"Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti". (Martin Luther King JR)

martedì 17 giugno 2014

Tagliare è illogico, bruciare diabolico

Dall'Olio, incubo del bosco parmense
Di fronte allo scempio della montagna oggi è il tempo di agire

Nicola Dall'Olio, candidato alle primarie Pd, candidato assessore con Bernazzoli, candidato alle europee, ma sempre trombato, nel 2010 aveva detto, in un documento a sua firma, che era possibile prelevare dai boschi del parmense 390 mila tonnellate di legna ogni anno senza intaccare la rinnovabilità.


Avevamo contestato questo dato, perché ottenuto moltiplicando l'accrescimento annuo dei faggi (notoriamente superiore a quello dei querceti) per gli ettari della totalità dei boschi.
Dall'Olio voleva giustificare la possibilità di impiantare 30, 40 centrali termiche a cippato nei borghi di montagna. Per lui un sogno, per il bosco un incubo.
Già nel 2009 i dati delle comunicazioni di taglio alle comunità montane dicevano che gli ettari di ceduo richiesti al taglio erano quasi doppi rispetto al 2008.
L'autoconsumo era in costante diminuzione e si ipotizzava che fossero state prodotte 200 mila tonnellate di legna da ardere.
Non era che l'inizio.
Ancora non si erano visti i ripidi versanti completamente denudati e le cataste ininterrotte di legna lungo le strade di montagna, pronte per essere prelevate e portate chissà dove dai camion.
Le strade non erano completamente sfondate dal passaggio dei mezzi pesanti.
Gli effetti idrogeologici di questo dissennato abbattere non si erano ancora manifestati.
Come a Pietta, dove il taglio è stato una delle cause della frana e, come tale, denunciato all'autorità giudiziaria dalla Forestale.
E' il mercato a decidere quanta legna debba essere tagliata e quale sarà l'assetto economico e paesaggistico là in alto.
Dati provinciali sul prelievo di legna non ce ne sono, se ci sono non vengono resi pubblici.
E' disponibile un dato nazionale sulla legna consumata nel 2013 elaborato da AIEL.
In totale sono 19,3 milioni di tonnellate.
Di queste, 3,5 milioni vengono importate dall'estero, che sottratte al totale ci danno la legna prodotta in Italia, 15,8 milioni di tonnellate.
Stiamo superando la sostenibilità ed intaccando la rinnovabilità dei nostri boschi.
I boschi da cui è possibile ricavare legna sono i 3.663.000 ettari di ceduo che, moltiplicati per il 4% di accrescimento annuo per ettaro, danno 14,62 milioni di tonnellate.
Solo l'anno scorso abbiamo tagliato 1,2 milioni di tonnellate di legna in più da quanto consentito dalle normative nazionali e regionali che preservano la rinnovabilità.
Ma nel nostro Appennino, in cui il ceduo è l'80% del totale dei boschi, è pensabile che la quantità tagliata sia ancora maggiore, perché più vicino al mercato padano.
Il dirigente ambientalista (?) del Pd manda avanti il progetto delle centrali a cippato, che ora sono 6 già impiantate ed una, quella di Berceto, in costruzione.
Bruciano cippato di ramaglie non stagionato, sono senza filtri, emettono polveri a livello industriale, la cenere volante dei multi cicloni, piena di particelle di metalli pesanti (rifiuto speciale che deve andare in discarica) non si sa dove vada a finire.
Il tutto senza che i finanziamenti fatti affluire per impiantarle abbiano creato un solo posto di lavoro.
Non solo, ma il loro consumo di legna si va ad assommare a quello dei tagli per la legna da ardere che viene portata in tutta la pianura padana.
Solo la centrale di Monchio brucia 1.800 tonnellate di cippato di legna ogni anno (dato dichiarato dal sindaco), una quantità forse addirittura inferiore al reale.
Riteniamo che in montagna al degrado dei boschi per l'eccesso dei tagli si cominci a sommare anche quello dell'aria causato dalle polveri di queste centrali.
Tagliare e bruciare non crea alcuna economia, solo danni all'ambiente ed al turismo.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
16 giugno 2014


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lunedì 2 giugno 2014

Il valore del bosco

Nel 2013 è stata intaccata la riserva verde nazionale

Il valore del nostro bosco non può essere circoscritto ad una mera valutazione economica, come se fossimo ancora negli anni '60, quando era fonte di legna da ardere per scaldare le case dei residenti.

Oggi, con lo spopolamento della montagna, l'autoconsumo decresce continuamente e la funzione del bosco è cambiata.


Oggi le grandi famiglie di fusti hanno un ruolo paesaggistico, ma soprattutto di presidio idrogeologico, in una montagna che strutturalmente è soggetta a frane, come gli episodi recenti non smettono di ricordarci.
Il bosco ed il sottobosco sono la spugna con cui la montagna si difende dalle calamità.
A partire dal 2009 la speculazione sulla legna da ardere ha colpito anche la nostra provincia, con evidenti denudamenti di interi versanti e, come a Pietta, diventando una concausa diretta delle frane.

