerimento di Iren, situato ad Ugozzolo, ed in particolare la richiesta di incremento della capacità autorizzata di combustione (da 130.000 t/a al “carico termico” ovvero circa 190/195.000 t/a) inoltrata dallo stesso gestore.


Abbiamo letto l’accordo sottoscritto il 30 luglio tra Regione, Comune ed Iren, in cui quest’ultima “autolimita” la quantità di rifiuti all’inceneritore a 130.000 t/a, estendendo il territorio di conferimento oltre alle Province di Parma e Reggio Emilia (aggiunta nel 2016) alla Provincia di Piacenza.
Lo stop all’incremento è un passo in avanti ma è solo momentaneo e non del tutto rassicurante.
Da quel che si è capito il contenuto dell’accordo andava trasferito nella modifica autorizzativa, precisando che l’accordo cessa di efficacia al 31.12.2020, ovvero in corrispondenza al termine di validità del Piano regionale rifiuti che individua i flussi di rifiuti urbani da inviare anche all’impianto di Parma, “senza che ciò comporti la necessità di modifica dell’autorizzazione integrata ambientale” e comunque nel “rispetto della normativa nazionale e della pianificazione regionale”.
Dal sito regionale abbiamo scaricato il nuovo atto autorizzativo (determina ARPAE 3992 del 2 agosto 2018) nel quale ci sembra vi sia un passaggio stonato.
In tale atto, dopo aver richiamato l’accordo citato, si afferma che “a far data dal 1 gennaio 2021” la quantità di rifiuti (di ogni genere) in ingresso all’inceneritore sarà di 195.000 t/a.
Tale previsione stupisce e preoccupa in quanto ci saremmo aspettati che alla data di scadenza del 31.12.2020 la quantità autorizzata rimanesse vincolata alla (nuova) pianificazione regionale e che comunque, fino alla definizione della stessa, rimanesse la quota di 130.000 t/a.
Invece, da quanto indicato nella nuova autorizzazione, l’incremento a 195.000 t/a appare “automatico”, svincolato da qualunque atto programmatorio, come se la limitazione attuale fosse solo un preludio al via libera totale del gennaio 2021.
Non siamo affatto convinti, dalla lettura del provvedimento di VIA e di AIA del 2016, che vi sia un obbligo “automatico” di incremento nella quantità dei rifiuti e quindi qualunque modifica all’autorizzazione crediamo debba essere discussa tra gli enti (in questo caso in prosecuzione della conferenza dei servizi del 29.06.2018, come pure delle note inviate dal Comune, come ricordato in premessa nella nuova autorizzazione).
Ci chiediamo allora se l’accordo del 30 luglio scorso avesse come obiettivo semplicemente una dilazione temporale dell’incremento della quantità di rifiuti autorizzata all’inceneritore di Parma piuttosto che un serio ripensamento da parte di Iren sulla richiesta di aumentare i rifiuti inceneriti, una decisione questa che aveva visto l’opposizione di molti soggetti, anche di importanti realtà economiche locali, tutti compatti a dire no ad ogni possibile incremento.
Un netto no che non prevedeva un termine temporale o una momentanea e breve sospensione dell’incremento ma definiva una visione strategica del territorio per andare verso l’economia circolare, concetto che oggi l’Unione Europea spende come percorso ineluttabile.
Un percorso dove l’incenerimento deve diventare un fatto residuale in attesa di uno stop definitivo, come già deciso dalla regione Marche.
Ora le domande.
Il contenuto della nuova autorizzazione è stato approvato dall’amministrazione comunale di Parma? Oppure Arpae è andata oltre alla trasposizione dell’accordo nell’atto?
Se così fosse l’amministrazione intende intervenire e chiedere una modifica dell’atto del 2.08.2018 per la parte qui messa in evidenza?

Rete Ambiente Parma
Farmacia Annunziata Parma

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

lunedì 27 agosto 2018

Prato di Monchio, è allarme acquedotto

La rete idrica "fa acqua" e provoca smottamenti

Un appello alla Regione contro Iren e le stesse autorità comunali da parte di residenti e proprietari di seconde case.
La frazione di Prato di Monchio è sul piede di guerra per un movimento franoso che provoca colamenti di terra, fessurazioni nelle abitazioni e avvallamenti nella strada.
La frana sembra essere causata delle abbondanti perdite dell’acquedotto locale.



Il sindaco, interpellato più volte, addossa le responsabilità a Iren, che lo ha in gestione.
Me nessuno si fa carico delle proprie resposabilità, nessuno si occupa del problema.
E i cittadini si sentono abbandonati.
L'acqua sversata dall'acquedotto, che risulta essere ormai un colabrodo, le piogge frequenti dell’ultimo periodo, una miscela micidiale che sta facendo smottare il terreno verso valle, spingendolo contro le case e i muretti a secco, provocando perfino la deformazione dello stesso tracciato stradale.
A favorire il processo la roccia sottostante l’area, che fa da piano di scorrimento.
Si tratta di argilliti rosse della formazione argilloso-calcarea, dominante in zona.
L'argilla, impermeabile, impedisce all'acqua di penetrare in profondità e il suo dilavamento crea smottamenti quando non addirittura veri e propri colamenti di terra, che diventata fradicia assume un peso sproporzionato, una massa enorme che scivola a valle.
Quest'anno il movimento è più consistente e le fessuarzioni nei muri delle case più marcati.
Due case sono già state "legate" con moduli di ferro: senza interventi si sarebbero aperte e i muri sarebbero crollati.
A questo punto è urgente intervenire. Riparare l'acquedotto e riattivare ii canali di scolo, per favorire il drenaggio dei suoli.
Tutto l'assetto dei terreni a valle del passo del Ticchiano dovrebbe essere monitorato, come le frane di Ceda e di La Valle suggeriscono.
Tutta la conca che scende dal Passo è costituita da tale formazione argillitica ed evidentemente la direzione degli strati coincide col verso delle pendenze sul terreno.
La dismissione di ogni forma di agricoltura in zona ha significato l'abbandono di ogni opera di scolo delle acque, che in passato limitava il fenomeno e che ora sta letteralmente innescando un enorme movimento franoso verso valle.
Con la complicità del silenzio delle autorità locali.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

martedì 7 agosto 2018

No al decreto brucia foreste

Un danno enorme e forse irreversibile per le nostre montagne

Pensate ad un albero, inserito in una entità unica, quale può essere un bosco, o una foresta.
Non è semplicemente un pezzo di legno che, se tagliato, produce energia e può essere sostituito (dopo almeno trent'anni) da un altro “pezzo di legno", un'altra pianta.
Non è così.
Un albero è soprattutto un essere complesso, necessario alla nostra respirazione, al nostro esistere.
Pensate ad un bosco, esso agisce come un pompa naturale, alimentata dall'energia del sole, che permette la circolazione dell'acqua sulla Terra.