Il dissesto idrogeologico, dovuto anche ai tagli, è evidente a tutti, ma dati provinciali o regionali non ce ne sono.
I numeri sono esclusivamente nazionali e provengono, guarda caso, dalle aziende che producono stufe e caldaie per la combustione della legna e che oggi vivono il loro magic moment.
Dal resoconto di un convegno promosso a Verona da AIEL (Azienda Italiana Energia dal Legno), si evince che la quantità di legna consumata nel 2013 è stata di 19,3 milioni di tonnellate. Considerando che la quantità importata è di 3,5 milioni, si deduce che la produzione nazionale sia stata di 15,8 milioni.
Una cifra che supera la sostenibilità del ceduo del nostro Paese, che arriva ad una disponibilità totale di 14,62 milioni di tonnellate.
I relatori del convegno sostengono che solo il 24% della riserva bosco è intaccata, ma il loro calcolo include tutto il patrimonio boschivo, 11 milioni di ettari, e non solo il ceduo.
Una follia, perché il patrimonio boschivo oltre il ceduo è macchia mediterranea, boschi ripariali e parchi, in cui non si può tagliare.
Se i tagli nazionali hanno superato la sostenibilità di ben 1,2 milioni di tonnellate, in provincia di Parma, dove il ceduo è l'80% dei boschi, sarà andata anche peggio, trovandoci a ridosso all'area di maggior sviluppo del mercato della legna da ardere, la pianura padana.

Giuliano Serioli
Rete Ambiente Parma


2 giugno 2014

venerdì 16 maggio 2014

Piano per la montagna, fronte condiviso

Un piano industriale per la montagna su cui convogliare i finanziamenti europei e regionali per sostenere la ripresa edilizia e il risparmio energetico nei borghi

I candidati sindaci presenti mercoledì al circolo Baccoverde hanno convenuto che le attuali centrali a cippato sono un investimento sbagliato, per non dire di Citterio, dove la combustione di biomassa (grasso animale), oltre che dannosa per la salute, è di fatto solo speculazione.
“Se questi impianti che bruciano legna e bollono ossa, ha affermato Margherita Folzani, non avessero incentivi pubblici, se l'energia prodotta e venduta ad Enel venisse pagata tanto quanto costa al consumatore, nessuno li farebbe perché non c'è guadagno”.
Cervellotico, oltre che sbagliato, produrre calore dal cippato senza ristrutturare case e borghi per trattenerlo, risparmiando il più possibile l'energia.


Perché il vero risparmio energetico è la riduzione dei consumi.
Sul fronte degli investimenti, per eliminare ulteriore consumo di suolo è poi necessario e urgente che le amministrazioni mettano a disposizione gli immobili dismessi, facendoli ristrutturare per una diversa e diffusa ricezione turistica.
Non certo per spendere un milione di euro per 7 posti letto, come avvenuto con la cascina delle Ciliege a Casarola e con la cascina Cavalli a Riana.
Ristrutturare e riutilizzare, poi, stagionature dismesse, per una ripresa della produzione artigianale di eccellenze alimentari, tramite l'introduzione e l'uso di macelli intercomunali facenti capo alle
costituende Unioni dei Comuni.
La prevenzione dei disastri e delle frane è tutt'uno con la corretta valorizzazione dei boschi ed il loro mantenimento. Il taglio del bosco, la legna da lavoro e l'autoconsumo sono altra cosa dal taglio
generalizzato che lascia nudi i versanti montani e porta in pianura la risorsa bosco unitamente alla gran parte dei proventi.
Il taglio speculativo non crea economia in montagna.
I soldi dei tagli vanno a chi commercia la legna in pianura e ai produttori di macchinari e trattori, mentre dovrebbero restare in montagna e finire nelle tasche dei boscaioli locali che fanno il loro lavoro.
La filiera della legna porta via una risorsa, lasciando poco o niente in montagna.
Senza un'economia nelle alte terre, non solo non è possibile fare prevenzione, ma sarà anche sempre più difficile garantire i servizi minimi essenziali nei borghi, quali scuole e strutture protette per anziani.
Senza un progetto di turismo diffuso e di lavorazione artigianale di prodotti alimentari di eccellenza, la montagna è condannata a non avere un'economia.
E le sue risorse naturali continueranno ad essere svendute alla speculazione.

Parma, 16 maggio 2014

Giuliano Serioli, Rete Ambiente Parma
Corrado Mansanti, candidato sindaco a Monchio con la lista "Unità, impegno, democrazia"
Giorgio Zani, candidati sindaco a Langhirano con la lista "Fare Langhirano"
Angelo Lusuardi, candidato sindaco a Felino con la lista "Felino cambia"

Margherita Folzani, produttore di prosciutto e candidata a Felino con la lista "Felino cambia"

martedì 13 maggio 2014

Un voto utile per le terre alte

Un piano per la montagna
Mercoledì 14 maggio
ore 11
presso Circolo Baccoverde
Via Cavallotti 33

SARANNO PRESENTI

Angelo Lusuardi

candidato sindaco a Felino con la lista civica "FELINO CAMBIA"

Giorgio Zani
candidato sindaco a Langhirano con la lista civica "FARE LANGHIRANO"

Corrado Mansanti
candidato sindaco a Monchio con la lista civica "UNITA', IMPEGNO, DEMOCRAZIA"