Il bosco è un polmone, aiuta a filtrare e rinnovare l'aria fissando il carbonio contenuto nell'anidride carbonica e liberando ossigeno durante il giorno.
Vi siete mai chiesti perchè d'estate in città non piove mai ed invece in montagna agiscono frequenti temporali locali?
Proprio ci sono i boschi. Che determinano microclimi che ci permettono di respirare meglio e di vivere al fresco.
Attraverso microscopiche aperture presenti sulle foglie, le piante respirano e traspirano, cioè rilasciano vapore acqueo che va a formare nubi, da cui l'acqua tornerà al bosco coi temporali.
Medicina Democratica ha inviato un appello, sotto forma di lettera aperta, al Presidente della Repubblica, per la difesa delle foreste dalla loro “valorizzazione energetica" che costituisce in realtà un loro impoverimento, in nome della produzione di energia attraverso combustione.
Sono le cosidette biomasse, già sottoposte a critiche scientifiche da associazioni ambientaliste e da numerosi scienziati.
La lettera aperta si oppone al decreto riguardante “Disposizioni concernenti la revisione e l’armonizzazione della normativa nazionale in materia di foreste e filiere forestali” che viola la Costituzione Italiana e rappresenta un danno all’ambiente, alla salute e all’economia del paese.
È nostra convinzione, supportata da dati scientifici, che tale provvedimento contrasti con alcuni punti fondanti della Costituzione, in particolare con l’articolo 9 dove la carta recita “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
E poi all’artcolo 32 dove si legge “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.
Ed anche all’articolo 41. L’iniziativa economica…“non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Il nuovo dispositivo porterebbe danni enormi all’ambiente, all’economia e alla salute dei cittadini. Promuovendo la “valorizzazione energetica” del bosco, verrebbe in realtà promossa una fonte energetica inefficiente, favorendo il taglio del bosco in modo incondizionato e massiccio.
Ciò si tradurrebbe in danni al patrimonio ambientale, come consumo e degradazione del territorio, offesa al patrimonio boschivo e ambientale italiano, già incentivato dallo smantellamento del Corpo Forestale, degrado di fondamentali servizi ambientali quali la depurazione dell’aria, la regolazione del regime idrico, la conservazione del suolo e della biodiversità, l’aumento delle emissioni nette di gas a effetto serra, aumento dell’inquinamento atmosferico anche per il venir meno dell’azione depurativa dell’aria operata dalle piante, oltre che per l'aumento di combustione di biomassa.
Il nostro Paese è sotto procedura di infrazione da parte dell’UE per la cattiva qualità dell’aria.
Il rischio è che il proliferare incontrollato di impianti a biomassa porti alla combustione di materiale pericoloso per la salute pubblica.
Le centrali a biomassa portano con sé uno spreco di prezioso denaro pubblico. Quasi sempre sono in parte finanziate dalle Regioni, le stesse che finanziano la produzione di cippato perchè il mercato della legna da ardere, stante i suoi prezzi, non accetta di rifornire le centrali.
Le centrali a cippato di legna nel Parmense sono già cinque: ospedale di Borgotaro, Monchio delle Corti, Neviano Arduini, Calestano, Varano Melegari. Un totale di circa 3,5 megawatt di potenza termica e di circa 5.000 tonnellate di consumo annuo di cippato, corrispondenti a circa 50 ettari di bosco annui.
In sostanza il “Testo Unico sulle foreste e sulle filiere forestali” considera i boschi principalmente come fonte di energia rinnovabile, cioè legna da ardere e cippato per le centrali a biomassa.
Tale interpretazione del Testo Unico è avvalorata ancor più dal fatto che per conseguire gli obiettivi 2020 in materia di fonti rinnovabili, la legge finanziaria 2018 ha prorogato gli incentivi pubblici a favore degli esercenti di impianti per la produzione di energia elettrica alimentati da biomasse.
Risulta evidente che, a causa del combinato disposto di Testo Unico e Legge Finanziaria 2018, le nostre foreste subiranno una pressione molto forte da parte dei gruppi industriali che vogliono lucrare sugli incentivi.
Un danno enorme e forse irreversibile per le nostro montagne.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

martedì 17 luglio 2018

Tagli veri, risposte apparenti

Alla nostra lettera denuncia, inerente i tagli boschivi di questi ultimi due anni sui monti del parco del monte Fuso ( M.ti Fuso, Lavacchio, Faino), è stato risposto. Lo ha fatto la Comunità Montana Parma Est, a firma del suo presidente, nonché sindaco di Langhirano, Giordano Bricoli.



La risposta è in burocratese. Per capirci che roba sia ve ne diamo esemplificazione: "...dalle foto prodotte si ritiene che i tagli indicati - -ultimo taglio Lavacchio ovest - possano riguardare a) domanda prot 1253 del 24/02/2016 oggetto di sopraluogo in data 15/3/2016 autorizzata in data 22/3/2016 prot 1843 in cui è stato ammesso il taglio per i mappali 115 109 foglio 116 Neviano con rilascio di matricine con diametro minimo pari a 20 cm. ad 1,30 metri di altezza ad una distanza di 8 metri l'una dall'altra...".
La lettera di risposta è tutta così per ben 4 pagine. In astratto, con una precisione burocratica proterva, scavalcando la realtà distruttiva del taglio.
Saranno reali i 20 cm delle matricine e gli 8 metri di distanza dichiarati?
Ci crediamo poco.
In ogni caso matricine isolate sono sottoposte alla sferza delle intemperie.
Il fatto è che non si prende nemmeno in considerazione la sostanza del nostro esposto, non si risponde nel merito.
Parlavamo di forte pendenza dei versanti, con un'acclivita sempre intorno al 100%, se non maggiore in alcuni punti.
Dicevamo che un taglio raso matricinato in simili versanti di monti, costituiti da sedimenti tipo flysc, cioè alternanze di arenarie basali, marne ed argilliti, alla prima forte pioggia rischia di produrre l'asportazione del soprasuolo, del suolo e degli apparati radicali dei polloni così indeboliti.
Si noti che il suolo, in montagne a struttura geologica tipo flysc ed in versanti ripidi, tende ad essere molto sottile e asportabile facilmente dando luogo a colamenti e frane.
Dicevamo nella lettera che l'aver trasformato sentieri in carraie per il passaggio di mezzi pesanti avrebbe degradato ulteriormente tali versanti.
La normativa Regionale, infatti, prevede il ripristino da carraie a sentieri una volta concluso il taglio. Cosa che nessuno si preoccupa di fare.
Nel 2016 un imprenditore era stato multato dalla forestale proprio per tale motivo in seguito a tagli sul monte Fageto.
Ribadivamo che ci sono versanti sul monte Faino neanche attraversati da sentieri su cui chi ha tagliato ha letteralmente impostato nuove carraie con grave degrado e pericolo di frane.
Nei borghi la gente è a conoscenza del fatto che alcuni imprenditori danno da tagliare con mezzi meccanici pesanti a gente dell'est pagati in chissà qual modo.
Tutti quei tagli non portano ricchezza alla montagna, i soldi se ne vanno altrove assieme alla legna.
Quello che resta dopo un taglio raso lo si vede dopo un paio d'anni.
Matricine stente, apatto che si siano salvate dalle intemperie, e cespuglieti.
Questi, da lontano, colorano di verde i versanti come niente fosse successo, mentre in realtà le loro radici non danno alcun sostegno alla montagna, non tratterranno il soprasuolo.
Con piogge torrenziali verrà giù tutto.
E intanto il manto boschivo di prima non c'è più. Non se avvantaggia di certo il paesaggio, ma neanche la cattura di CO2 da parte del verde.
Che se qualcuno pensa che i cespuglieti, cresciuti dopo un paio d'anni, catturino la stessa quantità, sbaglia. E' il manto boschivio integro a farlo.
Diversi tecnici forestali ormai affermano che il taglio raso di un ceduo invecchiato 40 o 50 anni è sbagliato, che sarebbe molto meglio per la struttura geologica della nostra montagna avviare un diradamento selezionato.
In tal modo la copertura boschiva rimarrebbe integra dal punto di vista sia paesaggistico che di cattura della CO2.
I versanti non subirebbero il degrado cui sono sottoposti ora, con grave pericolo per le valli in caso di piogge distruttive.
Il taglio a diradamento selezionato sarebbe più controllato dalle autorità preposte, schivato dagli imprenditori del taglio raso speculativo e favorirebbe la crescita di cooperative locali di taglio, garantendo un'attività economica congra e stabile per gli abitanti della montagna.

Giuliano Serioli
Dimitri Bonani
Raffaella Sassi (Neviano Arduini)

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

venerdì 18 maggio 2018

Dopo il Fuso il Faino, E' distruzione scellerata del bosco.

Constatiamo che la Comunità Montana invece di mettere un freno ai tagli, continua ad autorizzarne su forti pendenze, addirittura su torrenti.
Come si può vedere dalla cartina, sono stati fatti altri nuovi tagli nella valle del "Rio del Faino" a circa quota 820 metri, come dalle foto stesse.
Hanno tagliato proprio il giorno martedì 8 maggio (il verde delle piante tagliate ne è testimonianza) che è ben oltre il limite massimo, il 15 Aprile.
Inoltre hanno tagliato, come dalle foto, su forte pendenza, ostruendo addirittura il torrente con il legname tagliato, oltre ad aver creato una strada con la ruspa proprio sul torrente del Faino per passare con mezzi pesanti (zona 1 della mappa).
Oltre a questo, hanno fatto un nuovo taglio sul sentiero Cai 761A sempre sul Faino, in quello che fino all'anno scorso era un bellissimo sentiero immerso nei boschi in cui insiste una carraia segnalata per il trekking a cavallo, proprio per la bellezza di transitare per quel (ex) verde bosco (zona 2 della mappa).
Infine, hanno fatto un altro taglio proprio a pochi metri a nord della cima del Monte Faino scendendo poi nel versante ovest non molto sopra al taglio precedente (zona 3 della mappa).
Di seguito le foto.
Rete Ambiente Parma

La carraia costruita addirittura sul torrente del Faino per poter accedere coi mezzi pesanti sull'altro versante appena disboscato
Ben visibile è il torrente completamente ostruito sia destra che a sinistra
Il disboscamento sopra alla suddetta carraia
La pendenza su cui è stato fatto l'esbosco è notevole, anche se la foto non rende molto
Evviva i tagli meccanizzati industriali...
Da come si evince dal verde delle piante tagliate in foto, i tagli sono stati appena fatti e si è andati ben oltre al limite di data consentito dalla legge
Le piante verdissime appena tagliate e quelle tagliate tempo addietro, hanno completamente ricoperto il torrente del Faino


Guardando a valle rispetto alle foto precedenti, si vede che a destra (lato ovest) sono andati a tagliare le piante fino al limite massimo, in terreno estremamente delicato a ridosso del torrente.
Il taglio prosegue poi in maniera molto più ampia verso ovest, dove nella foto non è visibile la carraia da cui sono scesi nella valle e che hanno aperto.
Qui siamo nella zona 2 della mappa, dove il sentiero Cai in oggetto era immerso in un bellissimo bosco lussureggiante...