Renzo Valloni
docente di geologia applicata – università degli studi di Parma
simpatizzante di Reteambiente

Giuliano Serioli, Rete Ambiente Parma

presenta il manifesto per la montagna
ai candidati alle amministrative del 25 maggio

Un voto utile per le terre alte


La S.V. è invitata

*
Un progetto industriale per la montagna
Il manifesto di Rete Ambiente Parma in vista delle amministrative del 25 maggio

L'oggi desolante
La montagna parmense è un corollario di disastri.
Frane, frazioni abbandonate, strade interrotte e quasi sempre sfondate.
La frana di Capriglio, quella di Boschetto, quella di Pietta, sono lì a suggerirci che la nostra montagna è per sua struttura molto franosa.
Alla franosità si somma sempre più il cambiamento climatico, che oggi alle alte quote ha portato la la pioggia a sostituirsi alla neve.
La neve per la montagna ha un effetto benefico fondamentale. Con la percolazione lenta all'interno della roccia permette la ricarica delle sorgenti ma, allo stesso modo, ricoprendo tutto e sciogliendosi lentamente, impedisce il dilavamento violento e massiccio causato dalle piogge limitando così l'innesco delle frane.
Con la crisi economica si va a sommare a tutto questo il taglio massiccio dei boschi causato dalla speculazione sulla legna da ardere, che determina le quantità di ettari di bosco da tagliare, che certo non sono per l'autoconsumo delle genti dei borghi.
Pesanti camion percorrono le strade delle valli, per portare chissà dove la legna tagliata, contribuendo significativamente anche allo sfondamento della viabilità.
La devastazione in atto ricorda certe foto di inizio Novecento.
Il taglio generalizzato di interi versanti boschivi e la loro denudazione provoca dilavamento e asportazione del soprasuolo, innescando frane e accrescendo enormemente il trasporto solido dei torrenti, capace a sua volta di innescare altre frane lungo il corso dei rii.
La politica di prevenzione degli smottamenti messa in atto dalle amministrazioni è praticamente inesistente.
Un esempio significativo è stato il rifacimento della Massese.
Dei 20 milioni di euro spesi la quasi totalità è andata ad opere di immagine ad uso della rielezione degli amministratori. Di tutte le varianti e correzioni di curve effettuate, la sola variante di Ranzano ha visto la sistemazione della frana dei Tre Laghi con opere di canalizzazione.
In sostanza la metà di quei 20 milioni poteva essere utilizzata per mettere in sicurezza la strada da frane storiche e da punti pericolosi come Boschetto e Antognola.
In tal modo si sarebbe evitata l'interruzione attuale della provinciale a Boschetto.
Senza un'economia è impossibile fare prevenzione.
Tutta la nostra montagna, tranne la Valtaro, non ha più un'economia che tale si possa chiamare.
In questi trent'anni l'industria ha distrutto l'artigianato e l'agricoltura di sussistenza, costringendo le genti a trovare occupazione altrove.
Oggi l'80% degli abitanti delle terra alte sono anziani, mentre i giovani lavorano nella pedemontana.
Prato Spilla, con l'impianto di risalita e l'albergo, è la testimonianza lampante degli errori fatti in passato dalle amministrazioni, dei soldi buttati al vento per un progetto turistico impossibile.
Ora invece tutti i finanziamenti si concentrano sulla legna.
Soldi per finanziare centrali a cippato, teleriscaldamento e produzione di energia elettrica e soldi per finanziare cooperative di taglio per rifornirle.
Questo nuovo filone si aggiunge alla devastazione causata dalla speculazione sulla legna da ardere.
Si finge che il taglio della risorsa bosco crei un'economia, inondi di soldi i borghi e impedisca che negozi e servizi chiudano.
I soldi invece sciamano lontano, come i camion verso la pianura, per giungere nelle tasche di chi commercia la legna.
Ancor meno economia creano le centrali a cippato, né lavoro.
Sono solo soldi per la lobby degli inceneritori e i soliti interventi di immagine degli amministratori.
Centrali che sono veri e proprio impianti industriali, senza filtri, molto inquinanti, di cui solo i residenti nei capoluogo possono usufruire, mentre le frazioni sono totalmente escluse.


L'economia necessaria
Per contrastare i disastri e fermare l'abbandono della montagna occorre creare un'economia.
Canalizzare tutti i finanziamenti nell'edilizia per il recupero dei borghi col risparmio energetico, capace di costruire una ricezione dignitosa, oggi inesistente, per un turismo diffuso.
Un turismo basato su una serie di piccole strutture nei borghi capaci di supportare a livello di accoglienza e logistica i percorsi turistici della alte vie, coordinati ai rifugi esistenti e soprattutto a quelli abbandonati e da ripristinare.
Un turismo collegato ai parchi e alla possibilità che questi si facciano portavoce della praticabilità della natura nelle scuole e nell'università.
Lo scoutismo è un'esperienza positiva che va allargata alla scuola dell'obbligo, con una leva di guide volontarie capaci di organizzare e condurre i ragazzi, anche dal punto di vista descrittivo e culturale.
Tramite le unioni di comuni occorre costruire le condizioni infrastrutturali (ad esempio macelli intercomunali), gli incentivi finanziari e locativi e la disponibilità bancarie ad iniziative per la produzione e la stagionatura artigianali di eccellenze alimentari che l'aria pulita e l'elevata
umidità possono garantire con un livello superiore di qualità rispetto alla loro produzione industriale.
E' pensabile trasformare dei giovani senza lavoro in artigiani di montagna, dei laureati senza occupazione in imprenditori di se stessi con idee giuste per un agroalimentare di eccellenza.
Di questo vogliamo discutere con chi si propone oggi agli elettori come futuro amministratore.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
14 maggio 2014