Qui invece siamo nella zona 3 della mappa, appena sotto alla cima del monte Faino.
Il taglio prosegue poi in modo molto ampio scendendo a destra nel versante ovest (verso il Rio del Faino).

martedì 1 maggio 2018

Lo scempio del monte Fuso


Regione Emilia Romagna - servizio Ambiente, viale della Fiera 8 – 40127 Bologna 
Comandante Gruppo Carabinieri Forestali Parma, Via Macedonio Melloni 4 – 43121 Parma
Unione Montana Appennino Parma Est, Piazza Ferrari 5 – 43013 Langhirano
Sindaco di Neviano Degli Arduini, P.zza IV Novembre 1 – 43024 Neviano degli Arduini
Sindaco di Palanzano, Piazza Cardinal Ferrari 1 – 43025 Palanzano
Sindaco di Tizzano Val Parma, Piazza Roma 1 – 43028 Tizzano Val Parma
Oggetto: Monte Fuso e zone limitrofe – Segnalazioni varie.
La presente, in qualità Coordinatore dell’Associazione Rete Ambiente Parma. L’associazione, nella sua attività di salvaguardia del territorio, ha raccolto tra i cittadini segnalazioni relative alla zona del Monte Fuso ingeneranti dubbi e preoccupazioni tra i cittadini riguardo i tagli boschivi.



In particolare, si vuole portare alla attenzione delle competenti Autorità, le seguenti situazioni anomale.
La prima segnalazione è relativa ad irregolarità nei tagli perpetrati nel versante nord. In primis, creazione e stato di conservazione di recinti e carraie del versante in oggetto.
Negli anni scorsi, al fine di valorizzare l’antica tradizione della coltivazione del marrone, sono stati effettuati, anche con finanziamenti comunitari e regionali, vari interventi per apportare migliorie. Gli interventi, di fatto, si sono risolti nella costruzione di recinti a protezione dai caprioli, nonché una fitta rette di carraie per il trasporto del legname (…foto…). I disboscamenti paiono indiscriminati. Addirittura risulta realizzata una strada in cemento, cui fa seguito una ghiaiata, in apparenza al solo servizio dei due immobili posti al loro termine (…foto…). Gli interventi di disbosco così realizzati, a nostro parere, ingenerano un rischio idrogeologico per la forte pendenza ed esposizione. Alcune recinzioni ed i cancelli sono addirittura in stato di abbandono e risultano pericolosi. Si chiede di valutarne lo smantellamento definitivo, fattore che potrebbe risultare positivo anche per gli spostamenti della fauna selvatica.



Si invita infine a verificare la conformità alla normativa forestale delle vie di accesso al bosco realizzate, in particolare per quanto riguarda le pavimentazioni e le larghezze (…foto…).  
A questa situazione volevamo aggiungere anche alcune anomalie riscontrate nei due immobili che si trovano poco dopo il termine della strada cementata e a poche centinaia di metri da cui inizia quella ghiaiata.
A detta di alcuni escursionisti che bazzicano spesso la zona, parrebbe che l’edificio che si trova a valle di essa e di recentissima costruzione (…foto…), in apparenza sarebbe stato eretto con la motivazione di un “deposito attrezzi”, mentre parrebbe eretto solo per “uso privato”, in quanto invece che di attrezzi da lavoro, esso sembra essere fornito di una serie di tavoli e panche per l’organizzazione di feste, insieme ad un forno per barbecue e tanto di illuminazione notturna per l’esterno.
Inoltre, sempre a detta di alcuni escursionisti che hanno visitato la zona durante la costruzione del fabbricato, sembrerebbe siano state predisposte anche tubazioni idrauliche ed alcuni presidi sanitari interni con relativo scarichi delle acque nere, che dai progetti non sarebbero dovute esistere. Si invita quindi a verificare la fondatezza di tali segnalazioni che ci sono state pervenute.