lunedì 12 maggio 2014

Inquinamento a Pontremoli, ci risiamo

Noi del "comitato centrale a biomasse, no grazie" non riusciamo proprio a stare tranquilli.
Dopo aver combattuto strenuamente, e senza ancora un esito pienamente positivo, contro le ciclopiche pale eoliche sul crinale intorno alla nostra città e contro l'ecomostro della centrale
biomasse di Novoleto, ci ritroviamo con una nuova fonte di inquinamento di più ridotta potenza ma a ridosso del centro storico.


Proviamo a immaginare che chiunque voglia, possa attivare la sua centrale biomasse da 200 Kw e disperdere i fumi, senza alcun controllo, nell'atmosfera.
I cittadini avranno l'aria irrespirabile, le forme tumorali in vertiginoso aumento e i polmoni intasati dalle polveri sottili e ultrasottili, il tutto in plateale contrasto con le norme europee recepite anche dalla Regione Toscana che vietano il peggioramento della qualità dell'aria nell'attivare nuove emissioni.
Per contro gli avventurieri stanziali e di passaggio conteranno i loro profitti.
Proviamo anche a immaginare che tutti i nostri ricorsi per vie legali e le nostre proteste di piazza non sortiscano effetto e che ci si ritrovi con 16 pale da 160 metri sul crinale Cisa-Cirone (ne
abbiamo già 5 da 100 metri in grazioso regalo da Zeri) e con la centrale biomasse da 999 Kw a Novoleto oltre alle piccole in programma e future. Chi vorrà più venire a Pontremoli e in Lunigiana e chi vorrà più restare a Pontremoli? Noi del "comitato" metteremo tutto il nostro impegno per impedire che questo accada, ma sarebbe ora che la popolazione si unisse a noi per fare in modo che la nostra amministrazione metta in campo tutto il suo potere per evitare la distruzione del patrimonio di tutti noi.

Pontremoli 12 maggio 2014

Il Comitato “Centrale Termoelettrica a biomasse di Novoleto e centro storico: No Grazie”

venerdì 9 maggio 2014

La montagna e la sostenibilità delle rinnovabili

L'Ente Parco scende in città a promuovere eccellenze e meraviglie dell'Appennino, ma neanche una parola sui disastri che decorano la nostra montagna, tra strade sfondate e imponenti frane.
Non una parola sul taglio generalizzato dei boschi e sulla speculazione della legna da ardere.
Non una parola sui progetti regionali e provinciali che prevedono l'impianto di centrali a cippato in ogni borgo di ogni valle.
Non una parola sulla sostenibilità dei finanziamenti alle rinnovabili che vengono convogliati verso la combustione delle biomasse e della legna.
Non una parola sulla necessità di prevenire, per impedire che la montagna rimanga sola e avulsa dall'economia del paese e da progetti industriali in grado di rilanciarla.
Il Patto dei Sindaci è un’iniziativa che parte dall’Unione Europea nel 2008 per coinvolgere le città europee nel percorso verso la sostenibilità energetica e ambientale e per ridurre le emissioni inquinanti del 20% entro il 2020.