Per quanto riguarda invece l’immobile che si trova a monte della strada ghiaiata e vicinissimo al precedente (…foto…), anche in questo caso alcuni escursionisti ci hanno riferito di aver visto una fonte intubata 15 metri a monte dal cortile ovest della casa in oggetto, nel cui cortile sarebbe sito anche un tombino con dei rubinetti di recentissima costruzione.
Chiediamo quindi che venga verificata anche la veridicità di quest’altra situazione anomala che ci è stata comunicata.
L’ultima grossa irregolarità riscontrata nel versante nord e più precisamente sopra a Campora nei pressi del cippo del Monte Fuso, è stata il consistente allargamento di una zona di crinale adibita al decollo per alianti e deltaplani, che ha causato una frana di dimensioni notevoli. E’ opportuno far presente che in realtà la zona non ha mai ricevuto un reale apprezzamento per queste pratiche sportive, dato che gli appassionati preferiscono fare i decolli dal più comodo e altrettanto vicino Monte Caio. Infatti, è già tanto se dal monte Fuso viene fatto un lancio all’anno. Insensato quindi il recente allargamento di quest’area che pare solo un pretesto per disboscare ulteriormente, senza contare che l’acclività della zona avrebbe dovuto suggerire di evitare qualsiasi taglio boschivo.
Da qui l’innesco di una frana lunga quasi un chilometro, danneggiando i boschi e gli essiccatoi dei proprietari sottostanti, i quali, quando hanno chiesto un risarcimento per il danno subito, si sono visti chiudere la porta in faccia e pare che come unico “ripiego” sia stato fatto il posizionamento di una rete sull’intera area allo scopo di contenere ulteriori frane, quando però il danno era già stato fatto (…foto…).
Come se questo non fosse bastato, è stato deciso di aprire una nuova area per i decolli in un’altra zona del crinale del Monte Fuso, più precisamente sopra al paese di Vezzano nella parte nord del Fuso e di Rusino a sud. Siccome a differenza dell’altro caso non si tratta di un allargamento ma di una creazione, è stata disboscata una zona molto vasta, la quale è ben visibile da Vezzano e addirittura fin dal paese di Boschetto (…foto…).
A detta degli escursionisti che hanno bazzicato la zona, pare che anche qui ci siano stati problemi di dissesto.
Una seconda segnalazione, è relativa al versante nord-nord/ovest nei pressi di Rusino. Anche qui sono stati tagliati alberi secolari, sono state allargate carraie e aperte vie nel bosco. Per arrivare in quel punto, si supera in auto l’abitato di Rusino e dopo qualche centinaia di metri, andando in direzione di Scurano, si vede sulla sinistra una carraia che sale. La carraia, inizialmente di pietrato, diventa poi in terra battuta e coincide con quello che dovrebbe essere il sentiero Cai 763°.
La carraia è stata oltremodo ampliata e resa percorribile da mezzi 4x4 e, seguendone il corso sulla sinistra, si giunge all’area disboscata. Come ben si può vedere dalle foto, la dimensione delle carraie boschive è inusitata; la scarsa qualità costruttiva ha lasciato un sostrato cedevole ed a rischio frana. Anche la metodologia di esbosco è tutta da verificare: numerosi sono i ceppi sradicati e le buche create non ricoperte.
La terza segnalazione è relativa al versante sud del Fuso, coincidente col versante est del monte Faino da un lato e dal versante ovest del monte Lavacchio dall’altra parte del torrente sottostante.
In auto nei pressi dell’abitato di Ruzzano si sale alla chiesetta del Querceto; da qui si prende il sentiero 761sud che arriva al “Centro Turistico Monte Fuso” e quando si è a circa metà percorso, se prima si era immersi in verdi boschi, ora ci si trova in una vasta radura. Anche in questo caso, oltre ai tagli sono state aperte carraie nel bosco per favorire il transito dei mezzi pesanti. I tagli sono attualmente in corso e la consistenza dell’intervento è ben visibile in lontananza ed addirittura dal satellite (---foto---). L’apertura di nuove carraie per il transito di mezzi pesanti unito ad un disboscamento massiccio, ha dato origine per la prima volta all’instaurarsi di una frana proprio in quello che sarebbe il sentiero Cai 761sud (---foto---).