I Paes, piani di azione delle energie sostenibili, sono degli elenchi di progetti con cui le amministrazioni intendono perseguire l’obiettivo.
Diversi comuni della nostra provincia hanno già presentato il Paes, infilandoci un po’ di tutto.
Sia perché si è arrivati tardi, dopo che la speculazione si era già fatta in quattro per ottenere via libera a inceneritori e incentivi, sia perché quelli contenuti nei Paes non sono progetti concreti, ma voli pindarici destinati a rimanere tali.
Del fotovoltaico non parla più nessuno, perché gli incentivi ormai sono finiti.
Dell'eolico meglio non parlare più, perché la gente di montagna si è giustamente ribellata alla cementificazione delle vette e dei crinali, con le finanziarie che farebbero man bassa degli incentivi.
Restano il risparmio energetico e le bioenergie, cioè centrali a combustione di biomasse e centrali a biogas.
Ci si riempie la bocca di risparmio energetico, ma le detrazioni fiscali non bastano.
Occorre un piano industriale per finanziare l’edilizia di recupero al netto del consumo di suolo, in modo che intere aree vengano restituite a suolo agricolo.
Il biogas che finora ha preso piede in centinaia di centrali è il biogas da coltivazioni dedicate, da mangimi animali insilati, contenenti clostridi, e per questo motivo bloccati nel parmense.
Si tratta di pura speculazione che ha inquinato il mercato dell'affittanza agricola a tutto danno delle produzioni agroalimentari umane ed animali.
Viviamo sotto una cappa di polveri e di inquinanti che copre l'intera valle Padana ed arriva quasi alle cime. Qualsiasi processo industriale di combustione, pur piccolo, che si aggiunga a quelli già esistenti, è un'assurdità, perché aggiunge altri inquinanti ad una zona a rischio salute.
La Regione, la Provincia e alcuni sindaci vogliono impiantare in montagna una serie di centrali a combustione di cippato, senza alcun filtro per le emissioni.
Produrre energia elettrica bruciando legna è un'assurdità energetica perché l'efficienza va dal 10%(come a Monchio) ad un massimo del 15%.
C'è una lobby di industriali che investe e fa ricerca solo nella combustione dei rifiuti e delle biomasse: Hera, A2a e Iren con i loro inceneritori, Termoindustriale con i motori endotermici per i cogeneratori, Aiel con le sue caldaie industriali a cippato e poi gassificatori, pirogassificatori e altre diavolerie tutt'atro che rinnovabili.
Si è scelta così una strada a senso unico, indipendente dall'opinione della gente e dall'esigenza di rispettare l'ambiente.
E' la lobby stessa a dettare i progetti regionali sulle rinnovabili e gli stessi limiti delle emissioni nocive ben superiori a quelli europei.
I progetti di taglio generalizzato per la produzione di cippato e la combustione vanno fermati.
La pianura padana è costellata da una quantità enorme di allevamenti industriali di animali.
Le loro deiezioni costituiscono un grave problema per i suoli e per le falde acquifere.
Centrali a biogas che trattino tali liquami produrrebbero energia rinnovabile davvero sostenibile, il biometano.
Biometano da autotrazione, ma soprattutto da mettere in rete, collegata a quelle già esistenti del metano.
Centrali il cui digestato, depurato dell'ammoniaca in eccesso, potrebbe sostituire i concimi di sintesi, i concimi ricavati chimicamente dal petrolio e dai suoi derivati.

Giuliano Serioli

Rete Ambiente Parma
9 maggio 2014


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lunedì 5 maggio 2014

Amministratori e disastri

La nostra montagna oggi è colma di disastri: frane, frazioni abbandonate, strade interrotte e quasi sempre sfondate.
La frana di Capriglio, di Boschetto, di Pietta, sono a suggerirci che la nostra montagna è per sua struttura molto franosa, la più franosa d'Europa insieme a quella di Lucca.
Formazioni rocciose come le argille e calcari, il flysch di monte Sporno e il flysch del monte Caio sono da noi molto diffuse e con il crioclastismo e le piogge battenti tendono inevitabilmente a
degradarsi fino a provocare gli smottamenti.
Alla franosità strutturale si deve oggi sommare il cambiamento climatico, che ad esempio alle alte quote ha provocato la sostituzione della neve con la pioggia.
La neve per la montagna è fondamentale. Con la percolazione lenta all'interno della roccia permette la ricarica delle sorgenti, nello stesso tempo, ricoprendo tutto e sciogliendosi lentamente, impedisce il dilavamento violento e massiccio causato invece delle piogge, limitando l'innesco delle frane.
Ad entrambi questi fattori, poi, con la crisi economica in atto, si va a sommare il taglio massiccio dei boschi. E' la speculazione sulla legna da ardere che determina le quantità di ettari di bosco da tagliare e non certo l'autoconsumo delle genti dei borghi.


Pesanti camion percorrono le strade delle valli per portare chissà dove la legna tagliata, contribuendo significativamente allo sfondamento delle stesse.
Una devastazione dei boschi che ricorda certe foto di inizio Novecento.
Il taglio generalizzato di interi versanti boschivi e la loro denudazione provoca un dilavamento tale da asportare anche il soprasuolo e il sottile strato di humus a contatto con la roccia, innescando frane di scivolamento e accrescendo enormemente il trasporto solido dei torrenti, capaci a loro volta di innescare altre frane.
La politica di prevenzione delle frane da parte delle amministrazioni è praticamente inesistente.
Un esempio significativo è il rifacimento della Massese da poco terminato.
Dei 20 milioni di euro spesi, la quasi totalità è andata ad opere prettamente di immagine, in vista della campagna elettorale. Di tutte le varianti e correzioni della linea di curva effettuate, la sola variante di Ranzano ha visto la sistemazione della frana dei Tre Laghi con opere di canalizzazione.
Alcune varianti costosissime come quella di Groppo con relativo viadotto, o quella di Lugagnano i cui lavori sono durati due anni, si sono rivelate totalmente inutili.
In sostanza la metà di quei 20 milioni poteva essere utilizzata per mettere in sicurezza la strada da frane storiche e da punti pericolosi come Boschetto e Antognola, evitando l'interruzione attuale della provinciale a Boschetto.
Senza un'economia è impossibile fare prevenzione.
Tutta la nostra montagna, tranne la Valtaro, non ha più un'economia.
In questi trent'anni l'industria ha distrutto l'artigianato e l'agricoltura di sussistenza, costringendo le genti a trovare lavoro altrove.
Oggi l'80% degli abitanti sono anziani e i giovani lavorano nella pedemontana.
Le amministrazioni, Comuni, Provincia e Regione, hanno commesso gravi errori nel tentativo di ricostruire un tessuto economico, ad esempio finanziando negli anni '80 cattedrali nel deserto costosissime come gli impianti di Prato Spilla e l'albergo rifugio annesso.
Soldi buttati, copiando lo sviluppo turistico dello sci del Trentino, in una montagna che non lo permette sia per le basse altitudini, sia per le temperature troppo alte che sciolgono rapidamente la neve.
Ora tutti i finanziamenti si concentrano sulla legna. Soldi per finanziare centrali a cippato, teleriscaldamento e produzione di energia elettrica e soldi per finanziare cooperative di taglio per rifornirle.
Come se la montagna non subisse già la devastazione dei propri boschi per la speculazione sulla legna da ardere.
Come se il taglio della risorsa bosco creasse un'economia, inondasse di soldi i borghi e impedisse che negozi e servizi chiudano.
Soldi che sciamano, invece, come i camion verso la pianura, nelle tasche di chi commercia la legna.
Ancor meno economia creano le centrali a cippato, né lavoro.
Sono solo soldi per la lobby degli inceneritori e i soliti interventi di immagine degli amministratori. Se si impianta una centrale nel capoluogo, che vantaggio ne avranno tutte le altre frazioni del comune?
E' un'ingiustizia bella e buona, oltre alle emissioni nocive di un impianto industriale senza alcun filtro che limiti le emissioni.
Per contrastare i disastri e fermare l'abbandono della montagna occorre creare un'economia.
Canalizzare tutti i finanziamenti nell'edilizia per il recupero dei borghi col risparmio energetico, capace di costruire una ricezione dignitosa, oggi inesistente, per un turismo diffuso.
Tramite le unioni di comuni costruire le condizioni infrastrutturali (es: macelli intercomunali), gli incentivi finanziari e locativi e la disponibilità bancarie ad iniziative per la produzione e la stagionatura artigianali di eccellenze alimentari che l'aria pulita e l'elevata umidità possono garantire con un livello superiore di qualità rispetto alla loro produzione industriale.
E' questa l'unica alternativa possibile.
Ma bisognerebbe non avere amministratori disastrosi.

Giuliano Serioli
5 maggio 2014

Rete Ambiente Parma


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lunedì 14 aprile 2014

Monchio comune virtuoso? Qualche dubbio viene

C'erano proprio tutti sabato scorso a Monchio all'inaugurazione del teleriscaldamento e della cogenerazione di elettricità della centrale a cippato.
Patrizia Maestri, deputato: “Per uscire dalla crisi sono necessari esempi virtuosi”.
Giorgio Pagliari, senatore: “Con questo progetto Monchio trasmette un segnale di rinascita”.
Ma più significative di tutte sono state le parole di Simonetta Saliera, vicepresidente della regiome Emilia Romagna: “Un progetto ambizioso che porta Monchio ad una dimensione più alta nel sistema regionale, con un'amministrazione che non ha avuto paura di metterci la faccia”.
In effetti al sindaco Claudio Moretti non si può certo rimproverare l'impegno.
Ha impiantato un parco fotovoltaico da 1 Mwe, intestato al comune, che ricava dal GSE più di 600.000 euro annui di incentivi pubblici.
Ma l'intesa con l'assessore Ricci di impiegare quei soldi nella ristrutturazione edilizia degli edifici volta al risparmio energetico non è stata mantenuta, e l'assessore è stato dimissionato.
Il sindaco ha preferito investire i proventi nella centrale a cippato da 1 Mwt e nel cogeneratore ORC da 150 Kwe che si è fatto ulteriormente finanziare dalla Regione perché il costo totale (centrale, ORC, teleriscaldamento) è lievitato a 1,3-1,4 milioni di euro.
Mica bazzecole.


Come Rete Ambiente Parma avevamo già posto al sindaco alcune domande.

La normativa regionale per le emissioni di polveri prevede un limite di 100 mmg per m3.
Quali sono quelle della centrale? Si è provveduto a monitorarle?
La centrale a cippato non ha nessun filtro per abbattere le emissioni nocive.
Il filtro a multiciclone serve solo a raccogliere le ceneri volanti, non altro.
Si rischia che a sostituire le stufe delle case sia un procedimento industriale ancora più inquinante.
AIEL, l'azienda produttrice della caldaia della centrale ma che produce anche stufe a pellet, dice che una moderna stufa a pellet o mista pellet-legna ha emissioni di 45 mmg per m3, mentre per quelle
della centrale afferma che vanno da 75mmg a 150 mmg per m3.
Quindi potrebbero anche superare il limite massimo e che in Europa è già di 30 mmg.
Tutto dipende da cosa si brucia.
Ma se il cippato ha elevata umidità ed è ricavato da ramaglie, la combustione peggiora e si hanno maggiori emissioni.
Il rischio è che l'aria di Monchio non sia più salubre.

Dire che la centrale fa cogenerazione è improprio.
D'inverno brucia per produrre il calore necessario per il teleriscaldamento e con la bella stagione brucia solo per produrre energia elettrica.
Ma l'efficienza (dichiarata dal sindaco medesimo) è solo del 10%, cioè su 100 quintali di legna bruciati, 10 quintali servono a produrre elettricità e 90 quintali producono calore che viene disperso in aria. E' tutta CO2 che va in sù. Pochissima elettricità e molta legna bruciata.
Il sindaco dice 18.000 quintali annui, la nostra stima è 25-30.000 quintali.
Significa che ogni anno debbono essere tagliati 25-30 ettari di boschi.
Ha senso tagliare così tanto per produrre così poco?