Recentissimo e dalla parte opposta della vallata in cui sono stati fatti questi disboscamenti, ovvero sul versante occidentale del monte Lavacchio, è stato fatto un altro grande disboscamento su un terreno in forte pendenza e proprio a ridosso di un torrente.
In tutti questi esboschi non si è tenuto conto del rischio di dissesto idrogeologico, cui si aggiunge anche in questo caso la costruzione di nuove larghe carraie laddove prima esisteva solo il bosco fitto (---foto---).
Un altro taglio di vaste proporzioni è stato eseguito nei pressi della cresta che dal monte Faino porta a nord sulla strada provinciale alta che collega Rusino a Scurano. Il taglio è proprio adiacente ad essa (---foto---).
La quarta segnalazione concerne invece diversi tagli boschivi prevalentemente sempre nel versante sud del Fuso, di cui uno dei più vistosi è quello coincidente con la parte meridionale del monte Castellaro.
Sulla strada bassa che da Lagrimone va verso Scurano e più precisamente poco dopo la località “La Massagna”, sono stati fatti due grandi disboscamenti nel versante sud del monte Castellaro, in forte pendenza, arrivando addirittura a coprire un’area che va dalle pendici del monte alla sua cresta sommitale. Anche in questo caso, sono state aperte e abbandonate grandi carraie per il trasporto dei mezzi pesanti (---foto---).
Mentre a sud di Ruzzano e precisamente alle pendici del “Monte di Ruzzano” proprio sopra al torrente Bardea e di fronte al monte “Poggio della Torre”, sono stati fatti due grandi tagli boschivi in zona di calanchi e quindi a rischio frane (---foto---).
Esattamente di fronte a questi tagli, ne sono stati fatti altri due molto consistenti sul versante nord del monte Guido, sull’altro lato della val Bardea (---foto---).
Poi nell’abitato di Scurano, è ben visibile anche da grande distanza il taglio vasto fatto su un intero versante del monte che sovrasta a nord il lago di Scurano (---foto---).
Altre deforestazioni sono state effettuate sui versanti ovest del monte Faino (di cui abbiamo già parlato prima per alcuni tagli imponenti nel lato sud) (---foto---), poi nei pressi dei paesi di Trinità e Bottazzo vicino a Moragnano (---foto---) e nella zona adiacente al paese di Pignone (---foto---).
Infine sono da segnalare notevoli tagli boschivi proprio sul crinale principale ovest-est del monte Fuso, che dal cippo va verso la Pieve di Sasso. Tra l’altro questa zona è una delle più frequentate a livello turistico in quanto vi transita il sentiero Cai 763° che è uno di quelli principalmente frequentati dagli escursionisti (---foto---).
L’ultima segnalazione in zona riguarda invece quella del paese di Pietta, che era agli onori della cronaca poco tempo fa proprio per un taglio selvaggio avvenuto nei boschi che fiancheggiavano i ripidi pendii a ovest sotto al paese stesso, i quali hanno fatto avanzare la frana già preesistente rendendo inagibile parte del paese (---foto---).
Nelle vicinanze di questo, sono stati effettuati altri due nuovi e notevoli tagli boschivi (---foto---).
Siamo convinti che danneggiare a livello idrogeologico questo territorio ed eliminarne quasi del tutto il patrimonio boschivo non sia “valorizzarlo”, ma solo una speculazione a danno dello stesso.
Altresì riteniamo che per valorizzare un ambiente come quello del Monte Fuso, sia più opportuna una politica come era in essere negli anni ’70 e ’80 in cui invece di tagliare foreste senza sosta, si facevano investimenti per rimboschire. Infatti si era creata sul monte Fuso una grande zona di “Parco” che era il fiore all’occhiello ad un passo da Parma ammirato da tutti. Non a caso arrivavano corriere anche da lontano, ad esempio da Reggio Emilia e da Modena, per ammirarne le bellezze naturali. Bellezza che oggi la si sta quasi completamente annientando.
Riteniamo necessario che l’Unione Montana Appennino Parma Est non sia sempre così disponibile al rilascio di permessi di taglio a chiunque voglia disboscare in questa zona.
Ci sono “imprenditori” forestieri che vengono a prendere in affitto i boschi per poi letteralmente ripulirli (come nel caso del versante est del monte Faino in cui si sono originate preoccupanti frane).
Senza contare il fatto che tutti questi permessi vengono dati senza nemmeno assicurarsi che i terreni da disboscare siano su ripidi acclivi, in zone calanchive o adiacenti a torrenti.