Il teleriscaldamento riguarda 5 edifici comunali e circa 30 famiglie di Monchio paese.
E' giusto che tutti quei soldi della collettività siano stati spesi per così pochi?
E' giusto che tutti gli altri borghi e frazioni del comune non abbiano alcun beneficio da tale investimento?
Sarebbero bastati la metà di quei soldi per dotare gratuitamente tutte le famiglie di tutti i borghi e frazioni del comune di moderne stufe a pellet o a legna con basse emissioni ed elevata resa calorica.
Non è una scelta di giustizia, è una scelta di immagine.
Forse il profilo alto di Monchio nei piani regionali, cui si riferisce la Saliero, è proprio perché ha un ruolo di battistrada nel produrre elettricità bruciando legna.

Un progetto folle, vista l'efficienza quasi nulla del sistema.

giovedì 3 aprile 2014

I fumi di marzo

Si chiude un mese da dimenticare per l'aria dell'Emilia Romagna.
Con 88 sforamenti complessivi è il peggiore dall'inizio dell'anno.
I giorni sopra la quota di precauzione (40 µg/m3) sono stati 132.
A Parma stiamo per tagliare il traguardo dei 35 giorni di sforamento consentiti in un anno intero: solo che li abbiamo consumati in 3 mesi, 32 gli sforamenti sino ad oggi oltre il limite dei 50 microgrammi per metro cubo di aria, 48 i valori oltre la soglia di attenzione.
Complessivamente, in tre mesi i valori regionali sono andati fuori limite 192 volte, mentre 314 valori hanno superato la soglia di attenzione.


Sul banco degli imputati le emissioni da traffico veicolare, su tutti i motori a gasolio, le emissioni di tipo industriale tra cui ovviamente gli inceneritori, le caldaie domestiche.
Il Nord industrializzato produce una imponente quantità di veleni che se non rimescolati in aria dalle correnti atmosferiche stazionano anche per giorni e giorni sulle città.
L'intero bacino padano si trasforma così in una enorme camera a gas molto democratica, dove tutti respirano la stessa aria, anche purtroppo gli incolpevoli come bambini e anziani.
Le polveri sottili dichiarate cancerogene di classe 1 dall'Oms lo scorso ottobre, sono responsabili di un numero sempre maggiore di decessi oltre che causare incrementi di malattie legate all'apparato respiratorio ma anche a quello cardio vascolare.
Sono 14 i morti al giorno per traffico nelle grandi città, 14 mila il totale annuo.
Un terzo delle morti tra i giovani sono causate dal fattore ambientale.
L'esposizione alle polveri sottili causa in Europa la morte di 13 mila bambini nella fascia 0-13 anni.
Sono numeri da brividi, una vera e propria ecatombe alla quale però non sembra siano in vista decisioni drastiche e risolutive.
Preso atto della causa effetto esposizione-malattia dovrebbero scattare contromisure in grado di abbassare le soglie dei veleni a cui ci esponiamo ogni giorno.
Decisioni shock per situazioni shock.
Una grande rivoluzione dovrebbe coinvolgere tutto il mondo produttivo.
La tecnologia è già di grado di affrontare e risolvere il problema dell'inquinamento.
Manca però la volontà politica e uno sguardo al futuro.
Sempre più nero.



sabato 29 marzo 2014

Bioenergie, davvero sostenibili?

Il grande bluff dei Paes

I cosiddetti comuni virtuosi si ergono paladini, a parole, dello sviluppo delle energie rinnovabili.
Ma l'effettiva sostenibilità di queste per l'ambiente e per la salute dei cittadini è tutta da dimostrare.
Alcuni comuni come Montechiarugolo, Neviano e Monchio hanno effettivamente realizzato impianti fotovoltaici di cui sono proprietari e da cui ricavano incentivi pubblici da investire in opere per i cittadini.
Ma mentre Montechiarugolo ha anche investito nell'illuminazione a led per il risparmio energetico, Monchio e Neviano si sono distinti per la costruzione di centrali termiche a cippato mancanti di filtri, con emissioni nocive ed fruibili solo da pochi cittadini.