Le autorità che dovrebbero vigilare su tutto questo, pare lo facciano un tanto al chilo. In tal modo vengono costruite abusivamente nuove carraie ed allargate le preesistenti con tutti i rischi idrogeologici che ne conseguono. Per non parlare del fatto che ormai in quasi tutto il nostro territorio, è utilizzata mano d’opera Est Europea a basso costo ed in nero, senza alcun controllo da parte di qualsiasi autorità.

Giuliano Serioli
Dimitri Bonani

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio

domenica 22 aprile 2018

Che senso ha

Globalizzazione, finanziarizzazione dell'economia, sviluppo industriale e commerciale senza limiti, il mondo corre vero un disastro devastante.
Tutto ciò che è deleterio per la salute deriva dall’intervento dell’uomo sulla natura.
Dall'aria che respiriamo, ai boschi, alle campagne, ai coltivi, al paesaggio che dovrebbe riempirci gli occhi, non vi è luogo dove l’uomo abbia messo le mani, inaridendo il pianeta.


E' consumo di suolo la Tibre (Tirreno Brennero) che si attorciglia all'alveo del Taro, cementificando ed asfaltando senza sapere a cosa serva, per la collettività, quel troncone monco.
E' consumo di suolo la cassa d'espansione sul Baganza, che presto vedrà nascere il cantiere al Casale di Felino. Campagna cementificata per ottocento ettari, quando sono state delineate valide alternative per mettere in sicurezza il territorio dalle esonsdazioni del torrente.
E' consumo di suolo la costruzione incessante di supermercati ed ipermercati attorno alla città, cui si sommano magazzini e megastalle in aperta campagna, senza che l'idea di edificare "al netto del consumo di suolo" sia minimamente applicata perchè totalmente assente dalla logica delle amministrazioni, nonché dalla legislazione vigente.
Non è considerato consumo di suolo, però, il taglio ceduo dei boschi in montagna, in quanto si intende che il bosco ricrescerà, rinnovandosi.
Ma è solo astratta teoria.
Nella pratica invece il suolo si degrada e si consuma.
Il taglio raso matricinato lascia un soprasuolo indifeso ai picchi sempre più acuti delle intemperie e le gemme delle matricine come bocconi per gli ungulati.
Il taglio generalizzato del ceduo invecchiato, cui stiamo assistendo da tempo, sta letteralmente mangiando il manto boschivo di alcune zone della nostra montagna.
A nulla vale l'opinione degli stessi tecnici forestali, contraria al taglio raso del ceduo invecchiato e favorevole ad un suo diradamento solo se selettivo.
I progetti sono dettati alle amministrazioni dalle industrie dei combustori che producono stufe a pellet e centrali a cippato e rischiano di accrescere ancor più i tagli, addirittura nei parchi come quello del monte Fuso.
La perdita di manto boschivo compromette il suolo stesso di zone a forte pendenza.
Il consumo di suolo boschivo non avviene quindi solo in Amazzonia, il taglio raso matricinato nei nostri boschi ne è un esempio vicinissimo a noi.
Tagliare tutte le piante di un pendio montuoso, tranne qualche sottile matricina, significa degradarlo e condannarlo all'asportazione di humus al primo violento acquazzone.
Spesso significa sottoporlo addirittura a frane per colamento se il pendio è ripido (acclività del 100%, oltre i 45° di pendenza).
Le future bombe d'acqua in montagna troveranno sempre meno manto boschivo a frenarne la violenza e il tempo di corrivazione sarà sempre più rapido.
Dai ripidi pendii verrà giù di tutto, ad accrescere il livello dei torrenti.
Le piene diventeranno sempre più disastrose perché sarà maggiore il trasporto solido in sospensione. A simili disastri si opporranno lunghi periodi siccitosi in cui alle nostre campagne mancherà l'acqua alla cui fornitura non provvederanno certo le casse d'espansione sui torrenti, che devono sempre restare vuote, asciutte.
Una progettazione assurda quando non addirittura ridicola, fatta per compensare la cementificazione degli alvei dei torrenti, con una concezione perennemente emergenziale dell'assetto idrografico del territorio.
Di recente Legambiente ha reso noto che si è tolta da un tavolo di discussione orchestrato dalla Regione perché solo formale.
In realtà pare stia prendendo piede l’idea di un grosso bacino in montagna, la diga di Vetto.
Anche le dighe, oltre che cementificazione, sono consumo di suolo. Migliaia di ettari di superficie boschiva saranno invasi dall'acqua e si perderanno.
Acqua trattenuta in un invaso, probabilmente a scopo irriguo in pianura, senza tener conto del fatto che si blocca in tal modo la corrente di subalveo del torrente che alimenta i pozzi della conoide nell'alta pianura.
Trattenere acqua per perderne altra. Che senso ha?

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
salvaguardia e sostenibilità del territorio