Diverse amministrazioni hanno già presentato ai cittadini il Paes (piano di azione energie sostenibili), con il sostegno di qualche professore d'università, le famose competenze.
Qualcuno di questi (Setti dell'università di Bologna) ha storto il naso venendo a sapere che il comune in cui parlava (Felino) aveva già messo in cantiere la possibilità di bruciare grasso animale o cippato di legna per produrre energia elettrica.
Poi ha glissato, progetto già scritto e tanti saluti all'amico (?) ambiente.
In realtà nei Paes è stato inserito un po' di tutto.
Sia perché sono arrivati a cose già fatte, dopo che la speculazione si era già fatta in quattro per avere permessi come a Trecasali, Palanzano, Felino, Langhirano, Lesignano e a Noveglia di Borgotaro; ma soprattutto perché quelli del Paes non sono progetti concreti, ma solo piani teorici campati per aria, che chissà se verranno mai realizzati.
Intanto però si fa bella figura e ci si mostra con il petto gonfio.
Nei Paes c'è l'energia del fotovoltaico, ma dove sono stati costruiti tali parchi spesso l'energia non viene utilizzata e, ancora peggio, non viene ricavano nulla dagli incentivi, girati alle aziende costruttrici o alle finanziarie che hanno messo i soldi.
Nei Paes c'è l'eolico, anche se di eolico nella nostra provincia non se ne farà mai.
Nei Paes c'è il risparmio energetico, anche se progetti comunali ad esempio per isolare termicamente gli edifici non se ne conoscono.
Nei Paes c'è l'energia termica dal cippato di legna, per riscaldare condomini, di cui non esiste alcun esempio,
Nei Paes c'è il biogas dalle deiezioni animali e scarti agricoli, per produrre energia e biometano, ma una sola centrale a biogas da liquami, di soli 60 Kw, è attiva a Basilicanova, e del progetto per la connessione del biometano alla rete neanche l'ombra.
Del fotovoltaico non parla più nessuno, gli incentivi ormai sono finiti.
Dell'eolico meglio non parlare più, almeno dalle nostre parti, perché la gente di montagna si è giustamente ribellata alla cementificazione delle vette e dei crinali, con le finanziarie pronte a ghermire gli incentivi.
Restano le bioenergie, di cui si è parlato sabato scorso a Traversetolo.
Sono le centrali a combustione di biomasse e centrali a biogas.
Il bacino padano sopravvive sotto una cappa di polveri e di inquinanti.
Qualsiasi processo industriale di combustione che si aggiunga a quelli già esistenti è un assurdo nei termini, perché andrebbe ad aggiungere altri inquinanti in una zona già rossa.
Lo ha detto a chiare lettere Eriberto De Munari, direttore provinciale di Arpa, riferendosi all'inceneritore a grasso animale voluto a Felino da Citterio, in realtà mai avviato, ma approvato dal comune e della Provincia.
E' la stessa Provincia che ha voluto ad ogni costo l'inceneritore di Ugozzolo, per la fortuna di Iren, che si prende la sua fetta di profitti bruciando rifiuti, oggi locali, domani da ogni parte d'Italia.
E' la stessa amministrazione provinciale che ha rinnovato a Laterlite (Fornovo), l'autorizzazione a bruciare oli esausti d'acciaieria (veleni pericolosi) al posto del metano.
Solo la determinazione del comitato Giarola-Vaestano ha finora impedito che sorga a Palanzano un gassificatore da 1 Mwe, che brucerebbe più di 10 mila tonnellate di legna ogni anno.
Solo la forza del comitato di Trecasali ha impedito ad Eridania di impiantare un inceneritore a cippato di legna da 15 Mwe, che avrebbe bruciato più di 130 mila tonnellate di legna ogni anno.
Sono numeri che parlano da sé.
Nonostante tutto ciò, Regione, Provincia e sindaci vogliono impiantare in montagna una serie di centrali a combustione di cippato (otto già funzionanti o in costruzione), senza che sia installato alcun filtro per le emissioni, spacciando il multiciclone, che raccoglie solo le ceneri volanti, come sistema filtrante.
Queste centrali bruciano cippato fresco e manifestano quindi una cattiva combustione, producendo il doppio di emissioni delle moderne stufe a legna o a pellet (fonte Aiel).
Produrre energia elettrica bruciando legna è un'assurdità energetica perché l'efficienza è ridicola: dal 10% (come Monchio) al 15%.
Anche bruciare legna a livello industriale per produrre calore è una scelta errata.
Piccoli impianti non possono sopportare il costo dei filtri delle grandi centrali, come in Alto Adige. Si va così a sporcare una delle poche risorse della montagna, l'aria pulita.
Si crea un'ingiustizia sociale: i soldi della comunità vanno a vantaggio di pochi.
Una potente lobby di industriali investe e fa ricerca solo nella combustione dei rifiuti e delle biomasse.
Hera, A2A e Iren con i loro inceneritori, Termoindustriale con i motori endotermici per i cogeneratori, Aiel con le sue caldaie industriali a cippato e poi gassificatori, pirogassificatori, una rosa di mostri ammazza ambiente.
Una scelta a senso unico, indipendente dall'opinione della gente e dall'esigenza di rispettare l'ambiente. Una lobby che indirizza le scelte del Governo del paese, delle Regioni, delle amministrazioni locali, che uniformano le normative delle emissioni nocive ai livelli tecnologici raggiunti dai loro impianti.
Esiste un'altra via.
La pianura padana ha una quantità enorme di allevamenti industriali.
Le deiezioni costituiscono un grave problema per i suoli e le falde acquifere.
Centrali a biogas che digestino liquami produrrebbero una energia rinnovabile davvero sostenibile come il biometano. Biometano da autotrazione, ma soprattutto da mettere in rete, collegata a quelle già esistenti. Centrali il cui digestato, depurato dell'ammoniaca in eccesso, costituirebbe un ammendante naturale per i suoli agricoli e potrebbe sostituire i concimi di sintesi, ricavati chimicamente dal petrolio e dai suoi derivati.

Giuliano Serioli
28 marzo 2014

Rete Ambiente Parma